lunedì 6 dicembre 2010

BIBLIOFOLLIA : Un uomo di cultura

BIBLIOFOLLIA : Un uomo di cultura


Federica Angeli scrive nella cronaca di Roma di Repubblica del 5 /12/2010 : “Aveva “riplulito” una libreria del centro commerciale Roma est portando via alcuni testi di autori tra i quali “ Non sono venuto a far discorsi “ del premio nobel Gabriel Garcia Marquez e l’intera collana di Herry Potter. E ancora : libri di cucina della Prodi e della Clerici e tutti i libri di Giorgio Faletti. Non è stata una scelta casuale : intendeva rivenderli o utilizzarli per i regali di Natale . L’uomo, un romano di 46 anni , è stato arrestato per furto aggravato dai carabinieri della compagnia di Tivoli . La refurtiva del valore complessivo di oltre 1.500 euro è stata subito riconsegnata al responsabile del negozio.

L’uomo è stato sorpreso dai militari dopo aver appena rubato per l’ennesima volta tutti i libri dagli scaffali del negozio , nascondendo nei pantaloni alcuni dei volumi più costosi per eludere i controlli. Per ben tre volte il quarantaseienne era entrato e uscito dal negozio , sistemando i libri nel cofano della sua macchina.

Una prima perquisizione personale ha permesso di trovare tre testi, tra cui il libro di Garcia Marquez. La successiva perquisizione più approfondita all’autovettura ha consentito di trovare altri 34 libri. Quando è stato scoperto non ha neanche provato a difendersi : ha alzato le mani “ Sono un uomo di cultura , ma non ho i soldi per comprare i libri . “


L’uomo è ora a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa di essere giudicato con rito per direttissima .”

Mi sono domandati ma quanti libri ha letto quell’uomo di cultura che non ha i soldi per comprarli.

La BBC afferma che la maggior parte delle persone ha letto solo 6 dei 100 libri presenti nella seguente lista.

Propongo un esame di coscienza .

Istruzioni: Copia questo messaggio nelle tue note.

Metti in neretto i libri che hai letto interamente e in corsivo quelli che hai iniziato ma non hai finito. "Tagga" i tuoi amici appassionati lettori e anche me, così posso vedere il tuo risultato.


1 Orgoglio e Pregiudizio – Jane Austen

2 Il Signore degli Anelli – JRR Tolkien

3 Il Profeta - Kahlil Gibran

4 Harry Potter – JK Rowling

5 Se questo è un uomo - Primo Levi

6 La Bibbia

7 Cime Tempestose– Emily Bronte

8 1984 – George Orwell

9 I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni

10 La Divina Commedia – Dante Alighieri

11 Piccole Donne – Louisa M Alcott

12 Lessico Familiare – Natalia Ginzburg

13 Comma 22 – Joseph Heller

14 L'opera completa di Shakespeare

15 Il Giardino dei Finzi Contini - Giorgio Bassani

16 Lo Hobbit – JRR Tolkien

17 Il Nome della Rosa - Umberto Eco

18 Il Gattopardo - Tommasi di Lampedusa

19 Il Processo – Franz Kafka

20 Le Affinità Elettive - Goethe

21 Via col Vento – Margaret Mitchell

22 Il Grande Gatsby – F Scott Fitzgerald

23 Bleak House – Charles Dickens

24 Guerra e Pace – Lev Tolstoj

25 Guida Galattica per Autostoppisti – Douglas Adams

26 Brideshead Revisited – Evelyn Waugh

27 Delitto e Castigo– Fyodor Dostoevskj

28 Odissea - Omero

29 Alice nel Paese delle Meraviglie – Lewis Carroll

30 L'insostenibile leggerezza dell'essere - Milan Kundera

31 Anna Karenina – Leo Tolstoj

32 David Copperfield – Charles Dickens

33 Le Cronache di Narnia – CS Lewis

34 Emma – Jane Austen

35 Cuore – Edmondo de Amicis

36 La Coscienza di Zeno – Italo Svevo

37 Il Cacciatore di Aquiloni – Khaled Hosseini

38 Il Mandolino del Capitano Corelli – Louis De Berniere

39 Memorie di una Geisha – Arthur Golden

40 Winnie the Pooh – AA Milne

41 La Fattoria degli Animali – George Orwell

42 Il Codice da Vinci – Dan Brown

43 Cento Anni di Solitudine – Gabriel Garcia Marquez

44 Il Barone Rampante – Italo Calvino

45 Gli Indifferenti – Alberto Moravia

46 Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar

47 I Malavoglia - Giovanni Verga

48 Il Fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello

49 Il Signore delle Mosche – William Golding

50 Cristo si è fermato ad Eboli - Carlo Levi

51 Life of Pi – Yann Martel

52 Il Vecchio e il Mare - Ernest Hemingway

53 Don Chisciotte della Mancia – Cervantes

54 I Dolori del Giovane Werther – J. W. Goethe

55 Le Avventure di Pinocchio – Collodi

56 L'ombra del vento – Carlos Ruiz Zafon

57 Siddharta - Hermann Hesse

58 Brave New World – Aldous Huxley

59 Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon

60 L'Amore ai Tempi del Colera – Gabriel Garcia Marquez

61 Uomini e topi – John Steinbeck

62 Lolita – Vladimir Nabokov

63 Il Commissario Maigret – George Simenon

64 Amabili resti – Alice Sebold

65 Il Conte di Monte Cristo – Alexandre Dumas

66 Sulla Strada – Jack Kerouac

67 La luna e i Falò - Cesare Pavese

68 Il Diario di Bridget Jones – Helen Fielding

69 Midnight’s Children – Salman Rushdie

70 Moby Dick – Herman Melville

71 Oliver Twist – Charles Dickens

72 Dracula – Bram Stoker

73 Tre Uomini in Barca - Jerome K. Jerome

74 Notes From A Small Island – Bill Bryson

75 Ulysses – James Joyce

76 I Buddenbroock – Thomas Mann

77 Il buio oltre la siepe - Harper Lee

78 Germinal – Emile Zola

79 Vanity Fair – William Makepeace Thackeray

80 Possession – AS Byatt

81 A Christmas Carol – Charles Dickens

82 Il Ritratto di Dorian Gray - Oscar Wilde

83 Il Colore Viola – Alice Walker

84 The Remains of the Day – Kazuo Ishiguro

85 Madame Bovary – Gustave Flaubert

86 A Fine Balance – Rohinton Mistry

87 Charlotte’s Web – EB White

88 Il Rosso e il Nero - Stendhal

89 Le Avventure di Sherlock Holmes – Sir Arthur Conan Doyle

90 The Faraway Tree Collection – Enid Blyton

91 Cuore di tenebra – Joseph Conrad

92 Il Piccolo Principe – Antoine De Saint-Exupery

93 The Wasp Factory – Iain Banks

94 Niente di nuovo sul fronte occidentale - Remarque

95 Un Uomo - Oriana Fallaci

96 Il Giovane Holden - Salinger

97 I Tre Moschettieri – Alexandre Dumas

98 Amleto – William Shakespeare

99 Charlie and the Chocolate Factory – Roald Dahl

100 I Miserabili – Victor Hugo

E se qualcuno di questi libri non l’hai letto e hai voglia di leggerlo ti consiglio di comprarlo .

[A proposito quelli in blu li ho letti . Ma ne potrei aggiungere altri ]

Eremo Via vado di sole, L’Aquila, lunedì 6 dicembre 2010



domenica 5 dicembre 2010

CANZONIERE : Figghiu ,sciatu meu

CANZONIERE : Figghiu ,sciatu meu

1.

Figghiu ,sciatu meu

Figghiu , sciatu meu

figghiu ,galofaru meu !

comu mi lassasti , sciatu meu !

comu aju a fari, sciatu meu

sciatu meu, sciatu meu, sciatu meu !

Sciatu meu, o sciattu meu ,

Sciatu meu , o sciatu meu !

Figlio, fiato mio ,

figlio ,garofano mio!

come mi lasciasti, fiato mio !

come devgo fare, fiato mio?

fiato mio ,fiato mio, fiato mio !

Fiatio mio, o fiato mio

Fiato mio , o fiato mio !

(Lamento funebre siciliano molto antico cantato da Rosa Balistreri negli spettacoli “Ci ragiono e canto” e inciso su LP dello spettacolo )

2.

Mare maje

Mare maje e scure maje,

tu sì muorte e je che fazze?

Mo me sciatt’’e trecce ‘n fazze,

mo m’accede ‘n coll’ ‘e taje.

E mare ma’,mare ma’,mare maje

e scure ma’ ,scure ma’,scure maje,

mo’ m’acce’, mo m’acce’, mo’ m’accede ‘n coll’ ‘e ta’.

So’ na pechera spirgiute

lo muntoni m’ha lassate,

lo guaggiuoni senbr’abbaje,

pe la fame mo s’arraje.

E mare ma’…

Je a tinè na casarielle,

mo’ songhe senza recette,

senza foche e senza lette,

senza pane e companaje.

E mare ma’…

( Lamento funebre di provenienza slava “ ..penetrato in Abruzzo con le migrazioni avvenute non prima della seconda metà del XV secolo “ sotto la spinta dell’invasione turca della penisola balcanica secondo Ernesto De Martino che così ne scrive in Morte e pianto rituale nel mondo antico ,Einaudi , Torino , 1958. Raccolto a Vasto prima del 1925 da Ettore Montanaro,integrato da una prima strofa ascoltata a L’Aquila da Giovanna Marini . Questo canto faceva parte dello spettacolo “ Ci ragiono e canto “ ed è inciso nel LP di quello spettacolo. Un altro lamento funebre quasi simile fu raccolto a Scanno da Diego Carpitella ed è inciso nel LP Folklore musicale italiano.

Traduzione . Dolente me, scura me, tu sei morto e io che faccio ? Adesso mi sbatto le trecce in faccia , ora mi uccido sopra di te. Dolente me, scura me, ora mi uccido sopra di te. Sono una pecora sperduta , il montone m’ha lasciato, il cucciolo sempre abbaia , ora s’arrabbia per la fame . Io avevo una casetta, ora mi manca una tana ; (sono) senza fuoco e senza letto, senza pane e companatico.)

Eremo Via vado di sole, L’Aquila domenica 5 dicembre 2010



EDITORIALI : Parole ?

EDITORIALI : Parole ?

Luca Ricolfi su la Stampa del 18.10.2010


La nostra inchiesta sulla prima metà della legislatura è terminata, speriamo che i dati e le analisi che per una settimana abbiamo pubblicato sulla Stampa abbiano aiutato il lettore a formarsi un’opinione fondata, non puramente impressionistica, su come le cose sono andate fin qui, sui meriti e sui demeriti del governo in carica.

A questo punto, però, il problema diventa il resto della legislatura: che cosa ci attende, che cosa ragionevolmente si può ancora fare, quali sono le priorità.


Che cosa ci attende, dunque? In parte non lo sappiamo e non possiamo saperlo. Non sappiamo se l’economia del pianeta si riprenderà in un tempo ragionevole.

Non sappiamo come finirà la guerra strisciante in atto fra le principali valute del mondo, e in particolare non sappiamo se l’euro si indebolirà, dando ossigeno all’export, o invece si rafforzerà ulteriormente, aggravando la crisi delle nostre imprese esportatrici.

Alcune cose invece le sappiamo. Sappiamo ad esempio che l’Europa, non paga della stretta sui conti pubblici imposta a primavera, ci chiederà ulteriori sacrifici, sotto forma di un piano pluriennale di riduzione del debito pubblico. Si parla di 40 miliardi l’anno, ma anche fossero «solo» 10 già sarebbe un problema non banale, se solo si pensa che dalla vendita delle frequenze del digitale terrestre (una misura miracolistica di cui molto si parla in questi giorni) non ci si aspetta di incassare più di 3 miliardi.


Sappiamo anche che le amministrazioni pubbliche a tutti i livelli (Stato, Regioni, Province, Comuni) sono sommerse dai debiti e quindi ritardano sistematicamente i pagamenti, così mettendo in crisi i fornitori. Sappiamo anche che il ritardo nei pagamenti si propaga da impresa a impresa e che, combinato con la prudenza delle banche nel concedere credito, è una delle cause di molte crisi aziendali, con il loro triste seguito di cassa integrazione e licenziamenti. E sappiamo infine che il problema di fondo di molte aziende non è il costo del lavoro, ma è la debolezza degli ordinativi, che costringe a un sottoutilizzo della capacità produttiva, non di rado anticamera della chiusura definitiva. Insomma è il debito pubblico la nostra più grande palla al piede, ma è solo il ritorno alla crescita che può aiutarci a uscire dai nostri guai.

Che cosa può fare un governo in una situazione del genere?

Assai poco, a mio parere, e considero un segno di grave immaturità delle opposizioni aver fatto credere alla gente che esistessero alternative serie ai tagli di Tremonti: si può discutere a lungo della ripartizione dei tagli, ma quanto alla loro entità ci sarebbe semmai da chiedersi se possano bastare, e se alla prossima bufera finanziaria non si rischi di doverne fare di ancora maggiori.

Però, fortunatamente, ci sono anche alcune cose che si possono fare. Non solo le liberalizzazioni e semplificazioni normative, di cui molto si parla ma che, nonostante siano a costo zero, procedono a passo di lumaca chiunque sia al governo, e finora non hanno mai prodotto una riduzione significativa degli adempimenti delle imprese. Ma anche interventi più radicali, capaci di incidere rapidamente sulla crescita. Il primo è un drastico e generalizzato abbassamento delle imposte sui produttori, a partire da Irap e Ires, finanziato con un disboscamento della selva degli incentivi alle imprese, ivi compresi gli innumerevoli regimi fiscali agevolativi (una strategia spesso invocata da imprenditori e politici, e di recente ventilata dallo stesso ministro dell’Economia e che potrebbe evitare fughe di imprese all’estero come racconta l’inchiesta di Marco Alfieri che pubblichiamo alle pagine 4 e 5). È una cosa che si può fare subito, senza aspettare l’estenuante balletto di incontri, tavoli tecnici e negoziali, che inevitabilmente accompagnerà il sogno di Tremonti di ridisegnare il nostro fisco.

Il secondo intervento è un abbassamento, finanziato con parte dei proventi della lotta all’evasione fiscale, delle imposte che gravano sull’energia, che rendono proibitivo il prezzo del kilowattora italiano e pesano come un macigno sui conti delle piccole imprese, come più volte denunciato e documentato da Confartigianato (un’idea potrebbe essere quella di destinare a questo scopo una quota delle somme recuperate grazie alle nuove norme sulle compensazioni Iva).

Ma c’è anche un terzo intervento che potrebbe avere effetti benefici sulla crescita. Il governo potrebbe decidere, senza aspettare le tirate d’orecchi dell’Europa, di mandare un segnale di «virtuosità finanziaria» ai mercati internazionali, varando un piano ventennale di dismissioni del patrimonio pubblico (la quota collocabile sul mercato è di diverse centinaia di miliardi di euro). Privatizzazioni e dismissioni sono sostanzialmente ferme dal 2006, e questo a dispetto dell’impegno a farle ripartire sottoscritto nel programma elettorale del centro-destra. Rispettare quell’impegno renderebbe i conti pubblici dell’Italia meno vulnerabili alla speculazione internazionale, limitando i rischi di un innalzamento dei tassi di interesse sui nostri titoli pubblici. Ma avrebbe anche un potente effetto di rassicurazione all’interno, verso famiglie e imprese, ove fosse accompagnato dall’impegno solenne a interrompere la deriva attuale, in cui la tenuta dei conti pubblici è assicurata da tagli e dilazioni dei pagamenti, in buona sostanza dal soffocamento dell’economia.

È realistica questa via? È davvero possibile, contemporaneamente, dare ossigeno alle imprese e aggredire il debito pubblico?


Difficile dirlo, ma due riflessioni mi fanno pensare che possa esserlo. La prima è che il patrimonio pubblico è dello stesso ordine di grandezza del debito (1800 miliardi) e la parte di esso che è effettivamente collocabile sul mercato non è affatto trascurabile (almeno 400 miliardi di euro secondo le valutazioni degli specialisti). Venderne una parte non basterebbe a portarci al 60% del Pil, come vorrebbero le regole europee, ma scendere sotto il 100% sarebbe già un grande risultato. Senza considerare che un contributo non irrisorio alla riduzione del debito pubblico potrebbero darlo anche sequestri e confische dei patrimoni della criminalità organizzata, il cui ammontare è sconosciuto ma presumibilmente non inferiore a parecchie centinaia di miliardi.

Ma la riflessione più importante è un’altra. Le strade alternative per tornare a crescere, ossia investimenti in capitale umano e federalismo fiscale, sono entrambe fondamentali, ma potranno dare i loro frutti solo fra una decina d’anni. Noi tutto questo tempo non l’abbiamo, o meglio non l’abbiamo più. Il nostro declino, relativo e assoluto, è iniziato intorno al 2001, circa dieci anni fa: non possiamo aspettarne altrettanti per invertire la rotta.

Eremo Via vado di sole , L’Aquila, domenica 5 dicembre 2010 

AD HOC : Parole

AD HOC : Parole

Gli eschimesi hanno cinquanta parole per indicare la neve. Significa che nel loro linguaggio essi riescono a cogliere almeno cinquanta sfumature nel significato del termine “neve”.

Noi non riusciamo più nemmeno a cogliere il senso delle parole, il loro significato.

Ed è problema serio come uomini perché stando ad Aristotele l’uomo non è altro che parola e senza parola l’uomo non è.

A questo destino sembra che non riusciamo più a sottrarci a tener conto perchè le parole della vita ci sono state sottratte e le parole della politica sono state affidate ad un teatrino che mostra ogni giorno di più il volto del turpiloquio , della invettiva , della diceria come componente essenziale di ogni manifestazione.

Dicerie dell’untore un ben libro che racconta una malattia, la tubercolosi, che racchiude in sé, il concetto stesso di consunzione, dissoluzione. Un soggetto, quello del binomio di amore-morte, è in qualche modo la metafora di questo discorso sulle parole.

Qualcuno afferma che la vera natura del linguaggio è minerale. Chi non sa che all’occorrenza le parole diventano “pietre” e ancor di più “macigni”? Metafore di uso quotidiano a cui ricorriamo quando il lessico si schianta sotto il suo stesso peso. Vocaboli come proiettili o corpi contundenti , da usarsi in una lotta di sopravvivenza verbale. A volte bisogna pur dirlo i sassi sono un dilavamento dell’anima, sono leggeri. Ma è l’aspetto nobile di questo deposito Sono le parole granello che bisogna rintracciare con un setaccio a rete fina negli scritti dei poeti. Occorre un crivello per trattenere impurità a livello di suono per separarle dal senso comune.

Sembra assurdo ma è così. La parola può essere questo ed abnorme il contrario di questo. E’ quando è un lapillo minuscolo in un giacimento di tufo va ricercata, coltivata ,aiutata a venire fuori . L’aspetto meno nobile della parola e la brutalità di alcune parole che si stanno imponendo nella politica. Le parole della politica di per sé alte e nobili che hanno lastricato il cammino della storia di alcuni paesi , di democrazie mate cresciute e ormai affermatisi , alcune parole stanno scomparendo nel lessico della politica. Stanno progressivamente assumendo un altro significato e un altro senso oppure sono completamente relegate in un angolo .

C’è una manomissione delle parole come quelle per esempio della tradizione della politica di sinistra che fa pensare ad un cambiamento del rapporto con le parole. Le parole possono cambiare il mondo e questo loro potere può essere usato per realizzare un mondo migliore e un mondo peggiore di quello che viviamo. Perché chi non ha parole nella nostra società non ha alcun potere.

Sono esemplari in questo senso le pagine di Lettera a una Professoressa dei ragazzi della Scuola di Barbiana di Don Milani .

Quello che viene in evidenza nelle parole della politica di oggi è che purtroppo il pane non è più chiamato pane e il vino non è più vino. Le parole , per esempio in tivù si riducono sempre più e così come vengono usate danno una cattiva anzi pessima rappresentazione della realtà. In quei contesti non c’è solo una cattiva scelta delle parole ma anche di argomenti.

Ho ascoltato in tivù uno spot sulla sicurezza sul lavoro che dice che “chi pretende la sicurezza sul lavoro si vuole bene”. Come forma di comunicazione non lo so può anche funzionare ma come argomento sostanziale in tema di sicurezza del lavoro è poco meno di una patacca. La sicurezza sul lavoro è uno dei tanti doveri dell’imprenditore che spesso sono assenti nella partita culturale nel nostro paese a differenza degli altri . Ebbene in questo dovere ( dico dovere non capacità )dell’imprenditore sta il discorso sulla sicurezza. Lo spot sposta invece il problema proprio sulla capacità dell’imprenditore . Per cui se l’imprenditore realizza la sicurezza è capace e quindi bravo. Capace o non capace la sicurezza è un diritto, deve essere pretesa e realizzata indipendente se l’imprenditore è bravo o è cattivo.

Che cosa significano dunque alcune parole nella vita quotidiana di lavoratori , studenti, genitori, insegnanti. Per esempio formazione? Chi la fa la formazione, che senso ha, che produce , a che serve?

E ancora che significa popolo, che significa libertà, che significa democrazia. In Grecia per esempio queste parole nacquero con un cuore da discutere sapendo che non c’è azione senza parola che la prefiguri. Il fare senza il pensare è un’azione bruta e spesso la politica del fare senza il sostegno della parola guidata dal pensiero diviene pericolosa e triviale .

E’ proprio la volgarità che striscia nei discorsi politici è la spia della irresponsabilità.

La neolingua della politica del fare è la neolingua della menzogna che non lascia nessuna traccia ma che provoca danni a volte irreparabili. L’uso distorto delle parole crea un mondo alla rovescia . Certa politica di oggi confisca delle parole nobili e ne scredita delle altre . Un esempio: mi è sembrato di capire che più volte il nostro capo del governo abbia detto che lui non è un politico ma un imprenditore. Questa affermazione dà significati alle parole politico e imprenditore : sarebbe interessante andare a rintracciarne i segni positivi e negativi . Qualcuno afferma che questa differenza in bocca al capo del governo la dice lunga sul senso , il significato e il fine che assume in quella esperienza la parola politica.


A questa riflessione non interessa che cosa appunto questa affermazione abbia prodotto nell’azione di governo , anche perché altri ne riferiscono ,per esempio alcuni articoli di Luca Ricolfi su La Stampa che chi è interessato al discorso può tranquillamente leggere . Qui si è cercato di riflettere sul linguaggio della politica quando appare in tivù, quando viene proposto nelle piazze, quando è appunto rovesciamento della realtà. Come nel caso delle missioni all’estero dove in alcune siamo su uno scenario di guerra e siamo costretti forse a fare anche noi la guerra e la chiamiamo missione di pace e i morti li chiamiamo caduti. Ma anche questo è un discorso difficile da fare con attenzione, discrezione e puntualità in quanto implica tante e tali relazioni con gli uomini, il mondo , la storia, la vita che può essere superficiale soffermarsi alle prime battute di un discorso o alla sola angolazione che in queste riflessioni ha cercato di sviluppare.

Infine , per il momento un’ultima considerazione : ci sono state polemiche circa parolacce e bestemmie pronunciate in pubblico. Per me la conclusione è semplice :chi dice parolacce e bestemmie dice parolacce e bestemmie, nient’altro.


Eremo Via vado di sole domenica 5 dicembre 2010

sabato 4 dicembre 2010

LINEA D'OMBRA : Allarme droga

LINEA D’OMBRA : Allarme droga

10/11/2010 (11:30) - LA RELAZIONE DELL'AGENZIA EUROPEA

Allarme droga nell'Unione Europea Raddoppiano i decessi per cocaina

Tecniche sempre più sofisticate per nasconderla e spacciarla: consumi al galoppo in tutto il continente. Italia ai vertici

Tecniche sempre più sofisticate per nasconderla e spacciarla, consumi al galoppo e un raddoppio in un anno dei decessi: la cocaina continua ad essere, dopo la cannabis, la droga più amata dagli europei. In Europa in un anno sonoaumentate di 1 milione sia le persone che hanno provato la cocaina che quelle che l’hanno consumata negli ultimi 12 mesi. Il livello di uso della sostanza è particolarmente concentrato in alcuni Paesi occidentali, e l’Italia - insieme a Spagna, Regno Unito e Danimarca - è ai vertici, anche per quanto riguarda i giovani.



I dati sono quelli della Relazione 2010 sull’evoluzione del fenomeno della droga nell'Unione Europea, presentata oggi dall’Agenzia europea delle droghe (Oedt) a Lisbona e in contemporanea a Roma, e fanno riferimento prevalentemente al 2008. Ma non è solo questo a preoccupare: i decessi collegati al consumo di «polvere bianca» sono raddoppiati, passando da 500 a mille. Nello stesso anno circa 70 mila europei hanno cominciato a curarsi dalla dipendenza da questa sostanza, circa il 17% di tutti i nuovi pazienti che si sottopongono a trattamento delle tossicodipendenze.


In Europa si sono fatti passi in avanti soprattutto nel garantire in tutti i Paesi la terapia sostitutiva -soprattutto metadone -, ma non basta: oggi servono servizi di assistenza che rispondano a esigenze più complesse, come quelle dei consumatori di cocaina o di cannabis o dei poliassuntori, chi consuma più sostanze contemporaneamente. In alcuni Paesi (Germania, Paesi Bassi e Regno Unito) si sta facendo strada un approccio innovativo, il trattamento via Internet, rivolto a persone con problemi di consumo di marijuana che altrimenti sarebbero poco disponibili a cercare aiuto nei servizi «classici».

Trafficanti e spacciatori affinano le tecniche per far circolare lo stupefacente: prima dell’esportazione introducono cocaina base o idrocloride nei materiali da trasporto, come ad esempio cera d’api, fertilizzanti o tessuti, e poi la estraggono nei laboratori clandestini allestiti nell’Ue: nel 2008 ne sono stati scoperti 25 solo in Spagna.

«Troppi europei - afferma il direttore dell’Oedt Wolfgang Goetz - considerano ancora il consumo di cocaina come un accessorio relativamente innocuo di uno stile di vita di successo». Invece, occorre sapere che «non solo può aumentare pesantemente e con rapidità, ma anche che può causare morti, persino quando l’assunzione è occasionale e le dosi sono basse».


Per quanto riguarda l’eroina, infine, il rapporto dell’Oedt segnala che il problema non è più in calo: dopo una diminuzione nei primi anni Duemila, la tendenza è diventata stabile o in aumento. L’agenzia stima che i tossicodipendenti da oppioidi (essenzialmente eroina) siano circa 1,35 milioni, e che il «reclutamento» di nuovi consumatori non accenna a diminuire, come dimostra la crescita dei drogati in trattamento negli ultimi anni. Aumentano anche i decessi per stupefacenti (7.371 nel 2008 contro 7.021 del 2007), che per più dell’85% dei casi sono di persone dipendenti da eroina.


Eremo Via vado di sole , L'Aquila, sabato 4 dicembre 2010

SILLABARI : Crocevia

SILLABARI : Crocevia

di Mario Deaglio da La stampa del 13.11.2010

Una crisi di governo al buio nel bel mezzo di una crisi economica mondiale al buio: è questo il rischio che correrà l’Italia se la classe politica continuerà ad occuparsi soprattutto delle proprie questioni interne. L’Italia si trova infatti - e continuerà a trovarsi nelle prossime settimane - a un poco invidiabile crocevia tra la grande tempesta economico-finanziaria mondiale e le bufere politiche interne. Per quanto riguarda il quadro internazionale, la riunione del G20 chiusasi ieri a Seul pone la parola fine alle speranze di un’uscita «facile» dalla crisi.

Quelle speranze che erano state accese dalla riunione del G20 di Londra della primavera 2009. Allora tutti sembravano andare d’accordo su una ricetta di marca anglo-americana che comportava il sostegno alle grandi banche in difficoltà, una considerevole iniezione di liquidità nell’economia degli Stati Uniti e in quelle di buona parte d’Europa, nella diffusa convinzione che in questo modo l’economia sarebbe ripartita e tutto sarebbe tornato come prima.


Come ben sappiamo, le cose non sono andate così: la realtà ha tradito le speranze, la ripresa è risultata asfittica, sta rallentando invece di accelerare, come mostrano anche i dati sul prodotto lordo italiano resi noti ieri. Nei Paesi ricchi ha lasciato sul terreno alcune decine di milioni di posti di lavoro, con poche prospettive concrete di poter riassorbire questa nuova disoccupazione, e con un peggioramento delle condizioni di molte categorie di lavoratori e delle prospettive dei giovani. Un vasto e disordinato dissenso comincia a emergere, con gli scioperi francesi di ottobre, le elezioni americane di Midterm e fenomeni come la devastazione, alcuni giorni fa, della sede centrale del partito conservatore inglese.

Di fronte a queste difficoltà, gli Stati Uniti hanno reagito come in altre crisi, ossia ponendo il resto del mondo di fronte a un fatto compiuto. Senza consultare nessuno hanno infatti deciso di mettere in circolazione - mediante la sottoscrizione di titoli governativi da parte della banca centrale - un’enorme quantità di dollari. Questa grande iniezione di liquidità potrebbe rilanciare l’economia americana ma anche far cadere il cambio del dollaro, penalizzando i Paesi come la Cina che ne posseggono enormi quantità. Gli Stati Uniti mostrano così un’incapacità culturale, prima ancora che economica, a comprendere che il mondo è cambiato e che gli altri Paesi non accettano più senza reagire quanto viene stabilito a Washington.

E infatti, dietro ai sorrisi e alle buone parole dei comunicati di Seul, gli Stati Uniti hanno dovuto incassare il «no» della Cina a una drastica rivalutazione della propria moneta. La stessa Cina, insieme a Taiwan, adotterà misure restrittive per evitare l’afflusso di capitali americani, cosa che il Brasile, dal canto suo, ha già fatto, mentre anche la fedelissima Corea del Sud ha respinto un accordo commerciale con gli Stati Uniti e l’Europa ha preso garbatamente ma decisamente le distanze. Prevale, quindi, un clima non solo di confusione ma anche di divisioni, di contrasti. Il che lascia purtroppo prevedere, per l’insieme dei Paesi ricchi, un altro periodo di crescita stentata, in un clima di incertezza e senza alcun riassorbimento dell’occupazione.

Questo quadro fosco chiama in causa soprattutto i Paesi europei gravati da posizioni debitorie difficilmente sostenibili, come la Grecia e l’Irlanda che - quali che siano le colpe passate delle loro politiche economiche - si trovano impegnati in sforzi sovrumani per rimettere a posto i loro conti pubblici. E qui dal ciclone dell’economia mondiale si arriva alle tempeste, più moderate ma molto serie, di un’Italia, affetta da una cronica e grave ampiezza del debito pubblico che, come è stato annunciato ieri, ha toccato un nuovo massimo anche a seguito dello scarso gettito, conseguenza della debolezza della ripresa. Non si può trascurare che ieri il «rischio Italia» ha fatto momentaneamente capolino nelle quotazioni del debito pubblico italiano quando il differenziale di rendimento tra i titoli pubblici italiani e tedeschi ha toccato un massimo storico, per poi fortunatamente ripiegare. E che i movimenti delle quotazioni possono dipendere non solo dalla situazione economico-finanziaria ma anche dalla situazione politica.

È un campanello d’allarme: non solo è necessario approvare la legge finanziaria, come ha ricordato il presidente Napolitano, ma è indispensabile che, quale che sia la configurazione politica che emergerà dall’attuale tormentato periodo, il rispetto degli accordi europei sul rientro dagli attuali livelli di deficit e di debito deve essere assicurato. Questo significa che, nella nuova situazione, la Finanziaria non potrà essere riscritta e che qualsiasi allentamento su un capitolo di spesa dovrà essere controbilanciato da un inasprimento su un altro capitolo. Al voto di fiducia parlamentare, il futuro governo dovrà aggiungere un voto di fiducia della finanza internazionale; dovrà quindi apparire credibile e sostenibile non solo alle Camere ma anche alle Borse, chiamate a rifinanziare, per centinaia di miliardi di euro, i titoli pubblici italiani in scadenza

[Foto di Simona Capaldi .]


Eremo Via vado di sole , L’Aquila, sabato 4 dicembre 2010



giovedì 2 dicembre 2010

SETTIMO GIORNO : Incontro al Signore che viene

SETTIMO GIORNO : Incontro al Signore che viene

Inizia un nuovo anno liturgico. La prima domenica d’Avvento apre le porte al futuro senza dimenticare il presente e ci invita alla vigilanza e alla disponibilità.

Adventum : una parola che ci riempie di speranza e che ci vuole ricordare che Dio non è lontano dagli uomini , non è lontano dalla storia ma viene in mezzo a noi, ci viene incontro e soprattutto ci raggiunge nella dimensione storica ed esistenziale , che è poi , in definitiva, la dimensione della salvezza. Cristo Gesù, figlio di Dio, incarnadosi nel senso della vergine Maria avvera la grande promessa della salvezza ma attraverso la storia umana . Certamente l’avvento è tempo di attesa e di promessa . Però non dobbiamo domandarci che cosa aspettiamo (la salvezza) ma chi aspettiamo ( Cristo ). Dal punto di vista psicologico questa attesa è un atteggiamento importante perché si attende ciò che si desidera, ciò che si ama. Per esempio l’attesa del rientro a casa dove ci aspettano gli affetti familiari o il rientro a casa di una persona che ci è cara. Ecco perché Dante nella sua Commedia esprime questa attesa con versi sublimi con quel “ ai naviganti intenerisce il core “ perché è proprio a quell’ora quella del rientro a casa che si fa struggente il ricordo per chi non ha casa , o l’ha persa . L’attesa ci proietta dunque in una dimensione “altra”. Per esempio che cosa c’è di più importante dell’attesa di una madre che attende il suo figlio di ritorno dalla guerra o di ritorno da un viaggio. L’Avvento dunque è tempo di attesa e ci ricorda l’attesa per la venuta del Signore. In realtà come prima si accennava tutto il tempo di attesa ci prepara e ci ricorda la seconda venuta del Signore e solo verso la fine del tempio di Avvento che l’accento cade sulla preparazione al Natale. Per gran parte del tempo di avvento la liturgia, la preghiera, le letture ci ricordano e ci preparano alla seconda venuta del Signore. Quella finale che è per ciascuno di noi il momento della morte individuale ed è per la comunità dei credenti quel tempo in cui passata la scena di questo mondo ci saranno terre e cieli nuovi.

Quando ciò accadrà non è dato sapere e l’Avvento ci ricorda che non bisogna preoccuparsi appunto di quando queste cose accadranno ma ci esorta , anche attraverso le parole dello stesso Gesù Cristo ad essere preparati per quel momento. Questa condizione psicologica e di spirito permette di guardare all’avvento con una profondità nuova e diversa e permette di capire le letture che nella prima domenica di avvento vengono proclamate. Non è tanto l’attesa del Natale ma è l’attesa della seconda venuta del Cristo che ci de3ve mettere nella condizione di ricerca e di cammino. Noi aspettiamo colui che amiamo al di sopra di tutte le cose e aspettiamo la sua dimensione di ricapitolazione appunto di tutte le cose . Il Papa Benedetto XVI nel suo ultimo libro intervista ricorda come che forse , riflettendo sulle realtà di vita di questo mondo , si è perso la dimensione vera della vita che è appunto quella in Cristo Gesù e del compimento del tempo in una dimensione diversa da quella terrena che appunto ci darà la pienezza della vita.

La profezia di Isaia, dunque, per la prima lettura annuncia che il Messia è colui che apre le porte di Gerusalemme , cioè il Regno a tutte le genti . Il profeta che accompagna il tempo dell’Avvento nel suo brano 2 , 1-15 vede con un cocchio spirituale il momento in cui Gerusalemme diventerà il monte della salvezza per tutti : “ Verranno molti popoli e diranno : Venite saliamo sul monte del Signore , al tempio del Dio di Giacobbe , perché ci insegni e le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice tra le genti e arbitro tra molti popoli …”

Gerusalemme dunque città della pace è il futuro di piena riappacificazione . Quella riappacificazione che è il senso e il valore del piano di salvezza per il quale noi siamo invitati a riprendere con coraggio il nostro cammino in un contesto di comunione e di pace , segno di speranza per tutti gli uomini che si uniscono così al cammino della Chiesa stessa.

Ecco perché Paolo dice che in attesa del Signore bisogna svegliarsi dal sonno perché la salvezza è più vicina . Nella lettera ai Romani al cap. 13 ,11-14 afferma : “ La notte è avanzata , il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno , : Non in mezzo ad orge ed ubriachezze, non tra lussurie e impurità, , non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo” Il Signore Gesù Cristo che viene .

Il Vangelo di Marco (24, 37-44) ci dice con parole inusuali che sono di un genere letterario che non appartiene ai nostri discorsi quotidiani che la vita dell’uomo sarà sottoposta a giudizio. Dio separerà lucidamente quello che nella storia di oggi sembra procedere in modo indistinto e in apparenza tranquillo. Questo accadrà all’improvviso come per esempio ai tempi di Noè per cui siamo ammoniti il futuro che auspichiamo e intravediamo deve diventare il presente che noi plasmiamo. Un presente che ci pone nella condizione di essere continuamente preparati . Le parole di Gesù ci ricordano che dobbiamo essere come quel padrone di casa che sa in anticipo che la sua casa sarà visitata dai ladri e si farà trovare preparato. Cristo ci invita a vegliare e ad essere pronti per la sua venuta e a non farci distrarre dalle cose del mondo . Comprenderemo così la precarietà della vita e la grazia di avere luce ai nostri passi attraverso le sue parole. E’ certo dice Paolo chi8 ci separerà dall’amore di Cristo la morte, la spada? No certamente perché nella dimensione dell’Avvento noi siamo comunque vincitori.

Eremo Via vado di sole, L’Aquila, lunedì 29 novembre 2010