Il confine è un luogo. Il confine è un muro, il confine è una porta, il confine è un bordo , il confine è una linea,il confine è una pietra. I confini hanno varchi, ponti e gallerie,i confini sono recinti,i confini sono uno spazio immenso e tutto un mondo di significati.“…i confini muoiono e risorgono – scrive Claudio Magris in Come i pesci il mare in AA.VV. Frontiere, supplemento a Nuovi Argomenti, 1991, n.38, p.12 – si spostano, si cancellano e riappaiono inaspettati. Seguono l’esperienza,il linguaggio, lo spazio dell’abitare,il corpo con la sua salute e le sue malattie,la psiche con le sue scissioni e i suoi riassestamenti,la politica con la sua spesso assurda cartografia, l’io con la pluralità dei suoi frammenti e le loro faticose ricomposizioni,la società con le sue divisioni,l’economia con le sue invasioni e le sue ritirate,il pensiero con le sue mappe dell’ordine…” Ma che cos’è allora un confine? Come funziona? Perché ad un certo punto qualcuno decide di stabilire un confine? Come viene vissuto un confine? Il confine, un confine è tutto questo? Luogo e forma in continua trasformazione, paesaggio reale e immaginario. Luogo misterioso che si incontra negli spostamenti ma anche spazio che si trova tra le cose. Spazio che mettendo in contatto separa le cose e separandole mette in contatto culture, identità. Spazio di confine e confine come spazio. Il confine include ed esclude,è uno spazio che ha - come dice Michel Focault - :” … la curiosa proprietà di essere in rapporto con tutti gli altri, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti da loro stessi designati,riflessi o rispecchiati…” diventando in questo modo il luogo dell’obiettività. Il confine è uno spazio rigido diverso dalla frontiera che accetta la possibilità di essere modificata . Il confine non si modifica. Stare sul confine però richiede la disponibilità a compiere un’esperienza di apprendimento “ oltre le abitudini, al di là delle convenzioni e dei preconcetti”. “Provare il confine e la sua contraddizione – come afferma Piero Zanini - ma anche la sua sconfinata vivacità, vuole dire esercitarsi nella pratica della tolleranza, della convivenza,dello stare fianco a fianco malgrado le rispettive particolarità. Vuole dire anche cercare di avere uno sguardo più allargato sulle cose , in grado di comprendere aspetti diversi ( anche se molto lontani tra loro ) di una stessa realtà come parti di una sola complessità. Confine e/o frontiera. Il confine indica un limite comune , è un modo pratico e pacifico di stabilire il diritto di ognuno. La frontiera è la fine della terra,il limite ultimo oltre cui avventurarsi. E’ andare al di là della superstizione ,contro il volere degli dei,oltre il giusto e il consentito,verso una terra sconosciuta. Varcare il confine è la stessa cosa che varcare la frontiera.? No. Varcare la frontiera è avventurarsi in terre aspre, abitate da mostri pericolosi. Il confine è uno spazio familiare , è un luogo protetto è un recinto sicuro . Varcare il confine è mostrare il passaporto, l’identità e accedere a diritti, trovare e condividere regole. La frontiera non è una linea ma sempre una striscia di terra, un territorio di mezzo, una terra a volte di nessuno. Sono frontiere le muraglie costruite dai cinesi, il “limes” romano , lo stesso muro di Berlino. E’ confine la linea che non ammette permanenze sull’orlo,che divide e basta, non è né neutrale né libero. Esiste un confine naturale. Non esiste una frontiera naturale. Confini e frontiere sono però in definitiva costruzioni culturali che possono assumere significati diversi “… sono contemporaneamente l’affermazione e la negazione di sé e delle dicotomie e delle ambiguità…” tanto che non sappiamo, come dice Bateson se siamo soli con i nostri pensieri , azioni e comportamenti che disegnano le cose o se le cose esistono contornate indipendentemente da noi. L’ambiguità dei contorni è tutta qui. Oppure bisogna fare come il signor Palomar che “…decide che d’ora in poi farà come se fosse morto ,per vedere come va il mondo senza di lui. Da un po’ di tempo s’è accorto che tra lui e il mondo le cose non vanno più come prima; se prima gli pareva che s’aspettassero qualcosa l’uno dall’altro,lui e il mondo ,adesso non ricorda più cosa ci fosse da aspettarsi ,in male e in bene , ne perché questa attesa lo tenesse in una perpetua agitazione ansiosa. Dunque ora il signor Palomar dovrebbe provare una sensazione di sollievo , non avendo più da chiedersi cosa il mondo gli prepara,e dovrebbe anche avvertire il sollievo del mondo che non ha più da preoccuparsi di lui. Ma proprio l’attesa di assaporare questa calma basta a rendere ansioso il signor Palomar. Insomma, essere morto è meno facile di quel che può sembrare…” Non possiamo dunque sapere a priori parlando di confine se riusciremo a tener fuori o chiudere dentro tutto quello che vogliamo. “…Conoscere il mondo che vi riguarda (lo amate e ne avete paura, cui tendete o resistete) - come afferma Karahasan in Elogio della frontiera in Micromega 1995 n. 5 – il mondo che non è un oggetto muto, è possibile quando lo avvicinate e quando vi mettete sulla frontiera tra voi e ciò che conoscete…” Allora “…pensare il confine come uno spazio e non solo come la linea che lo istituisce univocamente è possibile – come afferma Piero Zanini – solo cominciando a conoscere senza pregiudizi i confini,osservandoli un po’ meglio e un po’ più in profondità per poi cercare di dar loro una forma e un carattere nuovo. Non è sufficiente rimuovere la componente visibile di un confine per colmare la sfasatura che esso rende evidente. Ideare un confine come spazio di dialogo richiede allora l’impegno di tutti i nostri sensi ,spinti all’estremo nel tentativo di percepire ciò che a volte c’è ma non si vede. Inventare, o forse reinventare questo confine significa provare a controllare queste figure in cui continuamente ci imbattiamo,per limitarne l’influenza sui nostri comportamenti e non subirne solo il controllo. Allo stesso tempo è un esercizio fondamentale per stare all’erta,per non cadere nella trappola di vedere e costruire limiti e barriere là dove non sono mai esistite….” Il confine allora è anche un segno? Un codice, un’allegoria,un’immagine,una metafora ,un simbolo ? Pensare il “ segno” sembra essere uno dei compiti del nostro tempo. Parlare di segno, per quanto riguarda la riflessione condotta nella seconda metà del Novecento,significa parlare dei modelli della significazione, della comunicazione,della linguistica dell’informatica. Nondimeno qui ci piace parlare del confine come un segno anche se la dottrina dei segni per eccellenza è la semiotica. E’ quindi avvenuto, a ben pensare la storia del concetto di segno,che una nozione semiotica generale,nata per definire fenomeni naturali è stata in seguito applicata a fenomeni linguistici. Un’archeologia del segno potrebbe aiutarci a chiarire questa riflessione ma altro ci interessa sul segno come confine. E al confine allora non mettiamo confine. Ma qui si ricomincia il discorso: Per il momento , come il viandante, è tempo di sostare. Riprenderemo poi il cammino: Dall’eremo di Via Vado di sole L’Aquila sabato 26 dicembre 2009
Osservatorio e confine due termini di paragone per una riflessione che vuole tentare di dare una spiegazione ad un titolo, il titolo del blog. Che cosa significa osservare ? E’ una modalità del guardare e/o del vedere? Come si vede, si vede ma non si guarda o viceversa? Si può solo osservare o si deve anche intervenire? Quali sono gli strumenti dell’osservazione fisici e mentali? Per esempio si possono osservare le stelle ad occhio nudo ma si possono osservare con il cannocchiale, con il telescopio . Si possono osservare in qualunque luogo su una spiaggia o in cima ad una montagna oppure in un luogo appositamente attrezzato qual è l’osservatorio astronomico. Si può osservare il confine, un confine e si può osservare da un confine, dal confine. Compiuta l’osservazione si possono registrare i risultati nella mente ,su uno scritto, con una macchina fotografica? Osservare è azione dinamica, virtuosa, transitoria. Osservatorio è strumento di ricerca e non di controllo che apre siti sconosciuti e indirizza la navigazione sulle rotte della speranza. L’osservare , strumento dell’osservatorio, è strumento per comprendere, raccontare, condividere i linguaggi ,le esperienze, i sogni .L’osservare non è produrre solo dati ma porsi e porre delle domande. Scrive Calvino: “Quando c’è una bella notte stellata ,il signor Palomar dice –Devo andare a guardare le stelle -.Dice proprio :-Devo- perché odia gli sprechi e pensa che non sia giusto sprecare tutta quella quantità di stelle che gli viene messa a disposizione. Dice ‘Devo’ anche perché non ha molta pratica di come si guardano le stelle ,e questo semplice atto gli costa sempre un certo sforzo. La prima difficoltà è quella di trovare un posto dal quale il suo sguardo possa spaziare per tutta la cupola del cielo senza ostacoli e senza l’invadenza dell’illuminazione elettrica : per esempio una spiaggia marina solitaria su una costa molto bassa. Altra condizione necessaria è il portarsi dietro una mappa astronomica,senza la quale non saprebbe cosa sta guardando ; ma da una volta all’altra egli dimentica come si fa ad orientarla e deve prima rimettersi a studiarla per mezz’ora. Per decifrare la mappa al buio deve portarsi dietro una lampadina tascabile: I frequenti confronti tra il cielo e la mappa lo obbligano ad accendere e spegnere la lampadina e in questi passaggi dalla luce al buio egli resta quasi accecato e deve riaggiustare la sua vista ogni volta. Se il signor Palomar facesse uso di un telescopio le cose sarebbero più complicate sotto certi aspetti e semplificate sotto altri; ma, ora come ora , l’esperienza del cielo che interessa a lui è quella a occhio nudo , come gli antichi navigatori e i pastori erranti. Occhio nudo per lui che è miope significa occhiali ; e siccome per leggere la mappa gli occhiali deve toglierseli, le operazioni si complicano con questo alzare e abbassare degli occhiali sulla fronte e comportano l’attesa di alcuni secondi prima che il suo cristallino rimetta a fuoco le stelle vere e quelle scritte. Sulla carta i nomi delle stelle sono scritti in nero con lo sfondo blu e bisogna accostare la lampadina proprio addosso al foglio per scorgerli. Quando si alza lo sguardo al cielo lo si vede nero, cosparso di vaghi chiarori ; solo a poco a poco le stelle si fissano e dispongono in disegni precisi, e più si guarda e più se ne vedono affiorare. Si aggiunga che le mappe celesti che lui ha bisogno di consultare sono due, anzi quattro:una molto sintetica del cielo in quel mese , che presenta separatamente la mezza volta nord; e una di tutto il firmamento , molto più dettagliata che mostra in una lunga striscia tutte le costellazioni di tutto l’anno per la parte mediana del cielo into0rno all’orizzonte, mentre quelle della calotta intorno alla Stella Polare sono comprese in un’annessa mappa circolare. Insomma il localizzare una stella comporta il confronto delle varie mappe e della volta celeste, con tutti gli atti relativi : levare e mettere gli occhiali,accendere e spegnere la lampadina , dispiegare e ripiegare la mappa grande , perdere e ritrovare i punti di riferimento . Dall’ultima volta in cui il signor Palomar ha guardato le stelle sono passate settimane o mesi ; il cielo è tutto cambiato , la Grande Orsa (è agosto) si distende quasi ad accucciarsi sulle chiome degli alberi a nord-ovest; Arturo cala a picco sul profilo della collina trascinando tutto l’aquilone di Boote ;esattamente a ovest è Vega, alta e solitaria; se Vega è quella, questa sopra il mare è Altari e lassù e Denob che manda un freddo raggio dallo zenit. Stanotte il cielo sembra molto più affollato di qualsiasi mappa; le configurazioni schematiche nella realtà risultano più complicate meno nette ; ogni grappolo potrebbe contenere quel triangolo e quella linea spezzata che stai cercando; e ogni volta che rialzi gli occhi su una costellazione ti sembra un po’ diversa. (…) Questa osservazione delle stelle trasmette un sapere instabile e contraddittorio - pensa Palomar, - tutto il contrario di quello che sapevano trarne gli antichi. Sarà appunto perché il suo rapporto con il cielo è intermittente e concitato anzicchè una serena abitudine ? Se lui si obbligasse a contemplare le costellazioni notte per notte e anno per anno,e a seguirne i corsi e i ricorsi lungo i curvi binari della volta oscura ,forse alla fine conquisterebbe anche lui la nozione di un tempo continuo e immutabile, separato dal tempo labile e frammentario degli accadimenti terrestri. Ma basterebbe l’attenzione alle rivoluzioni celesti a marcare in lui questa impronta?o non occorrerebbe soprattutto una rivoluzione interiore,quale egli può supporre solo in teoria ,senza riuscirne ad immaginare gli effetti sensibili sulle sue emozioni e sui ritmi della mente ? Della conoscenza mitica degli astri egli capta solo qualche stanco barlume;della conoscenza scientifica gli echi divulgati dai giornali,di ciò che sa diffida;ciò che ignora tiene il suo animo sospeso. Soverchiato, insicuro,s’innervosisce sulle mappe celesti come su orari ferroviari scartabellati in cerca di una coincidenza. Ecco una freccia splendente che solca il cielo. Una meteora? Sono queste le notti in cui è più frequente scorgere delle stelle cadenti. Però potrebbe essere benissimo un aereo di linea illuminato. Lo sguardo del signor Palomar si tiene vigile, disponibile,sciolto da ogni certezza. Sta da mezz’ora sulla spiaggia buia ,seduto su una sdraio , contorcendosi verso sud o verso nord,ogni tanto accendendo la lampadina e avvicinando al naso le carte che tiene dispiegate sui ginocchi; poi a collo riverso ricomincia l’esplorazione partendo dalla Stella Polare. Delle ombre silenziose si stanno muovendo sulla sabbia; una coppia d’iinamorati si stacca dalla duna,un pescatore notturno,un doganiere, un barcaiolo. Il signor Palomar sente un sussurro. Si guarda intorno: a pochi passi da lui s’è formata una piccola folla che sta sorvegliando le sue mosse come le convulsioni d’un demente” Osservare dunque ed essere osservati. Ma osservare le stelle dunque è come osservare le cose del mondo, il mondo stesso? Così si osservano le cose. Ma si osservano nella sostanza o nei contorni? “Figlia : Papà perché le cose hanno contorni? Padre: Davvero? Non so .Di quali cose Parli? F . :Sì,quando disegno delle cose perché hanno contorni? P.: Bè, e le cose di altro tipo…un gregge di pecore? O una conversazione? Queste cose hanno contorni? F.: Non dire sciocchezze. Non si può disegnare una conversazione. Dico le cose. P.: Sì stavo solo cercando di capire cosa volevi dire. Vuoi dire :’perché quando disegniamo le cose diamo loro dei contorni? Oppure vuoi dire che le cose hanno dei contorni che noi le disegniamo oppure no ? ‘ Osservare è esaminare con cura ,guardare con attenzione ,talvolta con curiosità o con occhio critico. Notare e far notare , rilevare, obiettare,rispettare e non trasgredire. Ma le cose non hanno contorni a volte, hanno contorni in ombra , si limitano solo ai contorni e dentro sono vuote. Quando pesa l’ombra delle cose che è il doppoi, lo specchio, il bordo. Al bordo delle cose si sta come su un confine e si sente allora di osservare da un confine , si inaugura un osservatorio di confine. Ma come si arriva al bordo delle cose? Come si arriva al bordo delle cose? Così i modi dell’osservare. Ma i luoghi ? Una finestra è un osservatorio ? “…il signore nel cappotto di loden – si legge in una pagina del carteggio Freud –Groddeck pubblicato da Adelphi nel 1979 - di cui non riesco a vedere chiaramente il viso . Che cosa faccio se un giorno egli compare senza questo indumento?..” Osservare certe condizioni rassicura o crea angoscia. Un caffè può essere un osservatorio. Alfred Polgar aveva inventato una teoria filosofica del caffè in particolare del Caffè Centrale di Vienna: “… il Caffè Central non è infatti un caffè come gli altri bensì una visione del mondo. I suoi frequentatori sono per lo più gente la cui misantropia è così violenta come il desiderio di stare con altra gente,che vuole restare da sola e perciò ha bisogno di compagnia….” Lo specchio è un osservatorio. Si osserva se stessi. E anche il viaggio dentro la propria stanza argomento di un bel libro è un osservare se stessi . La piazza è un osservatorio privilegiato ; ma anche la spiaggia questa volta di giorno però Dalla spiaggia si osservano le onde del mare. Ed è ancora il signor Palomar che ci viene in aiuto .Dopo i modi dell’osservare, i luoghi dell’osservare ecco “ Il mare è appena increspato e piccole onde battono sulla riva sabbiosa. Il signor Palomar è in piedi sulla riva e guarda un’onda .Non che egli sia assorto nella contemplazione delle onde. Non è assorto, perché sa bene quello che fa ; vuole guardare un’onda e la guarda. Non sta contemplando, perché per la contemplazione ci vuole un temperamento adatto ,uno stato d’animo adatto e un concorso di circostanze esterne adatto: e per quanto il signor Palomar non abbia nulla contro la contemplazione in linea di principio,tuttavia nessuna di quelle tre condizioni si verifica per lui. Infine non sono le onde che lui intende guardare,ma un’onda singola e basta: volendo evitare le sensazioni vaghe,egli si prefigge per ogni suo atto un oggetto limitato e preciso. Il signor Palomar vede spuntare un’onda in lontananza ,crescere, avvicinarsi , cambiare di forma e di colore, avvolgersi su se stessa,rompersi, svanire , rifluire..A questo punto potrebbe convincersi di aver portato a termine l’operazione che s’era proposto e andarsene .Però isolare un’onda separandola dall’onda che immediatamente la segue e pare la sospinga e talora la raggiunge e travolge,è molto difficile ;così come separarla dall’onda che la precede e che sembra trascinarsela dietro verso la riva ,salvo poi magari voltarglisi contro come per fermarla. Se poi si considera ogni ondata nel senso dell’ampiezza parallelamente alla costa ,è difficile stabilire fin dove il fronte che avanza s’estende continuo e dove si separa e segmenta in onde a sé stanti, distante per velocità, forma , forza, direzione. Insomma non si può osservare un’onda senza tener conto degli aspetti complessi che concorrono a formarla e di quelli altrettanto complessi a cui essa dà luogo. Questi aspetti variano continuamente ,per cui un’onda è sempre diversa da un’altra onda ,anche se non immediatamente contigua o successiva; insomma ci sono delle forme e delle sequenze che si ripetono ,sia pur distribuite irregolarmente nello spazio e nel tempo. Siccome ciò che il signor Palomar intende fare in questo momento è semplicemente vedere un’onda, cioè cogliere tutte le sue componenti simultanee senza trascurarne nessuna , il suo sguardo si soffermerà sul movimento dell’acqua che batte sulla riva finchè potrà registrare aspetti che non aveva colto prima;appena s’accorgerà che le immagini si ripetono saprà d’aver visto tutto quello che voleva vedere e potrà smettere.” (…) Il signor Palomar ora cerca di limitare il suo campo d’osservazione;se egli tiene presente diciamo un quadrato di dieci metri di riva per dieci metri di mare, può completare un inventario di tutti i movimenti d’onde che vi si ripetono con varia frequenza entro un dato intervallo di tempo. La difficoltà è fissare i confini di questo quadrato ,perché se per esempio lui considera come lato più distante da sé la linea rilevata di un’onda che avanza,questa linea avvicinandosi a lui e innalzandosi nasconde ai suoi occhi tutto ciò che sta dietro; ed ecco che lo spazio preso in esame si ribalta e nello stesso tempo si schiaccia. Comunque il signor Palomar non si perde d’animo e ad ogni momento crede di essere riuscito a vedere tutto quello che poteva vedere dal suo punto d’osservazione,ma poi salta fuori sempre qualcosa di cui non aveva tenuto conto . Se non fosse per questa sua impazienza di raggiungere un risultati completo e definitivo della sua operazione visiva ,il guardare le onde sarebbe per lui un esercizio molto risposante e potrebbe salvarlo dalla nevrastenia, dall’infarto e dall’ulcera gastrica. E forse potrebbe essere la chiave per padroneggiare la complessità del mondo riducendola al meccanismo più semplice. (….) Appuntare l’attenzione su un aspetto lo fa balzare in primo piano e invadere il quadro, come in certi disegni che basta chiudere gli occhi e al riaprirli la prospettiva è cambiata. Adesso in questo incrociarsi di creste variamente orientate il disegno complessivo risulta frammentato in riquadri che affiorano e svaniscono. S’aggiunga che il riflusso d’ogni onda ha anch’esso una sua forza che ostacola le onde che sopravvengono. E se si concentra l’attenzione su queste spinte all’indietro sembra che il vero movimento sia quello che parte dalla riva e va verso il largo. Forse il vero risultato a cui il signor Palomar sta per giungere è di far correre le onde in senso opposto , di capovolgere il tempo , di scorgere la vera sostanza del mondo al di là delle abitudini sensoriali e mentali ? No, egli arriva a provare un leggero senso di capogiro ,non oltre. L’ostinazione che spinge le onde verso la costa ha partita vinta: di fatto si sono parecchio ingrossate. Che il vento stia per cambiare? Guai se l’immagine che il signor Palomar è riuscito minuziosamente a mettere insieme si sconvolge e frantuma e disperde. Solo se egli riesce a tenere presenti tutti gli aspetti insieme, può iniziare la seconda fase dell’operazione:estendere questa conoscenza all’intero universo. Basterebbe non perdere la pazienza, cosa che non tarda ad avvenire. Il signor Palomar s’allontana lungo la spiaggia,coi nervi tesi com’era arrivato e ancor più insicuro di tutto” E allora vogliamo fare come il signor Palomar? Osservare è dunque conoscere e la conoscenza dall’infinitesimo piccolo al grande , al macroscopico e solo questione saper tenere insieme tutti gli elementi dell’osservazione e anche di aver pazienza e di riconoscere di essere insicuro di tutto. Anche se nel terminare per il momento questa riflessione viene in mente ul romanzo di Alberto Cavallai dedicato agli ultimi quattro giorni della vita di Tolstoj. In quel romanzo Cavallari indicò la fuga come una possibile risposta da parte dell’uomo assediato dalle circostanze. Ma Cavallari prima di arrivare a questa conclusione aveva però combattuto molto: il fascismo e ogni forma di corruzione. La fuga non era per lui una risposta defintiva perché si fugge per cercare qualcosa d’altro, altre circostanze, si fugge da un pericolo ma poi si ritorna sui proprio passi. Sempre : Ed è consolante appunto l’inizio di quel suo romanzo che apre le porte alla normalità della vita, del vivere dell’osservare per vivere: “ La sera del 27 ottobre 1910 ( scrive Cavallari in La fuga di Tolstoj , Einaudi 1986) il conte Tolstoj si coricò verso le 11,30 (…) Lev Nicolàevic Tolstoj non sapeva che sarebbe stata l’ultima sua sera nella casa dov’era nato, cresciuto , invecchiato e dove aveva compiuto in agosto 82 anni. Prima di coricarsi si era fermato nello studio ricapitolando la giornata trascorsa in uno dei suoi diari. Negli ultimi tempi ne teneva tre: uno ufficiale, uno segreto, che nascondeva negli stivali perché la moglie non lo leggesse, uno disordinato su taccuini e fogli sparsi. Scrivendo a lume di candela aveva concluso il bilancio della giornata con queste parole:’ Nulla da segnalare: anche se ciò sembra triste,in effetti è un bene. ‘ Essendo in quel periodo la sua vita tempestosa, piena di giornate nere, dominata da una crisi familiare più grave delle precedenti , gli parve di aver vissuto una giornata dopo tutto normale…”
Dall’eremo di Via Vado di sole L’Aquila, sabato 26 dicembre 2009
"Un poco di storia” è una specie di autobiografia per immagini. Prima di riflettere sui temi e il senso di un titolo come “Osservatorio di confine”,intendevo inserire nel profilo che appare nel blog ,alcune informazioni biografiche .In aggiunta s’intende ai dati anagraficie alleappartenenze zodiacali. Forse per mia incapacità nel cercaretra le varie finestre della schermata offerte dai curatoridell’architettura del blog medesimo ,non ci sono riuscito.
Con l’aiuto di Grazia ho allorasemplicemente trasferito le foto di copertina di alcune pubblicazioni realizzate negli anniin un post cheha per titolo appunto “ Un poco di storia”
Si può comunque raccontare una storia in più modi. Il racconto per immagini qui a fianco ne è uno.Sono consapevole però che è l’ inganno ottico di una identità mutevole e incoerente di cuila persona non è chela maschera, il nome, lo stato civile imposto a una miriadeesplosa di cocci e di frammenti.
Raccontare è un’attività di scrittura che implica una relazione con un lettore immaginato. E’ un atto concreto e plurimo di comunicazione. Diventa spesso una pratica argomentativa e persuasiva. E’ cosa diversa dalla ricerca che è accorpamento e ordinamentodi materiali raccolti.
Un poco di storia allora. All’inizio, proprio all’inizio di un viaggiocon il quale intendo avvicinarmi a molti confini guardandoli appunto da un osservatorio privilegiato .Anche se questo osservatorio di confine in se stesso è un luogo di confine e privilegiato quindi allo stesso tempo. Ci sarà spazio in altri post perraccontare il senso della scrittura di sé, l’autobiografia, il significatodell’osservare, il limite del confine, il senso della storia e delle storie, la storia e le storie di vita, la poesia e le poesie. Con l’avvertenza chenarrare non è solo legato ad un banaleproblema di organizzazione dei materiali in forma dimodelloo di racconto. E’ un problema connesso con l’immagine che si ha , che si vuole costruire, che si vuole trasmettere dei fatti, delle persone, dei sistemi politici o etici, delle culture o dei conflitti.
Tutto questo per dire banalmente che volevo semplicemente inserire nel profilocontenuto nel blog un elenco di pubblicazioni realizzate negli anni.
Tutto comincia con un testo pubblicato a Sulmona dalla Tipografia La Moderna,contenente una lunga poesia dal titolo “ Cristo è morto ad Hanoi”. Pubblicazione forse perduta o forse no checomunque non sono riuscito a ritrovare tra i miei libri. Tutto ha inizio con una poesia. E proprio nel cominciare a parlare di queste cose vogliotrascrivere una miapoesiache ho trovatosu uno dei tanti quaderni su cui negli anni hoconservato traccedelle letture ,delle idee, dei frammentie delle poesie scritte :
“ Lascerò ugualmente un bellissimo testamento,
borghese annoiato dal cuore verdee vinaccia,
meschino mediocre,truffaldino, mezzamanica,
pasticcione , sadico e crapulone,
tra le cianfrusaglie alla rinfusa sotto il mio letto
d’ospizio,
lascerò ugualmente un bellissimo testamento ,
con la visionee laforza d’una dolcezza di fuoco,
consumata nelle carezze del discorso con una donna,
ricominciato da capodopo mezza vita.
Mi terrà desto ancora un attimo
prima di morire per accontentare l’estasi
delle stelle
durata con unacontinua tranquilla fantasticheria
il tempod’un ultimo vagabondaggioin stalle,
fienili e mulini,
campi e strade di catrame,
all’ombra della chioma dei castagni
al sole rugginoso
degli incantesimi del tramonto.
In solitudine, poeta, vagabondo, beone,
sognatore e visionario
sulla via che conduce a te
fanciullo tra gli uomini
eremita e contadino,re ,saggio
e pazzo,
mi sono arreso ad una fuga di nuvole:
con l’intonazione di un cantastorie
lascerò ugualmente un bellissimo testamento…”
Cominciae continua con “Poesie” un volumetto senza data stampato forseattorno agli anni 1968-69 dalla Lampografica di Sulmonadi proprietà del mio amico Mannafiglio d’arte e membro di una storica famiglia di tipografi, quelli che componevano a mano epoi con il piombo fuso, che inaugurava nuove macchine di stampa, all’avanguardia per quel tempo ,appunto la litotipografia. Un volume a due voci . Da una parte una giovanissima, quasi adolescente, Rossana Amicarellicon“Così la sera” ela mia voce in “Sterpi disaggina”. Erano gli anni in cui lavoravo al Centro Servizi Culturali di Sulmona e avevo giovanissimi amicie compagnidi viaggiocome Ezio Di Sanza, Carlo Angelone, Mimma D’Antonio e poi Franco Incanie tanti altri . Di quell’esperienza ne parlerò poi in avanti in un altro post.
“Sterpi di saggina” contiene poesie di un adolescente recuperate da quaderniormai perduti, nervose epretestuose: “ Ecco/da oriente/ritorna / la luce/e/ l’onirica/pazzia /della notte/ è il segno di un’ultima/purezza / incontaminata”cheusando il pretesto del verso libero mettevanol’una dopo l’altra una serie di parole. Importanti sì ma dettea mitraglia con l’adrenalina degli adolescenti. In realtà erano un grande passo avanti rispetto alla raccolta manoscritta “Aglaia” sonetti ecanzoni in cui si sentiva Leopardi, D’Annunzio, Foscolo, Manzonimai Catullo, Orazio e Ovidio .Per entrambe il professor Cosimo Tammaro,insegnante di italiano e storia, dava inesorabilmentequattroe qualche volta anche con meno meno e tutte le volte aveva ragione.
La stagione della poesiagiovanile si fa gioiosa, armonica, con le poesie in dialettorecitate sulle piazze,contenute nella raccolta“Poeti d’Abruzzo “ ,appunto raccolta di poesie in vernacolo curata dalla Settembrata Abruzzese di Pescaraedita nel 1973.
Continua con un sodalizioda pendolari. Mi sono ritrovatonel 1976 sul treno Sulmona L’Aquilada pendolare. Con me Totò Barrasso e Raffaele Santini.Viaggi quotidiani di andata e ritornoin vetture troppo calde o troppo fredde,scarsamente illuminate , piene di fumo di sigarette e disigaro toscano, ma anche di racconti, idee, storie,sentimenti , progetti,e …poesie.
E’ nato così “Siamo andati eppoi tornati”un volume stampato a Pratola da un altro storico tipografo Arsgrafica Vivarelli nel 1978 con la prefazione dell’amico Franco Cercone. In quel volume collettivo, “Esercitazioni” contiene appunto esercitazioniin cuii versi si fanno più polposi ele parole si cominciano a misurare,come si misura il proprio io “ E non esiste/ che un confine/ io/ e il mio mondo”. Con un senso nuovo del tempo che passa “ La luce /che se ne va/la noia/e la tristezza/di restare/la voglia di andare/ con la luce/ che muore. Un senso oraziano del tempo ma anche la consapevolezza di incomunicabilità “ Appoggiare il cielo/ sui binari/dritti, uguali e paralleli,/ed entrare nella nebbia,/fianco a fianco/seduti e allineati/cercando di incontrarsi”.
Parole che non si misurano più nel volume successivo “ Santabarbara amore mio” pubblicato da L’Autore Libri di Firenze nel 1989. ”Parole ,suoni e rumori , - come recita la quarta di copertina-colori , umori, sognirealtà del mondotrasposti nella periferia di una città di provincia.
Il racconto della finzione e della realtà in una periferia senza impianti industrialie ciminiere, densa di spazi verdi e montagneimmediatamente a ridosso ,che sembrano proiettarsi sui tetti delle case.
L’iperbole di un’osmosida diaspora quotidiana tra la periferia e il centro storico che si complica nella meditazione profusa di stranezze da borghese,grida di rivoluzionario,insignificanti accenti quotidianidell’io che si liberanoin meloee individuali e collettive. Chiamata a raccolta degli altri, del prossimo,dei diversi da sé con vezzosessantottescoormai stemperato e integrato per lusingati allontanamentiepesantiritornidal mondo dentro questo mondo.
Periferia di provincia vissuta e osservata da un flaubertiano uomo ordinato e normale come un borghese colpitoa tratti da folgorazioni , straniamenti ,percussioni, attimi di vita e di morte dai quali non riesce a prendere le distanze incapace di tirarsi dietro una volta chiusa la porta di casa alle spalle.
Ma la stagione del “cloro al clero” , delle scritte sui muri, delle grandi manifestazioni di piazza statramontando.
Arrivano le poesie di “Stelle in corsa” pubblicato da Edizioni Qualevita di Torre dei Nolfie arriva la stagione delle letture dei grandi poeti Montale Penna, Ungaretti Luzi Caproni, Merini ,Raboni, Quasimodo, Cucchi con uno sguardo a Baudelaire. Prevert, Lorca ,Pennati, D’Elia, Vivianima anche Campana e tanti e tanti altri. Le parole assumono un altro sensoe un’altra sintesi “ Piange l’autunno quietamente. Corrono /gocce di piaggia lucente/ sui lucenti vetri.” o un altro respiro ,semplice , quotidiano: ” Solo un cane sento sovente/allegro abbaiare./Misura il tempo/ripensando alle corse./in un mare odoroso di terra/e d’albe./Certo dei sogni della notte passata/mi offre gli occhi/che sanno riconoscere l’allegrezza.”
“Stelle in corsa “ è in realtà un omaggioa Sandro Penna. Alla sua vocedi sogno e di realtà. Punto d’incontror di ritorno. Ad ascoltare la sua voce, l’originalità della vita è una visione su misura. Trascorre (scorre) la sua poesia colloquiale e sapide come trascorre (corre) la vita. Visionaria come la vita vola alta e poi scende con ali di gesso fino in fondo alla valle. La valle amabile, passionale,reale,fantastica, dolce e crudele della terrena esistenza. Esistenza che corre al dritto e ai rovesci come le stelle in corsa al punto di scomparire dietro una curva. La curva celeste che tutto nasconde dell’universo, oltre il cielo visibile, la stessa curva che nasconde la strada. La strada persa e ritrovata, in pianura, in salita, in discesa. La strada della vita e la strada della morte.
A fianco di questa colonna sonora tutta personale, silenziosa e intima corre la collaborazione al Progetto “Uomo Ambiente” di Vincenzo Battista che ha prodotto non solo i volumi“La Via del grano”, “La terra dello zafferano” e “La via dei carrettieri” che contengono testiper i qualiho fatto ricerche storiche, trascritto interviste della fonte orale,avanzato ipotesi di ricerca e determinato alcune scelte metodologiche,ma anchee soprattutto una amicizia che dura nel tempocon Vincenzo Battista ma anche con Duilio Chinante e Lorenzo Nanni.
Anche in quel caso tutto comincia dall’eremo di Sant’Onofrio , dalla storia di fra Pietro del Morrone divenuto papa Celestino Ve da un volumedal titolo “La memoria e il Morrone”stampatodalla Provincia di L’Aquila in occasione della Perdonanza celestiniana dell’anno 1987.
Mi piacerebbe tornare a parlare più estesamente di questa esperienza. Sarà l’oggetto di un altro post?
“Il gigante e la farfalla “ Romanzo collettivo d’Ottocento, pubblicato nel giugno del 2002 da Edizioni Qualevita è la riproposizione in chiave letteraria delle vicende del brigantaggio post-unitario, inteso non tanto e non solo come fenomeno sociale e politico ma come momento di vita del nostro paese. Una vita vista dalla parte della quotidianità dei protagonisti,dalla parte di dentro, dove per protagonisti si intendono generazioni di uomini e di donne che sono vissuti nella terra d’Abruzzo in un particolare momento della sua storia e dove, per dentro,si intende, ancora, la discesa nell’anima e nei sentimenti degli esseri umani.
Un racconto narrato con una scansione secondo sequenze temporali che nella dimensione del tempo e dello spazio della nostra regione,trova punti di riferimento in fatti pubblici e privati, oggettivi e interiori, costituendoun’attrazione sul passato ma soprattutto sul futuro. Un racconto con una voluta frammentarietà in quanto non pretende di sostituire la conoscenza storicae l’interpretazione degli stessi fatti storici,che il lettore sa di doversi procurare per conto proprio, madi esporre un punto di vista.
Il racconto della “storia” è qui uno “sguardo” con un punto di vista che è costante perché universalmente umano. Cioè si basa sul presupposto che inogni tempo e in ogni luogo l’uomo abbia provato e provigli stessi sentimenti di fronte ad avvenimentiche spesso sconvolgono il mondo in generale e in particolare il proprio mondo. Avvenimenti che ripropongono le domande di sempre : il male, il tempo la responsabilitàindividuale , la guerra e la morte,l’amore e l’odio, la sofferenza, la felicità, le passioni ,la solitudine. Un presupposto, dunque, che porta a dare , per esempio, lo stesso valore alle sofferenze da qualunque parte provengano.
Far vivere il passato non attualizzando la storia che si racconta ma attualizzandone i sentimenti, le gioie, i dolori, la lotta per soddisfare i bisogni , che è la sostanza del vivere umano oggi, come ieri, come domani è il tentativo sperimentato in questo volume. Tentativo che si avvale di un testo che combina insiemeracconto dei fatti, memoria, diario,epistolario,saggio, senza alcuna posizione a monte, perché l’importanza è data dalla vita, cioè da quell’insieme di gesti , riflessioni, pensieri, slanci, desideri, progetti , dolori, amori esofferenze che sono la vita stessa e parte di essa.
Scritto come una continua successione di passi , avanti e indietro,dentro un mondo , quello della fine dell’Ottocentosu cui si richiama l’attenzione degli uomini di oggiper cercare valori da riproporre.
Un racconto nel racconto che fondele parole dette dai personaggi , dagli uomini e dalle donne che con le loro voci, con i loro pensierianimanoil tessuto narrativo .E con loro si confonde anche la voce impersonale del narratore.
Si narra la storia di un carabiniere e di un brigante, Chiaffredo Bercia e Croce di Tola detto Crocitto, il gigante e la farfalla che si incontrano tra le montagned’Abruzzo. Una storia durata dieci anni dentro un’altra Storia, quella che ha sconvolto mezzo mondoe l’altro mezzo mondose la ricorda ancora.
Un’epica che crede nelle energie positive dell’uomo fuori dagli stereotipi,luoghi comuni, giudizi sommari che diventanoin molti casi “caricature della storia”. La lotta tra il carabiniere e il brigante di allora non è solo la lotta in un particolare momento della storia del nostro paesema metafora di altro, chiave di lettura di mondi diversi, anche del nostro mondo attuale.
Si narra anche di comeuna città , Sulmona, viva il dramma del brigantaggio e trovi la capacità per crescere non solotra acclamazioni per Garibaldi e Vittorio Emanuele ma anche tra idee feconde , costruttive e idee pazze come quella di abbattere, per esempio, Porta Napoli.
“Il chiostro e le mura” pubblicato nel giugno del 2003 da EdizioniQualevitavuole parlare della città di L’Aquila,attraverso un contributo all’immaginario urbano di questa città; attraverso la riscoperta di un sogno custodito nel cuore della città.Il sogno che ha fatto L’Aquilacosì come essa è oggi. Viaggioin un immaginarioche ha prefiguratocon anticipo la realtà ma che ne è la radice, a volteirrinunciabile, perché patrimonio di idee, visioni,storie tradottein pietre , edifici, architetture, istituzioni, atmosfere divenute realtà o restate utopia.
Così si legge sulla quarta di copertina del volume e dopo quello che è accaduto nell’aprile di quest’annoparlare della città di l’Aquila è difficile ma necessario.
E alloravoglio continuare la lettura di quella copertina che richiama una riflessione oggi più che mai necessaria.
Le “città invisibili” per Italo Calvino sono città inventate, immaginarie,fuori dallo spazio e dal tempo. Quante città inventate esistono? Che cos’è oggiper noi una città? Come ne parliamo? Ci sono molti modiper parlare della città: modi urbanistici, politici letterari, sociologici.
Di tutti questi modi dobbiamo parlare di L’Aquila. Il parlare chiama in causa però critica e progettualità; ci impegna a trovaree stabilire correlazioni tra diverse conoscenze,tra interventi e ricerca. In sostanza amescolarelivelli separati ed esclusiviquali l’oggettività e la soggettività. Quanto più è difficile vivere nella città o vivere la città ,tanto più e necessario parlarne. E’ importante tornare a visitare il sognoche nasce dalcuore delle città invisibili perché la loro descrizione è spesso, descrizionedei problemi della città che viviamo ogni giorno.
Le città sono un insieme di tante cose: memoria, progetto, segni, sogni , luoghi ,scambi. Scambi che non sono solo quelli delle merci ma di parole , desideri, ricordiche fondano storia, arte, architetture,proprio con la vita di ogni giorno. La cittàallora è una sfidaal nostro sistema di pensiero : da una parte diritti, doveri,interessi, vantaggi e svantaggi,dall’altro pluralismodei significati, dei luoghi , dei modi in cui si realizzano le identità dei singoli. Le città invisibili sonoanche quelle realiche non riusciamo più a vedereperché“ il guardare” di oggi non sa piùvedere. Sapremo guardare L’Aquila per vedere di nuovo L’Aquila?
Un discorso a parte meritano due libri “Sulmona e la sua storia”pubblicato nel1972 da Italia Editoriale ma in realtà pubblicata dallaLibreria Editrice dell’amico Antonio di Cioccio e stampatonella storica tipografia Labor diVia Ciofanoa Sulmona e “Bibliografia storica di Sulmona e dellaValle Peligna”pubblicata nel 1974 a cura dell’Associazione Sole Italico . Un discorso a parte perchéevidenziano una stagione della mia vitaricca di studi storici, di collaborazioni, di incontri ,di relazioni personali.
“ Sulmona e la sua storia”inaugura unaquarantennale amicizia con Antonio Di Cioccio, libraio di Piazza XX Settembre con il quale ho pubblicato successivamente solo una “Guida di Sulmona “ e nient’altro . Ma è il punto di partenza diuna relazione appunto di amicizia che negli anni rimane intatta fino ad oggi quando , recandomi abitualmente a Sulmona, mitrovo a volte a passeggiare per il Corso con lui. Ormaichiusa la libreria si è dedicato a ricostruire la sua attività di editore in una realtà locale viva ericca di espressioni e voci come quella, una per tutte, di Ottaviano Giannangeli. Da questa sua esperienza ha trattouna preziosa pubblicazione di cui appunto abbiamo parlato passeggiando con nostalgia di uomini e tempi.. Un uomo, un intellettuale di provincia, unimprenditorerimasto integro nel suo sentire e nel suo credere ad un impegno civileragguardevole per le stagioni economiche politiche e sociali attraversate dalla sua lunga attività di librario in Sulmona.
Le ricerche contenute in “Sulmona e la sua storia” sono anche il frutto della frequentazione della Biblioteca Comunale di Sulmona e dell’amicizia con il suo bibliotecario , mio omonimo, Mario Marcone, frequentazione poisfociatanell’adesione alla Società Abruzzese di Storia Patria il cui presidente a L’Aquila , Walter Capezzali è figura ammirevole di dedizione alla Biblioteca Provinciale “S. Tommasi”, di cui a lungo è statodirettore e cheha permesso, a me e all’amicoVincenzo Battista di percorrere , in lungo e in largo, tutte le collezioni di abruzzesistica.
“Bibliografia storica di Sulmona e della Valle Peligna” nascecome secondo volume di una collana a cura dell’AssociazioneSole Italicoche segnauno splendido giovanile sodalizio con uominie studiosi comeCesare Occhiolini eRenato Tuteriin particolare oltre a Dante Pace, Don Virgilio Orsini bibliotecario della Diocesana, Rocco Scarascia ,Antonio Pecilli, ed altri. E’ il momento culminante di una attività di ricerchearcheologiche ,monumentali, speleologiche,naturalistiche. Sono gli anni in cui attiva a Sulmona èanche l’Associazione Italia Nostra , Ezio Mattiocco pubblica i Quaderni del Museo Civico e poi i suoi monumentali studi su Sulmona .
La bibliografia storicaè il secondo volume di una collana inaugurata con un volume di Renato Tuterisu la Dea madre peligna , unastatua fittile rinvenuta dallo stesso Renato in una sua esplorazionedi un sito archeologico e a lui affidata in custodia dalla Soprintendenza archeologica di Chieti dove attualmente lavora sua figlia Rosannaallevata con latte e preistoria.
Anche questo sodalizio parte da un libro anzidaun estrattodegli Atti della Società Toscanadi Scienze Naturali cheriferisce di “Ricerchenella Conca Peligna e dintorni” di Cesare Occhioliniossia illustra il ritrovamento della sepoltura di un guerriero italico con il suo corredo ritrovata nella campagna do Popoli. Un estratto e l’incontro conuno studioso della levatura di Radmilli A.M.
La bibliografia èun omaggio a Camillo Minieri Riccio e a Giovanni Pansa ed è un amore in nuce per i librima ne parleròancora.
E tornerò a parlare anche di altrepoesie come quelle raccolte in “Sommazioni e diminuzioni” , appunto poesieper certi versi prosa e per altri versi poesia che richiamano quasiil teorema dell’energia cinetica e conservazione dell’energia ovvero:” L’energia cinetica di un sistema di particelle è la somma delle energie cinetiche delle singole particelle” ovvero ancora in altre parole il sensoe il limite della poesiasenza la quale si arriva alla morte “ … senza aver conosciuto il profondo/ senso d’esseruomonato a una sola /vita, cui nulla, nell’eterno, corrisponde…” come dice Pier Paolo Pasolini anche se poila parola uomo a volte desta ilarità:” Si scrivono miliardi di poesie/ sulla terra ma in Giove è ben diverso./ Neppure una se ne scrive. E’ certo/la scienza dei giovianiè altra cosa./ Che cosa sia non si sa. E’ assodato/ che la parola uomolassù desta/ ilarità.”come ci ricorda Eugenio Montale.
Ed anche di discoli e di bulli
Dall’eremo di Vado di Sole di L’Aquila la sera di giovedì 10 dicembre 2009.
"Mallarmè riteneva che all'intellettuale e al poeta,in specie, non restasse altro da fare che scolpire il proprio nome sulla tomba, celebrando così un lutto cne iniziato agli esordi stessi della scrittura(per via del suo stesso statuto che la vuole inesorabilmente postuma)rinvia poi alla consapevolezza,questa sì tutta mallarmeana,del gioco insensato di scrivere..." Scrivere dunque in un blog come ho cominciato a fare ora è un felice atto di nascita o un luttuoso atto di morte. E' comunque scolpire un nome, un titolo .Neessuna delle due cose. E' sottrarre all'assenza la scrittura ,consegnarla appunto dalla nascita alla morte facendo da tramite tra due assenze. Che ne dici tu che per avventura mi stai leggendo? Secondo l'inquietitudine di Platone la scrittura rappresenta una sorta di energia,di volontà autonoma che si dispiega proprio grazie all'assenza originaria. Di qui la pluralità delle valenze che può assumere e degli effetti che può produrre. Scrivere dunque in una vita assimilata ad un libro che si srotola.Scrivere di poesia, di vita , di storia e storie di vita ;creare indizi per raccontare storie, scrivere storie per indizi. Ma questo non è un manifesto e non deve esserlo. Che fare in un blog. Lo vedremo strada facendo anche perchè non sono molto pratico dello strumento informatico che ho cominciato ad usare da poco complice una maggiore libertà dal lavoro che faccio da quarant'anni e il terremoto. Si il terremoto che ha creato in una città ormai deserta alcuni eremi. Io ora vivo in quello di Vado di Sole avendo dovuto abbandonare la mia casa di Via Beato Cesidio.Dalla finestra di questa casa vedo l'Aquila ovest per alcuni chilometri . (Dall'eremo di Via Vado di sole dunque questo primo Osservatorio di confine delle ore 22,45 del 25 novembre 2009)