domenica 11 dicembre 2011

ARTE FACTUM : Un Guarnieri del Gesù detto anche “Cannone “ dal suo proprietario Niccolò Paganini

ARTE FACTUM   : Un  Guarnieri del Gesù detto anche “Cannone “ dal suo proprietario  Niccolò Paganini




Il "Guarneri del Gesù" detto anche  il Cannone è il violino di Niccolò Paganini (1782-1840), costruito a Cremona nel 1743 dal liutaio Bartolomeo Giuseppe Guarneri (1698-1744) detto 'del Gesù.
Paganini probabilmente lo ricevette in dono nel 1802 a Livorno e lo predilesse tra tutti gli strumenti che possedeva, chiamandolo affettuosamente "il mio cannone violino" per la pienezza del suono.
Bartolomeo Giuseppe Guarneri, detto "del Gesù" (Cremona, 21 agosto 1698 – Cremona, 17 ottobre 1744), è stato un liutaio italiano, oggi considerato il liutaio più illustre e forse più quotato insieme ad Antonio Stradivari.

L'aggiunta del soprannome "del Gesù" è dovuta alla sua abitudine di firmare i suoi strumenti, all'interno della cassa armonica, con la sigla IHS.

I suoi violini, a differenza di quelli prodotti dallo Stradivari, hanno un suono armonico ma potente, non a caso il virtuoso violinista Niccolò Paganini lo usò quale strumento personale determinando la rivalutazione di un liutaio fino ad allora ritenuto secondario. Uno dei maggiori violinisti contemporanei, Uto Ughi, utilizza un Guarneri del Gesù nei suoi concerti.

Il “ Cannone “ usato da Paganini e pervenuto fino a noi  è uno strumento unico, perché le sue parti principali sono giunte intatte fino a noi ed il suo valore è accresciuto dal prestigio del celebre proprietario. La vernice è ancora quella originale e, nella parte terminale della tavola armonica, reca il segno dell'uso da parte di Paganini che, come tutti i suoi contemporanei, suonava senza usare la mentoniera, poggiando il mento direttamente sullo strumento.
Il Cannone divenne un eccezionale partner per i virtuosismi di Paganini che, grazie anche alla straordinaria estensione delle dita della mano sinistra, sviluppò nuove tecniche violinistiche sfruttando al massimo le potenzialità dello strumento.
Niccolò Paganini, secondo una precisa disposizione testamentaria, lasciò il Cannone alla sua città natale, Genova, "onde sia perpetuamente conservato".
Il violino, insieme con altri cimeli paganiniani, dal 1851 si trova a Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova, e sul suo stato di conservazione vigila una commissione di esperti, tra i quali Mario Trabucco, violinista incaricato di suonarlo periodicamente, e Bruce Carlson, liutaio conservatore.
Famosi violinisti si sono esibiti con il Cannone in concerti in Italia e all'estero, tuttavia rimane un privilegio riservato al vincitore del Concorso Internazionale di violino 'Premio Paganini', suonare il prezioso strumento il 12 ottobre in occasione delle Celebrazioni Colombiane.


Il violino del grande virtuoso e compositore genovese Niccolò Paganini rientra fra i più importanti strumenti musicali nella storia della musica occidentale. Lo stato di conservazione è eccezionale, grazie soprattutto al fatto che dopo la morte del violinista (avvenuta nel 1840) venne suonato di rado. Lo strumento, secondo gli studiosi, accompagnò Paganini dal 1802 sino alla morte ed egli vi si affezionò a tal punto da chiamarlo "il mio cannone violino" per le sue prodezze acustiche. Riteniamo che la maggior parte del logorio visibile sullo strumento sia da
attribuire a quello provocato dallo stesso Paganini nell'arco della sua brillante carriera. Il ‘Cannone’ divenne un eccezionale partner per i virtuosismi del musicista che sviluppò nuove tecniche violinistiche sfruttando al massimo le potenzialità dello strumento. Paganini influenzò molti musicisti, non solo violinisti, sia della sua epoca che delle generazioni successive tra i quali si possano menzionare i pianisti Franz Liszt e Robert Schuman.
'Mezzo' prediletto per l’interpretazione musicale di Paganini, questo prezioso violino fu costruito nel 1743 da Bartolomeo Giuseppe Guarneri, più tardi conosciuto come Giuseppe Guarneri 'del Gesù'. Oggi questo liutaio viene considerato, insieme al suo concittadino e contemporaneo Antonio Stradivari, uno dei massimi esponenti della gloriosa scuola cremonese di liuteria che ebbe inizio nella prima metà del '500, con la cristallizzazione della forma del violino da parte di Andrea Amati. Paganini, nel suo testamento redatto nel 1837, tre anni prima della morte, precisò: "Lego il mio violino alla Città di Genova onde sia perpetuamente conservato." Una semplice frase, facile di concetto, ma piena di insidie.
Chiunque si occupi di conservazione di strumenti si troverà a confrontarsi con due priorità difficilmente conciliabili: quella di conservare gli oggetti per le generazioni future, rallentandone per quanto possibile il degrado ed il logoramento e quella di rendere la collezione accessibile e fruibile ai costruttori, musicisti, appassionati, studiosi, visitatori e, in sintesi, alla società attuale. É indispensabile giungere ad elaborare una politica conservativa che salvaguardi i due aspetti. Inoltre ai rischi e ai danni derivanti dall’utilizzo si devono aggiungere quelli connessi, e direi inevitabili, legati al trasporto dello strumento.
È noto a chiunque si occupi di strumenti ad arco – costruttori, restauratori e musicisti – che l’utilizzo continuo dello strumento richieda una serie altrettanto continua di piccoli riparazioni, aggiustamenti e messe a punto – che possano portare a graduale e spesso irreversibile modifiche delle parti originali cancellando l’evidenza storica e generando uno strumento progressivamente sempre più reinventato. La scelta di aver effettuato il “recupero storico” del ‘Cannone’ va interpretata come una delle chiavi per equilibrare la politica di conservazione e di utilizzo dello strumento, nell’ottica di esporre il violino di Paganini nella sua rinnovata veste più fedele all’aspetto originario, quando fu consegnato alla città di Genova.
Il “recupero storico”, che ha avuto riscontri lusinghieri da parte dei musicisti, è vano se non viene supportato da un cambiamento radicale nel concepire l’utilizzo dello strumento. Infatti l’aspettativa da parte del pubblico di ascoltare il suono dello strumento non va perseguita a tutti costi, ma va indirizzata scegliendo accuratamente le occasioni più congeniali e prendendo alcune precauzioni necessarie per la buona conservazione dello strumento.
Negli ultimi anni è maturata la necessità, sempre più importante, di conoscere a fondo lo stato di salute di questo prezioso violino. Solo con dei dati precisi, rilevati con rigoroso metodo scientifico, sarà possibile capire come si comporta il violino all’interno o all’esterno della teca nelle diverse condizioni di utilizzo o di conservazione.
È chiaro che il comportamento di uno strumento musicale nel corso della propria esistenza per molti aspetti è ancora sconosciuto e che, grazie alle tecnologie moderne è possibile acquisire elementi che diano la possibilità di operare nelle migliori condizioni sia per l’esposizione che per la conservazione degli strumenti ad arco, inoltre ogni strumento rappresenta un caso a sé. Proprio per i motivi sopraindicati ci siamo avvalsi della collaborazione del dott. Gabriele Rossi Rognoni, curatore del Museo degli Strumenti Musicali della Galleria dell’Accademia di Firenze e del prof. Marco Fioravanti, docente dell’Università degli Studi di Firenze - Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali e Forestali: insieme a loro è stato sviluppato un progetto di monitoraggio e analisi più approfonditi del comportamento del ‘Cannone’ nelle diverse situazioni al fine di conservare e comprendere al meglio questo prezioso documento storico vivente.

Fonte : http://www.paganini.comune.genova.it/violi_guarneri_filosofia.htm

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, domenica 11 Dicembre 2011

sabato 10 dicembre 2011

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : I due guerrieri di Capestrano

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : I due guerrieri di Capestrano
 (seconda parte )
Il nuovo Guerriero di Mimmo Paladino e la sua cosmogonia
Abbiamo concluso con un enigma concernente il nome dell’autore e del personaggio rappresentato la descrizione del Guerriero di Capestrano. Iniziamo con un enigma quella del “Guerriero”, la reincarnazione in chiave contemporanea della potente figura arcaica realizzata dallo scultore Paladino che ha ideato il nuovo ambiente sacrale per esporre l’opera del VI secolo avanti Cristo. L’enigma sono le tegole che sostituiscono le armi, idea venuta “in progress”perché, dice Simongini, nella realizzazione presso gli specialisti di Faenza, nel bozzetto originario c’era ancora una lancia; intanto vediamo due tegole.
Le tegole sottolineano il valore architettonico e non solo plastico della scultura, nel concetto che l’opera crea architettura, il copricapo è visto come un tetto. E’ un’immagine totemica anch’essa possente, alta metri 2,56. In terracotta perché, dice lo scultore, “questo materiale dalle proprietà elementari e trasformative richiama la forza arcaica della pietra calcarea con cui è stato scolpito il Guerriero di Capestrano”.

“All’ombra della notte dei tempi, un’aureola di futuro” la definisce il curatore riassumendone la genesi. Nasce all’ombra del “Guerriero” proveniente da epoche remote, e conserva il coprIcapo che diventa però un’aureola proiettata in avanti nel tempo. Lo scultore collega così antichità e contemporaneità inquadrando la compenetrazione museale prospettata da Pessina nella propria arte personale, dove c’è l’“ossessione “ di cui abbiamo parlato: “La mia cultura visiva nasce da un’idea di stratificazione, con immagini figurative e non figurative, talvolta anche decorative e minime… Una storia frammentata e ricostruita, una storia di passaggi e di tracce dove un frammento di testa romana si incastra con un blocco di epoca precedente. Poi vengono i longobardi che aggiungono altro ancora e allora tutto diventa un collage di elementi astratti e figurativi, oppure irriconoscibilmente figurativi”. Il collante di tutto questo l’identità del territorio, “nella cultura del meridione, in quelle architetture e in quelle opere fatte di segni necessari e, tuttavia, anonimi”.
Questa sua visione risulta dalle opere esposte nella mostra di cui ”Il nuovo Guerriero” rappresenta il culmine, possiamo dire che svolgano in qualche modo la funzione dei “compagni del Guerriero o comunque dei componenti del “corredo” tipico dell’antichità. Sono tuttavia qualcosa che va ben oltre. Così le 75 piccole sculture in bronzo che incrociano la storia dell’umanità e le vicende epiche di conquiste e difese dei propri territori con il percorso artistico dello scultore, vanno dal 1984 al 2010; e le grandi sculture in bronzo, “Carro”, “Elmo” e “Cavallo”; e come non ricordare il suo monumentale cavallo blu di oltre 4 metri installato nel 2009 all’Anfiteatro del Vittoriale del grande abruzzese Gabriele d’Annunzio?, In più la suggestiva terracotta “Senza Titolo” creata con il celebre Spalletti di cui colpisce la tenerezza della figura.
“Non a caso Paladino, in molte sue sculture – nota Simongini – libera la figura e l’oggetto dalla loro relatività rendendoli ‘eterni’ anche tramite l’accostamento a forme geometriche , cristalline, astratte”. Ancora più direttamente: “Così la singola presenza figurale e oggettuale è isolata dal flusso ininterrotto dei fenomeni e delle apparenze e giace in un’immobile punto di quiete diventando necessaria e inalterabile”. E’ proprio questa la cosmogonia nella scultura e, come si intitola la mostra, “la scultura come cosmogonia”.
Compresenza di figurazione e di astrazione, dunque, come nelle civiltà paleolitiche con l’aspetto naturalistico e razionale insieme a quello astratto e metafisico, uniti in una visione fantasiosa e poetica. Ciò consente di superare il tempo, fissando l’istantanea in un’immagine persistente che si sente perenne. Per questo fino alla realizzazione è esposta ai cambiamenti che nascono dall’imprevisto e dall’intuizione improvvisa sopravvenuta, di qui gli interventi correttivi ”in progress” di cui abbiamo detto; così l’opera compiuta spesso è ben diversa dai molti schizzi preparatori. Del resto stabilità ed evoluzione, forme fisse e mutevoli sono espressioni compresenti alla ricerca di un equilibrio che si realizza nell’opera finita la quale così può collocarsi fuori del tempo pur con echi che vengono sin dal remoto mondo arcaico.
Il curatore lo ha chiamato “novello Giano bifronte con un volto rivolto al passato e l’altro verso il futuro”, che porta “al di là del tempo” e alla “scultura come cosmogonia”. Come mostra “Il nuovo Guerriero”, che ci riporta alle origini ancestrali ma nello stesso tempo ci fa sentire come siano compenetrate nel nostro tempo. Sempre Simongini nota, parafrasando Huberman, che “l’opera di Paladino ‘ha più spesso memoria e avvenire di colui che la guarda’. O, almeno, rappresenta anche una sfida per tutti noi a recuperare parte delle nostre memorie archetipe per immaginare meglio il futuro”. E questo creando “un cortocircuito fra passato, presente e futuro che ricorda il concetto bergoniano di durata”.
Il Guerriero di Capestrano e Il nuovo Guerriero di Mimmo Paladino.
Ebbene, Il nuovo Guerriero esprime plasticamente, nella sua maggiore esilità e quindi fragilità rispetto al Guerriero di Capestrano, solido e possente, tutte le incertezze e i timori per un futuro che ci vede inermi e indifesi, disarmati come lo è la sua figura. Ma dà anche la consapevolezza fiduciosa di un futuro che possiamo costruire, fino al tetto, per il quale porta le tegole protettrici, con un’immagine che lo vede anche partecipare alla costruzione del nuovo suggestivo spazio architettonico per il vecchio ”Guerriero”.
Sono due operazioni che si riassumono nel commento finale del curatore Simongini, e ci sembra la conclusione più appropriata a questo tuffo in epoche remote della storia e dell’arte, “al di là del tempo”: “Contemplare il mondo dal punto di vista originario per vivere più profondamente il proprio tempo: di fronte alle sculture di Paladino si ha questa sorprendete rivelazione”.
Chieti
Fonte : http://www.archeorivista.it/007127_chieti-il-guerriero-di-capestrano-e-il-nuovo-guerriero-di-paladino-accoppiata-vincente/

Eremo  Via Vado di sole, L'Aquila, sabato 10 dicembre 2011

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : I due guerrieri di Capestrano

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : I due guerrieri di Capestrano
 (prima parte )
Andrea Pessina, soprintendente per i beni archeologici dell’Abruzzo e Gabriele Simongini, curatore, hanno illustrato l’evento, anzi i due eventi paralleli e correlati, arte antichissima e contemporanea a braccetto.
Il primo evento è la nuova collocazione del “Guerriero” realizzata mediante l’ingegno di un maestro della scultura contemporanea che ha “disegnato” e realizzato un ambiente in grado di valorizzare le straordinarie qualità dell’opera ponendola “al di là del tempo”. Il significato di queste parole lo si comprende dall’illustrazione del lavoro fatto da un artista per il quale l’opera era divenuta una sorta di “ossessione”. Che lo ha portato a realizzare Il nuovo Guerriero per ricreare il fascino del Guerriero antico, e questo è il secondo evento, la mostra che comprende quest’opera e le sue sculture precedenti. La nuova sala con la preziosa opera del VI secolo avanti Cristo e “Il nuovo Guerriero” del terzo millennio vengono presentati insieme e sono esposto al pubblico in contemporanea, sia pure in due siti diversi, entrambi nel centro storico di Chieti, anche per l’inamovibilità del “Guerriero”: un “gigante dai piedi di argilla” molto delicato.


Ma ascoltiamo il soprintendente Pessina, mentre ricorda la genesi dell’iniziativa: l’idea gli venne quando notò l’intensa passione dello scultore per quell’opera dell’antichità che non meritava di restare confinata tra i reperti archeologici, anche se preziosi, ma abbisognava di un proprio spazio vitale che ne mettesse in luce tutto il significato. Anche perché non si tratta di un’opera isolata ma fa parte di una serie di statue giunte mutile, mentre il “Guerriero” è pervenuto miracolosamente integro ed è stato considerato l’incarnazione delle virtù italiche; al punto da essere esposto come tale nella mostra a Bruxelles nel 1938, quattro anni dopo il ritrovamento, con un guerriero mussoliniano che scaglia la lancia in puro stile littorio.
Faceva parte di una struttura funeraria isolata, e “non raffigurava tanto un personaggio reale quanto un concetto, anche attraverso un sistema di segni con le codifiche di allora”. C’è maggiore attenzione alle armi che alla fisionomia, erano i segni dell’autorità e del prestigio nel comando militare e nella magistratura.


Il precedente allestimento lo vedeva affiancato alle altre sculture mutile, secondo la tecnica espositiva tradizionale. E brillano gli occhi al soprintendente quando racconta l’idea suggeritagli dal modo suggestivo con cui lo scultore Paladino gli parlava della sua “magnifica ossessione” per il ”Guerriero”; e dal modo con cui lo guardava, preso dai suoi pregi estetici persistenti e attuali, non dal fatto che è un prezioso reperto storico. Lo sguardo dell’artista coglieva dei contenuti riposti, che andavano messi in evidenza con un adeguato allestimento espositivo, da qui l’idea di costruire una scenografia adeguata intorno alla statua.
Ma c’è di più: l’“ossessione” di Paladino lo porta a concepire Il nuovo Guerriero che possa dialogare con il primo recependone i motivi salienti in chiave attuale con una tecnica e un messaggio aggiornati al mondo contemporaneo. Di qui l’inedito risultato di far cadere lo steccato tra arte antica e contemporanea con un testimonial d’eccezione dell’arte antica e una sua reincarnazione nel contemporaneo, per ora in un breve percorso tra il Museo e la vicina sede della mostra, ma in prospettiva, accenna il soprintendente, l’idea potrebbe riguardare lo spazio espositivo dei musei e dei siti archeologici facendovi entrare la contemporaneità per superarne l’isolamento e valorizzare la bellezza dell’arte, che non è soloreperto.
Vittorio Sgarbi ricorda spesso, aggiungiamo, che l’arte è sempre contemporanea se è vera arte perché mantiene nel tempo intatti i valori di forma e di contenuto. Perché allora non farla convivere con le espressioni contemporanee che nella forma e nel contenuto abbiano gli stessi valori permanenti? C’è anche un motivo pratico, verrebbero rivitalizzati siti e musei archeologici che, soprattutto nei piccoli centri, soffrono di una sindrome di isolamento ed emarginazione da contrastare con idee innovative.
Tornando al “Guerriero”, Pessina ha sottolineato che Paladino “si è tenuto a distanza dall’opera senza contaminarla ma creando l’atmosfera più adatta per accoglierla”; e ha mostrato l’ombra proiettata sul muro, con il caratteristico copricapo a dargli quasi un’aureola di santità ingrandita dalla prospettiva, in una proiezione particolarmente suggestiva. Ha creato così la “suspence” per la descrizione di cosa si è fatto, e perché viene definito “al di là del tempo”, di certo non soltanto perché risale al VI secolo avanti Cristo.
Il Guerriero di Capestrano.
Il curatore Simongini fa vivere in anteprima l’atmosfera intorno al “Guerriero”
Gabriele Simongini - curatore degli eventi presentati, il nuovo spazio espositivo del “Guerriero” e la mostra ad esso collegata – parte dal rapporto tra archeologia ed arte contemporanea perché lo scultore Paladino riconduce tutta la sua scultura a quell’opera antichissima, tanto che in una sua mostra a Firenze avrebbe voluto chiederlo in prestito come testimone muto, ma era una missione impossibile; invece ”il sogno nato dalla sua ossessione si è potuto realizzare perché è spuntata una stella cometa, il nuovo soprintendente che pensò subito a fargli creare uno spazio permanente del tutto inedito intorno al ‘Guerriero’”.
Paladino si è avvicinato “con discrezione e misura” al “Guerriero”, ribadisce Simongini, e fa avvicinare anche il visitatore con la stessa cura, in una progressione che nasce nell’antisala con una rete di legami che portano all’opera in modo graduale; i collegamenti poi si trasmettono al “Nuovo Guerriero” esposto nell’altro spazio a Palazzo De Mayo. Restando nel Museo, le altre sculture mutile dell’epoca e l‘ambiente tutt’intorno lo introducono senza sovrapporsi ad esso creando l’atmosfera “al di là del tempo”.
In che modo? La sala all’associazione Civita pende dalle labbra del curatore come se stesse per decifrare un antico manoscritto, e in parte ci sono elementi del genere. L’innovazione principale è stata nella forma dell’ambiente in cui è collocato, da rettangolare è stata trasformata in ellittica in base al criterio che “il capolavoro archeologico genera lo spazio circostante”. E questo con un’operazione quasi fantascientifica che viene così descritta: “Al centro di quest’opera totale, fatta di spazi architettonici, graffiti ed illuminazione ad hoc, e che forse in futuro potrebbe perfino accogliere la musica, sta sempre e comunque il Guerriero di Capestrano la cui assoluta ed emblematica potenza geometrica è stata ribadita da Paladino con una mirabile intuizione spaziale: applicando la proporzione aurea, il cerchio del copricapo con il suo modulo di 65 cm. genera un’ellissoide (il cui asse principale è 13 volte il modulo,mentre l’altro equivale a circa sette volte e mezzo) che dà forma curva alla sala, spazio fluido, continuo, sospeso, senza angoli”. Cioè “al di là del tempo” che è scandito e misurato da svolte e cesure, laddove qui tutto è invece smussato.
Ma non per questo c’è lo spaesamento atemporale, il “Guerriero” è messo a suo agio, per così dire, con il colore della sua epoca nel pavimento e nelle pareti. Si è cercata la stessa pietra locale calcarea di cui è fatta la statua, la si è macinata per produrre il materiale utilizzato per pavimento e pareti in due tonalità: Il collegamento e la derivazione dell’ambiente, dunque, oltre all’aspetto architettonico riguardano anche quello cromatico: “come per la forma e lo spazio anche per il colore è il ‘Guerriero’ a generare l’ambiente”.
E poi nell’ “anticamera” ci sono i “compagni del Guerriero”, come la “Dama di Capestrano”, rinvenuta con lui. Siamo al culmine dell’arte arcaica che dopo la stele figurativa fatta soprattutto di incisioni e pochi rilievi approda alla statuaria a tutto tondo del “Guerriero”; l’ulteriore sviluppo sarà l’affidare i messaggi non più ai simboli del rango ma alle iscrizioni come nella “stele a erma di Penna Sant’Andrea”. Un percorso artistico non influenzato dall’arte greca ma forse da quella etrusca su una base originaria locale , in proposito vengono ricordate le “stele garganiche” come segno di primigenia e di identità da cui nasce il “Guerriero”.
Il “Guerriero” si trova a casa sua anche per i graffiti che percorrono le pareti: “Non sono perentori come a Napoli dove sono netti e creano spazio, qui sono discreti e illuminati in modo misurato, quindi non interferiscono sull’unico protagonista”. Non potevano essere segni casuali o desunti da preesistenze, si tratta di “una scrittura originaria e insieme immaginaria”, con frecce e utensili, rami e animali, teste e clessidra: si pone in rapporto con iscrizioni paleosabelliche che hanno agito sulla visione di Paladino portandolo a creare una scrittura immaginaria da quella reale, collegata al contesto storico del “Guerriero”.
Qual è, in definitiva, l’immagine che si ricava da una collocazione così studiata e tanto elaborata? E’ stato creato uno “ spazio sacrale, come una cella del tempio antico” al quale si arriva dopo gli spazi introduttivi e preparatori con le statue mutile dell’epoca, i graffiti e quant’altro, quasi un “sancta sanctorum”.
In questo modo si realizza l’idea di Berenson di “educare al gusto del guardare”: e la scultura antica cessa di essere un mero reperto storico di civiltà sepolte e di essere presentata come un documento da archivio che in quanto tale non cattura il visitatore, “non crea l’empatia” dalla quale nasce la suggestione. Si è creata la “dimensione contemplativa sacrale” per recuperarne il valore estetico perenne. Al riguardo al curatore cita Shopenauer secondo cui “si crea l’empatia quando rapito in contemplazione non è l’individuo ma il soggetto puro al di là di tutto, del dolore e anche del tempo”, di qui l’aspetto “sacrale”.Perché questo avvenga occorre che ci sia qualcosa che vale, come lo straordinario “Guerriero”.
Una rapida descrizione del Guerriero di Capestrano
Descriviamolo rapidamente, dopo l’esserci accostati virtualmente e averne colto la proiezione altamente suggestiva dell’ombra sullo schermo sopra al tavolo degli oratori mentre parlava il soprintendente.
Trovato nel 1934 e restaurato frettolosamente anche per la ricordata mostra di Bruxelles, assomma in sé tante qualità come espressione più compiuta dell’arte arcaica preclassica forse europea, comunque un’icona simbolo per l’Abruzzo. Alto più di due metri ed integro, ricavato da un unico blocco di pietra del luogo, a parte il largo caratteristico copricapo incastrato successivamente sulla testa. Varie interpretazioni all’insolita foggia e dimensioni del cappello, considerato anche un elmo o un simbolo del sole, mentre si pensa possa essere il segno del ruolo, forse sacerdotale. La corporatura è forte ma non proprio tipica di un guerriero, e questo confermerebbe l’ipotesi del ruolo rituale anche per la sua collocazione nella necropoli.
D’altra parte, le armi di cui dispone sono tipiche del guerriero, e appaiono definite nei particolari molto di più della figura, cosa che ha un suo significato: due lance sui piastrini ai lati, una spada con elsa a croce sul torace con un coltello, un’ascia a forma di trapezio ad occhio stretta al petto; e poi una corazza a forma di disco sul petto e sulla schiena nei punti vitali, due mitre che pendono dalla cintura a protezione della parte inferiore del corpo. Non solo armi,però, vi sono anche ornamenti e pendenti evidenziati dal colore rosso.
Siamo nell’età del Ferro, si trovava in una necropoli alle sorgenti del Tirino, non si sa se in prossimità di una tomba a tumulo, forse un simbolo di potere militare e aristocratico posto a guardia del luogo funerario, dove peraltro con i corredi vengono di norma esaltati i simboli del rango e del censo nelle singole sepolture
Un’iscrizione verticale in caratteri sudpiceni è stata trascritta così: “ma kupri koram opsùt ani[ni]s rakinel?ìs? pomp? [ùne]i”. E viene interpretata da La Regina come opera dello scultore Aninis, al quale vengono attribuite altre opere arcaiche medio adriatiche, come la statua mutila femminile anch’essa da Capestrano; altra interpretazione è che Aninis sarebbe il committente, il soggetto ritratto il misterioso Pomp della scritta, presunto capo locale ritratto con le insegne del rango. Più che una bottega di scultura, un modello iconografico seguito per una serie di altre opere arcaiche di cui si ha traccia nell’esposizione.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, sabato 10 dicembre 2011
  

venerdì 9 dicembre 2011

ET TERRA MOTA EST : Spazio ai ricordi

ET TERRA MOTA EST  : Spazio ai ricordi

I primi tempi lo chiamavano “il terremoto delle donne”. Una frase che si sentiva un po’ dovunque, appena sussurrata, da parte di giornalisti, commentatori, fotografi, gente di passaggio. Lo schianto distrusse gli uomini, che rimasero allibiti, quasi paralizzati, attoniti davanti a tanta devastazione. O scapparono. Sono state soprattutto le donne ad evacuare l’ospedale (infermiere, portantine, dottoresse), chi era lì le ha viste disporre, dare ordini, organizzare, spostare, raccogliere, sostenere. Sono state soprattutto le donne a recuperare i faldoni degli uffici, la merce dai negozi. Le donne a tenere unite le famiglie, a dirigere, a sistemare i figli nel modo meno precario possibile. Donne, a far riaprire i primi punti in piazza, donne a fare politica, donne a restare al proprio posto, qualunque fosse, a dare il meglio di sé. Le abbiamo viste nei centri di raccolta, nelle tendopoli, nelle stanze d’albergo, nelle camerette della Finanza darsi da fare, organizzare lo spicciolo, improvvisare angolini in cui ritagliare un po’ d’intimità: girare un catino per realizzare un tavolo, appendere uno specchio a una gruccia per rimediare una toletta, mettere un fiore in un bicchiere, stendere un foulard colorato a una finestra. Su di loro, gli occhi di uomini schiantati, barba lunga, increduli davanti a tanti piccoli gesti “inutili”. In tante si sono messe a scrivere, a raccontare, a parlare, a dare voce alle emozioni collettive. Ridicole? Davano un nome alle cose che succedevano, mentre tanta, troppa gente continuava a ridere dentro al letto, anche senza intercettazioni telefoniche. Le donne diedero forza alle braccia, spazio alla memoria. Istinto di protezione della specie? Forse. Non siamo forse noi che abbiamo passato almeno cinque anni della nostra vita stese sul tappeto di casa con i nostri figli, per insegnare loro il gioco della torre di cubi? Un cubo sopra l’altro, un cubo sopra l’altro. Uno per volta, con pazienza. Poi la torre cade, il bimbo ti guarda spaurito, tu lo consoli: «Non fa niente, la rifacciamo». Non fa niente, la rifacciamo. NON FA NIENTE, LA RIFACCIAMO. La casa. Gli uomini possiedono la nuda proprietà, le donne hanno anche il resto: dallo zerbino alle tendine colorate, dalle presine, in tinta con lo strofinaccio, al servizio di tazzine regalato al matrimonio, dalle fotografie al cigno di vetro soffiato, così brutto ma a cui siamo tanto affezionate. E quante volte siamo entrate di nascosto nelle case rotte, a recuperare qualche brandello di memoria da innalzare come un trofeo che in qualche modo distinguesse la nostra dalle mille altre casette, tutte con gli stessi arredi, gli stessi colori, le stesse pentole e le stesse coperte. Ma le più grandi sono state le donne-nonne come mia madre. Quelle che hanno fatto la guerra, quelle che hanno rivissuto i bombardamenti. Meritavano una vecchiaia serena, circondate da figli e nipoti. Si trovano in spazi risicati, quasi tutte lontane dalla loro terra, da una città che hanno reso grande nel corso di tutta la loro vita, con il loro lavoro. Ovunque si trovino, la prima cosa che dissero il 6 aprile, l’ultima che diranno: «Non fa niente. LA RIFACCIAMO».

Spazio ai ricordi di Luisa Nardecchia
http://www.libreriadelledonne.it/news/articoli/LegendariaMaggio2010.htm da Leggendaria n. 81, maggio 2010 e da ilCapoluogo.it, 8 marzo 2010

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, vnerdì 9 dicembre 2011

ET TERRA MOTA EST : Donne e ricostruzione a L’Aquila

ET TERRA MOTA EST  :  Donne e ricostruzione a L’Aquila 

Il 7 e l’8 maggio 2011 le donne aquilane hanno accolto donne singole e reti di donne italiane nel centro storico dell’Aquila per parlare di ricostruzione, resistenza, cittadinanza e partecipazione. Un invito a portare e condividere esperienze di territori violentati, maltrattati, rifiutati, abbandonati a se stessi e in cui le donne stanno meticolosamente trovando vie d’uscita, strategie di resistenza, pratiche di opposizione e invenzione.
Simbolo della giornata, non a caso, la cariatide che tiene saldo lo sguardo a terra e con le braccia forti sostiene il cielo. Una donna-scultura, come la definisce Nicoletta Bardi sull’ultimo numero di Leggendaria (Voglio lavorare. A modo mio, n. 86, marzo 2011), che “ci accompagnerà in un percorso di liberazione perseguendo il sogno di avere braccia e mani libere per abbracciare il mondo e mulinare nel vento” (p.49). Un “simbolo di disperata forza” che nasce da una contingenza concreta: il Teatro Stabile d’Abruzzo che crolla con il terremoto del 6 aprile del 2009, e la cariatide che rimane intatta “a sostenere un anacronistico pezzetto di volta” .
Siamo andate all’Aquila, e insieme a noi altre centinaia di donne da tutta Italia, accogliendo la chiamata del Comitato Terre-Mutate per vedere la città com’è con i nostri occhi, senza il filtro del circuito mediatico e per incontrare le donne che hanno vissuto l’esperienza del terremoto e stanno cercando nuovi modi di abitare una città ancora invisibile e blindata dai militari.
L’Aquila è infatti sotto ordinanza almeno fino al 31 dicembre 2011, ci hanno spiegato. Agli angoli delle strade, nel centro storico, sono posteggiate le camionette militari. È ancora una città sottratta alle regole delle leggi ordinarie, spiegano le aquilane, una città militarizzata, e dove c’è un apparato militare c’è la costruzione di un nemico. Quello che raccontano e che vivono da più di due anni queste donne è uno stato di emergenza permanente ed artificioso, costruito ad hoc intorno alle loro vite e alla loro città, in cui devono re-inventarsi le modalità di agire gli spazi di libertà. La due giorni a cui ci hanno chiamato, e a cui abbiamo preso parte, è voluta essere proprio questo: un appello a trovare insieme nuovi modi di abitare, trovare le parole per raccontare pratiche già in atto, immaginarsi cosa può seguire, verso un nuovo modello di cittadinanza.
Le storie delle donne aquilane – vite e luoghi frantumati, ridisegnati, riconfinati, dal terremoto del 2009, come conferma anche la raccolta di testimonianze curata da Ivana Trevisani nel libro Vite disperse (Edizioni Clanto, 2010) – hanno fatto da collante in uno scambio di pratiche e saperi che ha coinvolto altre reti. C’erano le donne di Napoli, che stanno facendo i conti con l’emergenza rifiuti, le donne del presidio No Dal Molin di Vicenza, che hanno fatto un lungo lavoro di opposizione alla costruzione di una base militare americana in territorio civile, le Donne in Nero, che operano contro la militarizzazione dei territori, i centri anti-violenza, l’Udi, e molte altre.
La forza delle aquilane è stata quella di trasformare una città piena di abitazioni distrutte e sbarrate in una casa più grande ed estesa, dove le stanze erano piazze e i corridoi strade. Quello delle ‘terre-mutate’, insomma, è stato un invito a casa, senza mezzi termini. Nel pomeriggio di sabato e nella mattina di domenica ci sono stati laboratori tematici negli hotel cittadini, ognuno dei quali prendeva il nome e la funzione di una ‘stanza’ (la cucina, il soggiorno, la camera da letto, il giardino, la biblioteca).
Ma all’esercizio collettivo di immaginazione – tra l’altro molto ben riuscito nei fatti perché poi le ‘stanze’ sono state occasione preziosa per lo scambio di testimonianze ed esperienze, relazioni e incontri – non è mancata la progettualità. Le donne del comitato Terre-Mutate (composto dalla Biblioteca delle donne Melusine, dal Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila, dall’associazione Donne in nero L’Aquila) insieme a Nadia Tarantini e a Leggendaria, rivista che a partire dallo speciale del maggio 2010, il numero 81, ha poi dedicato uno spazio costante alle donne aquilane, hanno infatti gettato le basi per una vera e propria casa: la Casa delle donne che sorgerà in piazza Palazzo, simbolo della resistenza e della partecipazione cittadina, che il 5 maggio è stata anche teatro di una “presa simbolica” da parte delle donne. La condivisione con le altre si è tradotta nella scelta – chiesta ad ognuna – sul nome che dovrà prendere la casa: LaquilaDonna, DonneDiMaggio, CasaMutata? Perché quella sarà la casa di tutte.



Il 6 maggio è stato eseguito un rito di fondazione femminile della città: alla fontana cittadina delle 99 cannelle le donne hanno formato una catena con i loro corpi, hanno versato acqua nella terra, legato nastri colorati agli alberi. Sempre il 6 maggio, le donne hanno piantato dei fiori con Lorenza Zambon, attrice-giardiniera, nell’aiuola davanti alla Casa dello studente, per il crollo della quale hanno perso la vita otto tra studentesse e studenti. Con i fiori è stata formata la scritta: ‘mai più’.
Nelle ‘stanze’ le aquilane hanno raccontato di corpi violati e corpi desideranti, di strategie di resistenza, delle scritture come semi di ricostruzione, di pratiche di produzione e consumo sostenibile. E poi della “vita nei Campi”, dove è stata inaugurata una militarizzazione della cittadinanza che ha preso le vesti della militarizzazione delle menti: erano ostacolate le minime attività di aggregazione come riunioni, assemblee, volantinaggio; non veniva passato il caffè perché “troppo eccitante”; le agricoltrici locali non potevano distribuire un solo litro di latte sfuso perché arrivava “il latte Parmalat”, quello imposto dalle istituzioni. Eppure è proprio nei campi che le aquilane hanno iniziato questo faticoso e creativo lavoro di ricucitura e quotidiana invenzione, più che di ricostruzione e riconferma di un modello precedente, un modello che evidentemente ha fallito. Un lavoro partito dalla capacità di resistere in modo attivo facendo rete e contando sulla presenza delle altre e degli altri. “I centri anti-violenza hanno lavorato anche nei campi – spiegano le aquilane, e poi – ci sono state famiglie spezzate ma anche famiglie ri-nate nelle tende”.
Nei “campi” – e fuori, per chi come alcune giovani ha deciso di lasciarli – è iniziato quel percorso di resistenza alla rassegnazione di aver perso ogni diritto alla cittadinanza, intesa come esistenza, partecipazione, condivisione e relazione degli spazi e dentro gli spazi. Le donne – le prime a rialzarsi – hanno scelto di agire la politica della resistenza e di metterla in rete, ma anche, e soprattutto, di condividerla con le altre. La condivisione dell’esperienza e delle modalità dell’agire la resistenza sono state al centro della stanza “studio-biblioteca”, uno spazio in cui le donne – de L’Aquila ma non solo – hanno raccontato la creatività di quell’esistenza che le ha portate a re-inventarsi gli spazi e a rivendicare il diritto alla cittadinanza.
E se il legame con la terra è ciò che ha fatto delle donne aquilane le protagoniste della re-invenzione della città e delle modalità di vivere una città fantasma, è sempre da questo legame che nasce la forza delle donne napoletane e di tutte le donne che vedono deturpata la propria terra. E allora, è dalle macerie e dai rifiuti che si ritrova quel “resto” delle vite che va perduto, quel di più che toglie spazio alla terra e vita alle donne e agli uomini. Ed è in quel resto, nelle macerie e nella munnezza, che si trova la forza di andare oltre la resistenza, di inventarsi pratiche – come l’autogestione differenziata e differente delle donne di Napoli – per non cadere nella trappola della resistenza permanente contro l’emergenza perenne. E allora la resistenza diventa resilienza, resistenza come azione, agita dalla differenza femminile che riprende le fila dall’esperienza delle anziane partigiane abruzzesi con cui apre il dialogo.
Terre-mutate è stata soprattutto un’occasione per toccare con mano quello che le reti cittadine si stanno impegnando a incarnare, un “movimento inaspettato” di riappropriazione dove “lo sguardo delle donne, il prendersi la parola e lo spazio pubblico sono fondamentali per ricominciare, per ricostruire una città, ri-farla diversa da com’era prima”, dice Sara Vegni, attivista del comitato 3e32 e Casematte.
Qui, come altrove, le donne sono in prima fila. La biblioteca delle Melusine, il centro anti-violenza, le Donne in Nero, l’associazione 99gattiAQ (che dopo il terremoto si è occupata di curare e alimentare i gatti rimasti nel centro storico inaccessibile), le agricoltrici locali e le ambientaliste che si stanno battendo per proporre altri modelli di economia e preservare gli ecosistemi montani o semplicemente per far passare il messaggio che le macerie vanno riciclate e non ‘smaltite’. Sono tutte istanze del cambiamento in corso.



Certo, niente sarà più come prima: L’Aquila è una ‘terra mutata’, ‘terre-mutate’ sono le donne che la stanno rimettendo al mondo e tutte le cittadine che vorranno prender parte a questa impresa.
E noi, siamo convinte che la rete solidale e resiliente che ha preso forma durante l’esperienza aquilana avrà un seguito. La solidarietà c’è stata e c’è ancora, ma serve altro, ci hanno detto le più giovani. Loro, dalla crisi e dal conflitto, hanno tratto le energie per ri-prendersi la città. Noi siamo con loro pronte a resistere, esistere, insistere. Siamo tutte ‘terre-mutate’.
Riferimenti bibliografici:
Terre-Mutate, Leggendaria, n.81, maggio 2010
Un simbolo di disperata forza, Leggendaria, n.86, marzo 2011
Trevisani Ivana, Vite disperse, Edizioni Clanto, 2010
Per saperne di più:
http://www.laquiladonne.com
Report a cura di Claudia Bruno e Teresa Di Martino pubblicatto su http://www.iaphitalia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=248:terre-mutate-laquila-7-8-maggio-2011&catid=86:incontri&Itemid=289

Eremo Via vado di sole, L’Aquila,venerdì 9 dicembre 2011

giovedì 8 dicembre 2011

LETTERE DALL’EREMO : ( 3 ) Dalla Dives in misericordia alla Deus Caritas est: il cammino della Chiesa di oggi all’insegna dell’Amore Misericordioso

LETTERE DALL’EREMO    :  (  3 )  Dalla Dives in misericordia alla Deus Caritas est: il cammino della Chiesa di oggi all’insegna dell’Amore Misericordioso



3. La testimonianza della carità nelle sue forme più alte

A questo punto, Benedetto XVI richiama la attenzione sul cammino che la Chiesa è chiamata a fare all’insegna dell’Amore Misericordioso: un discorso, questo, – così lo definisce egli stesso – «di grande attualità e di significato molto concreto». Il Papa insiste, in modo particolare, a) sulla identità e b) sulla testimonianza del cristiano: occorre – egli dice – ripartire da Cristo e dalla carità.



a) Ripartire da Cristo

La identità vera del cristiano sta nella sua identificazione con Cristo: «È ciò che rileva san Paolo nella Lettera ai Galati: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (2,20). […] Diventiamo così "uno in Cristo" (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. "Io, ma non più io": è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro il tempo, la formula della "novità" cristiana chiamata a trasformare il mondo»23.

Questa testimonianza di Cristo risorto è particolarmente necessaria nell’Italia di oggi – commenta Papa Ratzinger –, perché anche il nostro Paese è segnato dalla «nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo ed estraneo»24.

La vera risposta a queste sfide sta nell’annunzio e nella testimonianza dell’Amore Misericordioso. Può sembrare una utopia o una ingenuità, ma non è così, dice il Papa; infatti, siamo in presenza di un risveglio di religiosità e «le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti»; la sensazione che staccarsi dalle radici cristiane sia un rischio è diffusa nel Paese, tanto che è avvertita e «formulata espressamente e con forza da parte di molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede»25; il Papa invita perciò a cogliere anche questa opportunità. Un po’ come ha fatto il card. Martini a Milano – aggiungiamo noi –, che ha istituito perfino una «Cattedra dei non credenti». Ciò ovviamente non significa affatto andare a braccetto con chi tenta di strumentalizzare il cristianesimo a fini politici, come nel caso dei cosiddetti «atei devoti», sostenitori della «religione civile». Si tratta, invece, di «rendere visibile il grande "sì" della fede» non cedendo alla tentazione di sovraesposizione mediatica o di collusione con il potere, ma dando alla testimonianza cristiana il contenuto concreto e praticabile della vita di tutti i giorni, negli ambiti nei quali si articola l’esperienza umana, oltre che nell’animazione cristiana della realtà sociale.

Ritorna ancora il compito insostituibile di un laicato maturo, attento al dialogo: «Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza. […] I discepoli di Cristo riconoscono pertanto e accolgono volentieri gli autentici valori della cultura del nostro tempo, come la conoscenza scientifica e lo sviluppo tecnologico, i
diritti dell’uomo, la libertà religiosa, la democrazia», senza che ciò significhi un semplice adattarsi alle culture, poiché l’opera di evangelizzazione «è sempre anche una purificazione» 26.

Ciò sarà possibile – ripete il Papa –, se non dimenticheremo mai che «all’inizio dell’essere cristiano – e quindi all’origine della nostra testimonianza di credenti – non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la persona di Gesù Cristo», che dà alla vita una direzione decisiva e porta a un incontro fecondo tra fede e ragione, apre la razionalità alle grandi questioni del vero e del bene, coniuga tra loro teologia, filosofia e scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, pur nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme.



b) Ripartire dall’amore

L’autenticità della nostra trasformazione in Cristo trova la sua verifica nell’amore verso i fratelli, nella sollecitudine concreta specialmente verso i più deboli e i più poveri.

La testimonianza della carità verso i fratelli è altrettanto fondamentale della nostra comunione con Cristo. Benedetto XVI aveva dedicato a questo tema la seconda parte dell’enciclica DCE e ora vi ritorna nelle «riflessioni» al Convegno di Verona. Colpisce che alla antica e tradizionale «forma alta» di carità, che si esprime nella vicinanza e nella solidarietà verso i bisognosi, gli ammalati e gli emarginati, il Papa non esiti ad accostare come altra «forma alta» di carità l’assunzione di responsabilità civili e politiche da parte dei cristiani. Tornano in mente le parole di Pio XI alla FUCI nel lontano 1927: la politica è «il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null’altro, all’infuori della religione, essere superiore»27.

Perciò, a Verona, Benedetto XVI riprende i concetti fondamentali, già espressi nella DCE. Insiste sulla distinzione e autonomia reciproca tra Stato e Chiesa: «La Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia e le offre a un duplice livello il suo contributo specifico. La fede cristiana, infatti, purifica la ragione e l’aiuta a essere meglio se stessa», e irrobustisce «le energie morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali o di una categoria sociale o anche di uno Stato».

Spetta invece ai laici «il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società […]: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo»28. Certo, dice il Papa, oggi è richiesto un forte impegno per vincere le grandi sfide che affliggono l’umanità, come le guerre e il terrorismo, la fame e la sete, le epidemie; ma «occorre anche fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano»29.

Il Papa quindi ribadisce quanto ha detto nella DCE30: la fede «purifica» la ragione, aiutandola a svolgere in modo migliore il suo compito. Non si vuole affatto conferire alla Chiesa un potere sullo Stato. Neppure si vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini della lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell’argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare»31. Ecco perché è l’ora di un laicato maturo, di una rinnovata testimonianza delle forme alte di carità.

Concludendo. È evidente che questo discorso fatto a tutta la Chiesa interpella in modo particolare la Famiglia dell’Amore Misericordioso. Perché non pensare a che cosa essa può fare sul piano della formazione spirituale e dell’impegno operativo della carità, per formare quel laicato maturo di cui lo Spirito Santo oggi chiede una piena valorizzazione nella vita della Chiesa e della società? Potrebbe avere valore esemplare.

1 BENEDETTO XVI, enciclica Deus caritas est (2005), n. 1.-  2 PAOLO VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens (1971), n. 23. -  3 Ibi, n. 43. -4 Ibi, n. 23.-  5 GIOVANNI PAOLO II, Angelus (13 febbraio 1994). -6 PAOLO VI, Discorso ai campesinos (Bogotà, 23 agosto 1968), in L’Osservatore Romano, 25 agosto 1968, 3. -7 GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai rappresentanti delle varie religioni del mondo (Assisi, 24 gennaio 2002), n. 3.-  8 Giovanni Paolo II, Enciclica Dives in misericordia (1980), n. 12.- 9 Ibi, n. 10.-10 Ibi, n. 11.-11 Ibidem.-12 Ibi, n. 14.-13 BENEDETTO XVI, Discorso al Convegno di Verona (19 ottobre 2006), in L’Osservatore Romano, 20 ottobre 2006.
 14 Ibidem-  15 Statuto dell’Associazione «Amore Misericordioso», n. 4, Collevalenza, settembre 1999.-16 CONCILIO VATICANO II, costituzione dogmatica Lumen gentium, n. 32.-17 Ibi, n. 31.-18 GIOVANNI PAOLO II, esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici (1988), n. 9.-19 Concilio Vaticano II, costituzione dogmatica Lumen gentium, n. 31.-20 Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes , nn. 1,.3.-21 Concilio Vaticano II, Decreto Apostolicam actuositatem, n. 3.-22 Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 43.
 23 BENEDETTO XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona, cit., ivi.-24 Ibidem -25 Ibidem -26 Ibidem -
27 L’Osservatore Romano, 23 dicembre 1927, 3.-28 BENEDETTO XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona,cit., ivi.-29 Ibidem -30 Benedetto XVI, Enciclica Deus Caritas est, nn. 26-29.-31 Ibidem

(Bartolomeo Sorge S.J.)

  Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 8 dicembre 2011

LETTERE DALL’EREMO : ( 2 ) Dalla Dives in misericordia alla Deus Caritas est: il cammino della Chiesa di oggi all’insegna dell’Amore Misericordioso

LETTERE DALL’EREMO    :  (  2 )  Dalla Dives in misericordia alla Deus Caritas est: il cammino della Chiesa di oggi all’insegna dell’Amore Misericordioso

2. La «Chiesa dei laici»

Ora, questo dovere della Chiesa di contribuire alla costruzione della Civiltà dell’Amore passa necessariamente attraverso la piena valorizzazione della vocazione e della missione dei fedeli laici. La Chiesa – ha detto Benedetto XVI a Verona – contribuisce alla costruzione della Civiltà dell’Amore soprattutto con la fede che «purifica la ragione», aiutando a riconoscere e quindi a realizzare ciò che è giusto, offrendo la sua Dottrina Sociale. Ebbene, questo contributo diventa concreto grazie all’impegno temporale dei laici. L’ora dell’Amore Misericordioso viene insieme all’ora dei laici.

Dunque non è un caso, ma è il compimento di un disegno, il riconoscimento ufficiale, da parte della Chiesa, della Associazione Laicale dei Laici dell’Amore Misericordioso (ALAM). E che sia un disegno di Dio lo dimostra anche il fatto che Madre Speranza – anticipando i tempi – abbia pensato all’esistenza di un ramo di laici all’interno della grande Famiglia dell’Amore Misericordioso, ritenendolo importante – sono sue parole – proprio per annunciare e testimoniare «il Vangelo dell’Amore e della Misericordia, facendo conoscere Dio come "Padre pieno di bontà che cerca con tutti i mezzi il modo di confortare, aiutare e far felici i suoi figli, e che li segue e li cerca con amore instancabile come se non potesse essere felice senza di loro"»15.

Vediamo brevemente le ragioni dottrinali e storiche, che oggi consentono di parlare della «Chiesa dei laici».



a) Ragioni dottrinali

È stato il Concilio Vaticano II a porre fine al vecchio «clericalismo». Nel nuovo «popolo messianico», – specifica la Lumen gentium –, comune è la dignità di tutti i membri, comune è la vocazione alla perfezione; non c’è nessuna disuguaglianza, dovuta alla razza, alla nazione, al sesso, alla condizione sociale. E, quantunque alcuni per volontà di Cristo sono costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia «vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il Corpo di Cristo»16.

La Gerarchia, quindi, va compresa all’interno del «Popolo di Dio», al suo servizio; i fedeli laici non sono minorenni, né meri «ausiliari» del clero, ma «per la loro parte compiono nella Chiesa e nel mondo la missione propria di tutto il popolo cristiano»17. Commenta Giovanni Paolo II: «nel dare risposta all’interrogativo "chi sono i fedeli laici", il Concilio, superando precedenti interpretazioni prevalentemente negative, si è aperto a una visione decisamente positiva», rivendicando «la piena appartenenza dei fedeli laici alla Chiesa e al suo ministero e il carattere peculiare della loro vocazione»18, l’«indole secolare». La Chiesa del XXI secolo sarà la «Chiesa dei laici».

Ora, poiché «è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio»19, tocca soprattutto a essi instaurare il dialogo sui grandi problemi del tempo, illuminarli con la luce che viene dal Vangelo, rinnovare la società, della quale la Chiesa condivide la storia, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce20. I fedeli laici non ricevono questa missione per delega della Gerarchia, ma «inseriti nel Corpo Mistico di Cristo per mezzo del Battesimo – insegna il Concilio –, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per mezzo della Cresima, [i fedeli laici] sono deputati dal Signore stesso all’apostolato»21.



b) Ragioni storiche

Le ragioni dottrinali del Magistero trovano piena conferma nella mutata situazione storica, sociale e culturale, la quale oggi per prima esige dai fedeli laici una maturità maggiore, una sintesi armoniosa tra fede e impegno storico, nella chiara distinzione tra il piano religioso (confessionale) e quello delle realtà temporali (laico). Di conseguenza – spiega il Concilio – i fedeli laici godranno della necessaria autonomia nel compiere le scelte temporali e politiche: tocca a essi decidere che cosa fare, senza dover chiedere ogni volta ai Pastori come risolvere i problemi anche gravi che nascessero22. Dal canto suo, la Gerarchia considererà i fedeli laici non esecutori passivi delle proprie direttive, ma quali collaboratori responsabili.

Benedetto XVI nelle sue «riflessioni» al Convegno di Verona riprende questi insegnamenti, che aveva già formulati nell’enciclica DCE. Insiste, perciò, sulla necessità di un laicato maturo, sottolineando che la crisi della cultura cristiana ha portato oggi al relativismo etico, per cui tutte le concezioni filosofiche, morali e religiose sono ritenute equivalenti. La «questione sociale» è divenuta così «questione antropologica».

Il compito dei laici, a questo punto, è insostituibile: essi oggi sono chiamati non solo a testimoniare i valori cristiani nella vita personale e sociale, ma a mediarli in termini laici, comprensibili e accettabili da tutti gli uomini di buona volontà e a favorirne anche la traduzione legislativa servendosi di tutti gli strumenti democratici disponibili.

È, dunque, l’ora dei laici. Nella Chiesa sono chiamati a responsabilità nuove. Se la Chiesa vuole contribuire efficacemente alla edificazione della Civiltà dell’Amore, non può che essere la «Chiesa dei laici». L’ora dell’Amore Misericordioso viene insieme all’ora dei laici. È notevole l’intuizione di Madre Speranza.

In particolare, occorre un laicato maturo che sia in grado di cogliere gli aspetti positivi della secolarizzazione rettamente intesa: la legittima autonomia delle realtà temporali e la laicità; la consapevolezza che la distinzione tra il piano religioso e quello temporale non è un male, ma purifica i contenuti della fede, accresce la responsabilità storica dei credenti e ne stimola la creatività, apre la strada al dialogo con tutti gli uomini di buona volontà. Nello stesso tempo, un laicato maturo dovrà opporsi alla degenerazione del «secolarismo», che porta l’uomo a ritenersi autosufficiente, a credere che la storia sia solo immanente, a escludere Dio dalla vita e dalla società, a considerare la religione e la libertà religiosa come affari puramente privati.
(Bartolomeo Sorge S.J.)

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 8 dicembre 2011