Ipomeriggi assolati dove non c'era «neanche
un prete per chiacchierare», elevati da Paolo Conte alla dignità
metafisica di un caracollare esistenziale senza «né fine, né meta»,
hanno dipinto per molti di noi estati dove le città erano davvero
deserte e la solitudine di chi restava davvero esposta all'esperienza
assoluta dell'assenza. Il nostro tempo non conosce più quelle sane oasi
di noia: l'imperativo della connessione perpetua ha frastornato sia il
prete che colui che ne ricercava invano la parola. Adesso, anziché
tagliare le rose nel giardino per resistere ad un tempo che non passa
mai, siamo a rincorrere un tempo in fuga perpetua che cancella tutti
gli spazi vuoti.
Ogni interstizio temporale deve essere riempito
da un febbrile attivismo o dalla violenza rabbiosa di chi, in modi
diversi, non si trova immerso nel grande fiume dell'esistenza
iperattiva, in permanente "mobilitazione totale". Li ricordiamo ancora i
ragazzi delle pietre lanciate dai cavalcavia delle autostrade? Il loro
teppismo sciagurato non denunciava forse l'impossibilità di sostare
nel vuoto, nel deserto di una vita di provincia che probabilmente non
era così diversa da quella cantata da Conte? Ammazzare per gioco, non
era forse un modo (assurdo) per ammazzare il tempo? Non accade anche
oggi? In disuso, se Dio vuole, il gesto orrendo della pietra scagliata
al passare anonimo delle automobili, la noia continua a foraggiare
passaggi all'atto erratici che segnalano quanto insopportabile essa sia
divenuta per noi occidentali: la violenza gratuita e vandalica,
l'abbruttimento del consumo delle droghe, l'abuso compulsivo degli
oggetti tecnologici, l'incentivazione di sensazioni sempre più
inebrianti e assordanti hanno spazzato via l'immagine pastorale
dell'oratorio deserto di Paolo Conte.
La noia non accompagna
solamente il vuoto d'essere di chi si sente tagliato fuori dalla
corsa all'affermazione della propria vita, ma anche chi in questa
corsa si è affermato come primo. È quello che Kirkegaard, in pagine
sublimi, descrive come l'ombra melanconica dello sguardo di Nerone
che, nella leggenda, proprio per noia brucia la città di Roma. Anche il
nostro tempo che sembra ipnotizzato dal culto del Nuovo rivela la
stessa melanconia inquietante: tutto deve restare sempre acceso (I
Phone, I Pad, social networks, televisione, ecc.), così freneticamente
acceso che, come direbbe Didi-Huberman lettore di Pasolini, la flebile
luce delle lucciole — che alludevano ad un tempo dove la noia non era
ancora vissuta come un demone cattivo ma come un momento necessario
alla vita -, si è definitivamente estinta.
Se la noia è divenuta
oggi solo esperienza del tempo che gira su se stesso in una ripetizione
priva di vita, i primi prigionieri di questa gabbia sono innanzitutto
coloro che vivono facendo di tutto per sfuggirgli: l'euforia del Nuovo
ricercato a tutti i costi svela, infatti, sempre la stessa identica
insoddisfazione. Tuttavia, come sa bene lo psicoanalista, il Nuovo che
vorrebbe evitare la noia non è mai realmente Nuovo, ma solo un suo
cattivo antidoto che finisce, in realtà, per potenziare quella stessa
noia che vorrebbe invece contrastare. Lo psicoanalista raccoglie dietro
alle quinte dello spirito libertino del nostro tempo fatto di
Aperi-cene e di Feste, la delusione annoiata che accompagna
inesorabilmente i suoi protagonisti felliniani di cui La Grande
Bellezza di Sorrentino ci ha dato un ritratto irresistibile. Non è
questa una lezione della quale si dovrebbe tenere conto? Se al fondo
della grande giostra dell'Occidente ritroviamo lo spettro della noia
non è forse perché abbiamo frainteso profondamente il suo significato?
Può la noia non essere solo l'esperienza soggettiva di qualcosa che si è
semplicemente esaurito, che ha finito di essere vivo spegnendosi
inesorabilmente, come in un rapporto di coppia sfiancato dal tempo o
come nell'ascoltare un vecchio comico che ripete sempre lo stesso,
ormai logoro, repertorio?
Nella noia, è vero, tutto si
appiattisce, diventa grigio, ripetitivo, scontato. I padri della
Chiesa, non a caso, la reclutano tra i sette vizi capitali sotto il nome
di "accidia": è il peccato della caduta del desiderio e del suo
sfinimento, è il peccato che fa venire meno il miracolo stesso del
mondo. L'annoiato, infatti, sembra non riesca più a fare alcuna
esperienza "religiosa" del mondo perché niente lo colpisce, lo
entusiasma, lo scuote più. Tutto appare piatto, prevedibile, già
visto, già saputo, già fatto. È il carattere evenemenziale del mondo che
viene meno e riduce la vita stessa a un ingranaggio anonimo che non
riserva più alcuna sorpresa. L'annoiato sa che non ci sarà più niente
capace di toccarlo, di farlo vibrare, di sorprenderlo; la noia
accompagna il disincanto ipermoderno (cinico-materialistico) per il
mondo. Il quartetto perverso che organizza il godimento più depravato e
anarchico nel Salò di Pasolini è, innanzitutto, annoiato dal mondo. La
loro apatia inquietante traduce la caduta verticale del senso
autenticamente erotico della vita: nel nostro tempo non c'è più spazio
per la meraviglia nei confronti dell'apparizione miracolosa del mondo.
Ma la noia è davvero solo il nome di questa malattia? La sua lezione
non ci insegna forse anche qualcos'altro? La noia è il "desiderio
dell'Altrove", ha affermato una volta Lacan associandola stranamente
alla rivolta, alla preghiera e all'attesa. Perché? Cosa hanno in
comune queste esperienze apparentemente così diverse? Esse indicano la
necessità della vita umana di allargare sempre l'orizzonte del proprio
mondo, di spostare in avanti i propri limiti. L'annoiato è a prima
vista colui che incontra il mondo come un orizzonte chiuso, ristretto,
soffocante. Ma la noia non registra solo la chiusura del mondo; essa
agisce anche come una spinta a riaprire, a rinnovare il suo orizzonte.
L'annoiato è esausto del mondo così com'è, è sfinito dalla presenza
oppressiva di questo mondo, ma non del Mondo come tale! Egli è come chi
si rivolta ai padroni del mondo, come chi attende l'arrivo dell'Altro
che gli porti un annuncio di vita nuova, come chi si inginocchia
pregando e invocando l'Altro.
La noia mostra che questo mondo, il
mondo visibile, il mondo come pura presenza, non è mai davvero tutto
il Mondo. Essa trapela nello sguardo del bambino che per resistere al
sapere asfissiante che la maestra gli propina non può che sbadigliare
senza scampo. La sua testa cadrebbe pesantemente sul banco, se la sua
noia, anziché ripetere sempre lo stesso mondo, come accade per la
maestra, non ne invocasse l'esistenza di un altro. Lo sguardo del
bambino si stacca dal banco e dai suoi quaderni, dalla lavagna tetra e
dallo sguardo vuoto della maestra per rivolgersi finalmente Altrove.
Dove? Fuori, via da lì, all'aperto, verso un altro mondo, Altrove;
verso il glicine viola, il campo di calcio, la bambina che cammina con
la sua veste rossa per strada, la neve che copiosa scende sul cortile.
Non è forse questa la lezione più positiva della noia? La noia del
bambino è sempre una rivolta, una attesa, una preghiera.
Massimo Recalcati Repubblica .it 15.11.2015