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giovedì 20 giugno 2013


CONFINI  :  L’infinitoviaggiare

Prima prova maturità 2013,Claudio Magris, scrittore contemporaneo e germanista, fa il suo esordio nelprimo giorno dell'esame di Stato 2013. Ecco come svolgere l'analisi del testosulla prefazione de "l'Infinito Viaggiare".
Claudio Magris, dalla Prefazione diL’infinito viaggiare,Mondadori, Milano 2005.
Non c’è viaggio senza che siattraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psi
cologiche, anche quelle invisibiliche separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra lepersone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi.Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà,un’individualità, le danno forma, salvandola così dall’indistinto – ma senzaidolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue.
Saperle flessibili, provvisorie eperiture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; morta li, nelsenso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa dimorte, come lo sono state e lo sono tante volte.
Viaggiare non vuol dire soltantoandare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere
sempre pure dall’altra parte. In VerdeacquaMarisa Madieri, ripercorrendo la storia dell’esodo
degli italiani da Fiume dopo la Seconda guerra mondiale,nel momento della riscossa slava che li costringe ad andarsene, scopre leorigini in parte anche slave della sua famiglia in quel momento vessata daglislavi in qua nto italiana, scopre cioè di appartenere anche a quel mondo da cuisi
sentiva minacciata, che è, almenoparzialmente, pure il suo.
Quando ero un bambino e andavo apasseggiare sul Carso, a Trieste, la frontiera che vedevo, vicinissima, erainvalicabile,– almeno sino alla rottura fra Tito e Stalin e alla normalizzazionedei rapporti fra Italia e Jugoslavia – perché era la Cortina di Ferro, chedivideva il mondo in due. Dietro quella frontiera c’erano insieme l’ignoto e ilnoto. L’ignoto, perché là cominciava l’inaccessibile, sconosciuto, minacci osoimpero di Stalin, il mondo dell’Est, così spesso ignorato, temuto e
disprezzato. Il noto, perchéquelle terre, annesse dalla Jugoslavia alla fine della guerra, avevano fa
tto parte dell’Italia; ci erostato più volte, erano un elemento della mia esistenza. Una stessa realtà erainsieme misteriosa e familiare; quando ci sono tornato per la prima volta, èstato contemporaneamente un viaggio nel noto e nell’ignoto. Ogni vi aggioimplica, più o meno, una consimile esperienza: qualcuno o qualcosa che sembravavicino e ben conosciuto si rivela s
traniero e indecifrabile, oppureun individuo, un paesaggio, una cultura che ritenevamo diversi e alieni simostrano affini e parenti.
Alle genti di una riva quelledella riva opposta sembrano spesso barbare, pericolose e piene di pregiudizinei confronti di chi vive sull’altra sponda. Ma se ci si mette a girare su egiù per un ponte, mescolandosi alle persone che vi transitano e andando da unariva all’altra fino a non sapere più bene da quale parte o in quale paese sisia, si ritrova la benevolenza per se stessi e il piacere del mondo.

Nel testo le “frontiere”vengono paragonate, tramite un'alta poeticità, ad un corpo umano fatto di vitae di sofferenza, ma anche di flessibilità, provvisorietà e morte. Le frontierenon sono un'entità immutabile, ma sono in continua evoluzione: sono creabili erinnovabili come l'esperienza umana, come un instancabile viaggio. Il viaggiareoltre-confine, ci dice Magris, significa “scoprire di essere sempre puredall’altra parte” e che non ci sono “sacrifici di sangue” che reggano o chegiustifichino un nostro sentirci etnicamente migliori. La barriera piùdifficile da abbattere è quella della mente, è capire che ogni differenza, chesia politica, linguistica, sociale, culturale o psicologica, non è altro che uncolore in più nella bellezza variegata del viaggiare, dello scoprire.
Magris fa un discorsoriconducibile a più momenti, un discorso storicamente ampio che si innalza alezione di vita .


Eremo Rocca S.Stefano  giovedì 20 giugno 2013








giovedì 3 maggio 2012

CONFINI : La prima cacciata

CONFINI  : La prima cacciata

Nel 1609  Filippo III ordinò l’espulsione dei mori  dalla Spagna . Fu il primo esempio europeo delle sanguinose pulizie etniche del Novecento

Nel passato di ogni paese  si alternano episodi imbarazzan­ti ed esaltanti. Il quarto centenario dell'espulsione dei mori, avvenuta sotto il regno di Filippo III, è ovviamente uno di quelli imbarazzanti. Quasi nessuna istituzione in Spagna ha ricordato l'anniversario. Un silenzio che indica un evidente disagio.
C'è ben poco da vantarsi di quello che avvenne tra il 1609 e il 1614. La cacciata dei mori può essere considerata il primo esempio europeo delle pulizie etniche più o meno sanguinose del nove-cento. Le misure di "profilassi" intro­dotte dal duca di Lerma, con il sostegno decisivo della gerarchia ecclesiàstica guidata dal patriarca Juan de Ribera, furono al centro di un lungo, incerto e aspro dibattito politico-religioso. È be­ne ricordarne le tappe; almeno a grandi linee: 1499, conversione forzata dei granadini voluta dal cardinal Cisneros; 1501-1502, decreto dello stesso cardi­nale con cui i musulmani del regno di Castiglia sono obbligati a scegliere tra l'esilio e la conversione (gli arabi che avevano potuto continuare a professare la loro religione durante il medioevo di­ventarono così, semplicemente, mori­scos, musulmani convertiti); 1516, i mo­ri sono costretti a rinunciare alle usanze e agli abititradizionali, anche se la mi­sura non è applicata per dieci anni; 1525-1526, conversione per editto degli arabi di Aragona e Valencia; 1562, un'assemblea di ecclesiastici, giuristi e membri dell'Inquisizione vieta ai gra­nadini l'uso della lingua araba; 1569-1570, rivolta dell'Alpujarra e guerre di Granada. A partire dalla repressione dei mori e dall'uccisione del loro capo Aben Humeya, la politica di Filippo II puntò a disperdere i granadini nelle terre di Castiglia, Murcia ed Estrema¬dura, lontani dalle coste meridionali e dalle possibili incursioni turche.

Questi numerosi cambiamenti di rotta riflettevano le contraddizioni tra una gerarchia ecclesiastica poco rispettosa dell'universalismo cristiano e gli interessi di molti nobili, per cui l'espulsione di chi lavorava sulle loro terre sarebbe stata una rovina. Come sappiamo dalla storiografia di fine ottocento, dietro le quinte questa crociata politicoreligiosa fu molto discussa. Mentre alcuni si opponevano all'espulsione e predicavano il catecumenato e l'assimilazione graduale, il settore più duro della chiesa voleva proposte più incisive: la schiavitù, lo sterminio collettivo o la castrazione di tutti gli uomini e la loro deportazione sull'isola di Bacalaos, cioè a Terranova.
All'esilio sulla sponda africana più vicina; sostenuto dalla maggior parte dei membri del consiglio di stato, un vescovo oppose un'argomentazione impeccabile: dato che arrivando in Algeria o in Marocco i mori avrebbero rinnegato la fede cristiana, la decisione più caritatevole sarebbe stata imbarcarli su navi sfondate in modo da farli naufragare durante il viaggio e salvare le loro anime.

Nel dibattito che contrappose per anni "falchi e colombe", i primi poterono contare sull'eloquenza di propagandisti come fra' Jaime Bleda, Gonzalez de Cellorigo, fra' Marcos de Guadalajara. Per Pedro Aznar de Cardona l'espulsione chiudeva definitivamente la lunga e ignobile parentesi aperta dall'invasione del 711: la Spagna cattolica sarebbe stata, a opera del duca di Lerma e di Filippo III; cattolica senza nessuna eccezione.Alls arringhe religiose si aggiungevano motivazioni di tipo demografico: l'enorme aumento della popolazione moresca era una minaccia per i cristiani, 'che avevario visto crollare le nascite a causa del celibato ecclesiastico, della clausura femminile, della guerra delle Fiandre e dell'emigrazione in America.

Quest'argomentazione, ripresa oggi dagli estremisti dell'identità europea, fu ironicamente riassunta dal Berganza di Cervantes nel Dialogo dei cani ..
Negli ultimi cinquant'anni il problema moresco e la terapia radicale adottata per risolverlo sono stati al centro di molte analisi ben documentate. Grazie a loro oggi conosciamo le riflessioni di chi si oppose al bando di espulsione di quattrocento anni fa. Significativamente, molti dei suoi contestatori facevano parte di una comunità dai contorni vaghi ma non per questo meno visibile, quella dei nuovi cristiani di origine ebrea. La loro difesa dell'integrazione dei mori era in parte interessata, perché serviva a mettere in discussione i ben poco cristiani statuti di purezza di san¬gue. Rivendicando, invece, i meriti del commercio e del lavoro cercavano di frenare la decadenza spagnola ormai percepibile, che si sarebbe protratta per due secoli fino alle Corti di Cadice, nonostante le politiche più sensate del conte duca di Olivares e dei ministri illuministi del settecento.

In un libro che ho letto in anteprima per gentile concessione del suo autore, Moros, moriscos y turcos en Cervantes, Francisco Marquez Villanueva analizza con la sua consueta competenza gli scritti in gran parte inediti dell'umanista Pedro de Valencia, discepolo ed erede dell'ebraista Benito Arias Montano. Il suo Tratado acerca de los moriscos de Espaiia, sconosciuto fino alla sua pub¬blicazione nel1979 e che ho letto solo di recente, è probabilmente la miglior difesa ragionata delle causedegli espulsi. Ebreoconvertito come Arias Montano e nemico della scolastica edell'ideologia tridentina, Pedro de Valencia   denuncia energicamente "l'offesa che si reca (ai mori) privandoli delle loro terre e non trattandoli con uguale-onore e stima degli altri cittadini". E difende una politica di matrimoni misti di mori e cristiani per "persuadere i cittadini della repubblica che sono tutti fratelli di un solo lignaggio e un solo sangue".
Vedere decine di migliaia di donne e uomini-battezzati separati dai loro figli mentre imploravano misericordia a Dio e al re e proclamavano invano la loro volontà di rimanere in patria fu uno spettacolo difficile da sopportare per al¬cuni sinceri cristiani. La brutalità del¬l'espulsione e la morte di chi cercava di rimanere furono accolte con tristezza e compassione da una minoranza, e con furore d'odio e grida di vittoria da chi, come Gaspar de Aguilar, li trasformò in cantares de gesta.
La maggior parte dei mori si rifugiò, con fortuna decisamente alterna, nel Maghreb, e i nati a Hornachos crearono in Marocco la cosiddetta repubblica di Salé, con l'illusoria speranza di ingra¬ziarsi il re e fare un giorno ritorno in Spagna. Quelli della valle di Ricote fu¬rono autorizzati a emigrare volontaria¬mente durante un periodo di quattro anni attraverso la frontiera francese e a dirigersi verso altri paesi europei. An¬che se si erano completamente integra¬ti, il favorito di Filippo III firmò, senza esitare, l'ordine di esilio collettivo del 1614.

L'episodio del moro Ricote, che in¬contra il suo paesano Sancho Panza nella seconda parte del Don Chisciotte, permise a Cervantes di raccogliere la voce delle vittime di una vessazione così crudele. "Come ho detto", dice il moro, "partii dal nostro paese e andai in Fran¬cia e Italia, e arrivai in Alemagna, e lì mi parve che si poteva vivere con più li¬bertà, perché i suoi abitanti non guardano tanto per il sottile: ognuno vive come vuole, perché in quasi tutta quella nazione si vive secondo libertà di co¬scienza".

Libertà di coscienza. Di sfuggita, e come se niente fosse, l'autore del Don Chisciotte mette il dito nella piaga. Le sveglie sentinelle del santo uffizio erano tutte orecchie, ma a buon lettore, anche troppe parole.

Fonte Internazionale  anno 16,n.801  26 giugno -2 luglio 2009

Juan Goytisolo è uno scrittore spagnolo nato a Barcellona nel 1931. Negli anni del regime franchista ha vissuto a lungo a Parigi. Tra i suoi libri pubblicati in Italia, Karl Marx show (Cargo 2005), Paesaggi dopo la battaglia (Cargo 2009), Oltre il sipario (L'Ancora del Mediterraneo 2009).

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 3 maggio 2012

martedì 1 maggio 2012

CONFINI : Chimica

CONFINI  : Chimica

Dal telescopio spaziale ai cellulari, dall'acceleratore Lhc ai pannelli fotovoltaici, dalle auto ibride ai satelliti del Gps, il nostro mondo è il trionfo delle teorie fisiche - gravitazione, elettromagnetismo, relatività, meccanica quantistica - sulle quali si basano queste meraviglie tecnologiche. Ma chi dobbiamo ringraziare per le leghe metalliche, le fibre di vetro e di carbonio e tutti gli altri materiali che compongono questi oggetti, e senza i quali quelle teorie sarebbero rimaste tali?

La chimica. Una scienza che, nonostante abbia cambiato più di ogni altra il nostro modo di vivere, di rado raggiunge le luci della ribalta e, quando lo fa, è spesso perché se ne parla in modo negativo. Bene, il momento di celebrarla è giunto: il 2011 sarà l'anno della chimica, deciso dall'Unesco per ricordare il lavoro delle migliaia di ricercatori senza i quali non avremmo i 70 mila prodotti che, sotto forma di detersivi, plastiche, farmaci, coloranti, gomme, filati, profumi e colle, riempiono le nostre case.
«Una delle ragioni per cui la chimica ha un ruolo pubblico così dimesso» spiega Maria Chiara Montani, che nel saggio Sposare gli elementi (Sironi, pp. 192, euro 16) ripercorre la storia di questa scienza, «sta forse proprio nel suo occuparsi soprattutto di cose molto pratiche». Così, quando si pensa al prototipo dello scienziato, vengono in mente Einstein, Darwin, Galileo o Newton. Ben pochi ricordano invece chimici come Marie Curie, la franco-polacca che sacrificò la sua vita alla ricerca dei primi elementi radioattivi, o Dimitrij Mendeleev, che ordinò in un sistema periodico (la sua famosa tavola) il caos degli elementi. E forse a nessuno verrebbe in mente Fritz Haber. Eppure, senza questo chimico tedesco, molti di noi oggi non esisterebbero, perché fu lui a inventare, nel 1910, un processo per sintetizzare dall'azoto dell'aria l'ammoniaca, con cui preparare quei concimi artificiali che hanno moltiplicato esponenzialmente la produzione di cibo, e quindi  le possibilità di sviluppo demografico.

«La storia di Frìtz Haber» avverte Montani «spiega però anche la ragione per cui della chimica spesso si diffida. Il processo Haber fu infatti usato per la fabbricazione di esplosivi bellici, mentre il suo inventore, nella prima guerra mondiale, lavorò sui gas asfissianti». Haber, in seguito, fuggì dalla Germania, in quanto ebreo, ma, come per una tremenda nemesi, dalle sue ricerche sul cianuro discese il Zyclon B, il gas usato per sterminare il suo popolo ad Auschwitz.
La faccia negativa della chimica è stata messa in evidenza soprattutto negli ultimi cinquant'anni, quando le sono stati imputati inquinamento, produzione di sostanze cancerogene e grandi disastri industriali, come Seveso o Bhopal. « i chimici, come del resto tutti gli altri scienziati del secolo scorso» spiega Vincenzo Barone, professore di chimica teorica alla Normale di Pisa e presidente della Società chimica italiana, «sono stati travolti dal loro stesso successo. Hanno sintetizzato le molecole più efficienti per gli scopi che man mano arrivavano alla loro portata, dal debellare  la malaria al costruire oggetti resistenti ed economici, senza valutare quali conseguenze avesse l'immissione di queste nuove molecole nell'ambiente.

Una visione più ampia ha cominciato ad affermarsi solo dagli anni Sessanta in poi». Ora, dopo decenni di polemiche, la chimica sembra aver recepito il messaggio, soprattutto in Europa, dove ci sono le leggi di tutela ambientale più stringenti, culminate nella normativa Reach, che prevede test di tossicità e compatibilità ecologica per ogni sostanza chimica che esca dalle industrie.
«Oggi» continua Barone «la chimica è pronta ad andare anche oltre. I processi che usano come materia prima il petrolio possono essere riconvertiti per utilizzare fonti rinnovabili e si possono progettare sistemi integrati, in cui lo scarto di un'industria diventa la materia prima di un'altra. Spetta però alla politica il compito di creare le condizioni che consentano a questa nuova chimica verde di affermarsi».
La chimica sostenibile è anche una delle maggiori speranze per il futuro dell'industria italiana di questo settore, che, persi i grandi gruppi industriali, deve ritagliarsi nicchie di eccellenza, per sopravvivere alla concorrenza asiatica. Le plastiche biodegradabili, i prodotti per la bioedilizia, la concia ecologica delle pelli sono esempi del risultati raggiunti dalla nostra chimica, tutt'altro che morente, come spesso si sente dire. Restiamo il terzo gigante del settore in Europa, dopo Germania e Francia, con 57 miliardi di fatturato, e un tessuto produttivo spezzettato però fra oltre 3600 aziende.

«Aziende di questo tipo» spiega Barone «pur essendo vitali e creative, hanno il limite di non poter affrontare da sole i costi della ricerca, motore dell'innovazione. Per questo è importante spingere verso la creazione di distretti tecnologici, in cui consorzi di piccole industrie utilizzano le potenzialità di ricerca universitarie, che hanno già dato buoni risultati in molte aree del Paese».
Ma non c'è solo l'innovazione sui prodotti. Fondamentale per la chimica è che continui la ricerca pura, capace di portare a rivoluzioni tecnologiche epocali. «Nei settori più avanzati» spiega Barone «ormai chimica, fisica e biologia si mescolano in modo inestricabile. L'ingegneria genetica, per esempio, è chimica quando interviene sulle molecole del Dna, ma diventa biologia quando le inserisce in cellule viventi. lo stesso lavoro al confine fra chimica e informatica: creando al computer molecole di potenziali farmaci, posso simularne le interazioni con altri componenti delle cellule viventi, e valutarne il potenziale curativo risparmiando la vita delle cavie, tempo e denaro».
Un altro campo di frontiera della chimica sono i materiali «nanostrutturati», quelli che, ridotti a dimensioni di pochi atomi, rivelano proprietà insospettate. «Un esempio è la comune grafite» spiega Valeria Nicolosi, trentatreenne chimica siciliana. «Ridotta in fogli dello spessore di un solo atomo, diventa grafene, un ma¬teriale più resistente dell'acciaio, straordinario conduttore elettrico, impermeabile ai gas, traspa¬rente e dotato di tante altre sorprendenti qualità».

Nicolosi ha elaborato un metodo per produrre grandi superfici di fogli monoatomici, non solo di grafene ma anche di altri 150 elementi e composti, con infinite applicazioni pratiche. I suoi risultati, pubblicati su Science, hanno suscitato grande interesse. Purtroppo, non li ha ottenuti a Catania, dove si è laureata, ma a Oxford. «Non mi ha fatto piacere andare via dall'Italia» ricorda Nicolosi, «ma se fossi rimasta, forse oggi farei fotocopie per qualche professore, non avendo trovato i mezzi per svolgere una ricerca seria. Prima in Irlanda, e poi in Inghilterra, invece, di fronte ai primi risultati dei miei studi, mi hanno offerto la massima disponibilità. A Oxford mi è stato affidato un budget di quasi tre milioni di sterline, che mi ha permesso di assumere dodici colleghi, con i quali sto già testando un nuovo tipo di batteria a fogli monoatomici, dalla vita molto più lunga di quelle attuali, e materiali che trasformano il calore in elettricità».
La chimica, quindi, è più vitale che mai e, come sempre, lavora per risolvere i nostri problemi. Ma bisogna darle i mezzi necessari per correre verso il futuro, anche trovando il coraggio di chiudere con il passato. «Qui ad Oxford» conclude Nicolosi «hanno eliminato le aree di ricerca di metallurgia e petrolchimica, perché ormai considerati improduttive, concentrando le risorse sui campi di maggior futuro. Oggi, in Italia, sarebbe possibile farlo?».

Alex Saragosa  Nell’anno che celebra la chimica cambia la sua formula : da tossica a sostenibile  Il Venerdì di Repubblica  25 marzo 2011

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 1 maggio 2012

sabato 17 marzo 2012

CONFINI : Filosofia e medicina

CONFINI  : Filosofia e medicina

La chirurgia di RuggeroInsieme al tradizionale orientamento culturale che fa coincidere il compito del filosofo della scienza nell'indagine intorno a concetti che - come teoria, spiegazione, riduzione - riguardano tutte le scienze, dobbiamo registrare anche un'altra tendenza, sempre più marcata nel recente panorama filosofico, che lascia da parte il termine "scienza" al singolare e lo declina al plurale. All'interno del grande alveo della filosofia della scienza sono quindi sorte nuove figure di studiosi, quali quelle del filosofo della 'matematica, 'della fisica, della biologia, della psicologia, dell'economia eccetera, che lavorano con metodi e linguaggi che sono molto più vicini a quelli utilizzati dagli scienziati.
Lezione di matematicaIl pregevole Filosofia della medicina curato da Alessandro Pagnini si situa decisamente in questa seconda tradizione, dato che intende offrire una panoramica assai ampia sui problemi fondamentali della filosofia. della medicina contemporanea, che coinvolgono non  solo l'etica e il diritto, ma anche la metodologia e l'epistemologia.
Le questioni filosofiche principali sollevate dalla medicina sono infatti sia teoriche sia pratiche, come è messo in luce in modo chiaro nell'esauriente introduzione del curatore, che mette giustamente in discussione la trita differenza tra spiegare (attraverso leggi) e comprendere (il singolo caso clinico) come criterio di netta separazione tra scienze naturali e scienze umane, una separazione che l'esistenza stessa della medicina sembra confutare.
Ed è proprio a causa del fatto che la medicina è al tempo stesso scienza e sapere pratico che il suo statuto filosofico è così interessante. Se le questioni etico/pratiche sono facilmente intuibili (la medicina utilizza le conoscenze scientifiche subordinandole a uno scopo fondamentale, che è il benessere fisico-psichico del paziente) meno noti sono i problemi filosofici sollevati dalla medicina che invece possiedono una dimensione teorica.

farmacia medievaleUno dei pregi di questo volume sta proprio nell'insistere su quest'ultima dimensione, che nella filosofia della medicina è altrettanto importante della prima, e che investe, per esempio,  l'incerto confine tra salute e malattia e i modi per tracciarlo (saggi di Federspil-Giaretta-Oprandi, e Scandellari),  la relazione tra i sintomi e i metodi più efficaci per generare ipotesi sulle loro cause (Benzi-Campaner)  la natura della diagnosi clinica (Federspil),  l'universalizzabilità di singoli casi clinici (Gabbani, Campaner-Cavanna),  il molo imprescindibile (ma spesso trascurato) dela statistica nella diagnosi e nella decisione medica, caratterizzate da un'inevitabile margine di incertezza (Crupì-Festa),  la centralità delle nozioni di funzione e buon funzionamento nelle scienze biomediche (Marraffa), nozioni che, rimandando al concetto di norma, sono cartine al tornasole per separare i viventi dai non viventi. È quindi interessante che le questioni che riguardano la bioetica (trattate da Magni e Massarenti), la responsabilità del medico (Pelliccioli e Rabitti) e la sua deontologia (Ricciardi), non dominano in modo inçontrastato tutto il volume, come spesso accade nei testi di filosofia della medicina, ma occupano solo l'ultima parte del libro (la quarta).
N ella prima parte troviamo invece riflessioni interessanti sia sullo statuto antologico della malattia, vista come «costrutto teorico» da Federspil-Gìaretta-Orlandi, sia sulla riducibilità della medicina alle scienze bio-psicologiche (Canali).
Vasi sanguigni in un atlante medievalePoiché la salute psicofisica è di fatto correlata positivamente al grado di benessere e di sviluppo economico, ogni tentativo di ridurre le malattie alle loro componenti molecolari/genetiche è destinato a fallire, dato che ci fa dimenticare «l'importanza di fattori ambientali, le abitudini e gli stili di vita»'. Il saggio di Canali mette anche in luce il fatto che la medicina risente del mutare dei paradigmi biologici: il pensiero popolazionale, che di contro all' essenzìalismo sottolinea la storicità e l'unicità dei viventi, conduce naturalmente alla tesi che ogni malattia è un unicum, ovvero qualche cosa di irripetibile e variabile da individuo a individuo.

I successivi saggi di Festa-Crupi,Giaretta, e quello di Campaner-Cavanna, rispondono proprio alla sfida dell'unicità del caso clinico, mettendo in luce rispettivamente il ruolo delle inferenze e delle generalizzazioni nelle scienze biomediche, nonché la funzione essenziale degli esperimenti a doppio cieco nello smascherare "effetti placebo", spesso utilizzati per spiegare la presunta efficacia di farmaci non convenzionali (da questo punto di vista, forse un saggio esclusivamente dedicato alle questioni metodologiche sollevate dalle medicine alternative sarebbe stato opportuno).

arnesi chirurgiciNella seconda sezione del libro troviamo saggi di Scandellari, di Federspil sul concetto di diagnosi e, di grande interesse, un saggio di Delvecchio e Cherubini sull'errore in medicina, visto anche come conseguenza di pregiudizi di natura cognitiva, ora al centro anche della filosofia dell'economia.

La terza parte, infine, affronta opportunamente e concretamente molti dei problemi sin qui menzionati partendo dal caso della malattia mentale, con saggi di Civita (sul concetto di malattia mentale), di Di Francesco e Meini sulle patologie della coscienza nelle  loro interazioni con l'identità personale e di Aragona sulla storia della psichiatria moderna (quest'ultimo saggio, con quello di Canali, ha un taglio più storico). Il lettore può immaginare come il riduzionismo debba superare un test decisivo proprio trattando la malattia mentale.

In una parola, in questo testo non c'è solo, come scherzosamente afferma Pagnini, tutto quel che avremmo voluto sapere di filosofia della medicina ma non abbiamo mai osato chiede; in più, troviamo anche una conferma del fatto che la filosofia raggiunge i suoi migliori risultati quando si confronta con le singole scienze.

«Filosofia della medicina», a cura di Alessandro Pagnini, Carocci, Roma, pagg. 584, € 42,50 . Recensione di Mauro Dorato  Pensare la salute e la malattia   Il Sole 24 Ore  14 Novembre 2011

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, sabato 17 marzo 2012

mercoledì 14 marzo 2012

CONFINI : Una cultura plurale

CONFINI : Una cultura plurale

Una pipa di mogano tra le dita e una valigetta stretta in grembo, Zygmunt Bauman mi fa cenno di sedere al suo fianco mentre, adagiato su una panchina, disegna un'altra nuvola di fumo nel cielo chiaro di Roma. Ha appena concluso una lectio magistralis sul fenomeno dei social network e sulla nuova natura dei legami che si instaurano ogni giorno fra milioni di amici virtuali. Il suo inglese marcatamente sassone scandisce un saluto cordiale e il suo editore italiano, Giuseppe Laterza, si congeda con la promessa di tornare nel giro di pochi minuti. Bauman non ha dubbi e gli editori possono stare tranquilli: leggeremo ancora i suoi libri sulla carta. «Venti anni fa - dice - si era previsto che i  libri sarebbero spariti per cedere il posto agli e-book o, comunque, a forme di lettura multimediali.

Non solo non è accaduto, ma oggi soltanto l'uno per cento delle persone che leggono usano internet o altri supporti digitali per farlo. Tutti gli altri si servono ancora del classico libro».
Non sembra molto interessato a come cambieranno nel prossimo futuro le superfici di lettura perché il supporto su cui i contenuti culturali sono installati e portati all'attenzione dei lettori è un fattore secondario rispetto al messaggio. Semplicemente si adegua all'evoluzione tecnologica. Del resto non è stata sempre la carta a veicolare i significati, l'uomo, nel corso della storia, ha scritto su pelle di animale e su pietra. Il punto fondamentale è la prosecuzione nel tempo dei contenuti culturali. Se usassimo le categorie elaborate da Umberto Eco nel celebre saggio "Apocalittici o integrati" - da una parte chi sostiene e dall'altra chi osteggia l'evoluzione tecnologica forse il teorico del mondo, della modernità e dell'amore liquidi, non si schiererebbe aprioristicamente con nessuno dei due.

Certo, però, per la carta stampata ha una passione particolare: «Mi emoziono ancora quando sento scivolare la carta tra le dita. Quanto mi piace voltare le pagine! Per non parlare della bellezza di avere mensole colme di volumi».
Sembra di vederle, le sue immense biblioteche, con le scale per arrampicarsi fino ai volumi stipati più in alto, e le stanze dove i libri accatastati per terra segnano il passaggio e diventano elemento di arredo. Vorrei chiedergli se ce n'è uno che preferisce, che ha segnato la sua formazione culturale, ma mi interrompe: confessa di aver comprato un Kindle. Lo estrae dalla valigetta e spiega: «Per me non è un problema, anzi è il contrario. Quando viaggio, e mi capita abbastanza spesso per le mie lezioni in giro per il mondo, voglio sempre avere con me qualcosa da leggere. Purtroppo nel momento in cui mi trovavo costretto a decidere quale libro portare con me, dovevo sempre scegliere il più piccolo e maneggevole. Con il lettore di e-book posso avere a disposizione più di cento titoli, per tutti gli stati d'animo e per tutte le occasioni, dalla storia antica alla poesia moderna, cosa impossibile con i libri di carta».

Ma Bauman si proietta ben oltre le sterili dispute sul futuro del libro fra bibliofili e  digitali, disegnando una traiettoria che va ad investire una questione  che ne comprende ogni altra: l'idea di identità culturale. L'analisi delle differenti forme di lettura e la metamorfosi dei linguaggi nell'era del digitale impongono al filosofo alcune riflessioni sul ruolo della cultura della civiltà contemporanea: «Fino a poco tempo fa dice Bauman - la cultura era una raccolta di norme, un insieme di regolamenti e dispositivi che servivano a gestire i conflitti e a conservare i modelli sociali preesistenti; era in grado di proclamare le proprie sentenze e stabilire ordini e divieti. Oggi invece, come qualsiasi altro bene immesso sul mercato, non è più una raccolta di norme ma una raccolta di offerte; non agisce più per imposizione ma, come tutti gli altri prodotti di consumo, deve indurti in tentazione affinché tu venga messo nelle condizioni di sceglierla. È una questione di seduzione». E spiega ancora più chiaramente gli elementi essenziali di questo nuovo paradigma culturale: «Il successo del mercato si fonda sulle differenze e sulla varietà. Quanto più si creano nuovi bisogni e nuove esigenze tanto migliore sarà la situazione per il mercato. La cultura, nella società dei consumi, si inserisce in questo contesto e non fa eccezione».

La versione integrale dell'intervista a Zygmunt Bauman sarà disponibile sulla rivista madrelingua, (www.ladante.it/madrelingua) supplemento di "Pagine della Dante’’ edita dalla Società Dante Alighieri in collaborazione con l'Istat e Limes, in una monografia dedicata alla cultura digitale.









Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì 14 marzo 2012

mercoledì 29 febbraio 2012

CONFINI : La metafisica è finita filosofiamo in pace

CONFINI   :   La metafisica è finita filosofiamo in pace


Un problema preliminare, con cui la filosofia contemporanea non può non fare i conti se vuole esercitarsi ancora come filosofia, e non solo come saggistica o come industriosità storiografica sul pensiero del passato, né ridursi a pura disciplina ausiliaria delle scienze positive (come epistemologia, metodologia, logica), è quello posto dalla critica radicale della metafisica. Bisogna sottolineare qui l’aggettivo «radicale», perché solo questo tipo di critica della metafisica costituisce davvero un problema preliminare ineludibile per ogni discorso filosofico consapevole della propria responsabilità. Non sono radicali quelle forme di critica della metafisica che, più o meno esplicitamente, si limitano a considerarla come un punto di vista filosofico fra altri, una scuola o corrente, che per qualche ragione filosoficamente argomentata bisognerebbe oggi abbandonare. […]

La critica della metafisica è radicale, e si presenta come un problema preliminare ineludibile, una vera e propria «questione di metodo», là dove si formula in modo da non colpire solo determinati modi di far filosofia o determinati contenuti, ma la stessa possibilità della filosofia come tale, come discorso caratterizzato da un suo statuto logico e anche, inseparabilmente, sociale. Il maestro di questa critica radicale della metafisica è Nietzsche. Secondo lui, la filosofia si è formata e sviluppata come ricerca di un «mondo vero» che potesse fare da fondamento rassicurante alla incerta mutevolezza del mondo apparente. Questo mondo vero è stato di volta in volta identificato con le idee platoniche, con l’aldilà cristiano, con l’ a priori kantiano, con l’inconoscibile dei positivisti, finché la stessa logica che aveva mosso tutte queste trasformazioni - il bisogno di cercare un mondo vero autenticamente tale, capace di resistere alle critiche, di «fondare» - ha condotto a riconoscere la stessa idea di verità come una favola, una finzione utile in determinate condizioni di esistenza; tali condizioni sono venute meno, e questo fatto si esprime nella scoperta della verità come finzione.

Il problema che Nietzsche vede aprirsi a questo punto, in un mondo dove anche l’atteggiamento smascherante è stato smascherato, è quello del nichilismo: dobbiamo davvero pensare che il destino del pensiero, una volta scoperto il carattere non originario, ma divenuto e «funzionale», della stessa credenza nel valore della verità, o della credenza nel fondamento, sia quello di installarsi senza illusioni, come un «esprit fort», nel mondo della lotta di tutti contro tutti, nel quale i «deboli periscono» e si afferma solo la forza? O non accadrà piuttosto, come Nietzsche ipotizza alla fine del lungo frammento sul Nichilismo europeo (estate 1887), che in questo ambito siano destinati a trionfare piuttosto «i più moderati, quelli che non hanno bisogno di principi di fede estremi, quelli che non solo ammettono, ma anche amano una buona parte di caso e di assurdità»?

Nietzsche non sviluppa molto di più questa allusione ai «più moderati», ma è probabile che, come appare dai suoi appunti degli ultimi anni (gli stessi da cui proviene questo frammento sul nichilismo), l’uomo più moderato sia per lui l’artista, colui che sa sperimentare con una libertà che gli deriva, in definitiva, dall’aver superato anche l’interesse alla sopravvivenza. […]

La questione circa la fine della metafisica, la sua improseguibilità, non è ineludibile solo o principalmente in quanto si riesca a dimostrare che essa costituisce il movente, esplicito o implicito, delle correnti principali della filosofia novecentesca; ma soprattutto perché pone in discussione la stessa possibilità di continuare a filosofare. Ora, questa possibilità non è minacciata tanto dalla scoperta teoretica di altri metodi, altri tipi di discorso, altre fonti di verità ricorrendo alle quali si potrebbe fare a meno di filosofare e di argomentare metafisicamente. Ciò che getta una luce di sospetto sulla filosofia come tale e su ogni discorso che voglia riprenderne su piani e con metodi diversi le procedure di «fondazione», di afferramento di strutture originarie, principi, evidenze prime e cogenti, è la smascherata connessione che queste procedure di fondazione intrattengono con il dominio e la violenza.

Il riferimento a questa connessione, sebbene possa apparire accidentale, è invece quello che, preso sul serio, rende davvero radicale la critica della metafisica; senza di esso, tutto si riduce a sostituire semplicemente alle pretese verità metafisiche altre «verità» che, in mancanza di una dissoluzione critica radicale della stessa nozione di verità, finiscono per riproporsi come istanze di fondazione. È difficile, come pure si sarebbe tentati di fare richiamandosi a Hegel, opporre a una tale «questione di metodo» l’invito a provare a nuotare gettandosi in acqua, cioè a cominciare di fatto a costruire argomentazioni filosofiche cercando se non sia possibile, contro ogni eccesso di sospettosità, individuare alcune certezze sia pure relativamente «ultime» e generalmente condivise. Tuttavia l’invito a gettarsi in acqua, l’invito a filosofare,non può provenire dal nulla; esso si richiama necessariamente all’esistenza di una tradizione, di un linguaggio, di un metodo. Ma le eredità che riceviamo da questa tradizione non sono tutte equivalenti: tra di esse c’è l’annuncio nietzschiano della morte di Dio, la sua «esperienza» più che teoria, della fine della metafisica e, con essa, della filosofia.

Proprio se si vuole accettare la responsabilità che l’eredità della filosofia del passato ci impone, non si può non prendere sul serio anzitutto la questione preliminare di questa «esperienza». Proprio la fedeltà alla filosofia è ciò che impone di non eludere, anzitutto, la questione della sua negazione radicale; questione che, come si è visto, è indistricabilmente connessa a quella della violenza.

Fonte  : GIANNI VATTIMO  La metafisica è finita filosofiamo in pace  La Stampa 23 febbraio 2012

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì 29 febbraio 2012

sabato 7 gennaio 2012

CONFINI : Imprese

CONFINI   :   Imprese

Trovo il testo che segue nel blog http://www.ilprimoamore.com/blog/?page_id=399 attivo dal  2006 e divenuto   anche una rivista cartacea nel 2007

Una parola che rende bene l’ossatura ideale del nostro lavoro è sconfinamento. Del resto, non è per vezzo che abbiamo deciso di definire la nostra rivista per l’appunto “giornale di sconfinamento”.
Sconfinare per noi significa superare le frontiere, scavalcare le specializzazioni e invadere lo spazio circostante senza riguardo per i limiti disciplinari. Tutto il mondo, ci pare, è dominato dallo sconfinamento: la letteratura sconfina nella politica che sconfina nella scienza che sconfina nella religione ecc. Cosi non si vede perché nostro modo di parlare del mondo e di essere nel mondo dovrebbe seguire una logica diversa.
In questa pagina ci sono tutte le nostre imprese di sconfinamento nel mondo materiale, “sulla strada”, fuori dalla rete e dalla carta.

1. Appello Pasolini (2006)
2. Tribù d’Italia (2009): 1, 2 e 3
3. Cammina cammina (2011): 1 e 2
4. Stella d’Italia (2012)

Il tema è intrigante per questo “osservatorio di confine “ perché come afferma
Antonio Moresco, all’interno dell’editoriale con cui si apriva il primo numero del giornale di sconfinamento (“La rigenerazione”, giugno 2007).
«Alcune persone, legate tra loro solo da liberi vincoli di comune passione, hanno pensato di dare vita a questa piccola rivista che cercherà di guardare il mondo da una prospettiva più ampia. Di cosa dovrebbe parlare una nuova rivista nata in questi anni, in una situazione simile? Di competenze specialistiche, estetiche, letterarie? Che apporto, che contributo possiamo dare? Dovremmo giocare la nostra presenza in relazione o in contrapposizione alle meschine confraternite e alle piccole mafie che intossicano anche il mondo della cultura nel nostro paese, né più né meno di quello politico, economico, sportivo…?

 Nel Novecento, le riviste che sono nate via via, promosse da scrittori, intellettuali, pensatori, artisti, poeti… si muovevano nel gioco delle cosiddette poetiche, oppure cercavano interazioni con le strutture politiche di intervento. I loro promotori potevano ancora aggrapparsi a qualcuna delle cosiddette utopie e nutrire o fingere di nutrire l’illusione che fosse sufficiente il loro “impegno” per uno spostamento della configurazione politica e sociale della vita umana all’interno di queste strutture. Vedevano gli uomini attraverso la loro dimensione di volta in volta sociale, artistica, culturale. Per questo sceglievano per le loro riviste titoli che erano all’interno di questo tipo di lettura della vita e del mondo. Era tutto un fiorire di aggettivi come “nuovo”, “moderno”, ecc… Oppure si richiamavano agli spazi e alle pratiche di lavoro e di trasformazione e distribuzione della propria epoca: “laboratorio”, “officina”, “magazzino”…

Noi abbiamo pensato di chiamare la nostra rivista, leopardianamente, “Il primo amore”, perché, nella condizione in cui siamo, bisogna attingere anche ad altre forze e ad altre possibilità ancora e sempre latenti dentro di noi per riuscire a pensare e a immaginare e a sognare qualcosa che abbia la radicalità sentimentale, emotiva e mentale necessaria per tentare di muovere uno spazio immobilizzato. Perché ormai il primo amore è diventato l’ultimo amore, il primo e l’ultimo amore sono diventati l’unica possibilità, una cosa sola.

 A cosa servirebbe fare oggi l’ennesima rivista che non sia altro che l’espressione residuale di piccole specializzazioni all’interno di un tessuto politico e culturale depotenziato? Bisogna avere il coraggio di buttare il ferro a fondo, non limitarci a girare attorno alle cose ma affrontarle di petto. Cercheremo di fare una rivista così. E allora quale può essere la sua ragione, la sua dignità culturale e umana, quale il nostro contributo se non la presa d’atto, senza scorciatoie e senza consolazioni, della disperata situazione e del passaggio che sta di fronte non solo a noi, al nostro paese, ma anche alla nostra specie e alla sua parte scrivente e leggente? Facendola intendere, vedere, sentire in modo inequivocabile, tridimensionale, profondo, per rendere evidente che non c’è un’altra via d’uscita che l’invenzione di un contromovimento che non accetti di porsi in partenza dentro gli stessi limiti angusti, anche se è ancora tutto da inventare, da reinventare, e dove bisogna ripensare completamente i fini, le strutture, le forme, per riattivare capacità umane atrofizzate, i corpi e i percorsi psicofisici e mentali tenuti artificialmente separati. E incontrando, in questo percorso, chi oggi si è già reso conto di quanto sta succedendo davvero, a livello nazionale e internazionale, personale e di gruppo, e sta già dando il suo prezioso contributo di espressione, di riflessione, di documentazione e di lotta.

Per questo, numero dopo numero, andremo a toccare urgenze sotto gli occhi di tutti eppure ignorate, veri e propri tabù che non vengono portati allo scoperto, focalizzando e guardando il mondo che ci circonda attraverso traiettorie negate, rimettendo in movimento forze intime e mentali da tempo sopite, insurrezionali.

Nel corso del tempo e della loro breve vita di specie gli uomini, nelle situazioni bloccate, hanno sempre cercato di creare movimento nello spazio e nel tempo quando le strutture umane tendevano a ossificarsi, anche attraverso invenzioni artistiche, di pensiero, di ingegneria e prefigurazione sociale. Ma tutto questo era sempre inscritto dentro un gioco che non poteva spostare in modo profondo la nostra situazione di specie. Non la sposterebbe tanto più oggi. Al punto in cui siamo persino una rivoluzione non basterebbe, non sarebbe ancora nulla, non sposterebbe nulla, perché sarebbe ancora e sempre giocata dentro le stesse possibilità date e le stesse strutture, creerebbe solo spostamenti interni dentro la stessa immobilità. Ci vorrebbe, ci vuole un movimento di natura nuova, impensato, che possa attraversare da parte a parte non solo le strutture politiche residuali, culturali, economiche, religiose immerse nel loro sonno di morte, ma anche i corpi, le menti. Perché anche pensare non basta più. Abbiamo bisogno  dell’impensato, dell’inconcepito. Ci vuole qualcosa di infinitamente più profondo di una rivoluzione: ci vuole una rigenerazione».

Sconfinamenti dunque per ricreare confini ? Non lo so . L’argomento è interessante e mi permetterò di riportare altri post della rivista segnalando qui il tema dell’ultimo numero : “ il dolore degli animali “ ovvero il dolore che abbiamo provocato e provochiamo negli animali.

Eremo Via vado di sole , L’Aquila, sabato 7 gennaio 2012

venerdì 6 gennaio 2012

CONFINI : Né deboli né positivisti

CONFINI  : Né deboli né positivisti


Non si può dire addio alla verità. Ma nemmeno rinunciare all’interpretazione. Nella querelle fra New Realism e Postmoderno che ha animato l’estate interviene il filosofo Salvatore Veca indicando una terza strada possibile.


“Non si può dire addio alla verità. Non si può abdicare all’impegno nella ricerca della verità in filosofia. Pur sapendo che questa ricerca non ha sempre un happy end. Si procede per prove e errori. Esattamente come nella scienza». Da sempre critico verso il cosiddetto Postmoderno il filosofo Salvatore Veca interviene così, con una forte presa di posizione a favore dell’«irriducibilità dei fatti» e del valore irrinunciabile della conoscenza nella querelle fra Pensiero debole e Nuovo realismo che, dopo aver animato per settimane i giornali, nel fine settimana è andato in piazza al Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo dove Maurizio Ferraris ha tenuto il 17 settembre una lectio magistralis sul New Realism (vedi left n.35), ma anche nel Castello dei conti Guidi a Poppi (AR) dove, nell’ambito di una tre giorni di seminari, domenica 18 settembre Veca ha tenuto una conferenza su un tema cruciale come la giustizia. Che qualsiasi addio alla verità renderebbe impraticabile.

Professor Veca, nel libro L’idea di incompletezza di recente uscito per Feltrinelli lei dedica ampio spazio al tema dell’interpretazione. Come è noto i pensatori deboli eleggono a slogan la frase di Nietzsche: “Non ci sono fatti ma solo interpretazioni”. Qual è la sua posizione?
Dagli anni Settanta, Vattimo in Italia, Lyotard in Francia e Rorty negli Usa, a partire da quel motto di Nietzsche, hanno detto che non possiamo ancorare i nostri discorsi, privati e pubblici, alla ricerca scientifica. Sostenendo che il pensiero non può mai trovare un fondamento saldo e roccioso ma solo un vortice di possibilità. Il contesto era quello del collasso delle ideologie e della crisi delle grandi narrazioni degli ultimi vent’anni del Novecento in Occidente. E loro pensavano che abbandonare l’idea di una oggettività dei fatti avesse un effetto emancipatorio. Ma di fronte a un acquazzone, dire che piove è un’affermazione vera; è un fatto inemendabile come direbbe il mio amico Ferraris. Nel libro che lei ricorda cerco di connettere la posizione di Nietzsche alla tesi scettica: come fai a sapere che è così? Come fai a dimostrare la veridicità delle tue asserzioni? La mia idea è di prendere sul serio le ragioni degli ermeneutici, degli interpretazionisti, ma con una obiezione. D’accordo dire che qualsiasi fatto può essere interpretato. Ma non tutti i fatti congiuntamente possono essere sottoposti a interpretazione. Qualcosa deve star fermo perché altro si possa muovere. Qualcosa deve essere tenuto fuori dal dubbio perché si possa dubitare di qualcosa. Qualunque credenza può essere messa in discussione, è una vecchia idea illuministica. Però non posso criticare tutto allo stesso tempo. Dunque, diversamente dai “debolisti” io penso che una verità sia tale fino a prova contraria, Questo non elide lo spazio d’interpretazione. Un esempio: pensiamo al 14 luglio del 1789, che chiamiamo presa della Bastiglia. In realtà solo il 2 agosto si arrivò a all’interpretazione chiara che si era trattato di un gesto per la libertà contro il dispotismo. Ogni volta che noi ci rivolgiamo alla reinterpretazione del passato non facciamo altro che rendere insaturi i fatti, riapriamo il gioco delle interpretazioni.

Estremizzando il pensiero di Nietzsche si arriva al nichilismo. D’altro canto il New Realism rischia il neopositivismo, L’essere umano non è fatto solo di razionalità. Cosa ne pensa? Senza dubbio. Sono più che d’accordo. Tanto che negli anni ho cercato di riflettere su una terza strada diversa dalle due menzionate. Faccio un esempio concreto. Non possiamo trascurare che mentre per noi è possibile studiare e classificare le proteine, quando cerchiamo di capire qualcosa di più delle rivolte arabe, abbiamo a che fare con strani tipi di oggetti che tendono a autodefinirsi. Lo stesso vale per i riots a Londra. In questo caso cosa vuol dire interpretare? Possiamo attribuire volontà collettive? In Medioriente prevalgono i jihaidisti? O i giovani twitters?. Non nego i fatti, ma resta aperto l’onere intellettuale dell’interpretazione. E se si irrigidisce, se si ipostatizza la si può sempre fluidificare. Ecco il punto.

In una conferenza al Festival della mente ha parlato di immaginazione filosofica. Un concetto quasi ossimorico vista la nascita del Logos come pensiero razionale… L’immaginazione, per me, è un cardine. Non so neanche pensare che si possa fare ricerca filosofica senza che il primo passo non coincida con la capacità di “vedere” le cose, di immaginare un mondo, una questione, un problema. Il nostro lavoro è fatto da una continua tensione fra la ricerca di nessi, connessioni, fra idee e quella che io chiamo coltivazione di memorie: cioè lasciare che riemerga l’eco della tradizione, così pasticciata e meticcia e veramente creola quale è quella alle nostre spalle. Poi certo esistono metodi con cui si cerca di “acchiappare” ciò che si è intravisto. Mi sembra di vedere in una certa area qualcosa che mi attrae e cerco di andarci. Naturalmente per andarci servono dei metodi che siano giustificabili e non dipendenti dalle mie idiosincrasie. Per dirlo in una battuta, la visione filosofica è cieca se non c’è l’analisi, ma l’analisi è vuota se non viene messa in moto dall’immaginazione filosofica.

Un altro filone della sua ricerca riguarda l’eros, criticando la trattazione platonica, ma anche quella cristiana. Ho ripreso questo tema di ricerca per il festival di Sarzana, ma il lavoro più completo che gli ho dedicato è in un libro di qualche anno fa, L’offerta filosofica. Mi interessava provare a mettere alla prova il motore della ricerca, provare a vedere sotto il profilo filosofico la passione, come accade che ci innamoriamo di qualcuno. Intanto continuo un corpo a corpo va con il Discorso sul metodo di Cartesio, con quel suo tentativo di dire: metto sotto pressione tutte le credenze e arriverò a una credenza che non posso mettere in questione. Cartesio lo risolve con il problema di Dio. Ma io dico che anche quella credenza lì è questionabile. Infine anche nell’intervento che ho preparato per Poppi continuo su un filone a cui mi dedico da trent’anni: il problema della giustizia sociale. Ce la facciamo a estendere concetti di giustizia a tutta l’umanità presente sul globo? Qui uso il pensiero politico di Rawls come punto di partenza.

Lei ha affrontato il tema della giustizia ora anche in forma di epos moderno, molto intensa in Sarabanda? Nasce, in realtà, come reading per il teatro sociale fondato da Teresa Pomodoro a Milano… Sui miei libri filosofici posso rispondere lucidamente, ma riguardo a questo esordio mi sento un po’ come ragazzino. Lì c’è il precipitato dei miei ricordi, di ciò che ho provato di fronte all’ingiustizia. Una cosa però la posso dire: sono molto legato al fatto che il primo atto cominci con voce di donna.

Fonte Simona Maggiorelli, da Left-Avvenimenti, 22 settembre 2011

Le foto sono di Simona Capaldi

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, venerdì 6 gennaio 2012

mercoledì 17 agosto 2011

CONFINI : Confini dimenticati


CONFINI : Confini dimenticati

Sono note come “le valli”, e sono un'area al confine tra Italia e Slovenia. Colline basse, boschi fitti e un sottile strato di terra. Sotto solo roccia. Il racconto di un viaggio. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Varco in un soleggiato mattino un valico di seconda categoria tra l’Italia e la Slovenia, lungo una valle secondaria, attraversata da un torrente secondario: lo Judrio. Obiettivo: fare un tour di una delle zone transfrontaliere tra Italia e Slovenia meno note ed anche meno fortunate. Non a caso quest’area è riportata nei documenti ufficiali come zona 87.3.c: un’area dove gli aiuti di stato a comunità ed imprese sono ammessi, in deroga appunto all’articolo 87 del trattato sull’Unione Europea proprio per far fronte a situazioni di disagio.

Sono zone dai nomi quanto mai articolati, che ricordano per assurdo certi buffi nomi gaelici che si leggono in Galles. Anche per questo, oltre per non essere notoriamente delle zone attraenti, nel gergo comune dei friulani queste aree vengono genericamente definite come “le valli”. Gli abitanti, inoltre, mezzi sloveni e mezzi italiani come si addice alla migliori tradizioni delle aree transfrontaliere, sono stati a lungo oggetto di dileggio da parte di buona parte dei corregionali, considerandoli una popolazione scontrosa e povera. Insomma, un popolo chiuso, un po’ come la loro valle.

Entro in Slovenia attraverso il valico di Mernico/ Golo Brdo (foto). Su in cielo, il monte Nero ed il Matajur, entrambi imbiancati, paiono salutarsi oggi che c’è un’ottima visibilità.

La macchina geme e sobbalza sul manto d’asfalto sconnesso, o meglio ciò che resta. Anche l’asfalto qui dove essere un ricordo del tempo in cui attraversare il confine era un evento eccezionale.

La strada è tortuosa, piena di buche, stretta tra le pareti rocciose delle basse colline ed il corso del torrente, che dal 1947 segna una delle frontiere tra l’Italia ed il mondo slavo dell’ex Jugoslavia. Il paesaggio è aspro: colline basse, ove boschi fitti prosperano come per miracolo su uno strato ridotto di terra, per affondare infine le loro radici nella pietra. Gli unici tratti in cui lo sguardo riesce ed estendere un poco il suo raggio è lungo le rive del torrente. Qui, nei radi passaggi di pianura le viti allungano le loro radici verso il corso d’acqua.

Oltrepasso l’abitato di Golo Brdo e mi inoltro lungo la strada che segue il corso d’acqua. Dopo pochi chilometri incontro il secondo valico: Miscek o Ponte Miscecco. Tutt’intorno un paesaggio da No Man’s Land mi avvolge. Quasi tutte le case e gli edifici che incontro lungo la strada sono abbandonati e diroccati. Dalle loro finestre vuote e sfondate si può dedurre tutta la durezza della vita di una volta in queste valli chiuse: stanze interne piccole e di legno e pietra, al cui centro troneggia di solito un grande fogolar , per lunghi anni unica fonte di calore della casa e centro nevralgico della famiglia che vi abitava. Tutt’intorno alla casa, anche le vecchie stalle ed i vecchi magazzini, in quelle più abbienti, sono orami diruti e davvero hanno il languore “ di un circo primo o dopo lo spettacolo” per dirla con il grande poeta della prima guerra mondiale.

Già, la prima guerra mondiale. Queste valli non possono neppure vantare un passato gloriosamente tragico, come le valli di Caporetto, e di Canale d’Isonzo, che pure distano di qui non più di una ventina di chilometri in linea d’aria. La grande storia della grande guerra reca infatti dolorosa memoria di altri luoghi: il Carso, il monte Sabotino, il monte San Michele, Gorizia, Plezzo (ora Bovec) e di Caporetto. Questa valle, invece, angusta retrovia tra due fronti maggiori, la grande guerra è passata di striscio ed ha lasciato in doloroso dono solo un vago ricordo del suo dramma.

Egualmente, nella seconda guerra mondiale ben altri erano gli interessi sia dei partigiani titini, che delle truppe scozzesi che liberarono Cividale del Friuli nel 1945. Entrambe le formazioni erano infatti impegnate in quella che è poi passata alla storia come la “corsa per Trieste”. Non vi era tempo quindi per disperdere le forze in queste retrovie boscose: occorreva prendere o salvare la città adriatica.

Così, queste valli hanno vissuto quasi sempre nell’oblio e nel nascondimento.

Mentre rimescolo questi pensieri, mi avvio verso il confine fisico. Qui il valico è un solido ponte di pietra, corredato alle due estremità da due garitte abbandonate ed avvolte a un ruvido manto di rovi. Dalla porta sfondata di una di queste s’intravede un tavolo rotto: muffa e muschio montano ormai una guardia silenziosa al ridotto traffico transfrontaliero.

A metà del ponte, la pietra confinaria slovena reca quattro iniziali incise: RS/ RI. La pietra slovena è però levigata sotto la scritta: ricordo del tempo in cui i nostri vicini di casa non erano solo gli Sloveni, ma la fiera Jugoslavia di Tito. Ricordo di quando questo ponte separava, più che unire, il mondo del capitalismo occidentale e quello del socialismo jugoslavo.

Attraverso il valico a piedi e mi sorprendo ad osservare con curiosità la sbarra confinaria italiana, che, alzata verso il cielo, culmina con una penisola stilizzata. Dall’unica casa vicina abitata, un gatto nero mi scruta incuriosito mentre riattraverso il confine per visitare la caserma della guardia slovena.

Anche qui stessa scena: porte e finestre sono un vago ricordo. L’edificio ormai è ridotto alla corda: il tetto è collassato all’interno e le scale che una volta univano i vari piani sono ora adagiate su un fianco, come se la stanchezza della storia e l’obsolescenza del concetto stesso di confine territoriale le avesse afflitte da una invincibile debolezza.

Mi allontano turbato alla vista così evidente del passaggio della storia e mi accorgo che i miei movimenti e le mie fotografie hanno attirato l’attenzione. Due contadini locali, intenti a tagliare legna, mi apostrofano in un italiano slavizzato ma corretto. Il mio interesse per i confini li stupisce e li stuzzica allo stesso tempo. Mi spiega uno dei due, sempre stringendo l’ascia in modo poco rassicurante, che una volta c’erano intensissimi e puntigliosi controlli. I posti di blocco della polizia jugoslava erano uno ogni 2, al massimo 5 chilometri. “Tutta colpa dei contrabbandieri, che sfruttavano questi valichi per far passare bestiame, grappa e sigarette. Così qui era pieno di poliziotti e controlli, specie negli anni ’50.”

Poi il fenomeno lentamente è andato scemando e all’inizio degli anni ’70 gli Jugoslavi hanno iniziato a chiudere i valichi secondari più piccoli e si sono ritirati qualche chilometro più monte, al confine di Molino Vecchio/ Britof.

Vorrei chiedergli se è vera la storia che ho sentito da alcuni conoscenti, ovvero che mettevano al confine italiano giovani jugoslavi della nazione serba o bosniaca apposta per evitare che fraternizzassero col vicino capitalista, ma il contadino borbotta qualche parola in sloveno e si allontana senza troppi convenevoli.

Risalgo in macchina e mi dirigo verso l’ultimo valico: Molin Vecchio/Britof. Lo scenario è diverso. Il confine, anche qui un ponte, è corredato dalle case di confine italiana e slovena in cemento ed intonaco, con infissi nuovi che scintillano nella desolazione che li circonda in questa mattina di sole. Anche qui, le sbarre di confine colorate coi rispettivi colori nazionali sono sollevate verso il cielo in una verticale domanda di senso. In alto, dai due lati del confine, la vista dei Santuari mariani di Lig –Marino Cejle e Castelmonte mi ricordano che i confini politici, zigzagano sulla via dei monti sacri, percorso di pellegrinaggio tra Sveta Gora, Marjno Celje e Castelmonte opportunamente valorizzato dai fondi comunitari di un Interreg Italia Slovenia.

Poco oltre il confine, il paesetto di Britof mi viene incontro. È arroccato su una collinetta che si affaccia su un vasto prato, somigliando curiosamente ai certi paesini dell’Hertfordshire nei quali ho vissuto diletti momenti.

Anche qui non passo inosservato. Il mio fare curioso mi porta ad attaccare bottone con Josko, un apicoltore del posto. Mi accoglie in casa sua, mi offre un bicchiere di grappa al miele delle sue api e non ha reticenze a parlarmi del suo vivere sul confine.

“Contrabbando?” mi dice. “ Si, si ce n’era. Grappa, miele, bestie. Una volta passavano di qui, anche se di notte confine era chiuso e bisognava stare attenti. Uno là- dice indicando un punto qualsiasi verso la boscaglia- l’hanno trovato con macchina piena di jeans….” E con un gesto eloquente mi fa capire che non l’ha passata tanto liscia.

“Poi però tutto finito” prosegue. “Poi nuovo contrabbando: persone.” Così mi racconta di quando, prima dell’ingresso della Slovenia nell’area Schengen e nell’Unione, quei valichi, ormai già quasi dimenticati, erano attraversati da cinesi, polacchi, ed altre genti dell’est, che col favore delle tenebre e di passeurs locali raggiungevano l’Italia in cerca di fortuna.

“Ma adesso finito anche questo, ora tutti in Europa. Ora confine dimenticato.” conclude vuotando il suo bicchiere di grappa d’un fiato ed addentando un biscotto. Non capisco bene se nelle sue parole ci sia nostalgia del passato, timore per l’avvenire o entrambi.

Lo ringrazio per l’ospitalità e mi congedo pensoso.

Ri-attraverso il confine per tornare a casa. Lancio un ultimo sguardo alle case confinarie. Poi, senza che me ne accorga la mia mente richiama il monito montaliano:

“Tu non ricordi la casa dei doganieri / desolata t’attende dalla sera in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri e vi sostò irrequieto…

Fabio Romano 22 marzo 2011

http://www.balcanicaucaso.org/Racconti-diari-di-viaggio/Confini-dimenticati

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì 17 agosto 2011