giovedì 8 dicembre 2011

LETTERE DALL’EREMO : ( 1 ) Dalla Dives in misericordia alla Deus Caritas est: il cammino della Chiesa di oggi all’insegna dell’Amore Misericordioso

LETTERE DALL’EREMO    :  (  1 )  Dalla Dives in misericordia alla Deus Caritas est: il cammino della Chiesa di oggi all’insegna dell’Amore Misericordioso


Mi è stato chiesto di leggere il cammino della Chiesa di oggi all’insegna dell’Amore Misericordioso, alla luce delle encicliche Dives in misericordia [DM] di Giovanni Paolo II e Deus Caritas est [DCE] di Benedetto XVI. Il compito oggi è facilitato dalle «riflessioni» (così le definisce il Papa stesso) che Benedetto XVI ha svolte al Convegno ecclesiale di Verona il 19 ottobre 2006, con le quali Papa Ratzinger in certo senso completa il suo magistero sulla carità.

«Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (I Gv, 4. 6). Queste parole dell’evangelista Giovanni – scrive Benedetto XVI nella DCE – esprimono con chiarezza «l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino». E aggiunge: «In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri»1.

Il Papa, cioè, ritiene che l’annunzio di Dio-Amore sia «di grande attualità e di significato molto concreto» in questo inizio del Terzo Millennio, segnato da profondi contrasti: da un lato, il terrorismo islamico insanguina il mondo in nome di Dio, gli Stati Uniti teorizzano e praticano la «guerra preventiva», il mondo è sull’orlo di un terribile scontro di civiltà, esplodono nuove tensioni sociali in seguito ai crescenti flussi migratori, le intelligenze e le coscienze sono disorientate dal relativismo morale e dall’ateismo pratico; d’altro lato, non mancano segni che annunziano che un mondo diverso è possibile: la riconciliazione e la collaborazione tra nazioni che si sono combattute ferocemente, una sensibilità nuova e generalizzata per il rispetto dei diritti umani, la domanda di una nuova qualità di vita specialmente da parte dei giovani, il bisogno crescente di pace e di giustizia, di dialogo e di comunicazione.

In un simile contesto culturalmente contraddittorio e socialmente incerto, Benedetto XVI richiama il dovere che abbiamo, come cristiani, di annunziare e di testimoniare che Dio è Amore. E definisce questo annunzio «un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto». È particolarmente significativo che noi oggi rilanciamo questo messaggio dal Santuario di Collevalenza, la Casa di Madre Speranza, alla quale il Signore ha affidato il carisma di far conoscere al mondo il suo Amore Misericordioso.

Il «messaggio» di Benedetto XVI – che egli stesso definisce «di grande attualità e di significato molto concreto» – si può enunciare così: 1) la Chiesa del XXI secolo è chiamata a promuovere la «civiltà dell’amore», essa pertanto sarà «la Chiesa dell’Amore Misericordioso»; 2) a questo fine, però, è necessaria la presenza di un «laicato maturo», pertanto la Chiesa del XXI secolo sarà la «Chiesa dei laici»; 3) infine il messaggio del Dio-Amore si concretizza nella «testimonianza della carità» nelle forme più alte, cioè nel servizio ai poveri e nella assunzione delle responsabilità civili e politiche da parte dei fedeli laici. Saranno queste le tre parti della mia relazione.



1. La «Chiesa dell’Amore Misericordioso»

Dopo il Concilio Vaticano II, Paolo VI fu il primo a insistere sulla necessità di promuovere la costruzione della Civiltà dell’Amore, cioè di una società rinnovata, dove la giustizia, che ne è il fondamento necessario, sia integrata e sublimata dalla carità: «Se al di là delle norme giuridiche – scrive nella Octogesima adveniens – manca un senso più profondo del rispetto e del servizio altrui, anche l’uguaglianza davanti alla legge potrà servire di alibi a evidenti discriminazioni, a sfruttamenti continuati, a disprezzi effettivi»2. Ciò – prosegue – è confermato dalle contraddizioni spesso drammatiche del mondo moderno: «I rapporti di forza non hanno mai garantito la giustizia in modo durevole e vero […]. L’uso della forza provoca l’intervento di forze contrarie, donde un clima di lotte che sfociano in situazioni estreme di violenza e in abusi»3. Senza amore – conclude –, non vi saranno né giustizia né pace: «L’amore dell’uomo, primo valore nell’ordine terreno, assicura le condizioni della pace, sia sociale sia internazionale, affermando la nostra fraternità universale»4. È giunto perciò il momento di costruire la «Civiltà dell’Amore».

Giovanni Paolo II sviluppa ulteriormente questo insegnamento di Paolo VI: «L’umanità è come a un bivio. […] Una domanda interpella la nostra responsabilità: quale civiltà si imporrà nel futuro del pianeta? Dipende infatti da noi se sarà la civiltà dell’amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà – che più giustamente si dovrebbe chiamare "inciviltà" – dell’individualismo, dell’utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema»; e conclude a sua volta: «La Chiesa sente il bisogno di invitare quanti hanno veramente a cuore le sorti dell’uomo e della civiltà a mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno, per la costruzione della civiltà dell’amore»5. Papa Woityla ritorna più volte su questo tema, chiarendo le ragioni che rendono necessaria una nuova civiltà, fondata sull’incontro tra giustizia e amore. Per costruire un mondo nuovo – spiega – non ci si può fermare alla giustizia, che Paolo VI definiva «la misura minima della carità»6; infatti l’uomo, oltre che di giustizia, ha bisogno di carità, anzi di perdono, che è il vertice dell’amore. La ragione è – continua Giovanni Paolo II – che «la giustizia umana è esposta alla fragilità e ai limiti degli egoismi individuali e di gruppo. Solo il perdono risana le ferite dei cuori e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati»7.

Nell’enciclica DM sviluppa più ampiamente il suo pensiero: «In nome di una presunta giustizia (ad esempio, storica o di classe), talvolta si annienta il prossimo, lo si uccide, si priva della libertà, si spoglia degli elementari diritti umani. L’esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessa, se non si consente a quella forza più profonda che è l’amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni»8.

Certo – commenta il Papa – la nostra generazione «avverte di essere privilegiata, perché il progresso le offre molte possibilità, appena qualche decennio fa insospettate. L’attività creatrice dell’uomo, la sua intelligenza e il suo lavoro hanno causato profondi cambiamenti sia nel campo della scienza e della tecnica, come nella vita sociale e culturale»9; nello stesso tempo, però, esiste tanto male fisico e morale da rendere il mondo contemporaneo un groviglio di contraddizioni e di tensioni, di minacce contro la libertà e la pace, generando un clima diffuso di inquietudine e di paura10. Ecco perché non basta fare giustizia, ma è necessario che la giustizia sia integrata dall’amore. In altre parole, il nostro tempo, affamato di giustizia, ha bisogno di riconciliazione e di perdono; che è quanto dire: ha bisogno di amore misericordioso, di agàpe. È giunta l’ora della «Civiltà dell’Amore», dell’Amore Misericordioso.

La Chiesa del XXI secolo non solo dovrà annunziarlo al mondo, ma anche dovrà mostrare con la vita e con le opere che il perdono e la misericordia perfezionano la giustizia, in quanto portano gli uomini a incontrarsi sul valore della loro uguale dignità, al di là della mera uguaglianza dei beni. «Un mondo, da cui si eliminasse il perdono [= la misericordia] – conclude l’enciclica DM – sarebbe soltanto un mondo di giustizia fredda e irrispettosa, nel nome della quale ognuno rivendicherebbe i propri diritti nei confronti dell’altro; così gli egoismi di vario genere, sonnecchianti nell’uomo, potrebbero trasformare la vita e la convivenza umana in un sistema di oppressione dei più deboli da parte dei più forti, oppure in un’arena di permanente lotta degli uni contro gli altri»11.

Infatti – spiega ancora Giovanni Paolo II –, «L’eguaglianza introdotta mediante la giustizia si limita, però, all’àmbito dei beni oggettivi ed estrinseci, mentre l’amore e la misericordia fanno sì che gli uomini s’incontrino tra loro in quel valore che è l’uomo stesso, con la dignità che gli è propria»12. Il perdono, quindi, non solo non annulla le esigenze obiettive della giustizia, ma le completa: poiché, se la giustizia dice «compensazione», l’amore misericordioso fa sì che la compensazione sia «degna dell’uomo».

Benedetto XVI, con l’enciclica DCE, va oltre, fino a cogliere la radice ultima dell’insegnamento di Paolo VI e di Giovanni Paolo II sulla Civiltà dell’Amore. Papa Wojtyla, in particolare, aveva insistito sull’«agire» di Dio, cioè sul fatto che Dio agisce sempre per amore, Papa Ratzinger sposta l’accento sull’«essere» stesso di Dio: Dio agisce sempre per amore, perché è amore. Così, dopo aver distinto l’agàpe dall’eros (cioè l’amore primo, totalmente gratuito e disinteressato, dall’amore secondo, che non esclude la propria soddisfazione), mostra che l’Amore in Dio è un’unica realtà, in cui eros e agàpe si integrano.

La novità stravolgente del Nuovo Testamento sta nel fatto che questo Amore Misericordioso acquista una forma del tutto imprevedibile: quella del Figlio unigenito, che si incarna, cerca e insegue l’uomo peccatore, per abbracciarlo, perdonarlo e salvarlo, immolandosi sulla croce e perpetuando la sua oblazione e la sua presenza nell’Eucaristia. La Chiesa, che continua la missione di Cristo-Amore, non potrà mai fare a meno di annunziare la Carità, di incarnarsi con Lui nel mondo, assumendo su di sé le angosce e le speranze della umanità, dei poveri di tutti i tempi. Questa missione della Chiesa è resa più efficace anche dal fatto che la persona umana non è soltanto ragione e intelligenza, ma «porta dentro di sé, iscritto nel più profondo del suo essere, il bisogno di amore, di essere amata e di amare a sua volta»13.

La rivelazione biblica, dunque, è sconvolgente: «il Creatore del cielo e della terra, l’unico Dio che è la sorgente di ogni essere ama personalmente l’uomo, lo ama appassionatamente e vuole essere a sua volta amato da lui. […] il suo amore si mostra ricco di inesauribile fedeltà e misericordia, è l’amore che perdona al di là di ogni limite. In Gesù Cristo un tale atteggiamento raggiunge la sua forma estrema, inaudita, drammatica: in Lui infatti Dio si fa uno di noi, nostro fratello in umanità, e addirittura sacrifica la sua vita per noi»14. Questo significa Amore Misericordioso.

Di conseguenza, l’annunzio e la testimonianza dell’Amore Misericordioso nel nostro tempo impongono – per usare l’immagine della parabola evangelica – che la Chiesa non si chiuda in sé, non viva ripiegata su se stessa; essa non può essere la Chiesa «clericale», del «levita» che tira diritto per la sua strada, ma deve essere la Chiesa «del samaritano», che fa proprie le sofferenze altrui e si prende cura dei problemi del prossimo, pagando di persona. In altre parole, la Chiesa del XXI secolo si impegnerà affinché amore dell’uomo e amore di Dio, filantropia e carità, eros e agàpe, ragione e fede, giustizia e perdono si incontrino e si integrino nella civiltà dell’amore. Sarà la Chiesa dell’Amore Misericordioso.
(Bartolomeo Sorge S.J.)

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 8 dicembre 2011

MEDITERRANEO : Massacro di Srebrenica

MEDITERRANEO  :  Massacro di Srebrenica


"A dieci anni dalla fine della guerra in Bosnia ed Erzegovina, le donne di Srebrenica sono ancora in attesa che gli uomini che assassinarono i loro figli e mariti siano consegnati alla giustizia. Molte attendono che i corpi dei loro cari siano loro restituiti per una sepoltura e che la venga riconosciuta la loro sofferenza" - dichiara la sezione italiana di Amnesty Internaztional. Sebbene alcuni responsabili siano stati processati dal Tribunale per l'ex Jugoslavia e negli ultimi mesi diversi indiziati si siano consegnati volontariamente, dieci imputati - tra cui l'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic e gli ex generali serbo-bosniaci Ratko Mladic e Zdravko Tolimir sono ancora liberi, con ogni probabilità nella Republika Srpska o in Serbia.

L'11 luglio 1995, le forze serbo-bosniache avanzarono verso l'enclave di Srebrenica, nella "zona di sicurezza" istituita dalle Nazioni Unite in cui avevano trovato riparo decine di migliaia di musulmano-bosniaci. Dopo la caduta di Srebrenica nelle mani dei serbo-bosniaci, migliaia di adulti e ragazzi vennero divisi dal resto della popolazione e deliberatamente e arbitrariamente assassinati. Questa uccisione di massa, sistematica e organizzata di migliaia di persone è stata definita la più grande atrocità commessa in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale ed è stata riconosciuta come atto di genocidio dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia. "Ad oggi, non una singola persona incriminata dal Tribunale per l'ex Jugoslavia è stata arrestata dalle autorità della Republika Srpska e alcuni degli indiziati godrebbero della loro protezione" - denuncia Amnesty Italia. "La mancanza di cooperazione delle autorità serbo-bosniache col Tribunale per l'ex Jugoslavia continua a costituire un ostacolo fondamentale per la giustizia". Amnesty International ha preparato per il decennale un rapporto su Srebrenica ed inoltre ha predisposto una petizione online per chiedere alle autorità che i responsabili del massacro di Srebrenica siano portati davanti alla giustizia.

La richiesta di giustizia per i crimini commessi e le prospettive per la regione balcanica è stata al centro del dibattito del parlamento europeo di Strasburgo. La discussione su Srebrenica e il futuro dei Balcani è stata preceduta dalla presentazione degli emendamenti e dalle mozioni comuni dei gruppi parlamentari per la Risoluzione su Srebrenica, che dovrebbe essere approvata alla vigilia del decennale del massacro. "L'11 luglio ricorre il decennale della caduta di Srebrenica. Oggi, nei Balcani, vogliamo vedere giustizia, riconciliazione, una forte collaborazione con il Tribunale dell'Aja, la cattura di Ratko Mladic e Radovan Karadzic" - ha dichiarato il commissario europeo all'allargamento, Olli Rehn, tracciando un bilancio. Concludendo la discussione, Olli Rehn ha sottolineato che "è nostro dovere ricordare che nella regione non ci sarà una pace stabile senza una forte collaborazione con il Tribunale dell'Aja, così come è assolutamente chiaro che il futuro dei Balcani occidentali è nella famiglia europea".

Numerose anche le iniziative della società civile. Attiviste delle Donne in Nero da tutta la Serbia visiteranno il luogo del crimine per esprimere solidarietà alle famiglie delle vittime ed in Italia hanno indetto una manifestazione per domani a Roma. La Comunità della Bosnia ed Herzegovina in Italia invita per l'11 luglio ad un minuto di silenzio nel ricordo delle circa 10 mila vittime musulmane che furono uccise e inumate in fosse comuni dagli aggressori serbi. Nei giorni scorsi il Premio internazionale Alexander Langer 2005 è stato attribuito a Irfanka Pasagic, nativa di Srebrenica, che ha fondato il centro "Tuzlanska Amica", un progetto di "adozione a distanza" che in questi anni è riuscito a dare una famiglia a oltre 800 bambine e bambini, e ora anche una casa agli orfani entrati nella maggiore età.

Per l'anniversario dell'eccidio di Srebrenica, l'Osservatorio sui Balcani, che da anni segue le vicende delle popolazioni della regione balcanica, ha preparato un dossier "A dieci anni da Srebrenica ", che approfondisce la vicenda e la situazione attuale. Si tratta di un'inchiesta, che riporta numerose voci, sullo stato della città simbolo della pulizia etnica e della violenza razzista in Europa, per cercare di capire la Bosnia Erzegovina oggi, dieci anni dopo Dayton. E sempre l'Osservatorio sui Balcani, un una speciale rubrica, segnala tutte le iniziative nazionali e internazionali per ricordare l'eccidio. L'Osservatorio ha inoltre redatto un libro di approfondimento su " Srebrenica fine secolo"con saggi di Rada Ivekovic, Michele Nardelli, Svetlana Broz, Andrea Rossini ed altri.

La tensione latente nell'area di Srebrenica è comunque ancora alta: nei giorni scorsi la polizia ha ritrovato 35 kg di esplosivo vicino al Memoriale di Potocari. Il noto giornalista e scrittore Tim Judah analizza le conseguenze della rivelazione del video degli "Scorpioni" sulla popolazione e le forze politiche serbe. Dopo che il quotidiano serbo Danas ha trovato il prete serbo-ortodosse il quale - in un video trasmesso presso il Tribunale dell'Aja - benediceva i paramilitari dell'unità "Scorpioni" poi impegnati a massacrare sei giovani bosniaco-musulmani si sono sollevate gravi accuse contro la Chiesa serbo-ortodossa per aver sostenuto l'uccisione e la messa in fuga dei musulmani bosniaci. [GB]

Fonte  : http://www.unimondo.org/Notizie/Srebrenica-a-dieci-anni-dall-eccidio-non-c-e-giu

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 8 dicembre 2011

martedì 6 dicembre 2011

ET TERRA MOTA EST : “Spiriti della città “

ET TERRA MOTA EST  :   “Spiriti della città “

 
Nel blog Origami di un Chiappanuvoli  http://chiappanuvoli.wordpress.com/ definito dall’autore come  il blog impersonale di un semplice Chiappanuvoli, che pretende, folle, di toccare le nuvole con le sole parole trovo un racconto interessante sulla condizione antropologica  a L’Aquila e mi piace qui  riportarlo Insieme a due poesie  che ho scelte tra quelle contenute nel blog .

Una grossa cazzata, un passaparola, una leggenda metropolitana, qualsiasi cosa fosse stava diventando per Tommaso una vera e propria ossessione: possibile che il centro storico dell’Aquila dopo il terremoto fosse stato invaso dagli spiriti? I giornali ovviamente non ne davano conto, erano troppo occupati a raccontare di miracoli, di lotte politiche intestine, di fondi per la ricostruzione, di zone franche, questi sì, immaginari. Dovunque si recasse però, dal Comune alla bancarella del mercato dislocato, alla fine, qualcuno se ne usciva fuori con questa storia. La gente ci ricamava sopra e si andavano aggiungendo sempre nuovi particolari.
Tommaso non era un fissato di occultismo e sciocchezze del genere, ma queste voci, tirando in causa il cuore ferito della sua città, lo facevano ingrippare. Memorizzava così ogni parola che captava confrontandola con le altre mille che sentiva in giro. Passeggiava spesso lungo Corso Vittorio Emanuele, l’unica via aperta del centro, aperta fino all’una di notte, ma mai nulla, mai un’ombra, mai un sospiro, mai un rumore sospetto aldilà delle transenne. Si fermava a parlare con i guardiani delle macerie dell’Aquila, i militari che prestavano servizio di vigilanza, e capitava che qualcuno di loro si lasciasse scappare qualche indiretta testimonianza:
­«Sì, sì, è ‘o vero. Io non ho visto gniente, ma ‘u maresciallo che pattugliava l’altra notte rice che ha visto qualcosa, qualcosa di muoversi nell’ombra.» gli raccontò un piantone d’origine campana «Quasi gli è preso un coccolone, Maro’, mo ci rimane secco per la paura!»
Ormai era più che deciso, doveva andare a vedere che stava succedendo nel suo centro storico, nella zona rossa, dietro le barriere, dentro quei vicoli bui, là dove ancora gli aquilani non potevano accedere senza inutili permessi speciali.

Una sera, Tommaso uscì con gli amici, come al solito. Qualche tazza ma senza strafare, tanto per raggiungere il livello sufficiente a trovare il coraggio. Alle due spaccate annunciò la sua ritirata e tra le proteste e le risa della compagnia si avviò verso l’auto. Alla Fontana Luminosa, passò di fianco la sua auto, tirò dritto e s’infilò in una viuzza, Via delle Tre Spighe. Fu avvolto immediatamente dalle tenebre. Intravide il convento Sant’Amico sulla destra. Affrettò il passo ed raggiuse subito le barriere che lo separavano dalla zona rossa. Spostò le transenne, appena appoggiate, e sgattaiolò dentro. Violazione amministrativa commessa. Sorrise.
Arrivò in Piazza Chiarino e da lì proseguì verso il quartiere San Pietro, il più colpito dal sisma. Buio pesto, silenzio disumano, giochi d’ombre. Il cuore gli batteva forte sotto i vestiti. Paura, eccitazione, incoscienza o forse, ancora di più, la coscienza lo eccitava. La coscienza di poter essere finalmente dove avrebbe voluto sempre stare durante i mesi d’inferno di post-sisma, nei vicoli dell’Aquila, o in quello che ne resta. La luna calante giocava con i palazzi senza vita formando, sulla testa del ragazzo, linee che gli parve di non riconoscere, linee non già nuove, ma remote, antiche, quasi dimenticate. A terra c’erano ancora pietre, mattoni, cocci, pezzi di un corpo martoriato. Li pestò sentendosi in colpa.

Imboccò Via San Domenico, ancora nulla, nessun un segno di presenza, nessun sentore di vita paranormale. Si spinse in giù per vicoli disastrati fino al Vicolaccio. Un po’ di luce. Da lì prese a risalire in direzione di Piazza Duomo. All’incrocio con Piazzetta Machilone, il primo contatto, un branco di cani, gli ultimi abitanti dell’Aquila, gli unici che non l’hanno mai abbandonata. Qualche guaito, il ticchettio in avvicinamento delle unghie sui sampietrini. Tommaso provò ad affrettare il passo, ma subito gli furono sopra. Quattro cani di grossa taglia decisi a essere accarezzati dallo sconosciuto passato lì per caso. Sciacalli pure loro.
Dopo essersi appestato le mani di fetore canino stantio, con difficoltà si riuscì a divincolare e riprese alla volta di Piazza Duomo. Ancora niente. Nessuno spirito. L’idea che le voci fossero tutte cazzate si era insinuata nella sua testa. Ma tanto valeva farsi un giro tra i ricordi, tra gli affetti incastonati a quelle mura gelide. La sensazione era simile a quando, da ragazzo, andava di notte nei cimiteri con gli amici. Semplici bravate, per carità, ma erano anche i primi contatti emotivi con la morte, con l’aldilà.
La piazza era illuminata, arancione stanco, vuota e silenziosa, come il ritorno a casa dopo una sbornia clamorosa tirata per le lunghe con i proprietari di un locale. Non fosse stato per le transenne, per i puntellamenti, pezzi d’acciaio e di legno che tengono unite le pareti degli edifici, per il preservativo messo sulla cupola delle Anime Sante, non fosse stato per il tendone dell’Assemblea Cittadina…
Risalendo verso Capo Piazza, perso tra i ricordi, Tommaso non notò l’arrivo di due fari lungo il Corso. Fece appena in tempo a buttarsi dentro la vasca vuota della fontana del D’Antino. La camionetta dei militari superò tutta la larghezza della piazza a velocità ridotta seguendo il suo cammino.

D’un tratto l’auto si fermò, come il sangue nelle vene del ragazzo. Deglutì. Erano abbastanza lontani. Avrebbe potuto tentare una fuga. Rotolò fuori della vasca, restando sempre accucciato. La camionetta mise la retromarcia. Panico. Tommaso prese a strisciare come un marine cercando di raggiungere la via di fuga più vicina. I militari fecero manovra ed entrarono lentamente nello slargo della piazza. Nel momento in cui la vista dei militari fu impallata dal chiosco dell’edicola, il ragazzo fece uno scatto e si andò a nascondere dietro il gabbiotto delle informazioni turistiche.

La camionetta continuò a scendere verso il centro della piazza. La versione pericolosa della mosca cieca. Quando l’auto fu abbastanza lontana, dette l’ultimo guizzo verso Via Cimino, spostò rapidamente la transenna e s’infilò dentro. Continuò a correre senza voltarsi. Alla prima traversa svoltò. Era fatta, era salvo. Finalmente poteva ingoiare il cuore che gli pompava nella gola.
I vicoli nel quartiere di Santa Giusta erano ancora più bui. Non si vedeva a un palmo dal naso. Senza una meta, Tommaso riprese a camminare. Ora il desiderio era trovare un modo per tornarsene a casa. Superò una birreria e ancora la sua libreria preferita, il Polar Caffè. Un silenzio disumano. Quando statack! Un rumore sordo a non più di 50 metri davanti a sé.
Rimase impietrito. “Ancora i militari?”, pensò. L’attesa infinita. Poi una tenue luce delineò lentamente la fonte del rumore. Una figura nera, un’ombra, come un mantello. La prova che andava cercando. Uno spirito. Proprio di fronte a lui. Si avvicinava nella sua direzione. La curiosità scomparve, la paura prese il suo posto. Il cervello si spense. Il cuore gli risalì in gola. Fuga. Veloce. Ora! Iniziò a correre più forte che poteva, non curandosi minimamente di quanto stava avvenendo alle sue spalle. Sbucò sotto gli alberi di Piazzetta Nove Martiri. Tra le fronde filtrava pochissima luce dalle altre viuzze. Poca ma sufficiente a vedere che ogni via d’accesso, e quindi di fuga, era sbarrata da altrettante sagome nere. Spiriti. In trappola.
Preso dal panico si accovacciò ai piedi di un palazzo. Si coprì la faccia con le mani.
«Non è vero! Non è vero! Non sta accadendo! Non può essere reale!»
Sentì le lacrime corrergli lungo le guance. Un singhiozzo. Alzò la testa e le figure lo avevano accerchiato. Tutte le fantasie, i desideri, tutti i pensieri erano svaniti. Il respiro bloccato nei polmoni. Gli occhi sbarrati. Nessuna logica. Non senso. Dopo un terremoto.
Una sagoma fece un passo in avanti e gli tese qualcosa. Nell’ombra, circondata da un drappo nero, spuntò una mano.
“Una mano umana?”
Si accese una minuscola torcia. Volti. Occhi. Nasi. Bocche. Persone. Incappucciate sotto mantelli neri come la pece.
«Ti abbiamo osservato. Sappiamo che cerchi. Sappiamo anche chi sei.»
Il ragazzo era diventato di pietra.
«Tommaso…giusto?»
«Ma io, io veramente…»
«Se vuoi girare libero per il centro, devi indossare uno di questi» disse la figura scrollandosi appena il mantello.
«Chi siete…»
«Aquilani.» ribatte l’uomo «Siamo solo Aquilani stanchi di non poter più vivere in Centro…nella nostra città.»
«Io…veramente…cioè, credo…» mugugnò Tommaso recuperando le normali funzioni vitali.
«Perché cazzo devono impedirci di stare nei posti che amiamo?! Daje rizzate su. Semo paesani!»
Dopo quella notte, Tommaso iniziò ad andare in Centro più volte che poteva. Con il suo mantello. Scoprì che gli aquilani erano decine, centinaia. Molte delle quali conosceva, per giunta. Aquilani che avevano fatto tutti la stessa scelta. Imparò ad avere una seconda vita. Fatta di regole, di codici segreti, di rispetto reciproco, ma soprattutto fatta d’amore. Amore incondizionato per quelle vie, quelle piazze, per quegli angoli nascosti che aveva sempre amato, fin da quando aveva memoria.
9/08/2010 Chiappanuvoli


Sempre un ultimo
È strazio di topazio,
l’ultimo orizzonte di fronte.
Sfuma irrisorio, quasi provvisorio
inerte di fumi, d’ansia vivente.
Coagula un giorno, un anno
senza danno né ritorno.

Smalto del riso sul mio viso
-                                    in risalto,
dubbi dal cuore come d’ogni dì
-                                          a venire.
 31/12/’03
28 settembre 2011:

«Veloci sembrano le parole

incolonnate. Vicini gli allori.

I poeti mangiano i sassi.

°

Moderatamente rapide, quelle raccolte

in un pugno di pagine. L’obiettivo luccica, pare a portata.

Il rischio di ubriacarsi di nulla, Carver lo conosceva.

°

Più lenta è quella distesa infinita di battute.

Meno i sorrisi. L’arte non si inventa (qualcosa la sto imparando).

Sarebbe comunque un boom – d’artificio / al suolo.

°

Tre strade davanti, non troppo devianti.

Fuorvianti. Avanti ai denti colpi prepotenti.

Potevo essere un ingegnere, un banchiere, uno strozzino.»

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì  6 divcembre 2011

lunedì 5 dicembre 2011

CONTROMANO : I diari della bicicletta

CONTROMANO :  I  diari della bicicletta  


Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno.
Insegnagli a pescare e lo nutrirai per la vita.
Insegnagli ad andare in bicicletta
e subito capirà quant’ è noiosa la pesca



Nel suo libro Diari della bicicletta (tanto per parafrasare simpaticamente quelli della motocicletta di Che Guevara), appena uscito per Bompiani e già tradotto in tredici Paesi, Byrne si dichiara infatti cultore devoto di questo glorioso mezzo di trasporto, svago, attività sportiva, pratico e salutare, nonché ecologico. «È molto liberatorio, è un piacere sentire il vento sul viso. E la libertà maggiore è poter andare e fermarti dove e quando vuoi, guardare, vivere la strada e al tempo stesso senza venirne troppo coinvolto. Lo trovo perfetto», ha affermato l’artista in occasione del festival “Le Conversazioni, scrittori a confronto: Human rights” di Capri.
Da quando ha scoperto la bicicletta pieghevole, è diventata la sua fedele compagna di viaggio e di tour in tutto il mondo. E viaggiare per New York, Istanbul, Manila, Berlino, Buenos Aires pedalando, gli avrà certo concesso di vedere quei luoghi in una luce diversa, più “libera”. Perché è proprio un eccitante contagioso senso di libertà a venir fuori dalle pagine del suo libro: attraverso la bicicletta, questa insolita finestra panoramica su paesaggi urbani tiranneggiati dall’automobile, lo scrittore racconta aneddoti e curiosità, mode e tendenze, musiche e personaggi singolari.
Dai primi anni ottanta Byrne utilizza dunque la bicicletta come mezzo di locomozione, promuovendo così l’impegno per la mobilità sostenibile e la qualità della vita urbana.
Da qualche anno anche in Italia molte città offrono il servizio di bike sharing (letteralmente “condivisione della bicicletta”) per favorire la mobilità dei cittadini e l’abbassamento del tasso d’inquinamento. Sono più di un centinaio e fra queste, l’unico servizio paragonabile a quello di altri paesi europei per sviluppo e utilizzatori è quello di Milano.
Quest’anno grazie a BikeMi – il bike sharing pubblico milanese - è stato possibile visitare le mostre della quinta edizione dello Startmilano (www.startmilano.com), l’Associazione delle 38 gallerie d’arte contemporanea della città, spostandosi in bicicletta. Attraverso percorsi appositamente studiati e con l’ausilio di una guida in accompagnamento, i visitatori-ciclisti hanno potuto coprire agevolmente le distanze tra le sedi aderenti all’iniziativa.

Ma è Legambiente, nel suo rapporto “L’a-bici: numeri, idee, proposte sulla mobilità ciclabile”, come scrive Stefania Calleri propone la formula 30-30-30, ovvero, entro il 2020, il 30% sul totale degli spostamenti dovrà essere in bicicletta, il 30% almeno della rete del servizio di trasporto pubblico locale di superficie dovrà essere trasformata in corsia preferenziale, e le ztl e le isole pedonali dovranno aumentare del 30%.

Il 15 settembre Legambiente ha presentato a Padova il suo rapporto sulla mobilità ciclabile, fornendo numeri a livello nazionale ed europeo ma anche proponendo soluzioni per avviare una concreta politica della mobilità ciclabile. Creare alternative all’attuale sistema di mobilità risulta ormai non più prorogabile visto il traffico sempre più caotico ed il crescente inquinamento delle città.

Le Amministrazioni locali dovranno contenere la richiesta di trasporto individuale motorizzato ed incentivare forme di trasporto diverse dall’auto privata, ciò significa incrementare l’uso dei mezzi collettivi di trasporto, soprattutto elettrici e su rotaia, la bici, i piedi e tutte le forme di mobilità on demand o pay for use.

Quali le soluzioni ? Legambiente propone di partire da 3 interventi che non richiedono ingenti risorse economiche:
  1. aumentare le corsie preferenziali garantendo al traffico pubblico di superficie maggiore fluidità e rendendo, in questo modo, il mezzo pubblico concorrenziale con quello privato;
  2. adottare un pedaggio urbano per le aree più congestionate;
  3. avviare una politica per la mobilità dolce fondata sulla riduzione della velocità dei mezzi a motore rendendo gli spostamenti in bicicletta e a piedi più sicuri.
L’uso della mobilità dolce è legata a fattori culturali e non solo alla presenza di infrastrutture o di condizioni climatiche favorevoli. Tra il 2000 ed oggi l’estensione delle piste ciclabili è triplicata, si è passati da 1000 a 3227 Km, ma gli spostamenti urbani in bicicletta sono rimasti identici, si attestavano e si attestano al 3,8%. Questo fattore è confermato anche dal fatto che le città dove in Italia si pedala maggiormente non sono quelle con più piste ciclabili e neppure quelle con condizioni climatiche più miti.

Ciò non significa che non ci sia bisogno di infrastrutture, ma queste devono essere pensate e realizzate all’interno di piani complessivi della mobilità e non essere il frutto di una disordinata fioritura infrastrutturale non pensata per gli spostamenti.

La presenza di piste ciclabili sicure e che rendano i tempi di percorrenza certi sono un valore aggiunto, ma alla base, come già detto, c’è la cultura della mobilità dolce. Un’indagine Isfort del 2007 (La riscoperta della bicicletta, settembre 2008 ) elencava le motivazioni delle affezionati della bicicletta, nell’ordine venivano indicati i seguenti vantaggi: la bicicletta: evitava traffico e code (29,3%), faceva bene alla salute (29,1%), risultava il migliore mezzo per il temo libero (19,2%), rappresentava un mezzo di trasporto economico (11,6%) e riduceva l’inquinamento (10,9%).

Qualche esempio positivo esiste anche nel nostro paese, è il caso di Bolzano, che ha riorganizzato la mobilità cittadina privilegiando i mezzi di trasporto più lenti, ed anche Padova dove si riscontra la più alta densità di vie ciclabili. A Reggio Emilia, la bicicletta copre il 15% della domanda di mobilità e raggiunge anche picchi del 30%, a Ferrara un terzo della popolazione si sposta in maniera sistematica in bicicletta. In tutta l’Emilia Romagna i percorsi per le due ruote sono aumentati dalla metà degli anni 2000 sino ad oggi, arrivando a 1.031 Km.

Fuori da queste “isole felici”, la situazione, come riporta il Rapporto di Legambiente, non sembra brillare, siamo di fronte ad una sorta di “ri-partenza della bicicletta”.

Ma per dare avvio ad una politica concreta della mobilità ciclabile, secondo il rapporto dell’associazione ambientalista, 4 sono gli ambiti su cui puntare:
  • Infrastrutte e parcheggi, i percorsi ciclabili devono essere costruiti, con una sede propria, parallelamente ai principali assi di scorrimento urbano, in modo da garantire continuità negli spostamenti, l’ideale sarebbe raggiungere aree a ciclabilità diffusa e collegare le ciclabili urbane a percorsi turistici e cicloescursionistici.
  • Sicurezza, elemento non prescindibile per chi vuole spostarsi in bicicletta è la sicurezza, vanno, pertanto, promossi corsi di educazione ed informazione sul codice della strada.
  • Intermodalità, è necessario creare spazi sicuri ed accessibili alle biciclette nei parcheggi vicini alle fermate dei mezzi pubblici, garantire il trasporto di bici sui treni, soprattutto locali, dotare i veicoli dei mezzi di trasporto pubblico di pedane o altri strumenti per il trasporto di biciclette e diffondere il bike-sharing.
  • Furti, è prioritario costruire parcheggi coperti e controllati per evitare il furto delle biciclette e creare un pubblico registro ciclistico dove immatricolare le biciclette.
Per chi vuole approfondire:
  • Il rapporto di Legambiente “L’a-bici. Numeri, idee, proposte sulla mobilità ciclabile”
Testo a cura di Stefania Calleri

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì  5 dicembre 2011

domenica 4 dicembre 2011

LA LUNA DEI LUNATICI :La luna di Giacomo Leopardi

LA LUNA DEI LUNATICI  : La luna di Giacomo Leopardi

 ALLA LUNA
O graziosa luna io mi rammento
Che or volge l’anno , sovra  questo colle
Io venia pien d’angoscia r imirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai , che tutta la rischiari:
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio , alle mie luci
Il tuo volto  apparia, chè travaglliosa
Era mia vita : ed è, né cangia stile.
O mia diletta luna.E  pur mi giova
La ricordanza ,e il noverar l’etade
Del mio dolor . Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil , quando ancor lungo
La speme  e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose ,
Ancor che triste ,e che l’affanno duri!

IL TRAMONTO DELLA LUNA
Quale in notte solinga,
sovra campagne inargentate ed acque
là ‘ve zefiro aleggia,
e mille vaghi aspetti
e ingannevoli obbietti
fingon l’ombre lontane
infra l’onde tranquille
e rami e siepi e collinette e ville;
giunta al confin del cielo,
dietro Appennino od Alpe, o del Tirreno
nell’infinito seno
scende la luna; e si scolora il mondo;
spariscon l’ombre, ed una
oscurità la valle e il monte imbruna;
orba la notte resta,
e cantando , con mesta melodia,
l’estremo albor della fuggente luce,
che dianzi gli fu duce,
saluta il carrettier da la sua via;
tal si dilegua, e tale
lascia l’età mortale
la giovinezza.

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE
ERRANTE DELL’ASIA
Che fai tu, Luna, in ciel’ dimmi, che fai
Silenziosa  Luna ?
Sorgi la sera,  e vai ,
Contemplando i deserti; indi ti posi
Ancor  non sei tu paga
Di riandar i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli ?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore ,
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi,fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera,,
Dimmi,  o Luna: a che vale
Al pastor la sua vita
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale ?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestitot e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti,  ed alta rena,  e fratte,
Al vento, alla tempesta, e a quando avvampa
L’ora, e quando poi gela
Corre via, corre, e anela ,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge,e più e più s’affretta
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva Coà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso ,
Ov’ei precipitando , il tutto oblia.
Vergine Luna, tale
E’ la vita mortale .
Nasce l’uomo a fatica ,
Ed è rischio di morte il nascimento .
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e3 in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato:
Poi che crescendo viene ,
L’uno e l’altro il sostiene , e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core, E consolarlo dell’umano stato:;
Altro ufficio più grato
Non si fa dai parenti alla lor prole:
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura, Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale,
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei , tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro , il sospirar che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante ,
E perir dalla terra e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito  andar del tempo .
Tu sai , tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera ,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri ,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano.
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano  a mano;
E quando miro in ciel arder le stelle ;
Dico fra me pensando:
A che tante favelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? Che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e dalla stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia ;
Poi di tanto adoprar,di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse :
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so.Ma tu per certo,
Giovinetta immortal , conosci il tutto:
Questo io conosco e sento ,
Che degli eterni giri ,
Che dell’esser mio frale ,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata ,
Che la miseria tua, credo, non sai !
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno
Ogni estremo timor subito scordi ;
Ma più perché giammai tedio non provi ,
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ quieta e contenta,
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato .
Ed io pur seggio sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente;ed uno spron quasi mi  punge
Sì che,  sedendo,  più che mai son lunge
Da trovar pace e loco.
E pur nulla non bramo ,
E non ho fino a qui cagion di pianto :
Quel che tu goda o quanto ,
Non so già dir ; ma fortuna sei
Ed io goodo ancor poco,
O greggia mia , né di ciò sol mi lagno .
Se tu parlar sapessi , io chiederei:
Dimmi : perché giacendo
A bell’agio,  ozioso,
S’appaga ogni animale,
Me, s’io giaccio in riposo , il tedio assale?
Forse s’avess’ io l’ale
Da volar su le nubi ,
E niverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei , dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero ,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma , in quale
Stato che sia , dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il  dì  natale.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, domenica 4 dicembre 2011

sabato 3 dicembre 2011

LETTERE DALL'EREMO : La sentinella che scruta nella notte annunzia la caduta di Babilonia

LETTERE DALL'EREMO : La sentinella che scruta nella notte annunzia la caduta di Babilonia

Così mi ha detto il Signore:
«Va', metti una sentinella
che annunzi quanto vede.
Se vede cavalleria,
coppie di cavalieri,
gente che cavalca asini,
gente che cavalca cammelli,
osservi con attenzione».
La vedetta ha gridato:
«Al posto di osservazione, Signore,
io sto sempre, tutto il giorno,
e nel mio osservatorio
sto in piedi, tutta la notte.
Ecco, arriva una schiera di cavalieri,
coppie di cavalieri».
Essi esclamano e dicono:
«E' caduta, è caduta Babilonia!
Tutte le statue dei suoi dèi
sono a terra, in frantumi».
O popolo mio, calpestato,
trebbiato sulla mia aia,
ciò che ho udito
dal Signore degli eserciti,
Dio di Israele,
a voi ho annunziato.
Oracolo sull'Idumea.
Mi gridano da Seir:
«Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?».

La sentinella risponde:
«Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite!».

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, sabato 3 diembre 2011

venerdì 2 dicembre 2011

CANZONIERE : Garcia Lorca

CANZONIERE  : Garcia Lorca

1.
Morì all'alba

Notte di quattro lune
e un albero solo.
Con un'ombra sola
e un solo uccello.
Cerco nella mia carne
l'impronte delle tue labbra.
Bacia il vento la fonte
senza sfiorarlo.
Porto il No che mi desti
sulla palma della mano,
come un limone di cera
quasi bianco.
Notte di quattro lune
e un albero solo.
Sulla punta d'un ago
sta il mio cuore, girando!

2.
Pequeño Vals Vienés

En Viena hay diez muchachas,
un hombro donde solloza la muerte
y un bosque de palomas disecadas.
Hay un fragmento de la mañana
en el museo de la escarcha.
Hay un salón con mil ventanas.
¡Ay, ay, ay, ay!

Toma este vals con la boca cerrada.
Este vals, este vals, este vals, este vals,
de sí, de muerte y de coñac
que moja su cola en el mar.
Te quiero, te quiero, te quiero,
con la butaca y el libro muerto,
por el melancólico pasillo,
en el oscuro desván del lirio,
en nuestra cama de la luna
y en la danza que sueña la tortuga.
¡Ay, ay, ay, ay!

Toma este vals de quebrada cintura.
En Viena hay cuatro espejos
donde juegan tu boca y los ecos.
Hay una muerte para piano
que pinta de azul a los muchachos.
Hay mendigos por los tejados,
hay frescas guirnaldas de llanto.
¡Ay, ay, ay, ay!

Toma este vals que se muere en mis brazos.
Porque te quiero, te quiero, amor mío,
en el desván donde juegan los niños,
soñando viejas luces de Hungría
por los rumores de la tarde tibia,
viendo ovejas y lirios de nieve
por el silencio oscuro de tu frente.
¡Ay, ay, ay, ay!

Toma este vals, este vals del “Te quiero siempre”.
En Viena bailaré contigo
con un disfraz que tenga
cabeza de río.
¡Mira qué orillas tengo de jacintos!
Dejaré mi boca entre tus piernas,
mi alma en fotografías y azucenas,
y en las ondas oscuras de tu andar
quiero, amor mío, amor mío, dejar,
violín y sepulcro, las cintas del vals.
Piccolo valzer viennese

A Vienna ci sono dieci ragazze,
una spalla dove piange la morte
e un bosco di colombe disseccate.
C'è un frammento del mattino
nel museo della brina.
C'è un salone con mille vetrate.
Ahi! Ahi! Ahi! Ahi!

Prendi questo valzer con la bocca chiusa.
Questo valzer, questo valzer, questo valzer,
di sì, di morte e di cognac
che si bagna la coda nel mare.
Io ti amo, io ti amo, io ti amo
con la poltrona e con il libro morto,
nel malinconico corridoio,
nell'oscura soffitta del giglio,
nel nostro letto della luna,
nella danza che sogna la tartaruga.
Ahi! Ahi! Ahi! Ahi!

Prendi questo valzer dalla spezzata cintura.
A Vienna ci sono quattro specchi,
vi giocano la tua bocca e gli echi.
C'è una morte per pianoforte
che tinge d'azzurro i giovanotti.
Ci sono mendichi sui terrazzi.
E fresche ghirlande di pianto.
Ahi! Ahi! Ahi! Ahi!

Prendi questo valzer che spira fra le mie braccia.
Perché io ti amo, ti amo, amore mio,
nella soffitta dove giocano i bambini,
sognando vecchie luci d'Ungheria
nel mormorio di una sera mite,
vedendo agnelli e gigli di neve
nell'oscuro silenzio delle tue tempie.
Ahi! Ahi! Ahi! Ahi!

Prendi questo valzer del "Ti amo per sempre".
A Vienna ballerò con te
con un costume
che abbia la testa di fiume.
Guarda queste mie rive di giacinti!
Lascerò la mia bocca tra le tue gambe,
la mia anima in foto e fiordalisi,
e nelle onde oscure del tuo passo
io voglio, amore mio, amore mio, lasciare,
violino e sepolcro, i nastri del valzer.
(tradotto e cantato da Leonard Cohen)

Eremo Via vado di sole, venerdì 2 dicembre 2011