sabato 20 agosto 2011

MEDITERRANEO : Islam e politica


MEDITERRANEO : Islam e politica

Scrive Khaled Fouad Allam : “Sono appena tornato da un vìaggio nei Paesi arabi, e posso affermare che in quelle capitali regna oggi un'atmosfera inquietante; sembra che le rivoluzioni stiano arenandosi. La parola araba thawra significa sia "rivoluzione" che "rivolta"; ma ciò che è accaduto è stato certo più di una rivolta, perché regimi come la Tunisia e l'Egitto sono stati deposti dalla piazza. Nel caso tunisino ho potuto osservare. come la situazione sia cambiata nell'arco di un mese, e come l'incertezza connoti le situazioni politiche che si sono create. Ciò che scrissi su queste pagine qualche mese fa - vale a dire che probabilmente il mondo arabo sta transitando verso una forma di islamonazionalismo - trova oggi conferma sia in Egitto che in Tunisia: da un lato i partiti e i movimenti religiosi stanno cercando di darsi un volto istituzionale attraverso elezioni che si svolgeranno nei prossimi mesi, dall'altro i movimenti laici si trovano a dover difendersi di fronte all'avanzata di questi gruppi. Certo, nel caso tunisino ci sono oltre 90 partiti politici in lizza - nazionalisti, repubblicani, comunisti, religiosi - ma questa adesione alla democrazia prefigura in realtà una cruenta battaglia che si svolgerà sul terreno e nelle istituzioni; perché nel mondo arabo la questione dei rapporti fra religione e politica non è ancora risolta, al contrario il fenomeno religioso vuole fare, attraverso la dinamica istituzionale, il suo ingresso nell'arena politica. Ciò sta provocando ovviamente fratture all'interno dei movimenti religiosi islamici.

E il clima che regna attualmente è dei più preoccupanti. Di recente ad esempio, in Tunisia, un grande islamologo, l'ottantenne Mohamed Talbi (cui fu attribuito tra l'altro il premio Agnelli in Italia) è oggetto di diffamazione, e di pubbliche incitazioni alla sua eliminazione fisica. Questi fenomeni tenderanno purtroppo a moltiplicarsi nei prossimi mesi, essenzialmente per due motivi essenziali: in primo luogo, i gruppi laici non sono abbastanza strutturati; in secondo luogo, l'attuale situazione avrebbe bisogno di un sostegno da parte dell'Europa. Perché si realizzi una transizione democratica devono poter emergere tutte le forze politiche che sono autenticamente democratiche e che hanno come punti di forza la libertà di pensiero e i diritti dell'uomo.

Nel caso egiziano la situazione è ancor più complessa: perché, a differenza dei Paesi del Maghreb, il Medio Oriente si distingue per la presenza delle minoranze, cristiane e non solo. Porre la sharia come fonte esclusiva della norma nella Costituzione egiziana significa impedire alla democrazia di essere tale: perché la democrazia nasce per dare visibilità ai rapporti di forza che si instaurano fra maggioranza e minoranza. Il pericolo è dunque che una rivoluzione possa veicolarne un'altra, ma di tipo conservatore. Del resto, sin dagli anni Trenta il movimento della Fratellanza Musulmana aveva affermato di voler conquistare il potere: o attraverso la rivoluzione, o attraverso la democrazia. E la storia degli ultimi mesi ha offerto loro questo duplice canale: prima la rivoluzione, poi il passaggio alla democrazia che di mese in mese si ridurrà sempre più. Vent' anni fa alcuni fondamentalisti affermarono che non si doveva modernizzare l'islam ma islamizzare la modernità. Oggi stanno affermando che non bisogna democratizzare l'islam ma islamizzare la democrazia; ma si tratta di . controsenso, perché il nucleo della democrazia risiede nel non ammettere particolarizzazioni.

Le rivoluzioni arabe ci stanno insegnando che la democrazia certo conquistata, ma richiede l'autonomia tra politica e religione. Nel mondo islamico molti la pensano così: purtroppo o sono isolati, o dimenticati o poco sostenuti. Recentemente a Tunisi Emma Bonino, vicepresidente del Senato, insieme a Marco Panne ha evidenziato questo tema essenziale; ma bisognerebbe che tutta l'Europa comprendesse quale sia la posta in gioco. Perché anche a Tunisi, che dista appena un'ora di volo da Roma si sta giocando oggi parte del desti del mondo.

(di Khaled Fouad Allam Legami pericolosi islam –politica .Ancora isolati quanti vogliono la separazione tra religione e potere Il Sole 24 Ore 14 agosto 2011 )

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, sabato 20 agosto 2011

venerdì 19 agosto 2011

AD HOC : Lauti affari nelle disgrazie


AD HOC : Lauti affari nelle disgrazie

“Indietro tutta, abbiamo scherzato. Con due tratti di penna, mascherati da numeri e lettere di rimandi normativi dentro il decreto correttivo della manovra, il Sistri saluta e se ne va. Niente più tracciamento digitale dei rifiuti, chiavette Usb e sistema satellitare di rilevamento, niente più software e hardware ministeriali che si bloccano e non dialogano con quelli delle aziende. Così, dopo "tre rinvii tre" nell' arco di 18 mesi, e dopo una rivolta delle oltre 300 mila aziende divampata a seguito del test del click day dell'11 maggio (che mostrò tutta l'inadeguatezza dell'infrastruttura informatica approntata dal ministero dell'Ambiente) l'acronimo più terrorizzante per il mondo imprenditoriale lascia spazio a tutto quello che doveva soppiantare, dai registri di carico e scarico ai moduli cartacei di dichiarazione.

Non c'è nulla da festeggiare,soprattutto perché quel sistema di tracciamento digitale sarebbe servito a combattere smaltimenti illegali, criminalità organizzata e, in definitiva, la legalità di un comparto tanto importante quanto a rischio di infiltrazioru. Ma non si può nemmeno dimenticare tutto ciò che è successo durante. A cominciare dai costi, ingenti, sostenuti da centinaia di migliaia di aziende per adeguarsi a un sistema che non è mai funzionato. Aziende che hanno tra l'altro già versato due annualità del contributo Sistri.”

Così scrive il Sole 24 Ore di domenica 14 agosto in merito ad un fatto reale e contingente (niente di virtuale ) ovvero l’abrogazione del SISTRI che consente ora alle imprese di non eseguire il tracciamento digitale.

Questo grazie alla manovra correttiva di Ferragosto che ha abrogato con i comma c) e d) dell’art.6 del decreto 12 agosto 2011 il sistema di tracciamento digitale dei rifiuti (Sistri) facendo cadere così all’entrata in vigore del decreto le sanzioni amministrative per i reati ambientali e tutta l’impalcatura del progetto di digitalizzazione del comparto rifiuti.

Tutto questo conferma che in questo paese la storia di Trinchetto raccontata in uno spot pubblicitario di moda qualche tempo fa e cantato a gran voce dal coro è sempre la stessa :”Ne aggiusti una ne sfasci due “

In poche parole la capacità concreta ,molto concreta di approfittare di ogni cosa per volgerla ad altri interessi , a favore dei propri interessi, degli interessi di parte stravolgendole dal loro obiettivo causale.

E ciò in particolare in presenza di catastrofi come quelle naturali che spesso siamo costretti ad affrontare (alluvioni, frane, incendi terremoti ) e anche in caso di catastrofi come quelle che affrontiamo nell’attuale contingenza economico finanziaria .

Così alcuni intrecci perversi fanno sentire il loro peso .

Ed è forse inutile che la Prestigiacomo , ministro dell’ambiente, sia furibonda. E' furibonda (ma non è la prima volta) . L' abrogazione del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (Sistri) la colpisce personalmente come ministro dell'Ambiente. Stefania Prestigiacomo (come scrive la Repubblica del 14 agosto 2011 ) lo definisce «un regalo alle ecomafie».Ma rifiuta di fare la figura di quella che ha perso: «Per il Sistri sono stata in costante dialogo con la presidenza del Consiglio». Come dire: se hanno sconfessato me, hanno sconfessato pure Berlusconi ..

Dimettersi? Nonne parla proprio: «Questa storia si chiarirà in Parlamento».E così risponde ad alcune domande.

Ministro,lei è l'unica che rovina l'assolo dell' esecutivo.

«lo dico che cancellare il Sistri, magari per rendere la vita più facile alla categoria dei parrucchieri, come è stato surrealmente argomentato, è un errore gravissimo, una follia. Quanti predicano legalità e rigore dovrebbero farsi un esame di coscienza e capire che stavolta hanno fatto un regalo alle mafie. La tracciabilità dei rifiuti è un obbligo comunitario che consente di seguire il percorso dal produttore allo smaltimento finale contrastando tutti gli smaltimenti illeciti che hanno ingrassato per decenni le ecomafie. Il Sistri è anche a costo zero per le casse dello Stato» ..

La sua denuncia è gravissima

La sua denuncia è gravissima. E' come dire: state aiutando la camorra. Adesso che fa, si dimette, come le chiedono Ferrante e Della Seta, senatori Pd?

«Nessuna sconfessione personale, ho portato avanti il Sistri in costante dialogo con la

Presidenza del Consiglio. Ne parleremo in Parlamento. Non possiamo gettare al vento quanto fatto finora. Abbiamo definito protocolli con tutte le organizzazioni imprenditoriali. Nessuna di queste, sia chiaro, ha mai chiesto di cancellare il Sistri»,

Berlusconi era l'uomo delle promesse, del meno tasse per tutti. Non mi dica anche lei che è colpa dell'Europa. L'Europa vive di regole, come nel caso delle ecomafie. Il governo pensava di poter fare come voleva ...

«Insisto: il Sistri, come strumento di lotta alle mafie va assolutamente recuperato. Noi le ecomafie le combattiamo senza quartiere ... Vedrà, questa storia si chiarirà in aula.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, venerdì 19 agosto 2011

mercoledì 17 agosto 2011

CONFINI : Confini dimenticati


CONFINI : Confini dimenticati

Sono note come “le valli”, e sono un'area al confine tra Italia e Slovenia. Colline basse, boschi fitti e un sottile strato di terra. Sotto solo roccia. Il racconto di un viaggio. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Varco in un soleggiato mattino un valico di seconda categoria tra l’Italia e la Slovenia, lungo una valle secondaria, attraversata da un torrente secondario: lo Judrio. Obiettivo: fare un tour di una delle zone transfrontaliere tra Italia e Slovenia meno note ed anche meno fortunate. Non a caso quest’area è riportata nei documenti ufficiali come zona 87.3.c: un’area dove gli aiuti di stato a comunità ed imprese sono ammessi, in deroga appunto all’articolo 87 del trattato sull’Unione Europea proprio per far fronte a situazioni di disagio.

Sono zone dai nomi quanto mai articolati, che ricordano per assurdo certi buffi nomi gaelici che si leggono in Galles. Anche per questo, oltre per non essere notoriamente delle zone attraenti, nel gergo comune dei friulani queste aree vengono genericamente definite come “le valli”. Gli abitanti, inoltre, mezzi sloveni e mezzi italiani come si addice alla migliori tradizioni delle aree transfrontaliere, sono stati a lungo oggetto di dileggio da parte di buona parte dei corregionali, considerandoli una popolazione scontrosa e povera. Insomma, un popolo chiuso, un po’ come la loro valle.

Entro in Slovenia attraverso il valico di Mernico/ Golo Brdo (foto). Su in cielo, il monte Nero ed il Matajur, entrambi imbiancati, paiono salutarsi oggi che c’è un’ottima visibilità.

La macchina geme e sobbalza sul manto d’asfalto sconnesso, o meglio ciò che resta. Anche l’asfalto qui dove essere un ricordo del tempo in cui attraversare il confine era un evento eccezionale.

La strada è tortuosa, piena di buche, stretta tra le pareti rocciose delle basse colline ed il corso del torrente, che dal 1947 segna una delle frontiere tra l’Italia ed il mondo slavo dell’ex Jugoslavia. Il paesaggio è aspro: colline basse, ove boschi fitti prosperano come per miracolo su uno strato ridotto di terra, per affondare infine le loro radici nella pietra. Gli unici tratti in cui lo sguardo riesce ed estendere un poco il suo raggio è lungo le rive del torrente. Qui, nei radi passaggi di pianura le viti allungano le loro radici verso il corso d’acqua.

Oltrepasso l’abitato di Golo Brdo e mi inoltro lungo la strada che segue il corso d’acqua. Dopo pochi chilometri incontro il secondo valico: Miscek o Ponte Miscecco. Tutt’intorno un paesaggio da No Man’s Land mi avvolge. Quasi tutte le case e gli edifici che incontro lungo la strada sono abbandonati e diroccati. Dalle loro finestre vuote e sfondate si può dedurre tutta la durezza della vita di una volta in queste valli chiuse: stanze interne piccole e di legno e pietra, al cui centro troneggia di solito un grande fogolar , per lunghi anni unica fonte di calore della casa e centro nevralgico della famiglia che vi abitava. Tutt’intorno alla casa, anche le vecchie stalle ed i vecchi magazzini, in quelle più abbienti, sono orami diruti e davvero hanno il languore “ di un circo primo o dopo lo spettacolo” per dirla con il grande poeta della prima guerra mondiale.

Già, la prima guerra mondiale. Queste valli non possono neppure vantare un passato gloriosamente tragico, come le valli di Caporetto, e di Canale d’Isonzo, che pure distano di qui non più di una ventina di chilometri in linea d’aria. La grande storia della grande guerra reca infatti dolorosa memoria di altri luoghi: il Carso, il monte Sabotino, il monte San Michele, Gorizia, Plezzo (ora Bovec) e di Caporetto. Questa valle, invece, angusta retrovia tra due fronti maggiori, la grande guerra è passata di striscio ed ha lasciato in doloroso dono solo un vago ricordo del suo dramma.

Egualmente, nella seconda guerra mondiale ben altri erano gli interessi sia dei partigiani titini, che delle truppe scozzesi che liberarono Cividale del Friuli nel 1945. Entrambe le formazioni erano infatti impegnate in quella che è poi passata alla storia come la “corsa per Trieste”. Non vi era tempo quindi per disperdere le forze in queste retrovie boscose: occorreva prendere o salvare la città adriatica.

Così, queste valli hanno vissuto quasi sempre nell’oblio e nel nascondimento.

Mentre rimescolo questi pensieri, mi avvio verso il confine fisico. Qui il valico è un solido ponte di pietra, corredato alle due estremità da due garitte abbandonate ed avvolte a un ruvido manto di rovi. Dalla porta sfondata di una di queste s’intravede un tavolo rotto: muffa e muschio montano ormai una guardia silenziosa al ridotto traffico transfrontaliero.

A metà del ponte, la pietra confinaria slovena reca quattro iniziali incise: RS/ RI. La pietra slovena è però levigata sotto la scritta: ricordo del tempo in cui i nostri vicini di casa non erano solo gli Sloveni, ma la fiera Jugoslavia di Tito. Ricordo di quando questo ponte separava, più che unire, il mondo del capitalismo occidentale e quello del socialismo jugoslavo.

Attraverso il valico a piedi e mi sorprendo ad osservare con curiosità la sbarra confinaria italiana, che, alzata verso il cielo, culmina con una penisola stilizzata. Dall’unica casa vicina abitata, un gatto nero mi scruta incuriosito mentre riattraverso il confine per visitare la caserma della guardia slovena.

Anche qui stessa scena: porte e finestre sono un vago ricordo. L’edificio ormai è ridotto alla corda: il tetto è collassato all’interno e le scale che una volta univano i vari piani sono ora adagiate su un fianco, come se la stanchezza della storia e l’obsolescenza del concetto stesso di confine territoriale le avesse afflitte da una invincibile debolezza.

Mi allontano turbato alla vista così evidente del passaggio della storia e mi accorgo che i miei movimenti e le mie fotografie hanno attirato l’attenzione. Due contadini locali, intenti a tagliare legna, mi apostrofano in un italiano slavizzato ma corretto. Il mio interesse per i confini li stupisce e li stuzzica allo stesso tempo. Mi spiega uno dei due, sempre stringendo l’ascia in modo poco rassicurante, che una volta c’erano intensissimi e puntigliosi controlli. I posti di blocco della polizia jugoslava erano uno ogni 2, al massimo 5 chilometri. “Tutta colpa dei contrabbandieri, che sfruttavano questi valichi per far passare bestiame, grappa e sigarette. Così qui era pieno di poliziotti e controlli, specie negli anni ’50.”

Poi il fenomeno lentamente è andato scemando e all’inizio degli anni ’70 gli Jugoslavi hanno iniziato a chiudere i valichi secondari più piccoli e si sono ritirati qualche chilometro più monte, al confine di Molino Vecchio/ Britof.

Vorrei chiedergli se è vera la storia che ho sentito da alcuni conoscenti, ovvero che mettevano al confine italiano giovani jugoslavi della nazione serba o bosniaca apposta per evitare che fraternizzassero col vicino capitalista, ma il contadino borbotta qualche parola in sloveno e si allontana senza troppi convenevoli.

Risalgo in macchina e mi dirigo verso l’ultimo valico: Molin Vecchio/Britof. Lo scenario è diverso. Il confine, anche qui un ponte, è corredato dalle case di confine italiana e slovena in cemento ed intonaco, con infissi nuovi che scintillano nella desolazione che li circonda in questa mattina di sole. Anche qui, le sbarre di confine colorate coi rispettivi colori nazionali sono sollevate verso il cielo in una verticale domanda di senso. In alto, dai due lati del confine, la vista dei Santuari mariani di Lig –Marino Cejle e Castelmonte mi ricordano che i confini politici, zigzagano sulla via dei monti sacri, percorso di pellegrinaggio tra Sveta Gora, Marjno Celje e Castelmonte opportunamente valorizzato dai fondi comunitari di un Interreg Italia Slovenia.

Poco oltre il confine, il paesetto di Britof mi viene incontro. È arroccato su una collinetta che si affaccia su un vasto prato, somigliando curiosamente ai certi paesini dell’Hertfordshire nei quali ho vissuto diletti momenti.

Anche qui non passo inosservato. Il mio fare curioso mi porta ad attaccare bottone con Josko, un apicoltore del posto. Mi accoglie in casa sua, mi offre un bicchiere di grappa al miele delle sue api e non ha reticenze a parlarmi del suo vivere sul confine.

“Contrabbando?” mi dice. “ Si, si ce n’era. Grappa, miele, bestie. Una volta passavano di qui, anche se di notte confine era chiuso e bisognava stare attenti. Uno là- dice indicando un punto qualsiasi verso la boscaglia- l’hanno trovato con macchina piena di jeans….” E con un gesto eloquente mi fa capire che non l’ha passata tanto liscia.

“Poi però tutto finito” prosegue. “Poi nuovo contrabbando: persone.” Così mi racconta di quando, prima dell’ingresso della Slovenia nell’area Schengen e nell’Unione, quei valichi, ormai già quasi dimenticati, erano attraversati da cinesi, polacchi, ed altre genti dell’est, che col favore delle tenebre e di passeurs locali raggiungevano l’Italia in cerca di fortuna.

“Ma adesso finito anche questo, ora tutti in Europa. Ora confine dimenticato.” conclude vuotando il suo bicchiere di grappa d’un fiato ed addentando un biscotto. Non capisco bene se nelle sue parole ci sia nostalgia del passato, timore per l’avvenire o entrambi.

Lo ringrazio per l’ospitalità e mi congedo pensoso.

Ri-attraverso il confine per tornare a casa. Lancio un ultimo sguardo alle case confinarie. Poi, senza che me ne accorga la mia mente richiama il monito montaliano:

“Tu non ricordi la casa dei doganieri / desolata t’attende dalla sera in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri e vi sostò irrequieto…

Fabio Romano 22 marzo 2011

http://www.balcanicaucaso.org/Racconti-diari-di-viaggio/Confini-dimenticati

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì 17 agosto 2011

OCCHIO DI GIUDA : Quarantadue anni di carcere


OCCHIO DI GIUDA : Quarantadue anni di carcere

Da quarantadue anni passo molte ore del giorno in un carcere. Sono entrato per la prima volta negli uffici di un carcere nel 1968 o 1969 non mi ricordo bene da estraneo. Era il carcere giudiziario di S. Pasquale a Sulmona. Un edificio a fianco del convento e della Chiesa di S. Antonio. L’occasione perchè i detenuti di allora, tutti in attesa di giudizio minacciavano una rivolta perché gli venivano date a mensa uova cucinate solo sode in quanto la tabella vittuaria non prevedeva olio per cucinarle in altro modo. Lavoravo allora al Centro Servizi Culturali di Sulmona e alcuni amici mi avevano chiesto se potevo fare qualcosa . Me lo chiese in quell’occasione anche il Magistrato di Sorveglianza , un giovane giudice donna al primo incarico di cui avrei anche potuto innamorarmi per la passione che metteva nel risolvere questo problema. Fu semplice in realtà : bastò chiedere a Don Mario Capodicasa , il mio assistente di Azione Cattolica, che aveva un incarico alla Poa, la Pontificia Opera di assistenza una damigiana di olio e le uova poterono essere cucinate in un altro modo.

Andai poi, al tempo del servizio militare, a visitare la Casa di Rieducazione di Tivoli perché volevo arruolarmi nel Corpo degli Agenti di custodia, oggi polizia penitenziaria, come ausiliario. Ossia svolgere il tempo della ferma come agente di custodia in una Casa di Rieducazione. In quelle strutture servivano educatori , ovvero censori come li chiamavano e il Consigliere Radaelli che era a capo della Giustizia minorile di allora, introdusse l’idea, poi realizzata, di selezione agenti di custodia ausiliari per il contingente che la Direzione degli Istituti di Prevenzione e pena del Ministero dell’allora Grazia e Giustizia ( Oggi è solo della Giustizia e la giustizia minorile è un Dipartimento di quel Ministero ) per impegnarli in questo lavoro . Che era un po’ di sorveglianza e un po’ di trattamento .

Anche in quel caso non mi ricordo perché andai a fare il servizio militare nell’Esercito ( era già stato accorciato a dodici mesi ).

E manco a dirlo ,dopo questi incontri della prima specie vinco un concorso da educatore , vengo assegnato all’Istituto Osservazione Maschile di L’Aquila con sezione di custodia cautelare Prigione Scuola e Riformatorio Giudiziario. Che a quel tempo occupava dei locali a fianco della Casa Circondariale quando questa era nel Convento di S. Domenico.

Solo nel 1980 la struttura fu trasferita in alcune palazzine del Complesso “L . Ferrari” la Casa di Rieducazione voluta appunto da questo magistrato di L’Aquila che fu a capo dell’Ufficio quarto ( quello che si interessava dei minori ) dell’allora Direzione degli Istituti di Prevenzione e Pena.

Quest’anno dopo quarantadue anni, prima da educatore poi da direttore e anche da sostituto del direttore del Centro giustizia minorile, lascio un istituto ancora terremotato , nel pieno fervore di lavori edilizi anche a causa di una ristrutturazione che dovrebbe dare in uso i locali all’interno del muro di cinta dell’Istituto all’Università di L’Aquila per le esigenze della Facoltà di Lettere per un certo periodo di tempo come fu stabilito appena dopo il terremoto del 2009.

In questi quarantadue anni mi ricordo quando i detenuti salivano sui tetti degli istituti prima della legge di riforma del 1976, ho visto sequestri di operatori, guardie carcerarie da parte dei detenuti , ho ascoltato il racconto di poliziotti penitenziario minacciati, loro e le loro famiglie dalle brigate rosse, assassinati dalle mafie e ho conosciuto centinaia di ragazzi ( l’Istituto di L’Aquila è un carcere minorile ) per i quali scontare una pena significa essere privati della libertà . La libertà di uscire da casa per andare a comprare un pacchetto di sigarette, la libertà di rientrare a casa tardi la sera, la libertà di rifiutare determinate condizioni di vita ed avere la possibilità di fare una scelta, la libertà di scappare . Si anche quella di scappare perché l’adolescenza è quella particolare condizione di ricerca in cui si parte e si arriva, si scappa e si ritorna all’interno di esperienze tra le quali anche quella della morte ( e qualche volta anche della morte per scherzo ) ha un senso.

Leggendo il 14 mattina , vigilia di ferragosto 2011, alcuni articoli di quotidiani sullo sciopero della fame e della sete per richiamare l’attenzione sulla situazione delle carceri in Italia ,mi sono sorpreso a pensare che da alcuni anni mi rigiro per la mente delle soluzioni al problema che sembrano l’uovo di Colombo : soluzioni semplicissime consistenti in poche cose e mi sorprendo ancora di più a pensare come e perché non si riescano a mettere in atto.

Di fronte alla storia degli ultimi anni, alle chiacchiere che su questo argomento si sono fatte, all’unanime, periodico coro di voci , che tutte ammettono che si deve intervenire, che la situazionè insostenibile mi domando come mai siamo sempre allo stesso punto.

Scrive Adriano Sofri su la Repubblica di domenica 14 agosto 2011 : “Oggi migliaia di persone, migliaia forse, non mangiano e non bevono perché si vergognano delle nostre carceri; per essere vicine a chi ci vive e ci muore: per ridurre il debito pubblico della giustizia, più schiacciante di quello del Tesoro.Lo so,i paragoni sono insidiosi. Eppure bisogna leggerli affìancati, il famoso menù del Parlamento e l'ignorato menù delle galere, l'unico che lo batte per la convenienza: 3,8 euro per detenuto, colazione, pranzo e cena.

Ferragosto, feriae Augusti, spiegano i dizionari. Poi c'è l'etimologia penitenziaria: l'agosto dei ferri battuti, di grate, cancelli, blindate, catenacci, dei ferri roventi. 67 mila persone,oggi , nello spazio che ne terrebbe, "ristretti" ,43 mila. Immaginate: gli. urli, i silenzi attoniti, le agonie,.l'astinenza, i cessi a vista, l'acqua che manca, il sangue che corre, quelli che sono pazzi e quelli che diventano pazzi, che aggrediscono e che si feriscono, quelli che sniffano la bomboletta per morire o muoiono per sniffare, e non lo sanno più; quelli che pregano rivolti alla Mecca e non gli basta lo spazio e quelli che pregano Cristo e quelli che non pregano, quelli che si masturbano a sangue e che tossiscono a morte e ingoiano lamette e batterie e gridano nel sonno. Si smette di cercare parole forti per la speranza di muovere qualcosa, nemmeno questo è più affare dei sommersi. Provvedono le autorità. "Tortura", la chiamano così alti magistrati e illustri cattedratici.

"Una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana - fino all'impulso a togliersi la vita - di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo. Evidente è l'abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale così ne parla il Presidente della nostra Repubblica, appena qualche giorno fa. «E una realtà non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita, e dalla quale non si può distogliere lo sguardo». Non ne distogliete lo sguardo, almeno oggi, vigilia dei ferri di agosto. Nello stesso incontro solenne, al Senato, che ha radunato su impulso di Pannella e dei suoi le più alte autorità, si sono sentite voci unanimi e drastiche, dal Primo Presidente della Cassazione in giù, di quelle che tolgono il mestiere ai denunciatori cronici dello scandalo. Come fa un detenuto a gridare all'orrore se perfino le circolari ministeriali gridano più forte di lui? Quel Primo Presidente protesta che si ricorra alla galera preventiva per essere sicuri di fargliela pagare, anche se saranno assolti.


I reati diminuiscono e il numero dei detenuti sale alle stelle. Il Ministero della Giustizia, si fa a gara per non averlo, si fa carriera a lasciarlo. Più del 40 per cento dei detenuti ammucchiati in quella discarica non differenziata aspettano un processo. Un gran numero ci sconta pene irrisorie. "Nuove" leggi, una più assurda, pubblicitaria- e feroce dell'altra, stivano migliaia di persone nelle celle, perché hanno a che fare con la droga, perché sono straniere e povere, per una norma sulla recidiva rinnegata dallo stesso Cirielli firmatario, sicché ora si chiama pazzescamente "ex-Cirielli", e ha largamente abrogato la civile legge Gozzini.

Nel luglio 2006 ebbi qui una affettuosa e tesa discussione con Eugenio Scalfari a proposito' dell'indulto. Auspicavo indulto e amnistia, e non mi capacitavo che la paventata (e nella pratica irrilevante ) applicazione del benefìcio a Previti bastasse a farlo negare alle migliaia di sventurati senza nome. Scalfari era a sua volta favorevole a indulto e amnistia, ma pensava che la loro estensione ai reati di corruzione e concussione offendesse troppo gravemente l'etica pubblica. Non c'era un vero dissenso fra noi, se non per la misura di ciò che ci stava più a cuore, così da far pendere la bilancia di qua o di là. Il costo che Scalfari sentiva inaccettabile era del resto la condizione per la quale Forza Italia avrebbe votato l'Indulto. Spero ancora che a distanza di tempo si tragga un bilancio di quell' episodio, che valga per il futuro.

L'indulto senza l' amnistia non avrebbe alleggerito il carico milionario di processi accumulati senza speranza, e anzi l'avrebbe aggravato, costringendo a celebrarli a vanvera. La campagna furiosa sollevata contro l'indulto rese impronunciabile la parola amnistia, che ne era il necessario complemento. Le ragionevoli preoccupazioni che I'indulto mettesse fine ai processi per la Parmalat o per la corruzione calcistica non si sono avverate, mi pare. Quanto al fosco e compiaciuto malaugurio di tanti sul fatto che i ì liberati in anticipo per l'indulto sarebbero presto tornati a riempire le galere, non è avvenuto affatto, né l'impennata di reati pronosticata: fra chi usufruì dell'indulto, come fra chi usufruisce di pene alternative, la percentuale di recidiva è molto più bassa. Infine - ma non è l'argomento minore- la virulenta campagna contro l'indulto dei forcaioli di destra e di "sinistra", se quella è una sinistra, facendone il primo e decisivo passo verso l'affossamento del governo Prodi. Prodi stesso, e Napolitano, furono tra i pochi a difendere il provvedimento, che i più fecero a gara a ripudiare, come avevano fatto a gara ad applaudire Giovarmi Paolo II che lo invocava. In questi giorni guardo ammirato dei forcaioli di allora e di sempre, ma ora più attenti a mostrarsi sensibili ai "poveracci" sui quali sputavano) fare il tifo per i looters di Tottenham, poveraccio Pannella, e con lui chiunque conosca il problema sono tantissimi, grazie al cielo, ad adoperarsi per questo, associazioni, sindacati di agenti, operatori civili, direttori di carceri, studiosi, volontari sa che l'amnistia non riguarda tanto il mucchio dei detenuti, ma la giustizia e i suoi amministratori, che non vogliano tenere in piedi il simulacro dell'obbligatorietà dell'azione penale in cambio delle migliaia di prescrizioni per chi ha soldi e avvocati. Napolitano ha detto che per questa "questione di prepotente urgenza"la politica non può "escludere pregiudizialmente nessuna ipotesi che possa rivelarsi necessaria". Il digiuno di oggi si propone anche una convocazione straordinaria del Parlamento. Se sembri una richiesta troppo lussuosa per qualche centinaio di migliaia di detenuti e affezionati, si faccia almeno una sessione ad hoc per il confronto dei menu: 3,8 euro per tre pasti giornalieri, è un programma appetitoso.”

Dunque sempre al punto di partenza. Sempre allo stesso punto.

La questione eppure sarebbe semplice . Poche iniziative . mettere in grado la magistratura di amministrare giustizia ,depenalizzare numerosi reati, promuovere le pene alternative e sostitutive , affrontare il problema dell’organico del Corpo di polizia penitenziaria ,in sostanza rendere certa la pena . Proposte che mi riprometto di articolare e sviluppo anche con l’aiuto di esperti ed operatori nei prossimi post.

Eremo Via vado di sole , L’Aquila, mercoledì 17 agosto 2011

martedì 16 agosto 2011

APERTIS VERBIS : Università e bonus


APERTIS VERBIS : Università e bonus

Leggo a pag. 4 del numero del 10 agosto 2011 di Zoom, un settimanale di informazione e affari,

un breve articolo non firmato dal titolo “ Dissidi tra atenei “ che dice : “Il cosiddetto "bonus tasse" scatena una guerra tra atenei. Ancora una volta sul fronte dei contendenti ci sono il rettore dell'università aquilana Fernando Di Orio e la sua collega teramana, Rita Tranquilli Leali. In sostanza, il rettore dell'ateneo di Teramo ha chiesto che, nella proroga del bonus tasse per gli studenti, venga rispettato il criterio di provenienza dei ragazzi. "Comprendo pienamente lo spirito che ha mosso il rinnovo dell'accordo di programma stipulato nel maggio 2009 tra il nostro ministero e l'università dell' Aquila - ha detto la Leali - pur tuttavia, non posso che dolermi per la permanenza della disparità di trattamento che i miei studenti aquilani, a parità di oggettive condizioni, sono costretti a subire se vogliono iscriversi a corsi di studio del mio ateneo, liberamente scegliendo la facoltà maggiormente rispondente alle loro inclinazioni e alle loro prospettive di vita. Pongo una problematica di rispetto e tutela dei ragazzi, e delle loro famiglie, accomunati da un unico dato: la tragicità del terremoto e dei suoi devastanti effetti. Credo che tutti dobbiamo combattere per tale esigenza di giustizia".

Le parole del rettore teramano, che all'inizio sono state male interpretate, hanno suscitato un mare di polemiche: sulla vicenda, oltre a Di Orio, sono intervenuti anche il Pd aquilano e la Cgil. ”

Fin qui dunque l’articolo che riferisce di una questione che è stata affrontata anche da altre testate che hanno riportato appunto non solo le dichiarazioni di Di Orio , del Pd e della Cgil a cui rimando.

L’articolo mi serve per tentare di far presente che probabilmente sulla questione università in generale e la questione università-L’Aquila andrebbe riflettuto in modo più compiuto in ordine proprio al progetto della formazione , della ricerca , della attività professionale legata appunto alle prospettive di vita “professionale” in questo nostro paese. Una riflessione su come siano nate in Abruzzo le università, quali livelli di formazione garantiscano per l’inserimento nel mondo del lavoro.

E quindi sul ruolo e i compiti dell’Università all’Aquila dopo il terremoto non potendo tacere che l’università è una delle componenti vitali di questa città e come tale motore di una rinascita alla pari della Curia, dei costruttori, degli ordini degli ingegneri , dei commercianti , dell’apparato pubblico amministrativo in cui è preponderante l’organizzazione giudiziaria, i politici negli enti locali.

A nessuna di queste componenti , di fronte ad una ricostruzione che non parte o che in modo distorto si trascina e si trascinerà non so per quanti anni, potranno essere fatti sconti perché tutte ugualmente coinvolte e tutte ugualmente responsabili di fronte all’impotente cittadino che non riesce a riavere la sua città.

Non è mia intenzione estendere qui l’analisi ad una situazione che comporta ben altri livelli di riflessione. Voglio solo introdurre alcuni elementi appunto di riflessione sul bonus tasse università di L’aquila con la piena avvertenza che in siffatta analisi meno spontaneismo, più pacatezza, competenza e meno interesse di parte potrebbero giovare a soluzioni proficue.

Quindi. L’iscrizione gratuita ai corsi che ha l’obiettivo di mantenere il numero degli iscritti ad un certo livello che è obiettivo comprensibile per una università che ha visto e vissuto dalla sera alla mattina uno sconquasso ,potrebbe rivelarsi a sua volta un altro sconquasso a causa del fatto che il tempo che passa invano ( si guardi lo stato attuale a distanza di ventotto mesi dal sisma ) non riesce a restituire agli studenti una università in una città. In cui appunto studiare e vivere.

La situazione della città determina una carenza di spazi per le attività dell’università e una carenza di alloggi. Queste due cose assieme stanno evidenziando un costo che è difficile sostenere a lungo. La situazione di una università in cui è difficile studiare a causa di spazi mancanti, di trasporti inefficienti , di polemiche nell’esercizio del diritto allo studio, di contrapposizioni tra cittadini e studenti (caso alloggi alla caserma Campo Mizi ) difficoltà nella realizzazione di nuove sedi ( lavori sospesi al complesso del S. Salvatore ; lavori non ancora iniziati al complesso “L. Ferrari “ prevedendo in questo caso la restituzione degli immobili alla giustizia minorile entro il 31.12 2011 per riaprirvi un carcere minorile ) non trova forse nel bonus tasse un volano di rilancio sicuro.

Perché in siffatta situazione il numero degli iscritti forse non è un indice di valutazione. Piuttosto il tutto va valutato con l’indice di frequenza che determina forse anche l’indice di qualità dell’attività didattica. Questi due indici diventano forse essenziali per attestare la solidità di una istituzione (nelle condizioni date, si badi bene nelle “ condizioni date “) l’Università dell’Aquila che fin dalle prime ore dopo il terremoto si è detta essenziale alla città e alla sua rinascita tanto da determinare un binomio , in senso positivo vogliamo credere , Università-città di L’Aquila.

Ora il fatto di esimere dal pagamento delle tasse gli iscritti ancora per il prossimo triennio, mentre da una parte tende all’obiettivo di conservare un indice di valutazione ( non è che succede come per i biglietti del teatro per i quali più se ne dimostra di averne “staccati” e più sovvenzioni si ricevono indipendentemente da quello che si rappresenta sul palcoscenico ) ,dall’altra potrebbe determinare alcune situazioni incresciose.

L’invogliare i giovani a scegliere una facoltà perché in quella università si risparmiano le tasse potrebbe far registrare nel tempo abbandoni e fuori tempo nel conseguire l’attestato finale .Da una parte. Dall’altra , potrebbe determinare un pendolarismo non per la frequenza ma solo per sostenere gli esami. Perchè è difficile vivere a L’Aquila. Anzi spesso ,se non si hanno risorse economiche tali da parte. degli studenti e delle loro famiglie, per sostenere l’oneroso costo degli affitti, se non si è automuniti per gli spostamenti e via dicendo.

Ora non far pagare le tasse sembra essere una penalizzazione per chi non ha queste risorse invogliandolo a scegliere una sede che poi non può frequentare sia come università che come città. Al più potrà limitarsi ad avere qualche contatto con gli insegnanti e a sostenere gli esami come “fuori sede “. Forse non è una penalizzazione immediata ma a lungo andare potrebbe verificarsi quanto ho sopra accennato. Forse mi sbaglio, sicuramente mi sbaglio e vorrei tanto sbagliarmi ma riflettere su questa situazione è quasi un dovere ma non solo per un semplice scribacchino come me ma per l’intera città. Se non ora quando ? che bella frase retorica ad effetto. Scusate mi è scappata pensando che questa agevolazione del bonus potrebbe essere pagata nel tempo a caro prezzo dallo studente che sceglie L’aquila, “una L’Aquila,senza L’Aquila.” Per non parlare della stessa università contando tutti quelli che studenti non sono e che non lo saranno mai e che si sono iscritti , non dovendo pagare le tasse “ per dare una mano “

Eremo Via vado di sole , L'Aquila, martedì 16 agosto 2011

RICOGNIZIONI : Ingeniosa scientia naturae


RICOGNIZIONI : Ingeniosa scientia naturae

Il volto di santi,angeli e demoni. Uomini e donne . Plebei, potenti, chierici, nobili, contadini. Animali . Effigi. Iimpresse nella pietra . Tutto impresso nella pietra come un inventario fisiognomico, una lista nel tempo e del tempo che la pietra bianca di Poggio Picenze si è incaricata di tramandarci . Impronte di un viaggio nella storia e nel tempo di un territorio che la pietra, docile sotto lo scalpello, ci rimanda ogni giorno quando andiamo a vedere le fontane del complesso monumentale delle 99 cannelle a L’Aquila. Un accostamento tra acqua e pietra che è accostamento primordiale ma anche misterioso. Aria , acqua, terra e fuoco fusi nei volti di quei mascheroni scolpiti come «Ingeniosa scientia nature» come un'eredità della sapienza greca e araba.

Da Ruggero Bacone a Della Porta, da Le Brun a Lavater, da Gall a Lombroso: il racconto della fisiognomica coinvolge un numero rilevante di letterati e di artisti, di medici e di filosofi, coincide con un caleidoscopio di testi che rappresentano emozioni, diagnosticano talenti, prevedono destini. Dall'atelier al gabinetto scientifico e all'aula giudiziaria, la fisiognomica cerca di scrivere le incerte regole dei modelli umani, prima di essere soppiantata dai più scaltri paradigmi psicologici e biologici. E' stata una pratica esoterica? Una scienza? Una retorica?


Sicuramente un crocevia di importanti dibattiti nella cultura europea, un capitolo inconsueto della storia delle idee. Da questo alfabeto dimenticato si può forse ricavare qualche antidoto contro la menzogna e l'esasperante vanità dei divismi contemporanei.

Ma la fisiognomica delle 99 cannelle a L’Aquila è il suggello su quella pietra che canta, quella pietra che fiorisce nelle grandi cattedrali dei Cistercensi, disegnate, edificate, ornate da fregi, affreschi ,capitelli ,


Il sesto acuto dei maestri borgognoni e i costoloni dei lombardi rammodernano le costruzioni e scaricano sulla terra la lievità del cielo in un incontro tra cielo e terra che le guglie e le facciate delle cattedrali interpretano ed esaudiscono.

Così diventa essenziale l’opera dei cistercensi . Tutto cominciò in quel secolo

Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode, o Dio” e “Sette volte al giorno canterò le tue lodi” (Regola, cap. 16).

Ed è verso la chiesa quindi che converge tutta la vita del monaco: infatti in essa si giustifica, si realizza e si sublima la sua vita nel contatto con Dio mediante la sacra liturgia e l’ufficio divino o “Opus Dei”.

Ecco perché i Cistercensi pare che seguissero un ordine divino per creare il loro complesso monastico:si canalizzavano le acque stagnanti così che la terra si asciugasse;la si livellava e fissando con la corda le dimensioni del complesso monastico,si orientava la chiesa e gli altri edifici con la luce dell'alba. Si mettevano a coltura i prati,si piantavano alberi da frutto,verdure e fiori,abbandonando il disprezzo per il lavoro manuale e agricolo a cui si dava valore,al pari della preghiera.

San Bernardo non negava riferimenti al Vecchio Testamento o alla Gerusalemme Celeste ma poneva l'accento sul significato didascalico dell'architettura della Chiesa insistendo sugli aspetti di umiltà e di semplicità. Le chiese a pianta Bernardina terminano quasi tutte con un quadrato o un rettangolo, generalmente più basso della navata, derivato dalle piccole chiese e dalla tradizione degli oratori, è infatti un'espressione dell'umiltà monacale. La forma rettangolare era ritenuta più modesta di quella rotonda o addirittura la più modesta possibile, mentre l'abside tonda rappresenta una simbologia della tradizione imperiale.

L'interesse per il numero e per i rapporti numerici in San Bernardo, quindi, assume un'importanza fondamentale. Il concetto del numero come espressione della bellezza fu ereditato da parte dei Padri della Chiesa dalla più alta antichità, dai Semiti e dei Greci e non era comunque estraneo all'Antico Testamento. Si pensi ai 318 servitori di Abramo, ai 480 anni computati dall'uscita dall'Egitto alla costruzione del Tempio. Quanto alla metafisica di questo simbolismo, i Padri l'avevano ricevuta principalmente dalla tradizione pitagorica largamente diffusa da opere tradotte in latino da Apuleio.Seguendo questa tradizione, i numeri sono il principio, la fonte e la radice di tutto. Lo sforzo continuo degli autori cristiani e anche di San Bernardo, fu di purificare la scienza dei numeri da ogni riferimento alla divinazione astrale. Essi rinviano quasi sempre a una frase del Libro della Sapienza che e la più citata. Il versetto costituisce una specie di consacrazione di tale scienza: ma tu (cioè Dio)hai disposto tutto con misura, numero e peso e definisce il carattere fondamentale del bello e dell'estetica. Il percorso dal mondo greco verso la cultura occidentale fu segnata per primo da Agostino.

Alla metà del XII secolo il cistercense Odo di Morimond sostiene che i numeri sono superiori alle cose perché alcuni simboli numerici precedono le cose stesse. Per esempio, se l'uomo fu creato nella doppia natura di anima e corpo, ciò fu possibile perché già esisteva il concetto di due; tre inoltre ha sempre significato la Trinità, ed è simbolo di trascendenza, così che, secondo il pensiero di Odo i numeri sono digniores rispetto alle cose.

In quel secolo l'interesse per l'allegoria del numero si arricchì del rapporto esistente tra microcosmo e macrocosmo che fu espresso in termini numerici, ossia archetipi matematici. Il numero quattro per esempio rappresenta i punti cardinali, le fasi della luna, i sensi, le stagioni e che nella cultura classica è l'elemento costitutivo del tetraedro di Platone, o il numero costruttivo dell'uomo di Vitruvio, significa la perfezione morale (immanenza, cioè l'espressione della perfezione divina nel creato). Il numero otto nelle scritture si riferisce al giorno che segue l'ultimo della creazione e il giorno dopo la Resurrezione di Cristo;esso non si aggiunge al settimo, ma ne manifesta lo splendore, la pienezza della perfezione, perché ottavo è il giorno dopo il quale non vi sarà più inizio di nulla: è il primo e l'ultimo giorno della settimana senza fine, tempo che si compie nell'eterno. Questa una cor relazione tra 7 e 8 indica il ritorno definitivo della creazione nel seno di Dio. Il numero sei (2 x 3) è numero della creazione, il sette il numero della storia della salvezza o dell'Antico Testamento, l'otto è quello della consumazione della salvezza, o del Nuovo Testamento; il 12 (3 x 4) è il numero della durata.

Novantanove cannelle , dunque in questa filosofia del numero si iscrive la storia delle novantanove cannelle e dei novantanove volti della fontana.

Progettazione dello spazio quale identità che abita se stessa lasciandosi scorgere dall'altro, oltreché corrispondenza fra aspetto umano e comportamento. E', negli esiti,di quei piccoli mascheroni, maschere che non coprono ma rivelano, materia vibrante dei sogni. Superfici convergenti su un ovale antropomorfo che, come nelle fasi lunari, viene decostruito o accresciuto di una porzione ridondante - a seconda del punto di vista - in tempi congelati che ricordano la vita..

Dal ritorno all'oggetto pellicola, a volte dichiarato altre indirizzato verso una stratificazione, alle trasparenze polimateriche, dal positivo al negativo, nella ricerca dell'immagine della ''grande madre'' archetipica. Magma e quiete, perturbante e familiare ad un tempo, percezione di incongruenze suggerite e apparentate con il mistero che il volto, la persona nell'antica accezione di maschera teatrale, guscio vuoto, reca con sé queste immagini ti chiamano a riflettere sul mondo in un incontro nuovo.


Scrive Bruna Marcantonio: “ L’acqua che purifica e trasforma, che lava e redime. Tutto in questa fontana è volto a manifestare l’essenza della rinascita, non sono presenti croci, la morte è superata. E’ presente l’uomo nuovo.

Tra le varie maschere una si distingue, per la sua forma e per la posizione in cui è stata situata, la pietra angolare. Questa particolare pietra, che il tempo e l’acqua hanno consumato ma non tanto da renderla irriconoscibile, rappresenta il corpo di un pesce con la testa d’uomo e fa riferimento a “Cola Pesce”, personaggio mitologico che nel basso Medioevo ebbe un netto rimando al re di Sicilia Federico II.

E’la pietra filosofale della fontana, situata nell’unico punto che da la possibilità di controllare tutte le altre, un onore che solo a lei è concesso. Tancredi da Pentima lasciò così la sua firma, in quella che è l’icona del segreto delle società muratorie, da cui in seguito si svilupparono le massonerie.

Tutti questi ed altri ancora sono i segreti della Fontana delle 99 cannelle, ridotta a banale lavatoio dalla nostra cultura e privata di quel messaggio spirituale che per fortuna sta tornando alla luce.”

Il simbolo della maschera indica un bisogno di protezione, ma anche di trasformazione. E' il non-essere che vorrebbe farsi essere, l'occultamento che presume di farsi disvelamento. E' identificante di un'assenza, di una diversità, a volte di una patologia.

Nell'antichità le maschere rappresentavano le forze sovrannaturali della divinità; qui invece sembrano rappresentare le forze subnaturali dell'uomo, l'incapacità di essere e, insieme. la ribellione a questa incapacità, la volontà di superarla o di sfuggire a un giudizio che condanna a un ruolo prestabilito. La maschera serve per nascondere un vuoto e nel contempo per indicare che si vuole colmarlo con un pieno diverso.

Perché come scrive Shopenaur : «Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l'immagine e l'allegoria perfino dell'odio. (...) Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà.»

La maschera è un mezzo ambiguo, dietro il quale da un lato la verità ama nascondersi per salvaguardare la propria profondità; ma che dall'altro noi utilizziamo per non vedere la realtà, per sfuggire da essa.

Secondo Schopenhauer ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la soggettività della specie che impiega gli individui per il proprio interesse che è poi quello della propria conservazione e riproduzione, e la soggettività dell'individuo che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti che altro non sono se non illusioni per vivere e non vedere che a cadenzare il ritmo della vita è l'immodificabile esigenza della specie.

Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi dalle parole "Io" e "inconscio". Nell'inconscio è custodita la verità dell'esistenza, nell'Io e nella sua progettualità l'illusione concessa all'individuo per vivere. La psicoanalisi, quindi, strutturando il suo edificio sulla dialettica tra le due soggettività, è un evento del pensiero romantico.


Indossare una maschera rende tutto più semplice . Aiuta a nascondere l’identità e a renderla irriconoscibile. Le maschere ,nella fantasia e nella realtà, hanno da sempre permesso di fare ciò che ai volti è proibito.

Grazie ad una maschera Romeo riuscì ad entrare in casa Capuleti, a danzare con Giulietta e a non farsi sfidare da Tebaldo , con “the mask “ dei fumetti della Dark Horse chiunque poteva diventare invulnerabile pieno di poteri , violando così le leggi della fisica e della realtà, e solo mettendo la maschera il nobile Don Diego de la Vega riuscì a combattere , in nome della povera gente, contro la tirannia sotto la maschera di Zorro. Dietro una maschera si celano molteplici identità e al contempo la vera essenza dell’essere che ,in contrasto con la quotidianità , si confonde tra i sogni.

Il cubismo e le maschere del Congo di Picasso, la danza espressionista di Mary Wigman, Hugo Ball e il dadaismo, hanno messo in evidenza l’importanza della maschera, soprattutto nella sfera figurativa. La maschera è così riuscita, a dare voce alle catastrofi sconvolgenti e alla percezione di morte che le due guerre del 900 avevano disseminato nella cultura e soprattutto negli animi.

In latino la persona era la maschera che copriva il capo dell’attore in teatro, la quale era regolarmente diversa in base ai personaggi . Pirandello ,partendo proprio da questo presupposto ,sostenne la più grande verità : ogni uomo si serve di una maschera di volta in volta diversa per interagire con se stesso e con gli altri. Ma quando la maschera che si è creato o che gli hanno cucito addosso esplode, non gli resta altro che scontrarsi con la follia.

Si corre il rischio di restare intrappolati, di non saper riconoscere e scindere l’io dalla maschera che si porta, e così questa diventa l’ arma che copre gli occhi, che riveste l’ animo e che oscura l’indole . La si trascina dietro come una coperta di Linus per proteggere l’ entità che dietro si tenta di nascondere .

E’ possibile abbattere questi muri ed esporsi senza ostacoli?

Oscar Wilde, sosteneva: “ogni uomo mente ma dategli una maschera e sarà sincero”… Alle volte, la maschera, si trasforma in una muraglia, dietro la quale si ci nasconde per difendersi dalla paura che qualcuno possa attaccare il vero io .

E’ comoda, nasconde l’ identità, e fa dire quello che realmente si pensa. La maschera è ambigua, dietro essa si ama nascondere la verità, per salvaguardare la propria profondità e allo stesso tempo fuggire dalla realtà. Dietro ci si sente protetti, se ne porta al giorno una diversa in base all’occasione. E’ necessario per interpretare la realtà.

Internet è una maschera. Su internet nessuno conosce nessuno, un semplice nickname o un avatar diventano i costumi dell’identità, e gli inevitabili giudizi su ciò che si scrive, o su ciò che si mostra, non sfiorano più di tanto .Si ci può creare un io del tutto diverso, migliore di quello che si è .

Ma prima o poi iI trucco si sfalda e si scioglie; ed anche se dietro ogni maschera ce n’è un’altra e un’altra ancora prima o poi si arriva al niente. La verità è nascosta tra il velo sottile che divide la pelle dalla maschera … Solo da lì può venire fuori la vera essenza dell’anima.

Fonti :

http://www.dillinger.it/dietro-la-maschera-49200.html

http://www.homolaicus.com/arte/picasso/maschera.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Fisiognomica

http://www.medioevo.org/artemedievale/Pages/Abruzzo/99Cannelle.html

bruna.marcantonio@fastwebnet.it

Ferdinando Bologna, La Fontana della Rivera all'Aquila, detta delle novantanove cannelle, L'Aquila, Textus, 1997.

Alessandro Clementi; Elio Piroddi, L'Aquila, 4a ed., Bari, Editori Laterza, 1986.

Touring Club Italiano, L'Italia - Abruzzo e Molise, Milano, Touring Editore, 2005.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila ,martedì 16 agosto 2011