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mercoledì 17 febbraio 2016

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI Festa del gatto






A loro, ai gatti randagi, va oggi il nostro pensiero, con la bellissima canzone I gatti randagi di Augusto Daolio (1947-1992). E, naturalmente, il nostro pensiero grato va anche a tutte le gattare e i gattari che si prendono cura delle colonie lungo la nostra Italia.

I gatti più belli sono i gatti randagi:
girano i quartieri di povera gente.
Amici sinceri di chi non ha niente,
di chi tutto il giorno non fa che sognare;
di notte sui tetti, miagolando alla luna
una carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà,
più felice via se ne andrà.
I gatti più belli sono i gatti randagi:
questo il bambino già l’ha capito,
uno sguardo, un sorriso, una carezza, un invito
e amici così si sarà.
Amici sinceri, perché non si è niente,
perché tutto il giorno non si fa che giocare.
Questa carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà.
I gatti più belli sono i gatti randagi:
non hanno doveri, non hanno padroni.
Rubando a tutte quelle persone
che sanno odiare ma non sanno amare;
di notte sui tetti miagolando alla luna
una carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà,
più felice via se ne andrà.
Siamo un po’ tutti dei gatti randagi:
ce ne andiamo con i sogni in spalla.
Siamo un po’ tutti dei buoni da niente,
siamo un po’ tutti dei tira a campare.
Noi siamo quelli che vogliono andare,
un solo credo: la voglia di amare.
Un solo sogno la libertà,
un solo sogno la libertà.

Eremo Rocca Santo Stefano mercoledì 17 febbraio 2016

martedì 18 giugno 2013

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI :Meditatio 



When I carefully considerthe curious habits of dogs
I am compelled to conclude
That man is the superior animal.

When I consider the curious habits of man
I confess, my friend, I am puzzled.

Quando consideroattentamente i curiosi comportamenti dei cani
Sono portato a concludere
Che l'uomo è l'animale superiore.

Quando considero i curiosi modi dell'uomo

Confesso, amico mio, di essere perplesso

Ezra Pound


Scrive Gianfranco Ravasi in un Mattutino del 30.1.2011  su Avvenire dal titolo  “Uomini e cani”
Quando osservo attentamente le strane abitudini dei cani, mitocca concludere che l'uomo è un animale più evoluto. Quando osservo le straneabitudini dell'uomo, ti confesso, amico mio, che resto dubbioso. Sul prato diun parco romano osservo un signore che brandisce un ramo secco; lo scaglialontano e il suo cane, che ha seguito con occhi mobili il gesto, si precipita araccoglierlo. E così via, in una sequenza senza variazioni. Non si può nonrestare ammirati per tanta devozione, ma anche per la sostanziale stupiditàdell'animale. Si può, però, spostare l'attenzione anche sulla vacuità dell'uomoche impone un simile allenamento e si diverte in questo modo così banale. Eallora si può raccogliere la provocazione, ben più sostanziosa, del poeta EzraPound (1885-1972) nella sua poesia emblematicamente intitolata Meditatio, dellaquale abbiamo citato un frammento. L'evoluzione, certo, ha trasferito l'uomo suun livello più alto e l'arte lo testimonia, il pensiero lo conferma, lareligione lo manifesta. Eppure il dubbio che serpeggia nella mente pessimistadel poeta tante volte attanaglia un po' anche noi, quando scopriamo certevergogne compiute dall'uomo o penetriamo nei bassifondi della nostra stessacoscienza ove s'annidano sentimenti infami e desideri innominabili e ove siaprono abissi di assurdità. Uno dei grandi sapienti dell'antichità, Democrito diAbdera (V-IV sec. a C.), diceva che l'uomo è un mikrós kósmos, un microcosmo disapienza, intelligenza, creatività. Ma aveva ragione anche Goethe quando, nelsuo celebre Faust, dichiarava che «l'uomo è un microcosmo di follia». E ilcane, rivolgendo il suo muso umido verso il padrone crudele, sembra sospettarlo.

Eremo Rocca S.Stefano martedì 18 giugno 2013






lunedì 3 settembre 2012

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI : L’ippocentauro


ANIMALI VERI  ANIMALI IMMAGINARI    :  L’ippocentauro


L’ippocentauro (cavallo con busto e testa di uomo) è un animaleimpossibile, dice Lucrezio (De rerum natura , V, 878), perché a vent’anni
la parte umana sarebbe nel pieno della giovinezza, mentre la parte
cavallina sarebbe già vecchia e morirebbe. Una faccia e un busto giovane,
con una pancia e le gambe già macilente e decrepite. Ma non è un buon
argomento, perché l’ippocentauro è così consolidato come animale
fantastico che probabilmente ha una sua fisiologia intermedia tra l’uomo e
il cavallo, e non c’è problema di rigetto di una parte per l’altra. Si tenga
presente che essendo l’uomo innestato poco sotto l’ombelico, al posto
dove ha il collo il cavallo, tutti gli organi interni sono ripetuti due volte,
cosa peraltro che si dà anche nei gemelli siamesi.

Nel caso dell’ippocentauro però il cervello è dell’uomo e l’apparato riproduttivo delcavallo. Essendo umano di mentalità non disdegna le femmine umane,
infatti si danno casi frequenti di rapimenti, mentre non è mai giunta notizia
che un ippocentauro andasse in un allevamento e montasse una giumenta
in calore. E tuttavia tecnicamente questo caso sarebbe più facile. Si noti
che non ci sono ippocentauri femmina, ma solo maschi. Dunque come si
generano? È verosimile discendano dall’accoppiamento di uomo e cavallo:
così come il mulo ad esempio viene dalla cavalla e dall’asino, è sempre
femmina ed è sterile. Da ciò se ne deduce che essendo sempre maschio
l’ippocentauro, sia figlio di una donna umana congiuntasi con un cavallo.

E questo per la verità non è cosa infrequente, anche al giorno d’oggi faparte dei sogni venerei femminili, di trastullarsi con un cavallo, allevarlo,
accarezzarlo; mentre gli uomini è difficile si erotizzino con una cavalla, la
quale infatti non figura nel repertorio della pornofilia corrente.
Dunque una donna ama un cavallo e si congiunge con lui. Dopo nove
mesi nasce l’ippocentauro, il parto è difficile, la donna non sa come
giustificarsi; il padre non è noto, scrivono in ospedale. Gli danno il
cognome della madre. Dopo un solo giorno dal parto il piccolo
ippocentauro galoppa già per i corridoi dell’ospedale, perché così fanno
anche i puledri, sanno già camminare d’istinto dopo poche ore per seguire
il branco nella steppa sconfinata. All’ospedale non sono abituati, però un
ippocentauro bambino fa tenerezza e tenerlo in culla non è possibile,
perché scalcia e balza fuori nitrendo. La madre lo allatta e non parla,
conscia della sua colpa e della sua debolezza, e non sa neppure accusare un
cavallo preciso. E d’altronde poi nessun cavallo mostrerebbe il sentimento
paterno della responsabilità. Le mandano allora (alla madre) uno

psicologo, ma lei piange e ripete: «Come ho potuto?» Le mandano unprete, che chiede se lo vuol battezzare. La madre dice: «È un essere
mitologico, è meglio che cresca pagano». Intanto l’ippocentauro galoppa
in mezzo alle infermiere che son divertite, va su e giù per le scale, passa
con gran rumore di zoccoli nella corsia dei lungodegenti, che però così
stanno allegri, per quanto possono. La direzione vuole dimettere la madre
e l’ippocentauro, soprattutto l’ippocentauro, perché non sono attrezzati alla
mitologia e allo scalpitare di zoccoli. E così segue la triste storia
dell’ippocentauro nel mondo moderno, per il quale non c’è un posto
naturale nella classificazione zoologica, come nell’antichità, né un posto
geografico; la Tessaglia, dove un tempo si dice vivesse, è oggi una regione
amministrativa della Grecia, la quale fa parte dell’Unione Europea, tutta
coltivata e con piccole industrie, turismo, tecnologia; perfino gli asini sono
quasi scomparsi, e gli ultimi muli li ha dismessi l’esercito. Ci sono gli
animali selvatici, ma sono numerati anche loro, censiti; un ippocentauro

non può essere abbandonato nel parco del Gran Paradiso ad esempio,tenuto anche conto che è un animale meridionale; e poi parla, ragiona,
nella tradizione gli ippocentauri fanno i pedagoghi; Chirone è stato
maestro di Esculapio, e gli ha insegnato musica, medicina, chirurgia; e poi
maestro d’Achille. Nel mondo d’oggi un ippocentauro farebbe il
pedagogista; però sarebbe una pena, tenerlo seduto a una cattedra, e inoltre
sono anche stati un simbolo d’ira, con tendenza a bere e alle risse. Invitati
a un pranzo di nozze dai Lapiti, si legge in Omero (Odissea, XXI, 295
ecc.), hanno bevuto troppo e hanno incominciato ad offendere, infastidire
le donne, menare le mani. Così un ippocentauro messo seduto a fare il
pedagogista scalpiterebbe con il suo di dietro; un pedagogista deve essere
comprensivo, metodico, interculturale; un ippocentauro si presenterebbe
ubriaco, calci a destra e a sinistra, come metodo suo pedagogico, e poi
urla, nitriti, cacche in giro, mosche, tafani, liti coi direttori didattici,
tradizionalmente gli ippocentauri hanno arco e frecce; ebbene: i direttori

didattici inseguiti a colpi di frecce, e così un eventuale ispettoreministeriale. Nel mondo moderno non c’è posto per loro; già non c’era
posto nella Roma antica, cioè erano già una rarità, Plinio dice di averne
visto uno conservato nel miele, mandato a Roma dall’Egitto come cosa
introvabile e meravigliosa. Poi se ne sono visti nell’inferno di Dante (canto
XII, 56 ecc.) come esempio dell’iracondia. Poi? Poi sono spariti. Le donne
non si accoppiano più con i cavalli, e se succede, interrompono la
gravidanza, su consiglio anche del servizio sanitario sociale.
L’ippocentauro sembra avesse una voce un po’ umana e un po’
cavallina, tutta esplosiva e nitrente; ce l’hanno uguale certi presidi
antiquati di scuola media, che gridano in latino mentre la classe è in
tumulto, prendono uno per l’orecchio e gli gridano dentro l’orecchio:
spero, promitto, iuro... reggono l’infinito futuro.

Ermanno Cavazzoni ha deciso di dedicare un curioso libretto, da poco pubblicato da Guanda.
Si intitola Guida agli animali fantastici


Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 3 settembre 2012

sabato 16 giugno 2012

ANIMALI VERI, ANIMALI IMMAGINARI : Apri ogni gabbia

ANIMALI VERI, ANIMALI IMMAGINARI  : Apri ogni gabbia

Sabato 16 giugno a Roma la manifestazione nazionale contro Green Hill

E’ giusto che l’uomo come specie “superiore” possa decidere di sacrificare topi, cavie, cani, scimpanzé, roditori vari solo perché appartengono a specie “inferiori” e non hanno diritto di replica?

Continuano le proteste contro la vivisezione e contro Green Hill. Sabato 16 giugno 2012 si tiene a Roma una manifestazione nazionale indetta da Occupy Green Hill e dal Coordinamento Antispecista del Lazio. Il caso dell'allevamento lager di Montichiari ha aperto un varco verso una sensibilità sociale sempre più votata all'antivivisezionismo e all'antispecismo.

Continuano le proteste contro la vivisezione e contro Green Hill, sabato 16 giugno manifestazione nazionale a Roma
La nuova data della votazione che continua a slittare da diverse settimane sarà il 20 giugno, giorno in cui la Commissione Politiche UE sarà chiamata ad approvare l'art. 14 della Legge Comunitaria riguardo i criteri e i vincoli di recepimento della Direttiva UE 2010/63. Il 1 febbraio la Camera ha già approvato, con il parere favorevole dei Ministri della Salute, degli Affari Europei e della Commissione Sanità di Palazzo Madama, l'articolo che recepisce la tanto discussa direttiva sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici.
Nell'attesa che la Commissione si esprima in merito, continuano le numerose proteste contro la vivisezione e contro Green Hill. Sabato 16 giugno è stata indetta una manifestazione nazionale dal Coordinamento Antispecista del Lazio e da Occupy Green Hill che partirà alle ore 15.00 da Piazza della Repubblica a Roma. Gli attivisti di tutta Italia, per partecipare a questo importante corteo, hanno organizzato diversi pullman che raggiungeranno la capitale da Firenze, Arezzo, Milano, Brescia, Verona, Ferrara, Vercelli, Torino, Bologna, Livorno, Pisa, Viareggio, Lucca, Viterbo, Cagliari, Napoli, Bari, Parma, Genova, Belluno, Treviso, Venezia, Padova, Piacenza, Siena, Massa Carrara, Fermo, Modena e Trieste.
Il desiderio di veder chiudere Green Hill e veder abolita la vivisezione sta contagiando tanti cittadini italiani ed europei; al movimento animalista si stanno unendo persone che, fino a poco tempo fa, ignoravano l'esistenza del terribile allevamento lager in cui i cani beagle vengono allevati per essere venduti ai laboratori di vivisezione. Senza ombra di dubbio, molte persone sono maggiormente coinvolte perché gli animali in questione sono cani e non topi, ad esempio, ma tutti gli animalisti auspicano che a far scendere in piazza tanta gente sia, soprattutto, una coscienza antispecista che si sta radicando nella popolazione.
Il desiderio di veder chiudere Green Hill e veder abolita la vivisezione sta contagiando tanti cittadini italiani ed europei
L'umanità deve ridimensionare il proprio egocentrismo, il proprio egoismo, la propria avidità e deve smettere di arrogarsi il diritto di trattare gli altri animali come oggetti di cui disporre a proprio piacimento; tutti gli animali sono esseri senzienti, dotati di intelligenza, con caratteristiche etologiche e strumenti di comunicazione differenti, in quanto appartenenti a specie differenti. Ogni specie ha dei diritti e deve essere libera di vivere la vita dignitosamente nell'ambiente ad essa più congeniale, seguendo le leggi che la natura impone.
Anche la scienza interviene per divulgare una cultura antivisezionista; diversi dottori, professori universitari e scienziati si battono giornalmente per divulgare notizie scientifiche che dimostrano quanto la sperimentazione animale sia inutile, falsa scienza. Credo che anche la stampa libera, guardandosi bene dal farsi strumentalizzare dalla politica, dalle lobby farmaceutiche e dalle multinazionali e rinunciando dunque a facili profitti, stia facilitando la diffusione di una società antispecista e antivivisezionista, comunicando ai lettori la vera informazione. Le parole aiutano a capire ed analizzare la realtà; il cambiamento, però, è dettato solo dalle nostre libere scelte.
Fonte di Tamara Mastroiaco - 15 Giugno 2012

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, sabato 16 giugno 2012

martedì 22 maggio 2012

Animali veri animali immaginari : La iena

Animali veri animali immaginari   : La iena


La iena è un anno maschio, un anno femmina, e imita la voce umana.
Nascosta vicino a un villaggio ascolta la gente parlare, e così impara il
nome di qualcheduno, ad esempio un pastore; poi di notte gira tra le case e
chiama il pastore per nome, ripetutamente, come fosse un parente lontano
che è arrivato di notte e ha bisogno di aiuto. La gente che lo sa sta
rinchiusa; anche il pastore che si chiama così. Ma poi la voce è tanto
insistente e disperata, che il pastore qualche volta non ne può più e esce,
oppure è tanta la curiosità di vedere se è il suo parente o la iena, che esce.
La iena lo prende e lo divora.
Se nessuno esce, la iena vomita, ma con un rumore che sembra
umano; allora sentendo il rumore del vomito corrono i cani. La iena li
prende e li divora.

Strabone, e tutta la notte si sentono grida come fossero persone che da lontano si chiamano, come se al cimitero ci fosse tanta gente che litiga.
Se la iena si accoppia con una leonessa che sia etiopica, dice Eliano
(La natura degli animali, VII, 22), nasce la crocota, che imita anch’essa la voce degli animali e degli uomini; muggisce, bela, abbaia e trae facilmente in inganno. Anche i santi anacoreti che stanno nel deserto, si sentono di notte chiamare per nome, oppure sentono grida d’aiuto, o un bambino che piange appena fuori dall’uscio, e sentono graffiare la porta da mani d’uomo. I monaci dicono che sono i demoni che li vogliono distrarre dalla
preghiera, invece è la iena (o la crocota), che continua a piangere davanti alla porta, ogni notte, come un orfanello abbandonato, o una vedova senza dimora, o un soldato ferito; ogni notte la iena sta davanti alla porta e il suo grido è uno strazio, sembra un vagito di uno che muore. Il monaco se è già prossimo alla santità resiste e non apre, tutto assorto com’è nel pensiero dei cieli; ma se è ancora sensibile ai dolori umani, dopo notti e notti di incertezza e di dubbi, una notte preso dalla pietà apre la porta; la iena lo
prende e lo divora.
Se era il demonio lo prende ugualmente e lo divora. Il demonio in effetti può prendere le sembianze di iena; ma anche di serpe velenosa, di antilope, di mandria di mucche, il santo sente una mandria di mucche, tutta notte la sente... muuu... muuu..., lui sa che sono mucche fantastiche, e che poi tutto si trasformerà in una risata; allora è una gara di
pazienza fra il santo e il demonio, il santo non riesce a pregare e il
demonio è là fuori che continua a muggire, per settimane, fin che l’ira del
demonio esplode, la mandria passa galoppando sulla capanna, è come un
terremoto, ma tutto fantastico, e ci sono anche carri di ferro che passano su un acciottolato, il rumore è tremendo, ma il santo prega, e poi bufali,scimmie che gridano, ma è solo aria e rumore vano, e quando viene il primo leggero chiarore dell’alba e la gallina canta, non resta più nulla,zoologia immaginaria.
Se l’ombra della iena passa su un cane, il cane rimane muto per sempre. E questo mi sembra basti sulla iena.


Ermanno Cavazzoni ha deciso di dedicare un curioso libretto, da poco pubblicato da Guanda.
Si intitola Guida agli animali fantastici
Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 22 maggio 2012


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mercoledì 9 maggio 2012

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI .: Cani

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI  .: Cani

verona - A due detenuti del carcere di Montorio, Verona, il direttore del penitenziario ha concesso un previlegio davvero singolare: un colloquio "extra" di sabato, giorno di solito non aperto ai colloqui. Fin qui niente di eccezionale, se non fosse che i due reclusi non hanno incontrato fidanzate, parenti o amici, ma i loro due cani, un pastore tedesco e un meticcio. In un caso era il detenuto ad essere depresso per non aver potuto accarezzare il proprio amico a quattro zampe per due anni, nell’altro era il cane a soffrire di solitudine, come accertato da un regolare certificato del veterinario.

"Plauso e soddisfazione" Così il direttore del penitenziario, Antonio Fullone, ha "ceduto" alle richieste dei detenuti. Applaude il sottosegretario ala Salute Francesca Martini: "Esprimo tutto il mio plauso e la mia soddisfazione per la lungimiranza del direttore Dott. Antonio Fullone della Casa Circondariale di Montorio nella mia città di Verona, che sabato scorso ha concesso a due detenuti di incontrare i propri cani, un pastore tedesco e una meticcia, in un apposita area verde protetta all’interno del carcere. Questo rappresenta un atto di grande umanità e civiltà nei confronti dei detenuti e la comprensione del segnale ormai tangibile che i nostri cani rappresentano un affetto concreto e durevole per le persone tanto da venire a far parte del nucleo familiare. In tal senso - annuncia Martini - scriverò una lettera al collega Francesco Nitto Palma neo Ministro della Giustizia affinché promuova la diffusione di queste buone prassi nelle carceri italiane".

Gratitudine dell'Enpa Soddisfazione anche dell’Enpa, che "esprime profonda gratitudine al dottor Antonio Fullone, direttore dell’istituto di pena di Montorio (Verona), per avere ha permesso a due cagnolini - il pastore tedesco Shony e il meticcio Briciola - di riabbracciare dopo molto tempo i loro proprietari. Con la sua decisione - commenta Carla Rocchi, presidente Enpa - il dottor Fullone si è reso protagonista di un gesto di profonda sensibilità e grandissima civiltà. Purtroppo, la detenzione viene scontata non soltanto dai diretti interessati ma anche dai loro quattrozampe, i quali, all’improvviso e senza un perchè, si trovano incolpevolmente privati della compagnia e dell’affetto dei proprietari. Proprio l’incontro con i loro animali può essere, ne sono certa, un ausilio nel percorso riabilitavo delle persone detenute".

Eremo Via vado di sole, L'Aquila,  mercoledì 9 maggio 2012

venerdì 20 aprile 2012

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI : La fenice

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI  : La fenice

La Fenice, o Phoenix, è un favoloso uccello, dotato di longevità e caratterizzato dal suo potere di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Esso simboleggia così i cicli di morte e risurrezione. Georges Cuvier (1769-1832) ha visto in lui il fagiano dorato (Chrysolophus pictus). È stato anche identificato con l'uccello del paradiso.
Degli uccelli favolosi ugualmente chiamati Fenice si trovano  nella mitologia cinese (fenghuang) e persiana (simurgh).

    MITOLOGIA

    L'araba Fenice

    Un racconto arabo del XIII secolo, scritto da Attar "Il linguaggio degli uccelli" racconta una epopea mistica nella quale gli uccelli cercano il loro re, il Simurgh, e infine arrivano al suo palazzo, al di là dei sette mari, per scoprire che sono loro stessi il Simurgh e che Simurgh è sia uno che tutti.
    La Fenice è stata dipinta su bottiglie di vetro per conservare dei veleni. In questo modo, gli arabi credevano di essere preservati dall'avvelenamento.



    Phenix_roses_Antioche_mosaicoLa Fenice greca egiziana

    La prima menzione della Fenice si trova in Esiodo, il primo poeta greco del quale possediamo notizie storiche. Ecco i versetti dell'enigmatico frammento 50:

Di nove uomini forti così la ciarliera cornacchia

vive la vita; il cervo di quattro cornacchie, e il corvo

diventa vecchio quanto tre cervi. La fenice, poi, vive

per nove corvi; per dieci fenici viviamo noi Ninfe,

ricciole belle, figlie di Giove dell’egida sire.

(traduzione di Ettore Romagnoli, 1929)

    Erodoto è il primo a fornire una versione dettagliata del mito e ne parla nel secondo libro delle sue Storie, quello dedicato all’Egitto:
    II,73. “C’è anche un altro uccello sacro che si chiama fenice. Io non l’ho mai visto, se non dipinto; poiché, tra l’altro, compare tra loro soltanto raramente: ogni 500 anni, come affermano i sacerdoti di Eliopoli; e si fa vedere, dicono, quando gli sia morto il padre.
    “Per dimensioni e per forma, se è come lo si dipinge, è così: le penne della chioma sono color oro, le altre sono rosse; soprattutto esso è molto somigliante all’aquila per forma e dimensioni. Dicono che esso compia un’impresa di questo genere (ma secondo me il racconto non è credibile): cioè, partendo dall’Arabia, porta nel tempio del sole il padre, tutto avvolto nella mirra, e lo seppellisce nel santuario del Sole.
    “Per trasportarlo farebbe così: prima di tutto, dicono, impasta con la mirra un uovo grande quanto le forze gli permettono di portarlo; poi si prova a tenerlo sollevato e, quando si sia in tal modo allenato, avendo svuotato l’interno dell’uovo, vi introduce suo padre. Quindi con altra mirra spalma la parte per la quale ha praticato lo svuotamento e introdotto il padre, di modo che, essendovi quello dentro, si ristabilisce il peso di prima; avendolo dunque così avvolto, lo trasporta in Egitto nel santuario del Sole. Ecco quanto raccontano di questo uccello.”
    (traduzione di Luigi Annibaletto, 1956)

    Erodoto, che probabilmente trae le sue informazioni dall'Hecataeus di Mileto, descrive la Fenice come un vero e proprio uccello che si assimila a Bennu, un uccello sacro d'Egitto. Bennu è una manifestazione del dio Ra e il dio Osiride. Il suo canto è così splendido da far incantare anche le divinità ma la sua caratteristica principale è quella di poter vivere molti secoli, addirittura cinque, per poi morire in un bellissimo falò da cui rinascerà subito dopo. Gli antichi egizi furono i primi a parlare della Fenice come del Bennu, nome che deriverebbe dal verbo “benu” che significa risplendere, sorgere o librarsi in volo). I testi delle piramidi parlano di un uccello simile ad un airone comparso sulla prima collina emersa dalle acque primordiali e pure nella restante tradizione non si fa riferimento alla sua immortalità.

    Egretta garzettaIl volatile più idoneo a rappresentarla è la Garzetta: una specie di uccello affine all'airone, di cui numerosi esemplari vennero sterminati solo poiché i loro ciuffi costituivano le "aigrettes" usate per confezionare i pennacchi coi quali si adornavano le dive. Come l'airone che spiccava il volo sembrava mimare il sorgere del sole dall'acqua, la Fenice venne associata col sole e rappresentava il BA ("l'anima") del dio del sole Ra , di cui era l'emblema — tanto che nel tardo periodo il geroglifico del Bennu veniva impiegato per rappresentare direttamente Ra.
    Secondo altri, la fenice che Erodoto descrive non si riferisce al Bennu ma è la variante greca del mito orientale dell'uccello del sole, che avrebbe simboleggiato il "grande anno", cioè il tempo necessario per completare un ciclo equinoziale.


    La Fenice romana

    Ovidio nelle Metamorfosi - XV,392 - colloca la fenice in Assiria:
    Esiste un uccello che da solo si rinnova e si riproduce:
    gli Assiri lo chiamano fenice; non vive di frutti né di erbe,
    ma di lacrime d’incenso e di succo di cardamomo

    Lo storico latino Publio Cornelio Tacito parla della fenice nei suoi Annales:

    Durante il consolato di Paolo Fabio e Lucio Vitellio [eletti consoli nel 34 dC], dopo un lungo volgere di secoli, l’uccello fenice giunse in Egitto, e ai più dotti fra nativi e fra i Greci fornì l’occasione di molte disquisizioni circa quel prodigio. Mi fa piacere riferire quelle cose su cui si concorda e quelle cose ancor più numerose che sono controverse, ma che vale la pena conoscere.
    Questo animale è sacro al Sole e coloro che ne hanno raffigurato le fattezze sono concordi sul fatto che  è diverso da tutti gli altri uccelli per l’aspetto e per la varietà dei colori delle penne: sul numero dei suoi anni vengono riferiti dati diversi. La durata che va per la maggiore è di 500 anni: ci sono alcuni che affermano che si frappone uno spazio 1.461 anni, e che i precedenti uccelli, in primo luogo sotto il regno di Sesoside [Sesostri III, 1878-1843 aC], in seguito ai tempi di Amasi [569-526 aC], quindi ai tempi di Tolomeo terzo re d’Egitto di stirpe macedone [Tolomeo Evergete, 247-222 aC], sono giunti in volo nella città di Eliopoli, con un’abbondante scorta di tutti gli altri uccelli rimasti stupiti dall’aspetto singolare.
    Ma certamente gli avvenimenti del passato sono incerti: tra Tolomeo e Tiberio [imperatore dal 14 al 37 dC] intercorsero meno di 250 anni. Per cui alcuni hanno ritenuto che questa fenice fosse falsa e che non provenisse dai territori degli Arabi, e che non avesse fatto nulla di ciò che l’antica tradizione aveva stabilito.
   Così, compiuto il numero degli anni, quando la morte si avvicina, costruisce un nido nel suo territorio e gli infonde il vigore genitale dal quale scaturisce il neonato; appena diventato adulto ha come prima preoccupazione quella di seppellire il padre, e non lo fa a caso, ma dopo aver sollevato un fardello di mirra e dopo aver fatto una prova su un lungo percorso, quando il peso è giusto rispetto al percorso da compiere, sostiene il corpo del padre e lo trasporta all’altare del Sole e lo brucia. Queste cose non sono certe e sono ingigantite da leggende: del resto non si dubita che talora questo uccello venga scorto in Egitto.

    La Fenice cristiana

    Il mitico uccello evoca, elegantemente, il fuoco creatore e distruttore. Come il sole, il fuoco simboleggia l'azione fecondante che consumandosi purifica e consente la rigenerazione. Lucifero, il "portatore di luce" precipitato nell'inferno, incarna il fuoco che non si consuma ed esclude la rigenerazione. Al contrario, alla fenice aderisce il simbolismo del fuoco e dei riti iniziatici di morte e di rinascita.
    In alcuni riti di cremazione il fuoco è anche considerato come un veicolo: il messaggero dal mondo dei vivi a quello dei morti. Allo stesso modo, la fenice è spesso una stella che indica la sua natura celeste e la vita nell'altro mondo.
    GrifoneIl Medio Evo ha visto nella Fenice il simbolo della risurrezione di Cristo

    Dobbiamo ricordare che anche il grifone è una rappresentazione di Cristo e deriva dal fatto che è un animale terrestre (corpo di leone) e di aria (ali di uccello). La parte terrestre rappresenta il corpo di Cristo e la Sua presenza sulla Terra tra gli uomini e la parte aerea rappresenta la spiritualità di Dio.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, venerdì 20 aprile 2012

domenica 15 aprile 2012

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI : Gli animali fantastici di Ermanno Cavazzoni

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI   : Gli animali fantastici di Ermanno Cavazzoni



L’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, Guida agli animali fantastici, finalista al premio Chiara, più che una raccolta si potrebbe definirlo un itinerario originale che ripropone un repertorio di animali più o meno fantastici alla maniera degli antichi bestiari.
Un’ironia giocosa pervade il testo che propone una classificazione di animali a partire da autorevoli fonti di autori classici: da Plinio a Licino Muciano, da Eliano a Luciano di Samòsata, ad Aristotele .
Ritroviamo, quindi, i prodigiosi esseri che circolavano nel mondo antico: l’ippocentauro; la manticora; la remora che ha il potere di fermare tutto (se si attacca alla chiglia di una nave, la nave non va più avanti), anche le cause legali, impedire le nozze, ma può essere usata positivamente, dice Plinio, per evitare un parto prematuro; le sirene dall’aspetto di maliziose ragazze (ma è solo la parte emergente sul mare, perché sott’acqua sono pesci e non hanno organi genitali, ma un’unica cloaca come le rane, il loro famoso petto sono solo bolle di galleggiamento e l’aspetto di donna è un caso di mimetismo animale); l’ircocervo, l’onocentauro….
Ma in mezzo a loro, altrettanto fantastici, ci sono gli animali che sono rimasti e si incontrano comunemente: il pollo, ad esempio, con il suo sguardo sospettoso e un po’ sprezzante, o le formiche, sempre di corsa e preoccupate per la crisi economica, la cicala che “effettivamente passa l’estate a cantare, ed è falso che poi d’inverno vada a chiedere il cibo alla formica [...] perché la cicala si nutre di rugiada [...] [e] urla sempre la stessa canzone [...]che è un’affermazione, una specie di sì ripetuto, sì, sì, sì che è anche il suo modo di pensare, che cioè tutto va bene, su tutti i fronti e che al mondo ci vuole dell’ottimismo”.
Man mano poi che ci si addentra nella narrazione, ci si accorge che questi animali presentano peculiarità e vizi propri dell’odierna umanità. Così, “l’uomo che si accompagna a una scimmia deve poi patirne la vanità. Lungi dall’essere una brava moglie, la scimmia si pittura la faccia, si dà il rosso alle labbra e tenta di arricciarsi i capelli in testa anche se non ce li ha, anzi per questa mancanza se la prende con il marito, lo pizzica, gli fa vedere la testa coi pochi peli e grida in modo significativo, per incolparlo”. Per contro, talvolta è l’Uomo che possiede tratti animaleschi: si veda, a tal proposito, la descrizione degli etiopi. “Paolino di Nola, vescovo, nel suo Epistolario, quinto secolo dopo Cristo, dice che gli etiopi sono neri non solo perché cotti dal sole, ma per gli orrendi peccati che compiono in continuazione. [...]Paolino di Nola non poteva saperlo ma la sua idea è più vera che mai anche oggi; infatti i luoghi maggiori di peccato sono le coste marine nei mesi di luglio e di agosto, dove la gente arriva pallida e incomincia a peccare, e poiché contemporaneamente si cuoce al sole, come fanno gli etiopi, l’anima si fa nera mano a mano che anche la faccia, che è lo specchio dell’anima, diventa nera”.
Nonostante i suoi limiti e le evidenti carenze, però, il più fantastico tra tutti gli animali resta comunque l’uomo, si legge nel racconto conclusivo: senza piume, a due gambe, ma testimone unico del grande spettacolo dell’universo, “che guarda in cielo e dice: cosa sono quei lumini sospesi? E risponde: le stelle. Perché nessun altro animale le ha mai notate, nel corso di tanti milioni di anni e di tante notti stellate che sono passate su questo pianeta.”
L’AUTORE. Ermanno Cavazzoni è nato nel 1947 a Reggio Emilia e vive a Bologna dove insegna “poetica e retorica” all’Università. È autore di vari libri di narrativa: Il poema dei lunatici (1987, ristampa Guanda, 2008) Le tentazioni di Girolamo (Bollati Boringhieri, 1991); I sette cuori (Bollati Boringhieri, 1992); Scherzo letterario da De Amicis; Le leggende dei santi (Bollati Boringhieri, 1993), traduzione scherzosa e infedele da Jacopo da Varagine; Vite brevi di idioti (Feltrinelli, 1994), Cirenaica (Einaudi, 1999); Storia naturale dei giganti (Guanda 2007); Il limbo delle fantasticazioni (Quodlibet, 2009) e Gli scrittori inutili (Guanda 2010). E’ anche sceneggiatore. Celebre la sua collaborazione con Fellini per La voce della luna (tratto dal suo primo libro Il poema dei lunatici). È stato con Gianni Celati e altri, ideatore e curatore della rivista “Il semplice”.


Guida agli animali fantastici di Ermanno Cavazzoni, un’opera dichiaratamente ispirata ai bestiari medievali, che hanno avuto proseliti – per lo più in chiave parodica – anche nello scorso secolo: si pensi a Bestie di Federigo Tozzi o a Bestie del ‘900 di Aldo Giurlani, ovvero Palazzeschi. Proprio da quest’ultimo Cavazzoni sembra mutuare l’idea di raccontare le presunte bizzarrie del regno animale, per soffermarsi con garbo e ironia su quelle reali degli uomini: così l’essenza velenosa dell’orina del leontofono per il leone diventa il pretesto per giustificare con la chimica lo sfinire di un amore e la litigiosità di due amanti; il lupo, o meglio il licantropo, non è che il risultato di una trasformazione umana dovuta all’insofferenza per i dettami sociali; la cicala che canta l’ottimismo, quando non c’è nulla che lo giustifichi, non può non far pensare a certi analisti o politicanti…
Va sottolineato che la maggior parte degli animali trattati nella Guida agli animali fantastici sono per l’appunto creazioni mitologiche, esseri immaginari, ma come tali vengono considerati anche quelli reali: «Le sirene, i centauri, la iena sono così integrati nel mondo fantastico, che poco importa sapere se esistono. Per certi bambini moderni sono leggenda anche gli alberi, perché mele, banane, arance sono per loro prodotti del supermercato, e così pure una bistecca di manzo o una coscia di pollo […]». I frequenti riferimenti bibliografici alla Naturalis historia di Plinio o alla Natura degli animali di Eliano, così come ad altri testi classici, non fanno del resto che rimarcare la sensazione che questi brevi brani (ben quarantasei in centosessanta pagine) siano un considerevole esercizio di arguzia ed erudizione, un divertissement che dopo un po’ viene però a noia, perché manca appunto la narrazione.
Nella premessa si legge: «C’è sempre il problema con gli animali di capire cosa vogliono dirci, se hanno delle ideologie, una metafisica, se considerano l’uomo un fesso, una divinità oppure un demonio»; ebbene, tale problema spesso sussiste anche con i libri.
Ermanno Cavazzoni Guida agli animali fantastici  Guanada

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, domenica 15 aprile 2012

mercoledì 11 aprile 2012

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI :Il bestiario Northumberland

ANIMALI VERI ANIMALI IMMAGINARI  :Il bestiario Northumberland

di Cynthia White

Una vera Arca di Noè di pesci, uccelli, rettili e ogni sorta di animali reali e immaginari prende vita tra le pagine di un delizioso Bestiario realizzato in Inghilterra intorno alla metà del XIII secolo. Un serraglio gotico che celebra le meraviglie del creato non meno che il messaggio spirituale e morale in esse trasfuso dal divino creatore
Realizzato intorno al 1250, nella forma di un piccolo libro tascabile e nello stile del primo gotico, il Bestiario Northumberland è uno dei più ricchi bestiari inglesi scritti in latino. Le sue 74 pagine contengono 112 miniature finemente disegnate e colorate (una a pagina intera e numerose a mezza pagina) oltre ad alcune note scritte da diverse mani tra il XIV e il XVII secolo.
Alla fine del volume, ci sono dei fogli bianchi con annotazioni del XVI e XVII secolo che ci permettono di ricostruire le vicende più tarde del manoscritto. Al f. 73v si osservano delle prove di penna presumibilmente ad opera di Robert Turges, ufficiale giudiziario del Dorsetshire nel 1508-09, il cui nome compare nella pagina. Nella pagina successiva appare, in scrittura seicentesca, la firma di Grace Fitzjames (morta nel 1725) la cui pronipote Elisabeth (1716-1786) portò con sé il manoscritto al castello di Alnwick quando suo marito Sir Hugh Smithson (1714-1786) fu nominato primo Duca di Northumberland nel 1766. Seguendo queste tracce è stato possibile ricostruire la storia del volume a partire da Dorset, intorno al 1500, fino al 1950, quando il Duca di Northumberland, Hugh Algernon Percy (1914-1988), lo mostrò per la prima volta ai suoi amici bibliofili in occasione di un incontro al Roxburghe Club. Poco dopo, E. G. Millar ne pubblicò una riproduzione (Oxford, 1958).
Quando il Duca di Northumberland vendette il Bestiario della sua famiglia (in precedenza, recante la segnatura Alnwick Castle 447) a un anonimo collezionista a un’asta di Sotheby nel 1990, esso era l’ultimo bestiario rimasto in mano di un privato. In occasione di quella vendita, un’ondata di curiosità si riversò verso il mondo della cultura medievale nell’ambito della quale ogni bestiario risulta come un raro passaggio verso la letteratura medievale. L’anonimo collezionista fu molto generoso con me e mi accordò il permesso di studiare il manoscritto, nonché di curare una traduzione del testo dal titolo From the Ark to the Pulpit. Non molto prima della pubblicazione (Louvain-la-Neuve, 2009), il J. Paul Getty Museum di Los Angeles finì per acquistare il codice (Ms. 100) nel 2007.

LE FONTI
Un bestiario è una singolare opera medievale dove risultano combinarsi narrativa, amore per gli animali e guida spirituale fatta passare per scienza naturale e teologia morale. La maggior produzione di bestiari si ebbe in Inghilterra e coincise con la nascita degli ordini mendicanti e la formazione di un corpus di ausili per la predicazione, le artes predicandi, che offrivano esempi per i sermoni. Molte delle omelie medievali si basavano su storie del tipo di quelle trovate nei bestiari a sostegno della convinzione diffusa che il mondo naturale fosse un riflesso del suo creatore e che attraverso il creato visibile si potesse conoscere l’invisibile divino creatore. In molte delle voci su singole creature, le caratteristiche comportamentali degli animali rappresentano delle metafore dei diversi comportamenti dell’uomo.
I testi derivano fondamentalmente dal Physiologus tardo-antico, una raccolta di brevi voci su animali e piante. Scritto in greco tra il II e il IV secolo, il Physiologus, usa il simbolismo della natura per comunicare ai lettori gli insegnamenti cristiani. I testi comprendono citazioni dalla Bibbia, descrizioni delle caratteristiche fisiche delle creature e un’interpretazione allegorica di esse. Le numerose e multiformi versioni del Physiologus rappresentano gli antecedenti del bestiario del XII secolo. Intrecciato com’era con il genere degli hexaemera, ossia dei testi letterari sui sei giorni della creazione, il bestiario aggiunge al modello del Physiologus del materiale introduttivo sulla creazione del mondo, dell’uomo e degli animali. Adamo che dà il nome alle bestie (si veda immagine al f. 5v), che è una glossa al materiale sulla creazione, introduce il lettore al mondo degli animali per fare intendere che Dio voleva che l’uomo prendesse ad esempio alcune delle abitudini di essi. Quando usate come materiale per i sermoni, le storie dei bestiari fornivano ai predicatori un mezzo per interpretare il mondo naturale come metafora della creazione divina.
Oltre agli hexaemera, anche estratti dall’Etymologiae di Isidoro di Siviglia (ca. 560-636), da Plinio il Vecchio e da Solino finirono per trasformare il carattere del Physiologus in quello del bestiario vero e proprio. Le allegorie e il materiale didattico del Physiologus originale risultano messi da parte per fare posto ad un linguaggio più “scientifico” nella classificazione degli animali secondo il modello del Libro 12, chiamato De Animalibus, delle Etymologiae di Isidoro: bestie da soma, animali selvaggi, piccoli animali, serpenti, vermi, pesci, uccelli, insetti. Il De naturis rerum dell’ecclesiastico carolingio Rabano Mauro e i testi moralizzati su animali contenuti nel De bestiis et aliis rebus, scritto da un anonimo nel XII-XIII secolo, furono aggiunti successivamente dando al bestiario il suo aspetto finale.
Secondo una classificazione che fu per la prima volta presentata da M. R. James (1928) e quindi perfezionata da Florence McCulloch (1962), il Bestiario Northumberland è stato tradizionalmente accorpato ad altri tre manoscritti, i cosiddetti bestiari di transizione. Questi manoscritti condividono con esso il materiale sulla creazione, un sermone non identificato intitolato “Come un Peccatore può essere gradito a Dio” e la prefazione di Isidoro “Sulla natura degli animali”, anteposta al vero e proprio bestiario. La serie degli animali conserva in qualche misura quella originaria del Physiologus, con ampie estrapolazioni da Solino, Ambrogio, Rabano Mauro e dall’anonimo De bestiis et aliis rebus. Questi altri tre manoscritti sono il Bestiario di Leningrado del 1175-1200 ca. (San Pietroburgo, State Public Library Saltykov-Schedrin, ms. Q.v.V.1), quello di New York del 1187 ca. (Pierpont Morgan Library, ms. M.81) e quello di Londra del 1200-1210 ca. (British Library, ms. Royal 12.C.XIX). Fino a poco tempo fa era raggruppato con i manoscritti di transizione anche un bestiario ora a Cambridge del 1250 ca. (Trinity College, ms. R.14.9), ma recentemente è stato dimostrato che esso risulta avere più elementi in comune con la seconda famiglia di bestiari manoscritti, che è un altro gruppo nella classificazione di James McCulloch.
LA TRADIZIONE OMILETICA
Nel Bestiario Northumberland, ci sono cinquantadue animali, di cui trentaquattro fiere, inclusi il cane domestico e lo struzzo, che in qualche manoscritto è rimosso dalla sezione sugli uccelli; quattordici animali da mandria e da soma; tre animali di piccola taglia e il fantasticoleucrocota il più rapido tra tutti gli animali selvatici, “con le cosce di un cervo, il petto e le gambe di un leone, la testa di un cavallo, zoccoli caprini, una bocca spalancata fino alle orecchie e un osso al posto dei denti”. Gli uccelli seguono le bestie: ne vengono indicati ventisette senza contare la seconda scheda sulla pernice o i capitoli sul pipistrello e l’ape. In questa sezione mancano due pagine, una dopo il f. 33 e l’altra dopo il f. 37, con l’aquila, l’avvoltoio, il corvo, la rondine e la quaglia. La sezione sui pesci contiene tredici schede e sottosezioni dal titolo “Abitudini riproduttive dei pesci”, “Nomi dei pesci”, “Pietà dei pesci”, “Procreazione dei pesci” e “Lezioni morali provenienti dai pesci”. Questa sezione si conclude con la discussione di Plinio sulle 144 specie di pesci e un lungo pezzo ‘Sull’acqua’ con le descrizioni di determinati laghi e sorgenti. Nella sezione ‘Sui Serpenti’ vi sono diciotto voci e pochi altri esemplari vengono nominati nel pezzo ‘Sulla Natura dei Serpenti’; le dieci schede ‘Sui Vermi’ terminano con una sezione chiamata ‘Movimento di un Verme’. Dopo le bestie e le creature ci sono tre altre sezioni: ‘Sulla Natura dell’Uomo’, ‘Sulle Parti del Corpo’ e ‘Sulle Età dell’Uomo’. Il manoscritto termina con la sezione finale dedicata agli Alberi.
Alcuni esempi di voci tratte dalle diverse sezioni del bestiario possono illustrare le intenzioni moralizzatrici e didattiche dei calligrafi di questo genere di libri considerati come supporti per i predicatori nelle loro omelie. La creatura maggiormente associata alla predicazione dai primi omiletici cristiani è il cane. Nel suo Sermone sul Cantico dei Cantici (2.17) Gregorio Magno (morto nel 604) presuppone la familiarità del suo pubblico con il cane prendendolo come simbolo del predicatore, con la volpe presentandola come simbolo dell’eretico e con la pecora assunta a simbolo del gregge fedele.

Davanti alle volpi noi pensiamo agli eretici e davanti
alle viti alle chiese … Talvolta
i predicatori vengono collegati per somiglianza
ai cani poiché, con il loro assiduo pregare, simile
all’abbaiare fastidioso di questi animali, sono in grado di cacciare
i nemici dalle pecore.

Nel Bestiario Northlumberland, il cane è più intelligente della maggior parte degli altri animali e solo lui è in grado di riconoscere il suo nome. I cani amano i loro padroni, come impariamo da questo esempio: “Quando un re fu catturato e imprigionato dai suoi nemici, i suoi duecento cani formarono una linea di difesa e lo fecero passare in mezzo alle forze nemiche”. Un cane può formulare proposizioni sillogistiche di modo che, posto di fronte alla biforcazione di una strada e dovendo scegliere da che parte andare, esso è in grado di decidere quale direzione prendere usando il senso dell’olfatto e trovare così la strada giusta. Secondo il bestiario, il cane è un modello per i predicatori. Quando un cane lecca una ferita con la lingua, la guarisce. Ciò significa che quando le ferite del peccatore sono messe a nudo durante la confessione, esse possono venire purificate dalla guida e dai consigli del sacerdote. Come la lingua di un cane cura gli organi interni di un uomo, anche i segreti del cuore sono spesso purificati dal lavoro pastorale del predicatore. In questa scheda, il calligrafo collega i predicatori ai cani suggerendo in che modo le storie di cani potessero essere utilizzate nei sermoni.
Incluso nella sezione sugli uccelli, il testo sulle api è pieno di elementi moralizzanti impliciti ed espliciti, anche se non direttamente riconducibili al Physiologus. Secondo il testo del Bestiario Northumberland, le api sono così chiamate perché nate senza piedi (a [senza] + pes [piedi]), che esse svilupparono invece più tardi, insieme alle ali. Questi animaletti sono abili a fare il miele e a progettare i loro alveari. Possiedono un esercito, un re e conducono battaglie. Nascono dai cadaveri dei buoi. Per crearle, la carne dei vitelli macellati è battuta in modo che i vermi che diventeranno api si formino dal sangue putrefatto. Qui, il testo aggiunge materiale desunto da Ambrogio e da Virgilio: le api corrono attraverso la campagna in giardini che emanano profumi di fiori e dove i ruscelli si sperdono nell’erba. Organizzano giochi ed esercizi militari; apprestano i loro accampamenti con celle esagonali simmetriche. Il lavoro è suddiviso: alcune cercano il cibo, altre proteggono l’alveare, alcune controllano che non arrivi il brutto tempo, mentre altre producono cera partendo dai fiori. Se provocate, esse difenderanno l’alveare usando i loro pungiglioni velenosi. La scheda conclude che l’ape, come insegnano le Scritture, è come un buon lavoratore (Proverbi 6, 6) e lo scriba ci consiglia di seguire il loro esempio e di imitarne la laboriosità.

Vedi quanto lavora e quanto è brava. Il suo
miele è desiderato e cercato da tutti, né esiste
distinzione di rango, ma
con la sua grazia indiscriminata e con la sua dolcezza
esso guarisce ugualmente sia i re che i popolani .
Contribuisce al piacere e alla salute:
dà sollievo alla gola, guarisce le ferite e
dispensa anche la sua medicina per le ferite.

Questo passo sulle api è particolarmente degno di nota poiché le fonti appaiono facilmente identificabili – Virgilio, Ambrogio, Isidoro, Rabano Mauro e il De bestiis et aliis rebus .Esse sono state qui raccolte e fuse in un’unica scheda didattica e moralizzatrice di cui ogni parte potrebbe essere facilmente adattata per essere inserita in un sermone.
Nella sezione ‘Sui Pesci’, il riccio di mare è indicato come dotato del dono della preveggenza. Nonostante le dimensioni ridotte, esso è in grado di difendersi dalle tempeste in mare prevedendone l’arrivo e aggrappandosi saldamente ad una pietra come ad un’ancora. I marinai studiano il riccio di mare, come gli auguri il corso delle stelle e il movimento dei pianeti. Questa piccola e apparentemente insignificante creatura deve la sua grande saggezza alla grazia di Dio:

Se Dio abbellisce così l’erba che ammiriamo,
se nutre gli uccelli; se prepara il cibo per il
corvi, …; se lui non abbandona il ragno che così
sottilmente e abilmente, ma senza saggezza,
appende le sue spaziose tele sulle
porte, se
ha dato coraggio al cavallo in modo che esso trionfi
nei campi di battaglia, … se ha riempito queste creature
irragionevoli e molte altre cose inanimate ,
come l’erba o i gigli, con la disposizione della sua
conoscenza, perché dubitiamo che egli possa anche aver messo
il dono della preveggenza nel riccio di mare?

Da questa panoramica dell’onnipresente grazia di Dio nella natura, ci è dato di capire la prospettiva dei compilatori del bestiario e l’uso previsto per tale tipo di libro. Un bestiario è quindi un assemblaggio di materiali basato sulla convinzione che la mano di Dio può essere individuata in ogni dettaglio della sua creazione, cioè nel mondo naturale. Tutti gli elementi di quel mondo naturale, come dimostrato dalla stravagante lode del piccolo riccio di mare, potevano ben servire come punto di partenza per omelie che intendessero dare un’interpretazione del creato finalizzata al bene dell’umanità.
DIDASCALIE:
1) Adamo che dà il nome agli animali: f. 5v. In questa squisita pagina a tappeto, trentanove creature, poste a rappresentare tutti gli animali del creato, circondano un quadrato che contiene Adamo tra due figure allegoriche femminili e coronate, forse “Nous” e “Natura” delDe mundi Universitate di Bernardo Silvestre. Tutte le tre figure hanno in mano dei rotoli privi di scrittura, e due uccelli ai piedi di Adamo tirano con il becco il suo rotolo che si prolunga sotto la cornice. Molti degli animali sembrano dialogare l’un con l’altro, ma non esiste un ordine che corrisponde al testo.
 
2) Balena: f. 47r. Mi ha sentito fin dal ventre degli inferi (Giona 2,3). Una balena, la cui parte posteriore è stata scambiata per un’isola, ha riposato nella stessa posizione abbastanza a lungo perchè gli alberi crescessero sul suo dorso e perché una nave vi si ancorasse vicino. Il fuoco rosseggiante tra gli alberi indica i momenti della storia: una volta sbarcati, i marinai raccolgono le vettovaglie ed accendono un fuoco per cucinare. La balena sentendo il calore delle fiamme si immerge portando con sé gli ignari marinai. Il testo del bestiario ci ricorda che coloro che sono scettici e non conoscono le astuzie del diavolo finiranno per subire la stessa sorte dei marinai. Mettendo la loro speranza nel demonio e affidandosi alle sue azioni, verranno immersi con lui nelle profondità dell’inferno.
 
3) Castoro: f.11v. Il principe di questo mondo sta arrivando e non può nulla su di me (Giovanni 14,30). La parola latina per castoro è castor poiché i castori si castrano quando i cacciatori li inseguono per prenderne i testicoli, che hanno proprietà medicinali. Quando il castoro vede che non può sfuggire ad un cacciatore, si gira e si stacca a morsi i testicoli gettandoli dove il cacciatore possa vederli. Quest’ultimo li raccoglie e non continua il suo inseguimento. In questa immagine, il cacciatore è proteso all’inseguimento e anche il suo cavallo è lanciato nella corsa. Il mantello è sollevato come se spinto dal vento, la coda del cavallo e le zampe posteriori superano la cornice sinistra della miniatura. Il castoro affronta il cacciatore e si stacca i testicoli a morsi, esattamente come descritto nel testo. Il bestiario interpreta la castrazione del castoro come esempio per tutti coloro che desiderano vivere in castità: essi dovrebbero dare un taglio netto a tutti i vizi e gettare tutti i loro atti impuri alle loro spalle davanti al diavolo.
 
4) Coccodrillo: f. 49v. Questo coccodrillo con i suoi enormi artigli e il dorso profondamente dentellato risulta essere stato eseguito praticamente nello stesso stile della miniatura del f. 13. Sebbene la creatura trasporti stretto fra le mascelle e nella morsa dei suoi artigli anteriori un cadavere tinto di verde, il testo offre solo una descrizione delle sue caratteristiche fisiche. Esso è chiamato crocodilus per il suo colore zafferano (croceo), vive in acqua o nella terraferma, ha denti e artigli enormi e la sua pelle è così dura che neanche le pietre sono in grado di inciderla. Solo alcuni pesci riescono ad ucciderlo colpendo le parti soffici del suo ventre forse con riferimento all’hydrus dell’immagine al f. 13r.
 
5) Creazione dei rettili, delle bestie e di Adamo e Eva: f. 3v. Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie (Genesi 1, 24). In questa miniatura, Dio si rivolge ad Adamo e Eva, che chinano il capo in atteggiamento di obbedienza mentre egli alza l’indice destro come se assegnasse loro il dominio sugli animali. Sebbene Adamo tenga il polso sinistro di Eva come per trattenerla, entrambi hanno la mano destra alzata nell’atto di ricevere la parola di Dio. Un gruppo di animali bianchi e marroni – rettili, serpenti, due cinghiali, una scimmia, del bestiame, arieti, leoni e cavalli – nei tre registri a sinistra guardano avanti, alcuni attenti e altri indifferenti. La scimmia seduta ha la zampa destra sollevata in una posa simile a quella della mano destra di Dio. Il rotolo nella mano sinistra del Signore è vuoto ma nelle intenzioni potrebbe aver dovuto riportare il testo della Genesi che si trova proprio sotto all’immagine, oppure l’ordine dato ad Adamo ed Eva di governare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che sono sulla terra (Genesi 2,4-6), che è pure citato nel testo del bestiario appena sotto la miniatura.
 
6) Hydrus: f. 13r. E le tombe furono aperte e i corpi di molti santi ne uscirono (Matteo 27,52). Nel testo, l’hydrus scivola nella gola del coccodrillo, suo nemico, in modo da strapparne le interiora e uscirne fuori vivo, proprio come Gesù che discese all’inferno e ne distrusse le viscere per liberare chi ne era stato divorato ed era morto. In questa immagine, il dorso appuntito, la coda, i grandi denti simili ad ali e le lunghe e rigide orecchie del coccodrillo contrastano con il morbido e scivoloso hydrus che sporge dal margine a sinistra.
 
7) Iena: f. 12v. Voi non mangerete la iena o nient’altro simile ad essa perché è impura (Lv 11,27, Dt 14,8). Si dice che la iena viva nei sepolcri dei morti e si nutra dei loro cadaveri. In questa immagine, una iena dalle fattezze fini e ben proporzionate si sta nutrendo di un cadavere dopo aver spostato il coperchio della bara. Il peso dell’animale fa sì che la bara si inclini verso di essa, mentre le sue zampe anteriori si posano sul cadavere, il cui sudario è caduto morbidamente a lato della bara, facendo contrasto con il busto teso e la criniera frastagliata del predatore. Il bestiario paragona questa creatura a chiunque abbia servito in un primo momento Dio, ma poi in seguito, si sia dato alla ricchezza e al lusso, scegliendo di adorare degli idoli.
 
8) Leone: f. 8r. Dormirà come un leone e come un cucciolo di leone sarà riportato in vita (cfr. Genesi 49,9). In una vivida raffigurazione della natura del leone descritta nel bestiario, due leoni feroci leccano i loro cuccioli per riportarli in vita. Quando una leonessa partorisce, trasporta i cuccioli morti al sicuro e li custodisce per tre giorni e tre notti fino a quando il loro padre, che arriva il terzo giorno, non alita su di essi e li porta alla vita. Così fu, secondo il bestiario, che il terzo giorno il Padre onnipotente fece risuscitare Gesù Cristo dai morti. Qui, le pesanti criniere, la potente muscolatura e le pose contorte conferiscono animazione alla scena. Due dei cuccioli sono senza peli e stanno raccolti in braccio al maschio; il terzo cucciolo, curato dalla femmina, rappresenta in piccole dimensioni un esemplare ormai maturo con una folta criniera e un corpo forte ed elegante.
 
9) Pesce sega: f. 46v. Colui che persevera fino in fondo sarà salvato (Matteo 24, 13). In questa grande miniatura un pesce sega è issato sull’albero maestro di una nave color giallo pallido nella quale il timoniere indica il pesce che sventola in alto, scena che ricorda il passaggio del vangelo e il testo del bestiario: il pesce sega che lotta con una nave che va per mare fino a quando esso si indebolisce e ripiega le ali su se stesso è un’allegoria per coloro che inizialmente partono di buona lena nel lavoro ma vengono poi conquistati dal vizio e non perseverano, come il giusto (presumibilmente rappresentato dai marinai della barca) che attraversa ogni tipo di tempesta di questo mondo grazie alla fede.
 
10) Pesci e mostri marini: f. 48r. Questa miniatura quasi a piena pagina contiene diciannove diverse varietà di creature marine multicolori, tra cui un cavalluccio marino, con la testa e le zampe anteriori di cavallo e il corpo e la coda di pesce, e una sirena che indossa un cappello a punta e una balza rigida in vita, con le pinne all’altezza delle spalle al posto delle braccia. Il testo corrispondente riporta le abitudini riproduttive dei pesci ma non ne evoca le immagini.
11) Pipistrelli: f. 37r. In questa miniatura provvista di cornice , si vedono due pipistrelli, di color marrone con sfumature gialle, con le ali spalancate e un’espressione che rivela rammarico Anche se non sono simmetrici i due animali sono simili, sebbene quello a sinistra abbia il capo più scuro e esca dal margine della cornice. Come l’usignolo, anche qui si tratta di un’illustrazione generica piuttosto che della rappresentazione di ciò che dice il bestiario. Dal testo apprendiamo che il pipistrello (vespertilio) prende il nome dalla sera (vesper) e che, diversamente da altri uccelli, è un quadrupede, usa i denti, partorisce i suoi piccoli e vola sbattendo delle membrane e non delle penne. Il testo ricorda anche un loro affetto reciproco che non traspare invece dalla miniatura.
12) Tigre: f. 25r. In questa immagine la tigre accarezza una palla di vetro credendo erroneamente di avere di fronte il suo cucciolo mentre invece vi appare solo il riflesso della sua propria immagine. Il tigrotto in realtà si trova in braccio al cavaliere che l’ha rapito dalla sua tana. La tigre è stata talmente veloce e disperata da riuscire a raggiungere il cavaliere cosicché egli, per salvarsi, mette in atto un trucco. Distrae la mamma tigre lanciandole una palla di vetro che essa si ferma a raccogliere pensando di vederci all’interno il suo piccolo. L’animale si mette a girare la palla che in realtà sta riflettendo la sua immagine. In questa miniatura, il cavallo appare balzare fuori dalla cornice mentre il cucciolo si trova nervosamente in braccio al cavaliere il quale si guarda indietro contento di essere riuscito nel diversivo. La tigre viene ingannata dal suo affetto e finisce per perdere sia il suo piccolo che la possibilità di vendicarsi.
13) Unicorno: f. 11r. E il verbo fu fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Giovanni 1,14). Il veloce unicorno, simile ad una capra e con un unico corno in mezzo alla fronte, combatte con gli elefanti e si dice possieda una tale forza da non poter essere catturato se non da una giovane fanciulla che apra il suo grembo mentre esso si avvicina. Nel grembo della fanciulla l’unicorno appoggia la testa e viene cullato fino a che non si addormenta, rendendosi quindi vulnerabile ai cacciatori. In questa immagine, appaiono due cacciatori nell’atto di catturare la creatura che riposa in braccio alla fanciulla infilzando le loro spade nel suo cuore. La fanciulla guarda con compassione l’unicorno e posa la sua mano vicino al punto dove le spade lo hanno trafitto. Nel testo del bestiario, Gesù è l’unicorno spirituale che scende nel ventre di una vergine assumendo da lei la carne, è catturato dagli Ebrei e condannato a morte sulla croce per la salvezza dell’uomo.
 
Eremo Via vado di sole, L'Aquila , mercoledì 11 aprile 2012