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mercoledì 18 aprile 2012

INTERSTIZI : Iconografie dal medioevo

INTERSTIZI   :   Iconografie dal medioevo

Qualche tempo addietro entrando in una chiesa in stile “romanico” del XV secolo mi trovavo ad osservare alcuni affreschi venuti alla luce dopo recenti lavori di restauro. Vi erano rappresentate scene di caccia, e tanti personaggi: frati, arcieri, soldati, mendicanti. Un tipico panorama medioevale. Colori sgargianti e luminosi: rosso, cobalto, indaco, porpora, bianco, nero.

Quella che riluceva davanti ai miei occhi era la scenografia che faceva da contorno alle funzioni religiose di un qualsiasi individuo del Quattrocento.

Riflettevo su quanto queste rappresentazioni potessero “occupare” l’universo mentale del paradigmatico contadino medievale venuto ad ascoltare la funzione religiosa. Considerando la lingua latina in uso durante le celebrazioni e l’analfabetismo medio dei tempi, non è difficile immaginare il ruolo “pedagogico” e formativo svolto dai cicli e dagli affreschi come quello dispiegato davanti ai  miei occhi.

Una “pastorale delle immagini”, ecco cosa avevo davanti.

Un assoggettamento produttivo capace di generare mondi per noi incomprensibili.

Inutile dire che oggi  queste rappresentazioni non sono in grado di trasmetterci nulla i più rispetto alla immediata “impressione estetica”. Quasi tutti i simboli, i gesti, i colori, che per l’individuo del medioevo erano un tramite ricco di semantica (un “segno” secondo l’accezione di Deleuze), sono per noi privi di significato. Quasi nulla oltre alla sollecitazione del giudizio estetico.

Immagini e cicli  facevano da “sfondo” ad un officio liturgico totalmente estraneo, nella sua prassi, a quello attuale, figlio delle riforme conciliari e delle “ristrutturazioni” ideologiche post-Tridentine.

Riflettiamo sulla differenza più “vistosa”, quella legata all’odierna interazione tra fedeli e officiante. Gli uni  e gli altri “partecipano” secondo le rigide modalità liturgiche del “Mysterium Fidei”  e esperiscono direttamente, attraverso gesti e rituali, il “Sacrificio” in atto. Ordine, disciplina e ritualità tendono a coincidere, nell’immaginario attuale, con questa esperienza del “Sacro”. Ben diversa era la declinazione prassica del fedele medioevale abituato ad una certa “caoticità” e ad una maggiore “distanza” rispetto all’officiante. La conseguenza era una certa libertà ed un maggior disordine durante le funzioni: fedeli che si alzavano nel corso della celebrazione, altri che pregavano (simili a tante vecchiette che anche oggi non riescono a star dietro al “ministro”), altri ancora che chiacchieravano tra di loro, litigavano, concludevano affari. A dimostrazione di quanto affermato  pensiamo alla conclusione delle rivolte palermitane del 1517, quelle culminate con l’eccidio dei rivoltosi facenti capo a Gianluca Squarcialupo. La strage avvenne durante una celebrazione liturgica, secondo modalità bestiali difficilmente immaginabili anche per l’epoca della “morte di Dio”.

Il fedele medioevale viveva, quindi, il “sacrificio Eucaristico” secondo modalità ben diverse da quelle attuali. La scenografia, in tale ordine, era non soltanto lo sfondo ma anche il medium capace di costituire l’immaginario attraverso il quale il singolo esperiva il proprio rapporto con la Divinità. Cicli pittorici rappresentanti vite dei santi, miracoli, ex voto, lotte con i diavoli e con creature bestiali plasmavano l’universo trascendentale in misura molto maggiore rispetto a tante prediche pur molto più celebrate dalla tradizione. In tale ottica, e solo a titolo d’esempio, si potrebbero formulare alcune questioni.  Quanto, e secondo quali modalità, i cicli pittorici fiamminghi influirono sulla mentalità religiosa pre-protestante? Quale l’influsso sull’immaginario di streghe, beghine e indemoniati?

Per cercare di non perdersi del tutto in mezzo a foreste popolate di orsi, di pastori, di lupi, per cogliere la semantica celata dietro ad un gesto di benedizione, ad una postura, ad un sorriso o, viceversa, ad un gesto di disperazione, voglio consigliare un bel libro di Chiara Frugoni (foto): “La voce delle immagini”. Pillole iconografiche dal Medioevo”, edito per i tipi dell’Einaudi.

Tutta una simbolica, legata ad un universo religioso a noi sconosciuto, qui trova delucidazione. Non è scorretto pensare al volume della Frugoni come ad una completa grammatica della semiotica medievale e proto moderna.

Osservando le centinaia di immagini che accompagnano il libro resteremo sorpresi nel constatare come alcuni dei gesti che ancora oggi compiamo affondino le proprie “radici” nel medioevo dei bestiari e dei demoni.

“Le immagini medievali si esprimevano con una loro lingua fatta anche di gesti in codice, di convenzioni architettoniche, di dettagli allusivi, di metafore e di simboli:se non li conosciamo quelle immagini non hanno voce” (C.Frugoni).

Il volume è composto da 6 capitoli più una completa bibliografia e un utile indice dei nomi.

Vengono analizzati: i linguaggi del potere, quelli del dolore, le convenzioni simboliche, ovvie per i medievali ma non per noi, le rappresentazioni dell’Altro, la semantica relativa a Gesù, Maria e le vicende loro correlate.

Alla fine della lettura ci si rende conto di quanto quel “mondo sia così diverso eppure uguale” dal nostro. Le chiavi di lettura forniteci rappresentano il primo passo per entrare in un mondo che troppo spesso immaginiamo per stereotipi e luoghi comuni che poco hanno a che dividere con “quello che fu”.

Chiara FRUGONI, LA VOCE DELLE IMMAGINI. Pillole iconografiche dal Medioevo, Einaudi, Torino 2010, pagg. 328, euro 35.
ott8 by sentieri erranti  di Fabio Milazzo

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì  18 aprile 2012

giovedì 22 marzo 2012

INTERSTIZI : Il futuro è già cominciato

INTERSTIZI   :   Il futuro è già cominciato

Per rilanciare l’Italia e l’Europa occorre creare nuovi posti di lavoro. E fin qui è facile essere tutti d’accordo. Su come e dove crearli le opinioni però divergono, e di mol­to. Ciò che è certo è che nei prossimi anni i due principali settori dell’economia, quello pubblico e quello privato-capitalistico (o, con una espressione fondamentalmente fuorviante, l’economia "for profit"), potran­no assorbire poco più della metà della quo­ta di lavoro che occupavano prima della cri­si. E la ragione è semplice, sebbene un po’ ar­ticolata.
In primo luogo, c’è l’emergere di nuovi co­lossi economici – come Brasile e India – che nella divisione internazionale del lavoro svol­gono oggi, a costi più bassi, buona parte del­le attività manifatturiere su cui l’Italia ha co­struito, a partire soprattutto dal dopoguer­ra, il suo miracolo industriale. In questi an­ni abbiamo già visto un forte cambiamento dell’industria manifatturiera italiana, desti­nato ad accentuarsi. In secondo luogo, si la­vorerà più a lungo, e la quota di occupazio­ne femminile crescerà, essendo ancora mol­to, troppo, bassa in Italia. Infine, la ragione forse più decisiva è l’inesorabile (e salutare) decrescita dell’occupazione nella Pubblica amministrazione cui assisteremo nei pros­simi anni: tra dieci anni i dipendenti pubblici saranno circa 1/3 meno di quelli del pre-cri­si, e tra venti anni meno della metà.
Il debito pubblico è cresciuto anche come risposta sbagliata a un settore privato in cri­si, che ha determinato una crescita dopata del settore pubblico, evidentemente inso­stenibile (in Grecia, ma anche in Italia, Fran­cia e altri Paesi latini). E qui c’è anche una re­sponsabilità della teoria economica di ori­gine keynesiana, che ha centrato sulla do­manda da parte del settore pubblico il ful­cro della leva economica di un Paese, muovendosi così in direzione opposta a quella indicata da Friedrich Von Hayek. Questo e­conomista austriaco aveva invece capito che se i posti di lavoro non nascono "dal basso", dai cittadini-imprenditori che hanno le informazioni e le conoscenze dei bisogni propri e di quelli degli altri, questi posti di la­voro funzionano, a volte e in parte, per ri­lanciare l’economia nel breve periodo, ma sono posti di lavoro normalmente insoste­nibili nel tempo. Quando il lavoro nasce dal Settore pubblico, questa occupazione è, in larga misura, 'sfasata' di un ciclo tempora­le rispetto ai cambiamenti dei gusti e dei bi­sogni della gente; e in un mondo veloce e globalizzato come il nostro, questa sfasatu­ra significa produrre beni e servizi inadeguati o inutili.
Di Hayek, purtroppo, è stato spesso fatto un uso ideologico a difesa del libero mercato come l’unico meccanismo che assicura sem­pre e in ogni caso il massimo di efficienza e di libertà, una strumentalizzazione che ha allontanato dal suo pensiero molta gente, impedendo così che arrivasse al grande pub­blico la perla nascosta all’interno del suo si­stema teorico, vale a dire il ruolo cruciale svolto nelle società moderne dalla divisione della conoscenza. Questa divisione della co­noscenza (diversa dalla "smithiana" e classi­ca divisione del lavoro ), fa sì che solo chi è vi­cino ai problemi abbia gli elementi rilevan­ti per fare le scelte giuste e sostenibili, anche e soprattutto in faccende economiche e di impresa. Che cosa serve ai coltivatori delle viti delle Langhe lo conosce la comunità dei mestieri che ruota attorno a quella produ­zione, fatta di conoscenza tacita e specifica accumulata nelle scelte quotidiane compiute attraverso i secoli. È questa conoscenza quel­la veramente utile e indispensabile per fare le scelte produttive giuste. Se, quindi, i nuo­vi lavori non nascono dal basso, dai cittadi­ni e dalla società civile, dell’emergere cioè di questo intreccio di cultura e conoscenza con­testualizzata, i posti di lavoro saranno qua­si sempre insostenibili. Se vogliamo, allora, rilanciare davvero l’occupazione in Italia e in Europa, occorre o­perare una rivoluzione pacifica, ma di enor­me portata culturale. Occorre liberare le for­ze civili che sono state occupate in questi ul­timi decenni dalla burocrazia (e da partiti senza partecipazione di base), e far sì che i cittadini si ri-occupino della cosa pubblica.
Nella storia dopo gravi crisi se ne è usciti con un nuovo protagonismo della società civile, che ha dato vita a cooperative, banche, imprese, mutue, formazioni partiti, sindacati: oggi ci attende qualcosa del genere, e subito.
Non per metterci nelle mani del mercato "for profit" o degli speculatori, ma per riattivare l’economia civile, la tradizione che ha fatto grande l’Italia, dal Quattrocento ai distretti del made in Italy. È da qui che rinasceranno anche oggi quei nuovi posti di lavoro, e quindi proprio dai punti di forza del modello italiano-comunitario, che già oggi continua a creare nuovi posti di lavoro nel cosiddetto Terzo Settore. Che merita tutta la giusta considerazione da parte di chi sta traghettando l’Italia fuori dalla tempesta, e che va fatto crescere. C’è infatti bisogno di un nuovo e più ampio Terzo Settore, capace di entrare stabilmente in nuovi ambiti – quali cibo, arte, artigianato, il mondo della creatività, ma anche dell’energia e dei beni comuni – perché esistono, e proprio in questi tempi di crisi, enormi potenzialità ancora non sfruttate. Ogni crisi è «distruzione creatrice», ma è necessario saperla leggere, interpretare, muoversi insieme, e senza aspettare ancora a lungo.
La crisi dell’Europa sarà ancora lunga, perché lunga è stata la sua preparazione, e il periodo di incubazione del virus della malattia. La fretta può essere molto pericolosa. La situazione greca, nonostante l’importante sviluppo garantito ieri dall’ampia adesione dei creditori privati all’accordo sul debito, è tutt’altro che risolta. Mentre quella portoghese, può esplodere da un mo­mento all’altro, e la Spagna è in una situazione molto grave: chi può seriamente pensare che un Paese con un tasso di disoccu­pazione del 25% può dare priorità alla riduzione del debito e non alla crescita? E se qualcuno in Eurolandia oltre a pensarlo lo dice e lo raccomanda, tutto ciò è grave, economicamente ed eticamente.
L’Italia sta vivendo – sul piano internazionale, un po’ meno su quello politico interno – giorni di calma apparente e anche lo spread tra i nostri titoli del debito e quel­li tedeschi è tornato finalmente sotto «quota 300». Tuttavia recenti preoccupazioni espresse dal presidente Monti e dai ministri economici sono molto serie, e un po’ sottovalutate. C’è, poi, l’annosa – e ormai davvero lancinante – questione delle imposte indirette. E, nonostante la presenza del governo di eminenti economisti, su questo punto sembra si stia commettendo un errore di stima.
Si fanno i calcoli sulle entrate che l’aumento dell’Iva (di 2 punti percentuali) dovrebbe generare, tenendo fermo, o quasi, l’ammontare dei consumi, e si sbaglia. Perché? Il popolo italiano, o la cosiddetta “classe media” (una “media” in caduta libera...), sta vivendo da anni una grave situazione di sofferenza economica e sociale. Per capirlo non servono i Centri studi: basterebbe che di tanto in tanto la nostra classe dirigente si recasse, in incognita, nei sempre più popolati mercati di piazza, in un’impresa industriale, in una cooperativa sociale, nei dispensari e nelle mense parrocchiali o leg­gesse bene i dati sull’aumento di furti alimentari nei supermercati.
Il Paese è sotto stress da tempo, e sta con di­gnità ma con enorme fatica assorbendo la diminuzione del potere di acquisto reale degli stipendi, e l’insostenibilmente alto (anche a causa di imposte indirette) costo della benzina. A ciò si aggiungono i tagli agli enti locali, che continuano a impoverire le persone per un peggioramento dei servizi pub­blici accompagnato dall’aumento dei costi (a Milano il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici è aumentato del 50%!).
Non finiremo mai di ricordare che i cittadini impoveriscono non solo quando dimi­nuisce il reddito pro-capite, ma anche quando peggiora e si riduce la quantità e la qualità di beni pubblici e di beni comuni. In un tale scenario, l’aumento dell’Iva, e magari di altre imposte indirette può allora produrre effetti molto gravi – sarebbe utile che ci si spiegasse con un po’ di calma e di argomenti perché una imposizione indiretta, che di certo è meno equa, è almeno più efficiente o efficace di un’imposizione diretta.
Innanzitutto, la gente consumerà di meno, e quindi se oggi aumento del 2% l’Iva sui consumi, non debbo stimare le entrate prendendo come base imponibile quella attuale, diciamo 1.000, ma una base ridotta, e di molto, forse in alcuni settori 700. Questo significa che la vera entrata attesa non è 20, ma 14. È ovvio che i bravi economisti che oggi sono al Governo sanno tutto ciò, ma lo dicono poco, e, soprattutto, appunto, paiono sottostimare l’effetto di riduzione dei consumi, in particolare la riduzione indiretta o di medio termine. Perché quel - 6 (20 - 14) non ha solo un effetto diretto e immediato nel reddito di chi oggi vende i prodotti (commercio). Tra breve, quell’aumento dell’Iva avrà effetti recessivi, maggiori di quelli stimati, sull’intera economia: maggiore disoccupazione, minor consumo, e così via in quella 'trappola di povertà' di cui ogni tanto la storia, anche recente, ci narra.
Probabilmente tutto ciò è la conferma che nessuna manovra economica può davvero funzionare con la logica dei due tempi: prima i tagli e la contrazione dei consumi e dei redditi; poi le misure per la crescita.
Occorre far subito tutto assieme, durante e non dopo, perché la seconda fase arriva sempre troppo tardi, e con costi troppo elevati. La tradizione economica italiana, con note culturali proprie e ben diverse da quella anglosassone, poggiava su un muro maestro: la rinuncia alle cosiddette «approssimazioni successive» ai problemi. Maffeo Pantaleoni, il “principe degli economisti italiani”, ma anche Luigi Einaudi o Giorgio Fuà, denunciarono ripetutamente il grave errore di rimandare dimensioni essenziali dei problemi a una seconda fase, poiché – dicevano – ciò che si perde nella prima fase non lo si recupera più, o quando arriva è troppo tardi e ha ormai perso molto della sua efficacia. Non si può, in un anno, rientrare da una situazione prodotta in decenni.
All’Italia serve più tempo, un tempo che va anche contrattato nelle opportune sedi, un tempo che non può essere solo quello delle banche e della finanza, ma deve tornare a essere soprattutto quello della vita della gente. Ma se oggi la politica economica non abbina, mentre chiede i sacrifici, politiche serie di sostegno alle famiglie (a quando è rimandato il “fattore famiglia”?), al mondo dell’economia sociale (era proprio indispensabile chiudere l’Agenzia del Terzo Settore e si può non farsi carico delle difficoltà crescenti di questa straordinaria risorsa?), alle imprese piccole e artigiane in grande sofferenza, la cura risulterà con ogni probabilità insopportabile. E, quindi, inutile se non addirittura dannosa.

Fonte Luigino Bruni L’Avvenire  Attenti alla trappola 9.03.2012  e Il lavoro è da rifare 12.02.2012

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 22 marzo 2012

martedì 6 marzo 2012

INTERSTIZI : Il demone dei calcoli applicato alla vita

INTERSTIZI  :  Il demone dei calcoli applicato alla vita


Chissà perché Aristotele lasciò una specie di ipoteca sui matematici nella Metafisica. Scrisse che essi danno vita alle loro teorie «per mezzo dell'astrazione» e non si curano di «tutte le qualità sensibili». Kant rivide l'antica posizione, ma non la volle debellare completamente. Ricordò che la filosofia procede «mediante concetti», mentre la scienza dei numeri con la «costruzione di concetti». Hegel potè così tranquillamente ripetere che la matematica è la disciplina delle quantità. Non perse l'occasione di ribadire l'antica formula Benedetto Croce, anche se ormai i tempi erano maturi per altre considerazioni. Nella sua Logica (1905) asserisce: «Le matematiche forniscono concetti astratti che rendono possibile il giudizio numeratorio; costruiscono gli strumenti per contare e calcolare e per compiere quella sorta di finta sintesi a priori che è la numerazione degli oggetti singoli».
Sono frammenti di una storia infinita. Del resto, che cosa sia la matematica lo ignorano anche i sacerdoti che ne officiano il culto e quando chiedete a uno di essi quali certezze abbia ghermito, vi risponde in genere con un sorriso. Né va dimenticato che per la concezione formalista, sviluppata da Hilbert e dalla sua scuola negli anni Venti del '900, la matematica può essere costruita come semplice calcolo, senza che ad esso si dia un'interpretazione. Volete aggiungerla? Problemi vostri, replicherebbero quei sacerdoti appena scomodati.
Gli innamoramenti per questa scienza, i tentativi di interpretarla o definirla non potranno mai essere narrati nei dettagli; difficile stilare anche un inventario di stravaganze e topiche che ha alimentato. Sarà per molti sorprendente il saggio di Giulio Giorello dal titolo Il fuoco fatuo di Hobbes e il chiaro labirinto di Spinoza, dedicato al «fare filosofia con la geometria». È contenuto nel terzo volume della vasta opera La matematica, pubblicata da Einaudi e curata da Claudio Bertocci e Piergiorgio Odifreddi, con cui si completa il progetto dei quattro tomi previsti (ha come titolo Suoni, forme, parole, pp. 892, 110). Hobbes, oltre il Leviathan, è colto tra le battaglie con figure, numeri, deduzioni: reinterpretò gli Elementi di Euclide, intraprese polemiche con i matematici di Oxford e per i suoi errori venne stroncato da John Wallis («fatto a pezzi ma non domato», nota Giorello). Nel saggio si ricorda, tra l'altro, l'esame che tentò di una «meraviglia» di Evangelista Torricelli ed è posta in evidenza, oltre a qualche pasticcio e a non pochi fraintendimenti in geometria, quel suo ingarbugliarsi con le frazioni. E questo anche se ebbe l'onore di «iniziare alle matematiche» il Re. Ma non si creda che Hobbes fosse uno sprovveduto: dai suoi errori si impara, soprattutto quando ricorda, per illustrare le prepotenze della politica, che se un giorno si scoprisse un proposizione contraria agli interessi del potere, potrebbe «essere soppressa, bruciando tutti i libri di geometria».
Poi Giorello si dedica a Spinoza. Il filosofo che conforma la sua Etica agli Elementi di Euclide ammonisce chi «ascrive a Dio i propri attributi» e in una lettera a Hugo Boxel, funzionario a Gorcum, nota: «Se il triangolo avesse la facoltà di parlare, direbbe parimenti che Dio è triangolo in modo eminente». La geometria, in tal caso, è utilizzata per mettere in guardia contro le celesti raffigurazioni. Nella medesima lettera Spinoza precisa: «Alla tua domanda, se io abbia di Dio un'idea tanto chiara come quella del triangolo, rispondo di sì. Se invece mi chiedi se ho un'immagine di Dio tanto chiara come quella del triangolo, rispondo di no: perché non possiamo immaginare Dio ma certo possiamo conoscerlo».
Giunti a questo punto sembrerebbe che la matematica sia entrata — lo scrisse Robert Musil ne L'uomo senza qualità — come un demone in tutte le applicazioni della vita. È vero? Conviene replicare aprendo un libro appena uscito dello stesso Bartocci, Una piramide di problemi. Storie di geometria da Gauss a Hilbert (Raffaello Cortina, pp. 418, 29). Porta in un mondo di idee in cui aumentano le domande e diventano «più elusive e sconcertanti le risposte». Che dire? Dove le piramidi si rovesciano, è bello smarrirsi. Succede anche nelle storie d'amore.


ARISTOTELE  DUE Corriere della Sera 28.2.12 Il demone dei calcoli applicato alla vita   di Armando Torno


Eremo Via vado di sole, L’Aquila, martedì 6 marzo 2012

INTERSTIZI : Atene, la libertà degli antichi

INTERSTIZI   :  Atene, la libertà degli antichi 


La fortuna di Aristotele filosofo della politica è stata tarda, e fu a lungo affidata ai suoi scritti di etica. Solo dal Duecento si diffuse la sua Politica, che perciò influì sulla genesi solo di alcuni dei grandi concetti giuridici e politici del pensiero occidentale. Risalgono, comunque, a lui idee rilevanti: da quella della politica come stato naturale e universale della vita sociale, che è nel destino dell'uomo e la cui forma-tipo era per i greci la città, la pòlis (di qui la sua più famosa definizione: quella dell'uomo come «animale politico», cioè destinato a vivere nella pòlis) a quella della preferibilità della piccola comunità politica a quella grande e della democrazia alla tirannide.
La politica è, comunque, per Aristotele, detto alla moderna, «arte del possibile», ma un possibile inteso come ciò che meglio, date certe premesse, corrisponde alla ragione; e perciò egli ricercava quale fosse il migliore ordinamento di una città. Non si sapeva, però, fino al 1890, che fosse anche autore di una tale analisi per la maggiore città greca, ossia Atene. La scoperta ha destato anche vari dubbi sullo stile e su altri aspetti dell'opera, pervenutaci incompleta, e si è stati incerti se ne fosse lui l'autore. Poi, per lo più, lo si è riconosciuto come tale, ma si può ben dire, crediamo, che, se non si tratta di un'opera di Aristotele, si tratta pur sempre di un'opera aristotelica.
La «costituzione» (politeía) era per i greci l'ordinamento istituzionale della città, il suo governo, le magistrature, la sua struttura politica e sociale. Nulla di comune con ciò che oggi si intende per «costituzione». La Costituzione degli ateniesi ha perciò una natura prevalentemente descrittiva in entrambe le sue parti: la prima, in effetti storica, sulle vicende del governo di Atene fin dai suoi inizi; la seconda sul regime di Atene al tempo in cui Aristotele scriveva, un po' prima del 322 a. C.
Il tipo di opera non era un'invenzione di Aristotele. Sulla «costituzione degli ateniesi» c'è anche un'altra opera, di incerta paternità. A sua volta, Senofonte scrisse una «costituzione degli spartani», ossia dei grandi rivali di Atene nella micidiale lotta per l'egemonia che preparò la rovina delle città greche, sottomesse, in ultimo, al re di Macedonia (che era, quando Aristotele scriveva, Alessandro Magno, del quale egli era stato precettore). Sono, in effetti, opere di carattere alquanto diverso. Quella di Aristotele sembra avere soprattutto il fine di fornire appoggi storici e tipologici alle teorie da lui esposte nella Politica. Notizie antiche sulle sue opere parlano di una raccolta di oltre 150 costituzioni di città greche. Ciò risponde all'ipotesi sulla natura della Costituzione come lavoro, per così dire, di servizio, contro il parere di chi la ritiene un'applicazione delle idee esposte nella Politica. In effetti, sulla conformità delle idee della Costituzione a quelle della Politica vi sono state varie incertezze, mentre, nonostante molti dubbi sui dati di fatto in essa forniti, ci pare di poter dire che è proprio l'intento storico, documentario ed esemplificativo della Costituzione a costituirne il maggiore pregio.
Se ne deduce che per Aristotele l'affermazione della democrazia (come intesa dai greci, e quindi escludendo non solo gli schiavi, ma anche chiunque non fosse cittadino di pieno diritto) costituiva il filo rosso della storia di Atene, stabilizzatosi dopo la fine dell'ultima fase di tirannia nel 403 a. C. Il resoconto aristotelico è impressionante. Esso conta undici riforme della costituzione ateniese, di cui nove nel giro del VI e V secolo a. C. L'undicesima «attribuisce il massimo potere al popolo», che «si è reso direttamente padrone di tutto e regola ogni cosa con decreti e tribunali, nei quali è sovrano». Ordinamento preferibile ad altri, perché quando il governo è ristretto in poche mani è più facile la corruzione, laddove corrompere molti è ben più difficile.
Le idee politiche di Aristotele, comunque presenti nella Costituzione, malgrado il fine pratico che essa si propone, si vedono chiaramente nella preferenza per la costituzione data ad Atene da Solone. Questi «aveva reso il popolo libero per il presente e per l'avvenire», ma, pur simpatizzando per il popolo e attribuendo ai ricchi la causa delle guerre civili, tendeva a un accordo fra popolo e nobili, ricercando quella che oggi si direbbe, con forte approssimazione, ma non troppo male, una soluzione centrista per il governo della città. Per Aristotele una duratura stabilità politica era sempre nelle mani di governanti che amassero il regime in vigore e ne rispettassero le regole. La costituzione ateniese era stata, in pratica, una marcia verso la democrazia, ossia verso un regime in cui la libertà dei cittadini, non la ricchezza o altro, fosse l'unico fondamento dei loro diritti nel governo. Il conferimento delle cariche per sorteggio, disposto da Solone, era l'applicazione di questo principio.
Si erano realizzate tutte queste condizioni nella democrazia ateniese ristabilita nel 403 a. C. che Aristotele ci descrive? La risposta di Aristotele sembrerebbe affermativa, ma nel 322 i macedoni sottomisero di nuovo Atene e le altre città, insorte nel 323 alla morte di Alessandro Magno, e imposero un regime fondato sul censo, sopprimendo le libertà.
Un epilogo che spinge il lettore della Costituzione a riflettere al di là delle ragioni interne cui sono dovute per Aristotele la natura e la durata di un regime; e a pensare che in questo calcolo debbano rientrare anche gli elementi non interni costituiti dagli equilibri e dai rapporti di forza nell'area storica in cui un regime è inserito. È un punto che la stessa Costituzione comprova: ad esempio, con il regime tirannico imposto dagli spartani nel 404 a. C. dopo la sconfitta di Atene nella guerra dei Trent'anni. Ed è, dunque, anche perché, oltre a fornire numerosi spunti e motivi di interesse storico e teorico, la Costituzione induce a ulteriori considerazioni, che essa è ancor oggi una lettura storica e politica che vale la pena di fare.

Fonte
 ARISTOTELE Corriere della Sera 28.2.12 Atene, la libertà degli antichi
Aristotele vedeva nell'accordo tra i nobili e il popolo la formula più efficace per il buon governo della città  di Giuseppe Galasso  

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì  6 marzo 2012