martedì 20 settembre 2011

COTTO E CRUDO Il progresso navigava con la noce moscata

COTTO E CRUDO Il progresso navigava con la noce moscata

La Via delle Spezie. Dall'antichità a Vasco de Gama fino all'800, tra commercio e innovazioni tecnologiche

ROBERTO DUIZ

Fin dagli inizi del ’400, dalla Fortaleza de Sagres a Cabo de São Vicente, nel Sud del Portogallo, Enrico il Navigatore scrutava l’oceano e immaginava terre da esplorare oltre l’orizzonte che il suo sguardo non riusciva a superare. Organizzò una scuola di navigazione perché si mettesse a punto, in segreto, un tipo di nave capace di sfondare quel limite. Un vero e proprio laboratorio, in cui chiamò a cooperare geografi, matematici ed esperti di tecnica velica. Fu lì che nacque la caravella, prima nave tecnologicamente capace di dimostrare che il mondo non finiva lì dove cominciava il mare. Le imbarcazioni portoghesi presero ad avventurarsi lungo la costa occidentale africana, spesso tornando cariche di schiavi da scaricare e mettere in vendita nel porto di Lagos. Ma bisognò attendere quasi la fine del secolo perché Vasco de Gama arrivasse fin dove l’Africa finiva e scoprisse che si poteva continuare a navigare virando verso Est, oltre quello che fu chiamato Capo di Buona Speranza: andò così incontro agli aromi delle spezie d’Oriente lungo una via tutta liquida, navigando al largo, in questo modo liberando il lungo percorso da tutti gli ostacoli che dovevano superare le spedizioni via terra.

Perché non è che avventurandosi sempre più a fondo nel mondo ignoto grazie allo sviluppo della tecnologia marittima l’uomo occidentale scoprì le spezie. Furono piuttosto l’inseguimento delle spezie e la ricerca della via più scorrevole per commerciarle a stimolare l’esplorazione del pianeta. Di questo si dichiara convinto John Keay, autore di una recente e ricca ricostruzione storica e geografica ( La via delle spezie , Neri Pozza). «La scoperta delle Americhe, la circumnavigazione dell’Africa e l’individuazione del collegamento mancante nella circonferenza del mondo che fu il Pacifico - ribadisce deciso Keay - furono tutti rinvenimenti incidentali rispetto alla ricerca di odori forti e fragranze». Beni di lusso, le spezie, inessenziali, il cui fascino consiste proprio nella loro «gloriosa irrilevanza». Ma poiché la storia, per dirla con Keay, ama il paradosso, ecco che «le spezie diedero impulso allo sviluppo dell’ingegneria navale, della scienza della navigazione e di quella balistica che, con il tempo, conferirono alle potenze marinare dell’Europa occidentale la superiorità sulle altre nazioni consentendo loro di assurgere alla supremazia e all’impero».

Almeno due millenni prima di Vasco de Gama già le civiltà più evolute si spingevano avventurosamente verso i punti dove si poteva intercettare il passaggio di sostanze come la noce moscata, il chiodo di garofano e la cannella. Percorsi tortuosi via mare e via terra, infilandosi lungo ampi spezzoni terrestri della Via della Seta, che partiva dalla Cina. Il periodo greco-romano ha preceduto quello indo-arabo. E i cinesi, dal lato opposto, arrivavano a fornirsi alla stessa fonte. Plinio, Erodoto e Seneca ne fanno ampi cenni. Navigatori temerari e anche un po’ inaffidabili come il persiano Burzuk raccontano storie più fantasiose di quelle delle Mille e una notte . Diaristi di bordo e visionari di varie specie, come Mandelville, già viaggiante, stando ai suoi racconti, all’epoca di Ibn Battuta. A Oriente delle Indie affermava d’aver visto gente con la testa di cane o di uccello, quando non addirittura senza testa e con gli occhi piantati sulle spalle, e altre mostruose stranezze.

Descriveva isole lontane in cui cresceva ogni tipo di spezie, Mandelville. Già, ma quali isole? Quando Vasco de Gama trovò il varco liquido per l’Oceano Indiano, le isole Molucche e le Banda, galleggianti ancora più a Est, oltre il Mar della Cina, dove l’Oceano diventava Pacifico, non erano ancora state calpestate da piedi europei mossi da brama di Conquista, sostantivo che anche nelle bolle pontificie aveva sostituito quello di Esplorazione. Era lì, appena superato il Borneo e appena sopra l’ultimo sottile lembo d’Indonesia, il cuore della produzione delle spezie più pregiate e appetite. Ci arriverà un po’ più tardi Antonio d’Abreu, nominato comandante come premio per l’eroismo manifestato durante l’ultimo cruento assalto portoghese a Melaka, strategico porto della Malesia. Ma ormai la rotta per arrivarci da Nord-Ovest era tracciata. Scavallato il Capo di Buona Speranza si risaliva al largo della costa orientale africana, fino ad attraversare il Mare Arabo e raggiungere i porti di Goa, Calicut e Cochin nel Malabar, sulla costa occidentale indiana. Una volta poste lì le basi si circumnavigava l’India e Ceylon per attraversare il Golfo del Bengala e infilarsi nello Stretto di Malacca, tra Malesia e Sumatra, e procedere lungo tutta l’Indonesia fino ad approdare alle «isole delle spezie», su tutte Ambon, Timor e Ternate.

Ci si poteva arrivare anche dall’altra parte, come dimostrò Magellano trovando il passaggio a Sud-Ovest che dall’Atlantico immetteva nel Pacifico, ma fu sulla rotta di Vasco de Gama, tracciata a forza rivelando indole sanguinaria e carattere irascibile, che si svolse il più della lotta colonialista per il dominio sul commercio delle spezie, al cui primo periodo portoghese-spagnolo seguì quello olandese-inglese. Sfide sanguinose per il controllo delle basi necessarie al controllo di quel traffico: ne fecero le spese soprattutto i nativi, con un’attenzione particolare per quelli delle isole Banda, i più recalcitranti alla sottomissione e riguardo i quali le potenze europee condividevano un’opinione sintetizzata nelle istruzioni impartite ai capitani inglesi che definivano i bandanesi «irascibili, perversi, diffidenti e perfidi… perfino disgustosi, in certe occasioni, e quando si muovono sono più fastidiosi delle vespe». Un’opinione che «giustificò» torture, riduzione in schiavitù, deportazioni. E una soluzione finale chiamata «il massacro di Ambon».

L’egemonia lungo la «via delle spezie» passava di mano, ma il commercio rimase florido fino all’800. Il fascino di quei prodotti esotici non è però evaporato, anche se oggi irretisce prevalentemente i pacifici gourmet.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 20 settembre 2011

SILLABARI : Fanulloni

SILLABARI : Fanulloni

“Fannulloni”, il libro-inchiesta di David Perluigi pubblicato da Newton Compton Editori a fine ottobre dice molto: trattasi di un bestiario, di un florilegio che raccoglie, come si legge in copertina, “tutti i privilegi dei dipendenti pubblici a spese dei contribuenti”. Con stile sobrio, preciso e mai banale, l’autore racconta alcuni storie emblematiche di quello che fu il Bel Paese al fine di analizzare le indennità speciali, i premi produzione, i generosi scatti pensionistici, i benefit di lusso e i ridicoli controlli di cui gode la “casta” di chi lavora negli enti pubblici.

In altre parole, un viaggio dell’orrore negli esosi diritti di una classe ingiustamente privilegiata che ogni anno pesa come un macigno nella spesa dello Stato e irride con fare beffardo non solo i colleghi con etica adamantina (per fortuna ancora ci sono), ma anche quei lavoratori che, senza alcun diritto riconosciuto, pagano le tasse nonostante stipendi da fame. Gli argomenti trattati? Solo qualche esempio spulciando nell’indice dei capitoli: i pensionamenti del Senato, la legge 104 benedetta dai fannulloni, il manuale del perfetto assenteista, gli “inossidabili” forestali, lo scandalo dei lirici, il buono pasto e il bonus orario, camici bianchi ai Caraibi e lo stipendificio Rai.


Il libro di David Perluigi, d’altro canto, rappresenta anche un primo, severo giudizio nei confronti della lotta agli sprechi intrapresa da Renato Brunetta. Ecco, se ci fosse un lettore ideale per il lavoro del giornalista de Il Fatto Quotidiano, quello sarebbe proprio lui: il ministro per la Pubblica Amministrazione, nonché il politico che ha promesso una rivoluzione, ma che ora – magari dopo aver letto “Fannulloni” – sarà costretto a fare i conti con una mentalità dura a morire nel paese dei furbi autorizzati.

Infatti dice Brunetta :

Nel quinquennio 2008-13 la correzione dei conti pubblici dovuta alla riforma Brunetta contribuirà all’azione di risanamento per 62 miliardi di euro complessivi. Il numero di dipendenti pubblici, già ridotto di 70mila unità in due anni, continuerà a diminuire fino a un taglio complessivo di 300mila addetti entro il 2012.

Questo calo dell’occupazione (pari all’8,4 per cento) significa un aumento medio di produttività del 2 per cento circa.

Con il ministro Brunetta la caccia ai fannulloni è aperta: i dipendenti statali non potranno più fare i comodi loro e se verranno beccati senza far nulla potranno anche essere licenziati. Non c’è che dire, le premesse e le promesse sono ottime, ma David Pierluigi, grazie a questa inchiesta, ci ha spiega to che abuso e deregolamentazione all’interno degli enti pubblici sono ormai la norma.

Solo che sembra UNA BALLA MASTODONTICA perché più personale invecchia e non viene sostituito produce meno, ne sanno qualcosa nella sanità che personale anziano non vuole più fare i turni di notte e sta a casa ammalato perché non ci sono assunzione di personale infermieristico giovane. Vada a casa insieme al suo governo e la produttività dello stato salirà.

Ecco la biografia di David Perluigi che compare nel suo blog sul sito de Il Fatto Quotidiano

“Sono nato a Roma nel 1973, nel 1999 ho cominciato a collaborare con L'Espresso e per i quotidiani Il Manifesto e Il Messaggero, poi nel 2000 sono entrato a Radio Capital dove per due anni mi sono occupato di inchieste e del contenitore mattutino 'il caffè di Radio Capital' e con Alessandro Sortino di 'Scandali al sole'. Nel 2003 il passaggio a Radio Rai Uno dove ho lavorato al programma 'Italia, istruzioni per l'uso' con Emanuela Falcetti. Nel 2004 ho conosciuto Franca Leosini per collaborare alla parte giornalistica dei programmi di Rai Tre 'Ombre sul Giallo' e 'Storie maledette'. Nel 2007 ho lavorato alla prima edizione su Rai Tre di 'W l'Italia diretta' con Riccardo Iacona. Ho realizzato con Dina Lauricella per Report (Rai Tre) la goodnews: 'La ruota di scorta', poi nel 2007 sono stato uno degli inviati per i programmi de La7: 'Exit', 'Exit files' ed 'Effetto domino'. Da giugno del 2010 sono approdato alla redazione web de Il Fatto Quotidiano”.

da www.ilfattoquotidiano.it

L’INTERVISTA CON L'AUTORE

Lunedì scorso i Nas di Taranto hanno arrestato 26 dipendenti (medici, infermieri, tecnici e addetti alle pulizie) della Asl di Brindisi, accusati di truffa aggravata e continuata al Servizio Sanitario Nazionale: facevano timbrare il cartellino a colleghi compiacenti per poi assentarsi dal posto di lavoro e dedicarsi ai loro comodi. Uno spot formidabile per la lotta ai fannulloni intrapresa dal ministro Brunetta… A che punto siamo?

I dati in mano a Brunetta dicono che la sua azione ha prodotto un taglio del 35% delle assenze per malattia. Ma non ci sono dati sulla produttività dei dipendenti pubblici e l’azione del ministro si concentra solo sugli enti centrali (i ministeri, ndr), con molta meno forza invece su quelli locali, che raggruppano il 50% dei circa 3 milioni e mezzo di impiegati. Tanto per intenderci, quelli che lavorano negli uffici comunali, provinciali, nelle Asl, quelli con i quali il cittadino ha a che fare settimanalmente. Ecco, ad esempio, negli uffici pubblici locali non sono mai arrivati i famosi tornelli e così non si riesce mai a capire chi sia effettivamente sul posto di lavoro.

Oltre che un’inchiesta a puntate, il tuo libro è un florilegio dei modi di gabbare la cosa pubblica. Tra tante storie di malaffare e cattiva amministrazione, nella tua ricerca in giro per la penisola hai trovato esempi che contraddicono e smentiscono la cultura dei fannulloni? Insomma: è davvero tutto così marcio?

No, ho conosciuto medici che nonostante abbiano la possibilità di lavorare anche per il privato, dedicano anima e corpo al servizio ospedaliero pubblico. Per lavoro, inoltre, mi sono occupato delle scorte formate da carabinieri e polizia; agenti che finiscono quasi sempre per fare giornate di straordinario pagate con ritardi incredibili e in condizioni durissime, spesso ore e ore al freddo o sotto il sole cocente ad aspettare. Chi ha arrestato ad esempio il boss mafioso Salvatore Lo Piccolo, dopo ore di appostamenti giorno e notte è stato pagato un anno dopo e solo dopo essere sceso in piazza.

Nel tuo lavoro, giocoforza sei entrato in contatto con chi subisce le conseguenze del “fare-fannullone”. Tra la gente comune c’è più rabbia o scoramento? Voglia di cambiare o assuefazione?

Assuefazione e rassegnazione: il “fannullonismo” è divenuto un costume italico radicato nelle teste dei cittadini.

Dopo un viaggio del genere e tanti anni di giornalismo d’inchiesta, sei ancora in grado di scandalizzarti per la dilagante cultura del disservizio che vige in Italia?

Sì sempre, l’operazione all’Asl di Brindisi, dove i medici erano negli ambulatori privati a scapito del lavoro nel pubblico - facendo così allungare le liste di attesa per visite ed esami medici - non può non indignare tutti; ma lo stesso vale per il cancelliere del tribunale o il magistrato che, non recandosi al lavoro, allunga i tempi della giustizia.

Secondo te, l’informazione italiana in quale misura contribuisce a combattere questo malcostume?

Oggi l’informazione è meno garantista e ci sono importanti trasmissioni d’inchiesta, come ad esempio “Exit” o “Report”, che, con una puntata dal titolo “Gli intoccabili”, ha fatto storia sui dipendenti pubblici. Insomma, questo tipo di inchieste tv hanno fatto emergere il fenomeno e lo hanno fatto conoscere alla grande massa, raccontando il marcio della Pubblica Amministrazione.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 2o settembre 2011

lunedì 19 settembre 2011

REMIX : Maliconia e verità nel Romanzo popolare , raccontato da Mario Monicelli

REMIX : Maliconia e verità nel Romanzo popolare , raccontato da Mario Monicelli

Poco prima di regalarci quel grande capolavoro di comicità che è "Amici miei", Mario Monicelli riprende in mano la macchina da presa con "Romanzo popolare", commedia scritta insieme ad Age e Scarpelli, che divenne un immediato successo degli anni '70.

Giulio Blasetti è un operaio cinquantenne di Milano che si innamora di Vincenzina, giovane ragazza del sud da poco maggiorenne che, diciassette anni prima aveva tenuto a battesimo come padrino. Convolati a nozze e trasferitisi a Milano, i due danno il via alla loro vita coniugale, inaugurata, senza troppo aspettare, con l'arrivo di un bel bambino. Tutto procede per il verso giusto, fino a quando Vincenzina tradisce il marito con Giovanni Pizzullo, agente della celere nonché amico di famiglia. Il tradimento viene scoperto da Giulio, ma come andranno a finire le cose?

Perché "Romanzo popolare" è un film importante, nonostante una storia di certo non nuova (per il cinema e per la commedia all'italiana)? Il primo dato, quello più evidente ed apprezzabile anche ad una visione disattenta, è la regia di Monicelli, solida e capace di tenere le redini della pellicola, ma anche - per certi versi - innovativa ed originale nel raccontare la storia della crisi di una coppia.


I momenti più originali sono certamente le moviole con cui il protagonista Giulio si rivolge direttamente a sé stesso (a noi spettatori) ed analizza i suoi gesti, le sue parole con termini presi a piene mani dalle telecronache calcistiche.

Anche la struttura generale della pellicola è interessante: si apre con Giulio dall'estetista che ci racconta la sua storia. Il film è quindi un lungo flash-back, percorso da ulteriori sguardi al passato utilizzati, come nella scena della scoperta del tradimento di Vincenzina, per creare una notevole tensione narrativa.

Il secondo punto a favore della pellicola è la straordinaria performance attoriale di Ugo Tognazzi che, rafforzato dall'esperienza con Marco Ferreri, porta sul grande schermo un personaggio complesso e dalla psicologia sottile. E' indubbio che Giulio sia una persona dal carattere deciso, com'è indubbio che, nonostante il suo carattere un po' brusco e terra terra, sia profondamente innamorato di Vincenzina. Durante la sequenza in cui il tradimento viene scoperto, Tognazzi percorre con il suo personaggio uno spettro emotivo ampio e dettagliato, che va dalla rabbia alla delusione, dal dolore alla tristezza, dalla disperazione ad una dichiarazione d'amore sentita e commovente. Al suo fianco, i pur bravi Michele Placido e Ornella Muti dimostrano di essere dei buoni comprimari, ma senza brillare particolarmente.


Arricchisce infine la pellicola la colonna sonora firmata da Enzo Jannacci (che, insieme a Beppe Viola, ha anche curato i dialoghi in milanese di Tognazzi), sostenuta dalla bellissima canzone Vincenzina e la fabbrica.

Dice Mario Monicelli “Con Romanzo popolare ebbi molte soddisfazioni, perché in tutti i dibattiti che si fecero sul film, a Milano o a Torino, i partecipanti dicevano sempre: 'Finalmente nel cinema italiano si vede un operaio com’è veramente, con dei lati anche divertenti, con una cordialità: degli operai che fanno l’amore, che litigano, che hanno anche i loro problemi da risolvere sul piano sindacale'. Naturalmente mi ero rifatto un po’ a I compagni”.

Romanzo popolare è rimasto nella storia anche per la colonna sonora di Jannacci, in particolare per quel suo brano dolcissimo e struggente, "Vincenzina e la fabbrica" mentre la genialità della sceneggiatura risiede soprattutto nei dialoghi, scritti con la collaborazione di Beppe Viola ed Enzo Jannacci: il politichese di Tognazzi, con il suo accento lombardo pieno di metafore calcistiche, si contrappone al linguaggio da fotoromanzo di Vincenzina e alle pesanti inflessioni meridionali di Giovanni.

Scrive Stefano della Casa su Il Castoro (agosto 19986) A livello tematico agiscono più spunti: l'emancipazione nei rapporti uomo-donna;l'omologazione nei comportamenti proletari; l'impatto nord-sud quindici anni dopo la grande emigrazione. Come nei soggetti più riusciti del trio Age-Scarpelli-Monicelli, l'amalgama è perfetto, e soprattutto non nuoce al tono generale di commedia che consente al film l'ormai abituale successo di pubblico. In questo caso, inoltre, non si è

fatta una scelta di realismo perché i toni sono quelli, appunto, di un melodramma (come del resto denuncia lo stesso titolo e la canzone di Rosanna Fratello in funzione di leitmotiv): il realismo, se mai, è affidato ancora una volta a quella sorta di koiné linguistica usata dai protagonisti, che

mescola cadenze lombarde,influssi meridionali, gerghi calcistico-sportivi. Non a caso, questo complesso linguaggio è stato creato con la consulenza di Beppe Viola e di Enzo Jannacci.

La Muti è «lanciata» come attrice di commedia, ruolo che la condurrà al definitivo successo, mentre Michele Placido rimane fisso nella sua parte di immigrato meridionale un po' animalesco. Quanto a Tognazzi (il film era originariamente ambientato a Roma e pensato per Manfredi: la scelta di Tognazzí ha fatto sì che l'azione venisse spostata a Milano), Romanzo popolare cade all'apogeo della sua carriera, dopo che i personaggi dei film di Ferreri lo hanno fatto definitivamente accettare dalla critica. l'affresco di una classe operaia che esce dalla retorica (anche di sinistra) e che si avvia sulla strada dell'omologazione - come Pasolini va scrivendo proprio in quel periodo - è erfettamente riuscito. Monicelli ritrova la freschezza delle sue opere migliori, e quella matrice «nazionale» e «popolare» che lo caratterizza più di ogni altro regista italiano.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì 19 settembre 2011

SILLABARI : Democrazia

SILLABARI : Democrazia

"Politica" è una parola bastarda. Ha molti padri e madri. Non è sempre la stessa cosa. Dipende da chi la genera e per che cosa.

Per chiarire, mi avvalgo d'una citazione di George Orwell. Nel 1948, scriveva (in Writers and Leviathan): «Questa è un'epoca politica. La guerra, il fascismo, i campi di concentramento, i manganelli, le bombe atomiche sono quello a cui pensare». Se non si parlava di campi di sterminio e di genocidio, era per la diffusa ignoranza di ciò che era effettivamente accaduto nel cuore dell'Europa. Auschwitz sarebbe in seguito assurto a simbolo di una certa concezione della politica. Il che è certo molto imbarazzante per la politica stessa.

Questa visione della politica è terrificante. Ha come madre la potenza sopraffattrice, nelle relazioni tra i popoli e tra parte e parte, tra i dominatori e gli oppressi, all'interno dei popoli. L'uso di categorie primordiali come, ad esempio, quelle di amore e odio, per dividere il campo dell'agone politico, sono il riflesso di questa concezione della politica basata sulla malevolenza tra gli esseri umani.

La concezione opposta della politica è espressa in una frase di Aristotele. Se là la politica è violenza e prepotenza, qui «compito della politica pare essere soprattutto il creare amicizia» tra cittadini, cioè legame sociale (Etica Eudemia, 1234 b).


Con le parole di Hannah Arendt (Was ist Politik? - inediti del 1950, pubblicati nel 1993, trad. it. Che cosa è la politica? Torino, Comunità 2001, pp. 5 ss.), ciò che è proprio di questa concezione della politica è l'essere collocata infra, in mezzo, tra le persone. La virtù politica è propria di coloro che amano stare "con" le altre persone, non "sopra", nemmeno "accanto" o, peggio, "altrove"; di coloro che conducono la loro vita insieme a quella degli uomini e delle donne comuni, stando dentro le relazioni personali e di gruppo, quelle relazioni che, nel loro insieme, fanno, di una semplice somma d'individui, una società. Chi disdegna stare con le persone comuni, credendosi diverso, e il suo cuore batte piuttosto per i salotti, le accademie, le fondazioni culturali, le tavole rotonde, gli studi televisivi, potrà certo essere un'ottima persona. Ma non è adatto alla politica in questo senso. Ciò è così vero che, proprio gli uomini politici più distanti dalla vita della gente comune, che disprezzano, fanno a gara nel dar prova di atteggiamenti populistici e volgari, per far mostra d'essere uguali agli altri, "uno di loro"; in realtà offendendoli e insultandoli, nel momento in cui le trattano non come cittadini ma come plebe.

Forse non abbiamo mai pensato che tra tutti i regimi politici, la democrazia è l'unico che presuppone amicizia tra governanti e governati. I regimi autocratici o oligarchici, comportano separazione che, nel caso migliore, si traduce in indifferenza, in quello peggiore, in inimicizia e avversione. Solo la democrazia vive e si alimenta di un circuito di reciproca fiducia che può esistere solo a condizione che i governanti non si costituiscano in classe separata, solo a condizione che i cittadini comuni non li vedano come cosa diversa da sé.

Che significa classe separata? Innanzitutto che, una volta entrati in uno dei luoghi della politica, si sia acquisito il diritto di non uscirne mai più, fino a quando provveda la natura. I ceti o le caste delle società premoderne erano stratificazioni sociali alle quali si apparteneva dalla nascita alla morte. Oggi, al ceto politico di regola non si appartiene per diritto di nascita, anche se non manca, anzi si moltiplicano i casi di nepotismo, di familismo e di trasmissione ereditaria delle cariche politiche. In politica oggi, di norma, "si entra", o, come si dice autorevolmente, "si scende" (una volta si sarebbe detto "si sale" o si "ascende"), ma, una volta entrati non se ne vuole più uscire. Se proprio occorre lasciare un posto, ce n'è sempre un altro cui aspirare e che ci attende. Oggi quello che importa è entrare in un giro di potere. A che "giro" appartiene? ci chiediamo, vedendo qualcuno che "gira", per l'appunto, da un posto all'altro. Quando entri in un giro, non ne esci più, a meno che tu abbia tradito le aspettative di chi ti ci ha messo.

Questa è la separazione: tra chi, in un giro del potere, c'è e chi non c'è. E volete che chi non c'è non si senta mille miglia lontano da chi vi è dentro? Che non si consideri appartenere a un altro mondo? E, all'opposto, possiamo credere che chi è dentro non consideri chi è fuori un potenziale pericolo, un'insidia per la propria posizione acquisita, e non faccia di tutto per restarci aggrappato, impedendo accessi non graditi al proprio giro chiuso o, almeno, per gestirli secondo propri criteri, in modo che gli equilibri acquisiti non siano scossi? Ma questa è la sclerosi della politica. Quando si sente dire che occorre promuovere il rinnovamento della classe dirigente e, per questo, bisogna "allevare" nuove leve politiche, il linguaggio – l'allevamento - tradisce perfettamente l'orizzonte culturale in cui si pensa debba avvenire il cosiddetto "ricambio", quel ricambio che tutti a parole dicono necessario ma che, secondo l'idea dell'allevamento, è perpetuazione dello status quo che produce cloni.

Di quest'atteggiamento di separatezza e, in definitiva, di inimicizia, testimonianza eloquente è l'atteggiamento del mondo politico nei confronti della cosiddetta "società civile", un'espressione e un concetto che non ha mai goduto di buona fama, soprattutto a sinistra. Questa è una lunga storia che sarebbe da ricostruire interamente, a partire da quando, dopo la Liberazione, effettivamente la pretesa dei partiti di rappresentare tutto ciò che di "politico" vi era da rappresentare, era giustificata. Ma oggi? Oggi, una società civile è difficile negare che esista. Dobbiamo capirci. Assai spesso – per squalificarne il concetto stesso – la si intende come "i salotti" dove s'incontrano persone disparate che presumono d'essere élite del Paese e si auto-investono di chissà quale compito salvifico, o come lobby più o meno segrete o gruppi d'interesse settoriale che curano i propri affari, legalmente e talora anche illegalmente tramite corruzione o collusione. Da tutto ciò, che ha niente a che fare con la democrazia, la politica dovrebbe guardarsi. Da questa "società civile", piuttosto "incivile", chi si occupa di politica dovrebbe cercare di stare lontano, il più possibile.

Ora, chi vuole difendere il circolo chiuso della politica e i suoi sistemi di cooptazione demonizza la società civile identificandola con questi ambienti. Ma è un'operazione che sa di diversivo, cioè di tentativo di spostare l'attenzione su un falso obiettivo, effettivamente indifendibile.

La società civile esiste, ma è un'altra cosa: è l'insieme delle persone, delle associazioni, dei gruppi di coloro che dedicano o sarebbero disposti, se solo ne intravedessero l'utilità e la possibilità, se i canali di partecipazione politica non fossero secchi o inospitali, a dedicare spontaneamente e gratuitamente passione, competenze e risorse a ciò che chiamiamo il bene comune. Quante sono le persone, singole e insieme ad altre, che a partire dalle tante e diverse esperienze, in tutti gli ambiti della vita sociale, a iniziare dai più umili e a diretto contatto con i suoi drammi e le sue tragedie, sarebbero disposte a dare qualcosa di sé, non per un proprio utile immediato, ma per opere di più ampio impegno che riguardano la qualità, per l'appunto civile, della società in cui noi, i nostri figli e nipoti si trovano e troveranno a vivere? Da quel che mi par di vedere, tantissime. Quando si parla di politica e di sua crisi, perché l'attenzione non si rivolge a questo potenziale serbatoio di energie? Non per colonizzarle, ma per trarne, rispettandone la libertà, gli impulsi vitali. In fin dei conti, sono questi "servitori civili", quelli che più di altri conoscono i problemi e le difficoltà reali della vita nella nostra società. C'è più sapienza pratica lì che in tanti studi accademici, libri, dossier che spesso si pagano fior di quattrini per rimanere a giacere impilati. Perché c'è così poca attenzione e apertura, anzi spesso disprezzo, verso questo mondo?

La risposta alla domanda formulata sopra è semplice: la scarsa attenzione, se non l'ostilità, dipende dalla difesa di rendite di posizione politica che sarebbero insidiate dall'apertura. Non c'è da fare tanti giri di parole: è la sempiterna tendenza oligarchica del potere costituito. Viene in mente la frase dell'abate Siéyès con la quale inizia il celebre libello "Che cos'è il terzo stato", un testo che contribuì a creare autocoscienza in chi allora – la Francia pre-rivoluzionaria – chiedeva riforme: "Che cos'è il terzo stato? Tutto. Che cos'è stato finora nell'ordinamento politico? Niente. Che cosa domanda? Diventare qualcosa". Noi potremmo tradurre: "Che cos'è la società civile? Molto. Che cosa è nell'ordine politico? Quasi nulla. Che cosa occorre che diventi? Qualcosa".

Sotto questo punto di vista, c'è oggi in Italia una specifica situazione d'emergenza politica e democratica, rappresentata dalla legge elettorale vigente, con la quale rischiamo di essere chiamati alle urne, nel momento in cui – col favore dei sondaggi- piacerà a chi di dovere. Questa legge sembra, anzi è, fatta apposta per garantire l'impermeabilità del ceto politico, la sua auto-referenzialità, per munire la sua separatezza. È una legge, nella sua essenza, dello stesso tipo di quelle vigenti nelle dittature di partito. Il fatto che non vi sia "il" partito, ma vi siano "i" partiti, non cambia il giudizio. La sua ratio, come direbbero i giuristi, può esprimersi così: dall'alto discende il potere e dal basso sale, o si fa salire, il consenso. Ma questa non è democrazia. E', se si vuole," democratura", secondo la felice e, al tempo stesso orrenda, espressione dell'esule bosniaco Predrag Matvejevic. Col sistema elettorale attuale, i vertici dei partiti – tutti quanti – dispongono dell'intero potere di definire chi formerà la rispettiva corte in Parlamento. Non è poca cosa per loro e questo spiega il fatto che, a suo tempo, quando fu approvato, non ci sia stata una reazione adeguata. Il potere si è capovolto e cominciamo ad accorgercene. E ci accorgiamo di quanto ciò finisca per alimentare sentimenti, risentimenti e atteggiamenti anti-politici, da cui tutti, meno i demagoghi, hanno molto da perdere.

La ragione per non andare più a votare con questa legge elettorale non si riduce alla pur rilevantissima stortura ch'essa comporta: il fatto cioè che deputati e senatori siano nominati dall'alto, senza alcuna possibilità d'influenza degli elettori, altro che nel distribuire il numero di "posti" che spettano all'uno e all'altro partito, assegnati poi a questo o quello per beneplacito altrui. La posta è assai più grande: per i partiti è il dilemma tra l'apertura alla società o la chiusura; per i cittadini tra la politica e l'antipolitica, tra la partecipazione e l'esclusione politica, tra la fiducia nella democrazia e il risentimento contro la democrazia.

Quando parliamo di democrazia, però, non pensiamo solo a partiti, elezioni, parlamenti, governi, e cose di questo genere. In una parola, non pensiamo solo a forme e istituzioni politiche, cioè a tecniche di governo. Pensiamo anche a una sostanza della società.

Ora, la domanda da porre è se ci può essere democrazia come forma in una società non democratica. La risposta è sì. Ci può essere. Ma che genere di democrazia? La democrazia come tecnica di governo, innestata su una realtà sociale non democratica, non fa che amplificarne e moltiplicarne i caratteri non democratici o antidemocratici, rappresentandoli, generalizzandoli e, per così dire, rendendoli obbligatori per tutti. Per esempio, noi non diremmo certo che una società a maggioranza razzista e xenofoba è democratica. Questa società può senz'altro governarsi in forme democratiche, cioè la maggioranza può imporre per legge la sua visione del mondo razzista e xenofoba. Questo ci dice che la democrazia, intesa solo come forma di reggimento politico, non è affatto più tranquillizzante di altre. Sotto certi aspetti, anzi, fa più paura, perché ha dalla sua la forza del numero. Questo spiega il fatto che la democrazia può essere, o diventare, odiosa al pari e forse più di altre forme politiche. Ciò accade quando alla forma (democratica) del potere corrisponde una sostanza non democratica della società.

Ma che cosa è una società non democratica? In breve: una società in cui esistono discriminazioni e disuguaglianze, tali che una parte, per così dire, viva bene sopra un'altra che vive male e questa differenza alimenta odio e violenza. Usciamo dal generico: è una società dove qualcuno possa dire: "questa è casa mia" e tu sei un intruso ch'io posso escludere e respingere a mio piacimento; dove, se non ti "integri", cioè non ti rendi irriconoscibile nella tua identità, non hai diritto di cittadinanza; dove la povertà e il disagio sociale sono abbandonati a se stessi, nella solitudine; dove il lavoro non è considerato un diritto, ma solo un fattore dell'impresa subordinato alla sua logica e dove i disoccupati e i precari sono solo un accidente fastidioso di un "sistema" e non un problema per tutti; dove l'istruzione e la cultura sono riservati ai figli di coloro che possono; dove la salute è il privilegio di chi può permettersi d'affrontare le spese che la sua cura comporta. Noi avvertiamo queste discriminazioni in modo sempre più acuto. La povertà, l'insicurezza e la solitudine aumentano, anche se spesso hanno vergogna di mostrarsi, come bene sanno coloro che operano nei servizi sociali, pubblici e privati. Il divario tra chi può curare la propria formazione culturale e chi non può aumenta, e spesso si manifesta in questa forma odiosa e umiliante per il nostro Paese: chi può manda i suoi figli fuori dell'Italia. La disuguaglianza giunge a segnare i corpi, divide quelli bene curati e quelli degradati: addirittura lo stato dei denti è diventato, anzi ri-diventato qual era un tempo, segno di condizione sociale.

E noi vorremmo che tutto ciò non ingeneri inimicizia sociale? Sarebbe ingenuo sperarlo. E vorremmo che chi sta dall'altra parte della società, quella che dal basso guarda a quella che sta in alto, non nutra diffidenza, per non dire di più, verso una democrazia che accetta questa loro condizione? Una condizione che non giustifica certo, ma spiega il carattere violento dei rapporti anche quotidiani tra le persone, di chi si sente più forte sul più debole e del debole come reazione al forte, nelle infinte situazioni in cui quel divario può essere fatto valere, nelle famiglie, nella strada, nelle scuole, nelle fabbriche, nei rapporti tra uomo e donna, tra "normale" e "diverso", eccetera. È all'opera l'incultura della sopraffazione che è l'esatto opposto dell'ethos necessario alla democrazia.

Qui, nella denuncia della mentalità dilagante, nella difesa e promozione di una cultura della convivenza e nell'azione per contrastare l'incultura della violenza, c'è un compito che ci riguarda tutti, in quanto questa società non ci piaccia affatto. Ci riguarda come cittadini cui la democrazia sta a cuore come un bene cui non vogliamo rinunciare. Ma riguarda anche i cittadini che militano in partiti politici che hanno la parola democrazia nelle proprie ragioni fondative o addirittura nel proprio simbolo. Ecco un'altra buona ragione per abbandonare l'idea che la politica si faccia principalmente nelle stanze dei palazzi del potere o negli uffici delle burocrazie di partito, che il buon politico sia quello esperto di "scenari", alchimie, tattiche e strategie. Tutto questo è importante, ma non basta. Siccome non basta, abbiamo il dovere di chiederci: dove siamo quando nel nostro Paese si avvelenano i rapporti tra le persone, nelle tragedie dell'immigrazione come in quelle delle famiglie di senza-lavoro e nei drammi del lavoro senza sicurezza; nelle proteste per una scuola che affonda come nella tragedia di chi è colpito dalla forza scatenata della natura: nei nostri uffici o tra chi ha bisogno di solidarietà? Ecco perché è necessario stringere i rapporti tra partiti e società, abbandonare l'idea e le pratiche che fanno pensare che gli uni possano fare a meno dell'altra, e viceversa.

Gustavo Zagrebelsky, lezione sulla democrazia

La Formazione Politica alla Festa Nazionale di Torino

Le foto sono di Ida Rossi

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì 19 Settembre 2011

mercoledì 14 settembre 2011

AUTODAFE’ : Guasto è il mondo

AUTODAFE’ : Guasto è il mondo

«C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere, oggi. Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale: anzi, ormai questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane. Sappiamo quanto costano le cose, ma non quanto valgono. Non ci chiediamo più, di una sentenza di tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia giusta, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società o il mondo. Erano queste, un tempo, le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta. Dobbiamo reimparare a porci queste domande. Abbiamo visto come lo spettro del terrorismo sia sufficiente a seminare lo scompiglio in democrazie stabili. I cambiamenti climatici avranno conseguenze ancora più drammatiche. Le persone saranno costrette a far ricorso alle risorse dello Stato, si rivolgeranno ai loro leader e rappresentanti politici per chiedere protezione: le società aperte torneranno a ripiegarsi su se stesse, sacrificando la libertà in nome della ‘sicurezza’. La scelta non sarà più fra Stato e mercato, ma fra due tipi di Stato. Spetta a noi, dunque, riconsiderare il ruolo del governo. Se non lo faremo noi, lo faranno altri.»


Guasto è il mondo è l’ultima opera di Tony Judt. Ha finito di dettare questo libro esattamente un anno fa (febbraio 2010), poi è morto nel mese di agosto. Era malato di Sla.

Il piccolo crack finanziario del 2008 ha risvegliato la politica dal letargo nella quale era dannata dalla ricattatoria ineluttabilità dell’economia.

È grazie a questo piccolo crack che la smisuratezza dei patrimoni finanziari, confrontata alla povertà “reale” e diffusa, è tornata a fare scandalo. Nel 1968 l’amministratore delegato della General Motors guadagnava 66 volte lo stipendio dell’operaio di base. Oggi l’amministratore delegato della Walmart guadagna 900 volte di più del normale operaio.

Nel trentennio del feticismo per l’autoregolazione del mercato, un naturalismo provvidenzialista ha venerato egoismo e denaro, fino a far dimenticare che non è detto che il mondo debba andare così. Al contrario, è andato in tutt’altro modo fino a poco tempo fa.

Il problema che si presenta oggi è che la convinzione che l’espansione economica debba coincidere con uno sviluppo della democrazia inizia a vacillare. Il fatto che le economie capitalistiche prosperino maggiormente in condizioni di libertà è meno scontato di quanto ci piaccia pensare.

Di fronte al terrorismo, alla guerra, al cambiamento climatico, le società aperte tendono a ripiegarsi su se stesse e a sacrificare la libertà per la “sicurezza”.

La scelta allora non sarà più fra Stato e mercato, ma fra due tipi di Stato.

Corrado Augias su Il Venerdì, 01/04/2011 scrive :

“È uno di quei libri semplici, voglio dire che non c'è scritto niente che una persona informata già non sappia. Ma nella sua semplicità ha il massimo dei pregi: mette insieme dati conosciuti in modo tale che l'intero quadro di colpo diventa più chiaro. Finalmente si capisce quale orribile società abbiamo messo in piedi. Parlo di Guasto è il mondo, di Tony Judt. Nato a Londra da una famiglia di ebrei laici, Judt ha insegnato soprattutto negli Stati Uniti, a New York è morto (a 62 anni) nell'agosto scorso. Tra tutti i suoi libri (pubblicati in Italia da Laterza e Mondadori), questo è il più scopertamente politico; uso l'aggettivo nel doppio senso che può assumere: il saggio contiene una possibile visione del mondo ma anche una requisitoria forte e indignata per come il mondo è stato "guastato". Il titolo originale è Ill Fares the Land, a mio modesto parere il titolo italiano è più bello.

La tesi di fondo è che gli ideali e la volontà di costruire una società socialmente coesa, prevalenti in Occidente nel dopoguerra, sono stati colpevolmente lasciati cadere. Per qualche decennio, hanno fatto da guida gli ideali keynesiani di un mercato temperato dall'intervento dello Stato. Judt non ha paura di scoprire le sue intenzioni: "Le migliori leggi e le migliori politiche sociali adottate dall'America nel corso del XX secolo" scrive "corrispondono in gran parte a ciò che gli europei chiamano socialdemocrazia". Poi qualcosa si è rotto: "Dovunque ti girassi" aggiunge Judt, "trovavi un economista o un "esperto" che decantava le virtù della deregolamentazione, dello Stato minimo e delle tasse basse". L'abbiamo sentita cantare anche noi questa canzone e abbiamo visto i risultati. Il mercato lasciato a se stesso, senza o con meno controlli, ha divorato se stesso; gli appetiti personali sono diventati di colpo coraggiose virtù; la diseguaglianza s'è diffusa; la finanza, non più il lavoro e la produzione, è diventata la risorsa prima dell'economia. E alla fine è arrivato il conto da pagare, salatissimo.

Nonostante il disastro, per paradosso, i partiti di centrosinistra in Europa appaiono in regresso. La parte positiva del saggio è dedicata a questo: la necessità che una visione socialdemocratica torni, in veste aggiornata, a governare i processi economici.”

Scrive invece Gabriele Sannino : “ Questo testo vuole rispondere alla bellissima epigrafe del poeta inglese Oliver Goldsmith, che sulla sua tomba ha fatto incredibilmente scrivere: "Guasto e' il mondo, preda di mali che si susseguono, dove la ricchezza si accumula mentre gli uomini vanno in rovina".

Personalmente, credo che questa epigrafe riassuma tutta l'umanita'. Specie oggi.

L'autore di questo libro, Tony Judt, un uomo paralizzato e purtroppo ucciso dalla sclerosi multipla, lascera' parlare di se' anche dopo la sua morte. Ne sono certo.

Judt, nel suo libro, afferma che "il problema non e' la crisi finanziaria scoppiata nel 2008 ma il fatto - piuttosto - che per trent'anni abbiamo trasformato in virtu' il perseguimento dell'interesse materiale personale, anzi, ormai questo e' diventato l'unico scopo collettivo che ancora ci rimane".

La cosa piu' sorprendente di questo autore e' che non e' un filosofo, un pensatore, ma piuttosto uno storico, per giunta cresciuto a Cambridge, dove la competitivita' e l'individualismo sfrenato la fanno da padrona e rappresentano l'emblema che alimenta il sistema capitalistico americano, sistema che ormai tutti conosciamo fin troppo bene in quanto lo abbiamo importato e digerito in toto senza neanche accorgercene.

In questo modo di fare, anzi di vivere, Judt afferma che lo Stato diventa un problema non una soluzione; le disuguaglianze sociali aumentano perche' tutto si incentra sulla capacita' e sulla furbizia di ciascun individuo, mentre i redditi tendono a concentrarsi nella cuspide della piramide in quanto lo sviluppo "sociale" del dopoguerra diventa "personale" e va definitivamente a farsi benedire.

Secondo Judt, poi, avere idee nuove, per una societa'nuova intendo, e' fondamentale in quanto e' da qui che si parte per nuove correnti di pensiero, correnti che un giorno, magari, si trasformeranno in vere e proprie leggi.

In sostanza quello che quest'uomo vuole dirci e' che la societa' e' semplicemente scomparsa a favore degli individui e che tutto ma proprio tutto verte sull'economia. In questo modo tutto cio' che riguarda l'etica - che impicitamente significa eguaglianza - diventa ogni giorno di piu' una cosa risibile.

Secondo Judt infine, politicamente parlando, la socialdemocrazia resta l'unica forma politica a cui dobbiamo tendere per formare questa "societa'nuova": essa infatti e' l'unica forma politica che tenta di coniugare l'efficienza del capitalismo con la societa', riducendo gli squilibri e permettendo allo Stato di rimanere un attore fondamentale all'interno del sistema sociale e del mercato.

La politica, dunque, ancora una volta, e' la strada maestra, l'unica via percorribile affinche' si possano regolamentare e difendere i cittadini piu' deboli e vessati da questo sistema, cittadini che ogni giorno aumentano sempre di piu'.

La cosa fondamentale, inoltre, a mio avviso, resta anche e soprattutto l'impegno politico e sociale proprio dei cittadini, i quali devono continuamente spronare e stimolare il dibattito pubblico, onde evitare che si spenga tra le ceneri del potere.

Se ci si arrende infatti, il gioco al massacro a cui stiamo assistendo senza neanche accorgercene continuera' fino a che il numero delle vittime sara' superiore a quello dei salvati.

Accadra', e' solo questione di tempo: gli esiti, in quest'ultima situazione, saranno davvero imprevedibili.”

Eremo Via vado di sole, L'Aquila ,mercoledì 14 settembre 2011


martedì 13 settembre 2011

LINEA D’OMBRA : Tarantismo ( V ) La notte della Taranta

LINEA D’OMBRA : Tarantismo ( V ) La notte della Taranta

La taranta pizzica ancora, ma adesso il suo morso fa fare salti di gioia. E in Salento si balla senza rimorso. Quest'anno la Notte della Taranta (dal 12 al 27 agosto), il più importante Festival europeo di musica tradizionale, si apre sotto il segno di Ernesto de Martino. Che, esattamente cinquant'anni fa, pubblicò La terra del rimorso (Il Saggiatore, pp. 412, euro 12), il libro che ha segnato la nascita dell'antropologia italiana e ha fatto del tarantismo il simbolo di un Mezzogiorno dell'anima. Stretto fra emigrazione e possessione, religione e superstizione. Memoria remota di un binario morto del progresso. Di un passato arcaico che restava impresso nei corpi sofferenti del popolo contadino. Nei gesti e nelle danze, nelle ossessioni e nelle devozioni di un'umanità lontana dalle grandi direttrici dello sviluppo industriale.

Una perturbante archeologia sociale che sopravviveva negli usi e costumi di quella corte dei miracoli che popolava il profondo Sud fino alla prima metà del Novecento. Dove una storia andata in polvere aveva lasciato il posto ad un'antichità degradata, fatta di sopravvivenze umane e di relitti culturali. Come il tarantismo, la danza della piccola taranta. Antidoto ritmico contro il male oscuro di una terra in transe. Che identificava i suoi dolori antichi e nuovi con il morso di un ragno immaginario, da curare con la pizzica, un ballo sfrenato, circolare che durava giorni e giorni fino allo sfinimento. E alla guarigione. Concessa per grazia di San Paolo, signore e padrone di tutte le tarantole. Fino al nuovo morso, che arrivava puntuale a un anno dal primo. Morso e rimorso. È questo l'inesorabile algoritmo del tarantismo.

Incomincia proprio nella terra di Puglia spaccata dal sole e dalla solitudine, come diceva Salvatore Quasimodo, la discesa di de Martino negli inferi di un Mezzogiorno che è al tempo stesso una ferita meridiana dell'essere e un labirinto personale. Un itinerario che si snoda tra le altezze rarefatte della ragione idealistica e le convulsioni ritmiche delle tarantolate salentine, tra la severità sussiegosa e distante dello storicismo crociano e l'immersione commossa nelle arcaiche profondità del Sud. Sono ragioni prima politiche e poi teoriche - due dimensioni che nella sua opera non si separeranno mai a guidare il cammino del grande intellettuale napoletano oltre le colonne d'Ercole di Eboli, verso il finisterre salentino. Nel tacco dello Stivale il raffinato filosofo cresciuto alla scuola di Benedetto Croce, trova quel che altri grandi antropologi come Claude Lévi-Strauss e Bronislaw Malinowski cercano in terre lontane. Una nuova coscienza dei limiti e delle virtù della propria civiltà. Un modo di guardare sé e la propria società nello specchio di una differenza abissale. Che espone il ricercatore al rischio di veder vacillare le proprie certezze, di rimettere in questione i fondamenti stessi della propria identità, del proprio ruolo.

Esattamente come accade a de Martino mentre ascolta la nenia funebre intonata da una lamentatrice scarmigliata e vestita di nero con suoni, parole e gesti da tragedia greca. Lungi dal considerare il pianto in metrica della donna come una pittoresca sopravvivenza pagana, il grande studioso si interroga piuttosto su se stesso e sul suo mondo, sullo scandalo di una faglia storica così profonda da rendere una sua concittadina, e contemporanea, lontana da lui quanto un'aborigena australiana. Oggetto di ricerca, se non di esperimento. Scheggia di un'altra storia non più nostra, avrebbe detto Pasolini. Un'umanità oppressa, dove la magia aiuta gli uomini a far fronte alla precarietà dell'esistenza e rappresenta una medicina simbolica condivisa, contro quella che de Martino definisce, con termine preso in prestito da Heidegger, la crisi della presenza.

Insomma, tra gli indios americani o fra i contadini italiani, il viaggio antropologico è sempre e comunque un'uscita da sé, un distacco dai limiti angusti del proprio angolo di mondo per cercare, nelle alterità vicine e lontane, un'immagine più compiuta della propria condizione. A questa critica culturale de Martino contribuì anche con la fondazione della leggendaria «collana viola» di Einaudi, concepita insieme a Cesare Pavese, con lo scopo dichiarato di sprovinciaIizzare la cultura italiana, stretta tra crocianesimo, marxismo e pensiero cattolico. Rendendo in questo modo finalmente accessibili autori proibiti come Carl Gustav Jung, Kàroly Kerényi, Mircea Eliade, Marcel Mauss, Émile Durkheim. Ma, quel che più conta, questa critica de Martino la sbattè in faccia all'Italia del miracolo economico, che si cullava nell'illusione delle magnifiche sorti e progressive, nell'escatologia del benessere, nell'incipiente religione del consumo. E che era improvvisamente costretta a contemplare con stupore orrificato le spose di San Paolo - così venivano soprannominate le donne morse dal ragno - che, vestite di bianco, roteavano freneticamente come dervisci sull'asse smarrito della loro esistenza. O saltavano come menadi sulle note ossessive di una tarantella suonata da musicisti sciamani. O si arrampicavano sull'altare di San Paolo a Galatina con l'agilità spiritata di ragni equilibristi. Salmodiando l'invocazione rituale che strappava il cuore degli astanti: «Ahi Santu Paulu meu de le tarante; facitece 'a grazia a tutte quante».

Quello che de Martino mezzo secolo fa rivelava al paese con La terra del rimorso era il lato oscuro dello sviluppo, quella non-storia sofferente che offriva alla trasformazione del paese un doppio tributo: quello di chi emigrava e quello di chi restava. Spaesamento da una parte e povertà dall'altra. Le tarantolate erano storicamente e anagraficamente sorelle di Rocco e i suoi fratelli di Visconti, delle donne dolenti dei capolavori di Rossellini, di Germi, di Castellani. Ma anche della folla stracciata e sognante di Miracolo a Milano.

La Terra del rimorso è un libro di antropologia, ma anche di letteratura. Ed è questo a renderlo, ora come allora, capace di parlare anche al grande pubblico. Con la forza degli argomenti, ma anche con la potenza delle immagini. Insomma è proprio la sua poetica a salvare de Martino dal rischio di rinchiudersi in uno specialismo arido, in una filologia accademica petulante, che dietro la maschera del rigore nasconde la frigidità del cuore e della mente. La sua officina antropologica non ha mai smesso di produrre pensiero. E pratiche sociali. Ispirando nei primi Anni Novanta la politica di giovani amministratori - uno per tutti Sergio Blasi, già sindaco di Melpignano (Lecce) - che, invece di vergognarsi di quell'eredità e di seppellire la tarantola sotto una coltre di cemento, hanno rovesciato il senso di quel passato trasformandolo in un bene culturale e in una chance di futuro. E così la Notte della Taranta, esorcizzato finalmente il rimorso, ha fatto del ragno un simbolo positivo. Un modello di sviluppo che parla e pensa salentino. E la pizzica, che fu l'emblema del ritardo storico del Mezzogiorno, diventa il motore di un distretto culturale e turistico capace di coniugare tradizione e innovazione, identità locale e marketing, ecologia e benessere. Adesso, in un Sud che non vuole diventare Nord, il miracolo economico lo fa la taranta. Da buon socialista, anche Ernesto de Martino ne sarebbe compiaciuto.

MARINO NIOLA Quelle notti della taranta nelle notti del boom Il Venerdì di Repubblica 5 agosto 2011

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 13 settembre 2011

LINEA D'OMBRA : Tarantismo ( III ) Aspetti psicologici del tarantismo

LINEA D'OMBRA : Tarantismo ( III ) Aspetti psicologici del tarantismo

Per essere liberati dal "possesso" si veniva sottoposti per tre giorni ad un ciclo coreutico. Esso è un esorcismo musicale che consente allo spirito del terribile ragno di uscire dal corpo della malata.

Si differenzia in due momenti: il primo dura due giorni, si svolge a casa della malata, si affitta un’orchestra che suoni per questa per tre ore al giorno con delle pause di cinque minuti ogni mezz’ora; la prima parte del ciclo si conclude con la grazia data da Santu Paulu;

la seconda parte, dura un giorno, si svolge nella cappella del santo protettore di Galatina; la malata fa lo stesso ballo dei primi giorni, e, dopo aver bevuto l'acqua del pozzo vicino la cappella da un'offerta a San Paolo per la grazia ricevuta.

Molti studiosi sostengono che la puntura dell'insetto non sia tanto aborrita, infatti un distico che chiude la ronda suona cosi'

""Ballati tutti quanti ballati forte Ca la Taranta e' 'via e nuje' morta"".

trad. Ballati tutti quanti ballati forte Che la Taranta e' viva e non e' morta.

Si nota che il morso da felicita' piu' che dolore, fa quasi impazzire chi viene punto fino a farlo ballare per ore, questa è una malattia psicologica, una credenza, secondo vari psicologi, che miete molte vittime.

Per diventare tarantolati bisogna seguire una prassi:

1) ogni insetto o animale strisciante è attirato da un suono. Solo le tarante, gli scorpioni, le formiche rosse e le bisce hanno il potere di rendervi tarantolati; se sarete punti da api bisce o altro al suono della pizzica scapperete;

2) la puntura deve essere involontaria mentre lavorate o magari mentre dormite;

3) il morso deve essere pulito solo con acqua, per non modificarne l'effetto;

4) la cosa più importante è sperare in San Paolo.

La malattia è solo psicologica, infatti qualsiasi animale, perfino la biscia che è un serpente, rilascia pochi grammi di sostanza velenosa nella quale vi sono presenti solo allergeni che non danno grossi problemi. E poi perché se si viene punti de alcune lucertole o da api non si ha lo stesso effetto? Infatti secondo, una credenza popolare, quando si vien punti dall’ape il veleno di questa inibisce alcuni muscoli del corpo, facendo in modo che non si possa ballare sfrenatamente, e quindi si aborrisce!!

La risposta sembrerebbe molto credibile se ci venisse raccontata da un anziano, di quelli che passano ore e ore sulla via a spettegolare e a parlar male sia dei vivi che dei morti, magari anche in un dialetto forte e deciso. Però, perché non cercare di farsi pungere “involontariamente ” da un’ape anziché spendere tanti soldi per un ciclo coreutico?

Forse sarebbe molto mano coreografico, ma è certamente molto più economico e difficile. Come fare per farsi pungere da un’ape involontariamente senza né stuzzicare l’ape, né cospargendosi di marmellata, e soprattutto senza escogitare nulla; è praticamente impossibile, eppure si racconta di una tarantolata di nome Maria (si pensa che fosse di Gagliano) che dopo essere stata punta da una Taranta, e dopo aver fatto tre cicli coreutici, che non hanno portato ad un lieto fine, fu assalita da uno sciame di api che la hanno fatta guarire.

Questo è stato un caso più unico che raro: infatti mai nessuno dopo essere stato punto da una tarantola, anche se porta il ciclo splendidamente termine, poi aborrisce questo genere, come successe a Maria. Come molti credono a miti e racconti, così molti credono a questi racconti fantastici. I tarantolati sono diminuiti considerevolmente quando la chiesa istituì il tribunale della santa inquisizione, che li condannava a morte, perché ritenuti una spina nel fianco. Perché questa drastica diminuzione? Eppure di tarante se ne aggiravano molte, come ancora adesso; questo tribunale rappresentò un blocco psicologico, incuteva timore e nessuno voleva morire così.

Immaginate, morire sotto lo scherno di tutti, sapendo di non essere in nessuna colpa, ma soprattutto faceva male l’essere accusati da parenti e conoscenti che, tuttavia erano costretti a denunciare comportamenti strani, come l’eccitazione alla musica. Potete ben capire come stavano le cose; tutti si sentivano autorizzati ad osservare il comportamento altrui, e si inasprirono i rapporti, e si ebbe una diminuzione nettissima della produzione di pizziche e di tarantelle. Solo qualche decennio dopo l’abolizione di questo terribile tribunale, si ebbe una produzione di questo genere ricordando gli antichi temi e modernizzandoli.


Molte pizziche, paradossalmente, ci sono arrivate proprio grazie agli archivi Ecclesiastici della cappella di Santu Paulu, nella quale si svolgeva il ciclo coreutico prima degli anni bui, almeno per la pizzica. Da questi archivi si sono ripresi i tre “Modus tarantella”, e l’“Antidotum”, ambedue in latino, nonché moltissime pizziche funerarie e commemorative in lingua volgare, della quale non è esatto parlare di dialetto, ma più giusto, per il vasto vocabolario, definirla lingua.

DA http://www.otrantopoint.com/psicologia_tarantismo.html

Le foto sono di Romeo Fraioli

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 13 settembre 2011