mercoledì 21 aprile 2010

SILLABARI 11 : RELITTI E MERAVIGLIE

SILLABARI 11 : RELITTI E MERAVIGLIE

Qual è l’oggetto perfetto ed emblematico che rappresenta e incarna al meglio la nostra epoca? Quale per le epoche precedenti alla nostra?
Un immagine o un manufatto ? Un teschio, una sfera, un cubo, un diamante?
Come abbiamo archiviato in questo senso il passato e come sarà archiviato il presente?



La storia dell’uomo e del mondo è stata finora narrata facendo affidamento su oggetti e su immagini. Il mezzo televisivo ha aperto la strada ad un certo modo di raccontare questa storia e cd e dvd hanno fatto il resto anche se fu Kenneth Clark a dare vita ad una serie di archiviazioni che si basava “sulla premessa che le civiltà hanno lasciato dietro di loro opere che spesso hanno mancato i loro ideali più ambiziosi “.
Ora è addirittura la radio che vuole raccontare questa storia .


La collaborazione tra Neil Mac Gregor, il British Museum e la Bbc offre una storia del mondo in cento oggetti da raccontare proprio alla radio. Sembra una scommessa. In realtà l’obiettivo è quello di estrapolare da oggetti specifici e singoli la generalità della cultura a cui appartennero in modo che uno “ vede una mummia e sa tutto dei Faraoni.” Il bel vecchio metodo … utilizzato dal racconto radiofonico .L’oggetto è dunque un frammento dal quale si può risalire al tutto.
Ma è proprio così? O può essere vero anche il contrario. L’ipotesi dunque potrebbe essere capovolta?Alcune culture possono essere il prodotto degli oggetti e delle immagini?


Quindi un “ smart phone “ ,per esempio è il simbolo della nostra ossessione per il multi-tasking istantaneo o è esso ad averla generata? Parlano gli oggetti e parliamo agli oggetti.
Certo è che le risposte degli oggetti dipendono dalle domande che poniamo loro.
Il pericolo potrebbe essere quello di usare strumentalmente la risposta degli oggetti in appoggio a tesi prefabbricate. Perché gli oggetti non sono neutri distillati di un’epoca ma contengono in loro tutti i problemi di quell’epoca.
Oggetti d’arte come gli arredi possono essere frutto di un committente ma possono essere anche libera espressione dell’artigiano. Come pure nella pittura. E se poi il risultato del dipinto è una rottura delle convenzioni che va contro gli intenti del committente ?

CONVENZIONI E SENSO COMUNE


Di sconnessioni sociali e visive sono piene le pagine della storia dell’arte. ( es. le torri disegnate dal Bernini per San Pietro ,l’arco piegato di Richard Serra che taglia in due una piazza di downtown a New York ,ecc.)
Dunque un occhio ai relitti e un occhio al loro senso e significato oltre ad un sesto senso fa un buon storico.Troppe volte perù gli oggetti nei musei sono dei relitti abbandonato alla collezione e a nulla possono gli storici anche con il sesto senso.
Se i relitti venissero reintrodotti nel territorio allora potrebbero diventare un catalogo di meraviglie. Territori veri e territori immaginari naturalmente possono confondersi.
Si confondono certamente per Mark Miodownick che ha cominciato otto anni fa a raccogliere le cose più strane del mondo per ispirare storici, artisti e scienziati .
La sua collezione è diventata la Materials Library del King’s College di Londra.
Ma di che collezione si tratta ?
Sullo Strand ,nelle viscere di un palazzo di cemento in stile brutalista, ci sono lunghi scaffali con i materiali più strani del passato ,del presente e forse del futuro.

I MATERIALI PIU’ STRANI DEL PASSATO, PRESENTE E FORSE DEL FUTURO

L’areogel ,per esempio, il solido più leggero del mondo,è costituito per il 99,8 per cento di aria e sembra una massa nebbiosa e inconsistente. E’ un materiale resistente e isolante..Al suo fianco l’opposto termico : il nitruro di alluminio che è conduttore di calore. Con una barretta tenuta in mano si può tagliare un blocco di ghiaccio usando appunto il calore del corpo umano.
E poi nello scaffale delle maraviglie lastre di vetro autopulenti,metalli in grado di ricordare l’ultima forma in cui sono stati modellati e un tubetto che quando viene spremuto emette un suono, una specie di lamento umano.
C’è una vasca con fluoro carbonio liquido inerte dove si può immergere uno strumento elettronico senza danneggiarlo. Lo ste3sso liquido sostituisce benissimo il sangue dei topi secondo i risultati di esperimenti di laboratorio. Ci sono pale di turbine ricavate da un singolo cristallo e un campione di colore nero del nero più nero al mondo ( 25 volte più nero della normale vernice nera),una campana di piombo che non suona.Ci sono accanto anche materiali più comuni per così dire , alluminio, acciaio,rame.

MERAVIGLIARE I VISITATORI DUNQUE.

Miodownik ha creato la Materials Library perché non è soddisfatto di come si insegna la scienza dei materiali. Le raccolte di materiali sono però un fenomeno nuovo ed affascinante. In passato lo studio dei materiali veniva trattato dalla metallurgia, dalla chimica e dalla fisica. Negli ultimi cinquant’anni sono nate un numero incredibile di nuove sostanze,plastiche, semiconduttori, materiali biologici, che hanno reso obsolete le vecchie discipline.
Comunque Miodownik sta in buona compagnia perché Cyril Stanley Smith , esperto di metallurgia del Massachussets Institute of Technology nel suo saggio del 1970 “Art, technology and science” sostiene che l’arte e l’estetica sono sempre state una fonte di ispirazione per lo sviluppo tecnologico.
Appunto Midownik parla dei suoi materiali come orfani che non hanno un posto dove stare e che non uscirebbero mai dai laboratori.
Una volta usciti però interessano sicuramente designer e scuole e aziende e fanno sicuramente concorrenza ad un’altra raccolta di materiali la Material ConneXcon collezione che è a scopo commerciale e ha raccolto circa 2.500 generi diversi di materiali.

Miodownick con il suo staff riceve ogni settimana decine di pacchetti con materiali strani, strampalati e meravigliosi.
Per esempio un blocco di cemento galleggiante, un vestito gonfiabile fatto con la seta del paracadute .
Sogna dunque di creare un Materials Library nazionale piena di meraviglie come il British Museum. Quel museo di cui abbiamo parlato all’inizio . E il cerchio si chiude. O vogliamo ricominciare ad enumerare ancora relitti e meraviglie? Lo faremo ancora ma prendiamo fiato e fermiamoci per il momento qui.


Eremo di Via Vado di Sole, L’Aquila, mercoledì 21 aprile 2010

martedì 20 aprile 2010

ARTEFACTUM : PUPI. LA SPLENDENTE ARMATA

ARTEFACTUM : PUPI . LA SPLENDENTE ARMATA


Mio zio Francesco faceva il cantastorie. Mio padre Mimmo faceva il puparo .Io Peppe faccio il puparo.
Quello di zio Francesco era il grande theatrum mundi ,la piazza che evocava il teatro della vita dove, allo stesso tempo, tutti sono tutti: attori e spettatori.
Fuori dal casotto mobile mio zio Francesco raccontava le imprese che evocavano “lu cuntu” che arricchiva sempre, pur sorprendendola qualche volta, la memoria dello spettatore quasi sempre analfabeta.


Zio accompagnava ciascun luogo del percorso narrativo con il movimento degli occhi, della bocca , delle braccia, conduceva e presentava i suoi personaggi. In questo gioco di corrispondenza tra parole e gesti, si aiutava con un’asta di legno , quella che zia Maria conserva ancora nell’armadio. Disegnava nell’aria le stoccate e le parate nei duelli dei paladini. Scoppiavano ad ogni mossa applausi e urla d’evviva come se quelle gesta formidabili si fossero appena compiute su quella piazza, sulla piccola predella di legno martellata dai piedi di quel rapsòdo che era mio zio.
Lo so che quel suo sentimento epico popolare nel narrare le storie aveva influenzato mio padre Mimmo, che era il fratello più piccolo ,l’amato Mimmo come lui lo chiamava ,”lu picciriddu “ in vecchiaia quando non poteva più girare per le piazze perché senza più forze.
L’amato Mimmo un bel giorno nel bel mezzo della performance de “lu cuntu” aveva invitato quel pubblico a guardare sulla buca palcoscenico di quel suo casotto messo sulla piazza in attesa . Da quel palcoscenico comparve una splendente armata di pupi che raccontavano la grande storia di re e paladini .

DA SETTE ANNI CARLO MAGNO COMBATTE….

“Da sette anni Carlo Magno combatte vittoriosamente i Mori di Spagna, ma la città di Saragozza resiste. Il suo re Marsilio decide di proporre a Carlo un accordo di pace con il regno francese, dopo essersi convertito al cristianesimo. Ma il suo piano è solo un inganno. Manda dunque i suoi ambasciatori da Carlo che si trova a Cordova da poco conquistata; all'incontro sono presenti i pari tra cui Rolando, il nipote di Carlo, Oliviero, amico di Rolando, l'arcivescovo Turpino, Gano di Maganza e Namo consigliere di Carlo. Rolando consiglia di non fidarsi del consiglio di Marsiglio, ma Gano, cognato di Carlo e patrigno di Rolando, non è d'accordo come la maggior parte del Consiglio del re: viene dunque inviato, su proposta di Rolando, al campo dei Mori per trattare le dure condizioni di pace….”

Quei pupi che non erano marionette armate e soprattutto il loro repertorio cavalleresco facevano ricordare il sole della Spagna e quella musicalità della lingua parlata frammista alle scansioni ritmiche della lingua letteraria.
Nel corso dei secoli i “ cantàri” locali avevano costruito storie dal sentimento epico-popolare . E quegli spettatori non erano più gli stessi ogni volta che insieme al puparo, lungo tutta la rappresentazione, si reinventavano le caratteristiche delle storie prescegliendole per se e per le storie stesse.
Mio padre poi sul più bello chiudeva anche lui il sipario. La storia continuava. Quando ? La sera successiva,il prossimo giorno di festa, il prossimo anno.

GANO E’ FORTEMENTE RISENTITO…

“…Gano per questo nutre un profondo risentimento e minaccia vendetta nei confronti di Rolando, cosicché trama di tradire il re con Biancandrino, ambasciatore di Marsilio. Al cospetto di Marsilio Gano inasprisce le condizioni dettate da Carlo e consiglia al re di Saragozza l'accettazione del compromesso. In tal modo il re e il suo esercito abbandoneranno l'assedio della città lasciandosi alle spalle la sola retroguardia composta dai dodici Pari e capitanata da Rolando: Marsilio dovrà così attaccare proprio la retroguardia e Gano giura di aiutarlo.
Intanto Carlo si sposta a Valterne e lì viene raggiunto da Gano con i doni e gli ostaggi inviati da Marsilio. Nonostante i cattivi presagi (due sogni dal significato sinistro), Carlo muove il suo esercito da Saragozza. Rolando, eletto capo della retroguardia su proposta di Gano, rifiuta metà dell'esercito offertogli da Carlo chiedendo solo ventimila uomini più i dodici Pari…”

Si davano appuntamento ai confini dell’immaginario mio padre, mio zio e quel loro popolo facendo attenzione che in definitiva a ciascun personaggio delle loro storie il “vestito popolare” cadesse a pennello.

I FRANCESI DI RITORNO IN PATRIA :

” …I francesi di ritorno in patria superano il passo di Roncisvalle mentre i Saraceni si preparano a sorprendere la retroguardia. Qui, resosi conto dell'attacco imminente, Oliviero consiglia all'amico di suonare l'olifante (il corno il suono emesso dal quale richiamerebbe immediatamente le truppe del re) ma Rolando rifiuta in nome del suo onore e del suo coraggio. Ha così inizio la battaglia di Roncisvalle. In un primo momento i Franchi hanno la meglio sui Saraceni, ma la schiacciante superiorità numerica dei Mori fa sì che Rolando si trovi obbligato a suonare l'olifante, questa volta con il disappunto di Oliviero. Il suono del corno risuona tre volte sulle rocce di Roncisvalle ma Gano, animato dal risentimento per Rolando inganna re Carlo e gli impedisce di andare in soccorso del suo cavaliere.
Nel frattempo la retroguardia francese ridotta a soli tre uomini viene sopraffatta. Rolando colpito a morte tenta di spezzare la sua spada Durlindana non riuscendoci ed estenuato si accascia sul terreno con le mani conserte al petto. Giunto Carlo, sbaraglia gli avversari i quali inseguiti si danno alla fuga e annegano nel fiume Ebro.

Marsilio, rifugiato presso l'emiro Baligante, si suiciderà in seguito alla sconfitta di quest'ultimo nello scontro decisivo contro il re Carlo. Saragozza è conquistata e i Mori convertiti. Il re torna ad Aquisgrana dove ha fretta di processare Gano per tradimento. Ricusati i giudici Gano si difende con l'appoggio dei suoi nobili parenti tra cui il potente Pinabel, che sfidato dallo scudiero Teodorico verrà ucciso insieme a tutti i suoi. Gano sarà squartato.
Carlo, ormai bicentenario, in seguito all'apparizione in sogno dell'Arcangelo Gabriele parte per dare aiuto al re Viviano in Infa dove hanno posto l'assedio i Saraceni. E «Qui finisce la storia che Turoldo mette in poesia».”

Nel repertorio di ogni puparo c’erano alcuni spettacoli che fissavano le tappe della stagione teatrale. Don Chiaro, Tre contro tre a Lampedusa, Orlando pazzo, Roncisvalle.
Mentre per gli altri spettacoli i pupari rispettavano la trama classica per “Roncisvalle” esistono numerose versioni. Infatti di questo episodio del ciclo delle gesta di Carlo Magno esistono le versioni del Pulci, del Morgante , del Turoldo nella Chanson de Roland, del Turpino nella Cronaca.
Orlando sente che la morte lo invade,
dalla testa al cuore gli discende.
Sotto un pino se ne va correndo,
sull’erba verde s’è coricato prono,
sotto di sé mette la spada e il corno.
Ha rivolto il capo verso la pagana gente:
l’ha fatto perché in verità desidera
che Carlo dica a tutta la sua gente
che da vincitore è morto il nobile conte:
Confessa la sua colpa rapido e sovente,
per i suoi peccati tende il guanto a Dio.


Orlando sente che il suo tempo è finito:
Sta sopra un poggio scosceso, verso Spagna;
con una mano s’è battuto il petto:

“Dio! Mea culpa, per la grazia tua,
dei miei peccati, dei piccoli e dei grandi,
che ho commesso dal giorno che son nato
fino a questo giorno in cui sono abbattuto!”.
Il guanto destro ha teso verso Dio.
Angeli dal cielo sino a lui discendono.

Il conte Orlando è disteso sotto un pino,
verso la Spagna ha rivolto il viso.
Di molte cose comincia a ricordarsi,
di tante terre che ha conquistato, il prode,
della dolce Francia, della sua stirpe,
di Carlomagno, suo re, che lo nutrì;
non può frenare lacrime e sospiri:
Ma non vuol dimenticare se stesso,
proclama la sua colpa, chiede pietà a Dio:



“O padre vero, che giammai mentisci,
tu che resuscitasti Lazzaro da morte
e Daniele salvasti dai leoni,
salva l’anima mia da tutti i pericoli
per i peccati che in vita mia commisi!”.
A Dio ha offerto il guanto destro:
san Gabriele con la sua mano l’ha preso.
Sotto il braccio teneva il capo chino;
con le mani giunte è andato alla sua fine.
Dio gli manda l’angelo Cherubino
e san Michele del pericolo del mare;
insieme a loro venne san Gabriele:
portano in paradiso l’anima del conte.
Ma le domande che si rincorrono nella storia sono: “ era presente il Turpino? Giunsero in tempo Rinaldo e Ricciardetto? Chi fu il paladino che fuggì? Tornò indietro Carlo Magno a compiere vendetta? Come morì Orlando? Che fine fece la Durlindana?”

Il bello era che ogni domanda era un episodio e ogni episodio si interrompeva con una suspence che creava aspettativa nello spettatore.
Cantavo spesso da ragazzo :“or si ferma ,or volteggia, or si ritira/e con la man spesso accompagna il piede ./Porge or lo scudo ,ed or la spada gira/Ove girar la mano nimica vede…” disteso sulla paglia, giù al buio sotto le assi del casotto mentre mio padre batteva ancora una volta lo scudo di un’armatura arabescata e dalle pitture ricercate.
Laggiù nell’ombra stavo in mezzo a tutti quei corpi. Corpi, teste, forme di animali di legni di faggio,noce, tiglio e cipresso. Mio padre li sceglie con cura. Un legno che dà corpo a nove sezioni: due piedi,due gambe, due cosce, un busto, mano e pugno o

doppie mani. La loro anima è un filo di ferro. 45 centimetri di filo per i ragazzi e gli angeli, 56 centimetri per i cavalieri, 62-63 centimetri per i paggi mosti a soldati fino a 70 centimetri per i giganti. E poi l’alpacca e l’ottone per le armature a sbalzo con motivi arabeschi in rame. Le bacchette di ferro buttate sul pavimento pronte ad intervenire nelle sostituzioni ma anche anime in silenziosa veglia ed attesa.
Mi ricordo quella volta pensavo :” Stasera per la prima volta potrò trasformare in polvere la pece nera greca per ottenere l’effetto del fuoco per l’uscita sul piccolo palcoscenico dei diavoli e per l’incendio dopo versa la fine della rappresentazione di città e castelli.” Ma quelle storie non mi piacevano.
La nostra abitazione era la casa-teatro,dove durante il giorno ciascuno di noi aveva un ruolo preciso : chi lucidava le armature ,chi spolverava i visi dei pupi, ,chi preparava l’occorrente per riparare le marionette che si erano rotte durante i combattimenti,. Anche durante la recita serale ciascuno di noi aveva un suo compito. C’era chi suonava il pianino a cilindro e chi cominciava a svolgere le prime mansioni sul palcoscenico : porgere un pupo, dare la voce all’angioletto ,fare entrare un soldatino dall’ultima quinta ,ora dalla parte dei pagani ora dalla parte dei cristiani , tutto secondo il mestiere a cui mio padre teneva sommamente.
Eravamo sette figli . Mio padre tra un paesino e l’altro impiantava case-teatro nelle quali nascevano figli e pupi .




Gli occhi la sera, oltre che al palcoscenico erano rivolti all’ingresso della sala dove si svolgeva uno scambio : formaggi, uova, olive e frutta compensavano l’ingresso di diverse serate
Mi piacciono ancora oggi invece le rappresentazioni dei racconti cavallereschi derivati dalla Chanson de geste. Gli eroi di Carlo Magno celebrati dalla Chanson de Roland prendevano corpo nei pupi di mio padre e vivono ancora oggi in quei pupi che io ho conservato.

Quanti anni sono passati. Mi piaceva e lo leggo ancora la storia in quel libro di lettura che ho trovato un giorno “Don Quijote” di Cervantes che descrive ad un tratto Don Chisciotte ,il protagonista del romanzo, alle prese con un teatrino ambulante dove si rappresenta un’autentica storia “ tolta alla lettera dalle Croniche francesi e dai romances spagnoli che corrono sulla bocca della gente e dei ragazzi per le vie.”
Da ragazzo disteso sulla paglia sognavo quelle avventure .Sera dopo sera intanto mio padre fin dal 1969 gira i paesini dell’entroterra della Sicilia e continua a rappresentare il lungo ciclo delle storie dei paladini di Francia.
Sono anni durissimi. La necessità di pane e lavoro dopo la prima crisi del Teatro dei Pupi degli anni Trenta lo ha portato a difendere questo mestiere coinvolgendo tutti noi di famiglia.
Ora le battaglie e i duelli della vita assumono la fisionomia di una danza armata, cadenzata dallo scontro delle spade e dell’impatto rumoroso dei corpi e delle armature. Tutta quella gente che assiste alle rappresentazioni non dimentica la vita quotidiana e in quelle rappresentazioni sente di essere un paladino in lotta contro il proprio datore di lavoro, contro un’ingiustizia della politica, contro i padroni.

Rispettare i tempi della battaglia movendo i pupi sulla scena , sottolineare i passi ed i colpi di spada con i colpi ritmati sulla pedana equivale a lottare contro i mostri del malgoverno , della criminalità organizzata, del dolore della povertà , della fame, del bisogno insoddisfatto, del disinteresse delle istituzioni.
Occorre allestire i fondali , le quinte, i teloni ma soprattutto i cartelloni , grandi manifesti di carta e di tela istoriati con scene che riproducono i momenti più eroici ed emozionanti dello spettacolo. Affossare dunque le telenovela, i seriali, i talk show , spegnere gli apparecchi tivvu.
Ecco la nostra vita come la rappresentazione del puparo: si può attraversare longitudinalmente tutto lo spazio scenico perché mio padre si muove parallelamente dietro il fondale, ma non si può avanzare sul proscenio perché limitati dall’estensione delle braccia. Ecco dunque la verità della rappresentazione e della vita: la limitazione. Nel caso del puparo l’estensione delle braccia. E scusate se è poco.

Sono ora passati tanti anni. Mio padre “lu pucciriddu” non c’è più. Sono morti anche i suoi maestri i fratelli Greco e Tano Meli. Mio padre aveva aperto il suo primo teatro nel 1933 a Palermo in Via Aloisio Juvara e nel 1969 l’ultimo, che aveva chiamato “Super Teatro delle Marionette Ippogrifo”. Anche lui aveva cominciato la sua carriera con l’aiuto di suo padre, mio nonno. La sua prima rappresentazione fu “La morte di Milone” e il pubblico era composto da opranti, pupari e costruttori di pupi ,tutti a giudicare la recitazione,l’esecuzione delle manovre, : la vestizione dell’eroe protagonista che perde pezzo a pezzo l’armatura. Promosso a pieni voti.
Oltre al lavoro con mio padre , alla partecipazione al festival di Spoleto il mio apprendistato si svolge sotto l’occhio vigile di Peppino Celano .Alla morte di questo maestro il 28 luglio 1973 apro il mio primo Teatro di Via Bara, all’Olivella.. Nel 1997 apro una scuola per pupari e nel 1977 avevo fondato l’Associazione “Figli d’Arte Cuticchio”
La “Macchina dei sogni” è un evento teatrale che ho pensato negli anni ed è arrivato alla XXII edizione. L’Unesco ha riconosciuto l’opera dei pupi “opera immateriale dell’Umanità”
E,ora che sono vecchio qualche giorno mi viene ancora voglia di cantare :”Or si ferma or volteggia, or si ritira/Deo mea culpa per la grazia tua / perdono dei miei peccati, dei piccoli e dei grandi / che ho commesso dal giorno che son nato/porgi lo scudo e or la mano gira…”


Questa è una storia inventata. E’ la pagina di un diario di vita mai raccontata dal protagonista come l’avete qui letta. Non di meno sono vere le pagine scritte da Mimmo Cuticchio sulla sua esperienza di puparo e su quella della sua famiglia e soprattutto il ricordo di suo padre Giacomo Cuticchio ( 1917-1985). Sono altrettanto veri i pupi fotografati da Giorgio Dobrota. Appartengono alla collezione Costa Crociere e sono stati realizzati secondo il progetto di due giovani autori Emanuele Salamanca e Noa Prealoni. Le armature dei pupi sono state eseguite sul recupero della toreutica antica e moderna: il volto, il costume del pupo e l’apparato ornamentale sono frutto di una rigorosa ricerca storico-filologica.


Eremo di Via vado di Sole, L’Aquila, sabato 17 aprile 2010

lunedì 19 aprile 2010

SILLABARI 10 : RICOSTRUZIONE

SILLABARI : RICOSTRUZIONE



Ricostruzione: l’equivalente di un anno di dolore, macerie e proteste.Ma anche di speranza e voglia di ricominciare. Diecimila fiaccole la notte del 6 aprile per non dimenticare ma anche per trovare da quel ricordo la forza di andare avanti . Avanti tra ventimila palazzi danneggiati nel centro storico , avanti al lavoro per i prossimi dieci anni stando ad alcune stime .Cinquantamila aquilani ancora senza le loro case con ospitalità a carico dello Stato. 4.500 cantieri autorizzati ma ancora fermi per problemi burocratici. Diciannove newtown costruite a tempo di record . 184 inchieste giudiziarie avviate di cui almeno 150 potrebbero essere archiviate.

Scrive Paolo Viana:”Perché l’Aquila torni a volare servono almeno 297 milioni di euro. Tanto costerà riparare le case meno danneggiate e ripopolare almeno in parte la città devastata un anno fa dal terremoto. A fornirci questa stima, con quella punta di ritrosia che ben s’addice a un grand commis dei Lavori pubblici, è Gaetano Fontana, cui il Governatore dell’Abruzzo, Gianni Chiodi, neocommissario dell’emergenza terremoto, ha affidato la macchina della ricostruzione. « Non chiedetemi quanto costeranno le case B e C – premette –. Posso solo dire che i lavori per renderle agibili ammontano in media a 45.000 euro » . E siccome al primo aprile le pratiche già autorizzate erano 6.600, il conto è presto fatto. Al preventivo, tuttavia, mancano – oltre agli immobili E ( i più danneggiati, 500.000 euro per ricostruirne uno) e a tutti i centri storici, per intervenire sui quali sono appena uscite le linee guida – 2000 pratiche in attesa di completare l’iter, un numero imprecisato di appartamenti i cui proprietari non si sono ancora fatti vivi e le B e C degli altri 56 comuni del cratere.

Ciò detto, la ricostruzione leggera sconta mesi di ritardo e Fontana si trova a gestire scelte « altrui » , cioè assunte dalla Protezione civile e dagli enti locali, che ora mostrano la corda. Solo nel capoluogo, ad esempio, per ottenere il rimborso dei lavori ( totale per la prima casa, 20% in meno e tetto di 80.000 euro per le altre) ogni progetto deve passare il vaglio di una filiera composta da Fintecna e da due consorzi di ingegneria, Reluis e Cineas: sui loro tavoli la ricostruzione leggera diventa pesantissima.”

L’Ordine degli ingegneri dell’Aquila parla di ' meccanismo infernale': i progetti sono smembrati e affidati a centinaia di consulenti in giro per l’Italia e mentre negli altri comuni del cratere questo esame avviene negli uffici tecnici ( con costi inferiori) qui i contenziosi fioccano. « La verità – ribatte Riccardo Campagna del Cineas – e che c’è il via libera definitivo per più di seimila pratiche e i ritardi dipendono dai professionisti che non rispondono alle nostre richieste di chiarimento »

Ma non è l’unico guazzabuglio. Prendiamo le fibre di carbonio: si usano per impacchettare pilastri e travi di cemento armato, per renderle antisismiche; in Umbria, nel ’ 97, quand’erano il non plus ultra della tecnologia, costavano 1.245 euro al metro quadrato. Nel definire i rimborsi della ricostruzione aquilana, qualche generoso funzionario regionale ha confermato quel prezzo, incurante del fatto che in tredici anni il valore fosse sceso a 300 euro. Il Cineas l’ha denunciato, il Comune ha deciso di non pagare più questo prodotto quattro volte tanto ed è scoppiato il finimondo: pratiche bloccate e accuse al vetriolo tra Regione e Comune.
Paolo De Santis, presidente degli ingegneri aquilani, avverte che «le fibre di carbonio non sono l’unico pasticcio. Nel prezzario della Regione mancano i valori degli isolatori sismici; sono datati quelli del materiale per il contenimento energetico e degli infissi esterni, dei materiali fonoassorbenti e per la coibentazione; per non dire delle nuove tecnologie per il calcestruzzo... » .

« Pensano di affidare a ogni professionista la determinazione del prezzo, ma se fra qualche anno un magistrato chiedesse perché sullo stesso infisso sono stati applicati due valori, cosa succederebbe?

Fin qui le perplessità dunque di questo avvio di lavori . Ma qual è la situazione un anno dopo il terremoto.Dopo il sisma del 6 aprile di magnitudo 5,9 della scala Richter ( con 308 vittime e 1.600 feriti) 67.459 aquilani sono stati assistiti dalla Protezione Civile: 35.690 sistemati in 200 tendopoli ; 31.769 in hotel o case private. Nel giro di pochi giorni a l’Aquila sono arrivati 17.000 volontari. Un anno dopo sono ancora 4.300 le persone ancora negli alberghi (sulla costa abruzzese o a L’Aquila) più 622 negli appartamenti del complesso della Scuola della Guardia di Finanza di Coppito . 19.000 aquilani sono stati sistemati nelle abitazioni del Piano Case. Le tendopoli sono state chiuse a dicembre.

80.000 i sopralluogi effettuati per verificare le condizioni di sicurezza dei fabbricati in Abruzzo; 32,1% gli edifici risultati inagibili del totale. Agibili 52,00%. Parzialmente o temporaneamente inagibili il 15.9%. Tre milioni e cinquecentomila metri cubi di macerie ancora nel centro storico di L’Aquila. Diciannove come si diceva le new town per ridare un tetto alle persone rimaste senza casa dopo il terremoto.4.449 dunque il nuovi appartamenti costruiti Possono ospitare 15.000 persone sono costati 792 milioni. 1.800 sono le villette realizzate in legno già costruite che ospitano 3.300 persone ( su 8.500 previste). Costo : 230 milioni. Sono 32 le scuole realizzate in Abruzzo per sostituire quelle distrutte dal terremoto o danneggiate. Costo 81 milioni. La Procura della Repubblica di L’Aquila ha inviato fino ad oggi 30 avvisi di garanzia.

Sono 4.950 le opere d’arte salvate e messe in sicurezze da chiese e palazzi gravemente danneggiati. Statue dipinti , sculture , oggetti sacri e liturgici sono stati recuperati tra le macerie dai vigili del fuoco , dalle Soprintendenze, dalle forze dell’ordine e dai 350 volontari di Legambiente.

Ma è una lettera del Sindaco di L’Aquila al Commissario regionale che quantifica le somme già impegnate secondo le varie OO.PP.CC.MM. : 6 milioni di euro per contribuire alle spese di traslochi e deposito dei mobili per le case inagibili; 47 milioni di euro per gli indennizzi alle attività produttive bloccate dal sisma; 40 milioni di euro per il contributo per i beni privati danneggiati o distrutti ; 15 milioni di euro per indennizzi e contributi per le attività sociali, culturali e religiose; 30 milioni di euro per il contributo alle imprese che hanno completato immobili destinati agli sfollati; 35 milioni di euro per contributi ai privati che hanno ristrutturato immobili per riaffittarli ai propri inquilini o per metterli nel mercato degli affitti; 3 milioni e 300 mila euro per pagare i proprietari che hhano dato abitazioni in affitto; 120 milioni di euro per i puntellamenti ,demolizioni ed opere di messa in sicurezza ( di cui 40 milioni urgentissimi), non essendoci più denari in cassa; 25 milioni di euro per contributi alle case “A” per esito di agibilità; 60 milioni di euro per lavori alle case “B” e “C” con esito di agibilità; 108 milioni per contributi autonoma sistemazione per un totale di 489.300.000 euro.

A fronte il 14 aprile il presidente della Giunta regionale Gianni Chiodi nonché Commissario al terremoto ha affermato in una conferenza stampa sul recupero della Chiesa di Santa Maria Paganica che i soldi per la ricostruzione ci sono : 4 miliardi di euro in tutto, due dei quali della Cassa Depositi e prestiti che attendono di essere spesi.

Le foto sono di Daniele Aloisi

Eremo di Via vado di sole ,L’Aquila, venerdì 16 aprile 2010

VICO SPEZZATO : TRE POESIE

VICO SPEZZATO : TRE POESIE


1.
Nella mia casa tra i tetti
e gli sguardi ormai muti
delle finestre,tra vasi di gerani
e pennacchi di camomilla e basilico,
sui muri antichi
di pietre scalcinate e di sole
che avanza a guadagnare
della bella stagione il tempo;
nella mia casa tra balconi
dove canta il merlo ed abbaiano
i cani a festeggiare la sera,
un contrabbasso ripete
le sue note monotone
e tu signorina ottantenne
dallo sguardo cieco
sull’ultimo ricamo d’un tempo
ormai trascorso
come i lunedì e i venerdì
e le domeniche tu aspetti
dell’orologio del campanile
il suono. Ora sono
come te , aspetto d’invecchiare
e morire nella mia casa tra i tetti.

2.

Sono venuto a trovarvi
ed è come se mi avessero detto:
sono partiti per Roma,
Palermo o Venezia;
ora lo so, siete morti
ma siete altrove
anch’io sarò altrove.
Dove si va da morti :
da morti si va sotto l’ombra
della collina e lungo il fiume,
al sole del prato ,sui campanili
e tra la gente;
così tu non sei ora più sola
tra i suoni e le luci
tra le voci e gli sguardi;
la solitudine della tua casa
nel vicolo silenzioso
dove risuona la voce del contrabbasso
e canta il merlo
è ora la mia solitudine.
Dove si va da morti :
se vengo da te
è come guardare oltre le foglie
del platano tra luce e non luce
pedalando e non pedalando
in bicicletta; se vengo da te
è come andare
in un quieto pomeriggio di sole
con un passaporto per la sera,
una sera di aprile
odorosa e fresca come te.

3.

E mi presenterò davanti a te
con questa mia valigia
che uso da una vita
per il viaggio in treno
L’Aquila –Sulmona e viceversa
una valigia di cartone
muta e strappata
con le serrature inservibili
legata con un pezzo di spago
con una cinta dismessa.
Non mi chiedere che porto
nella valigia. Nella valigia
io non saprò allora che cercare :
quante volte l’ho aperta
e all’ultimo momento
non ho avuto più tempo
per togliere e aggiungere,
per guardare dentro e fuori.

Ci portavo un giorno
tanto tempo fa
il cielo dove volano
di Caldarelli i gabbiani
e il suono del vento
e la tempesta addolcita
dell’amore . Ora non so
che ci porto ora e tu
non mi chiedere, non mi chiedere
che ci porto ora .



Eremo di Via vado di sole , L’Aquila, sabato 17 aprile 2010

sabato 17 aprile 2010

STORIE E VOCI DAL SILENZIO. STORIE DI DIVERSITA' 1 : Il corpo sommerso. La 180

STORIE E VOCI DAL SILENZIO . STORIE DI DIVERSITA’ 1: Il corpo sommerso. La 180.


La legge180 del 13 maggio 1978 , più comunemente conosciuta come legge Basaglia dà attuazione all’art. 32 della Costituzione che afferma :” Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”
La legge 180 è dunque una legge quadro che rimette al centro dell’attenzione la persona malata che nel manicomio non può attuare quel percorso di cura e di emancipazione utile ai suoi bisogni. Pone con forza il problema della chiusura degli ospedali psichiatrici intesi come luoghi di sofferenza, disperazione, solitudine e morte. Nel far questo però investe l’ente locale di una responsabilità forte: demanda alle regioni e alle ASL il compito di creare sul territorio una rete diversificata di servizi per affrontare il disagio mentale.

La legge porta il nome di Franco Basaglia ma in realtà, al di là dell’apporto dato dallo stesso Basaglia con il proprio lavoro, è il frutto dell’incontro, avvenuto negli anni sessanta,inizio settanta, di movimenti, saperi, operatori, medici ,semplici cittadini , amministratori locali e politici.
Ne è un esempio il caso di Trieste dove l’attività di Basaglia si è più a lungo concretizzata e che rappresenta ancora oggi un modello.
Tanto è vero che negli anni 2008 ,la regione più virtuosa nell’applicazione della Legge 180 ,la Sardegna ,amministrata dalla Giunta Soru,ha avviato un’intesa proprio con Trieste non per riprodurre semplicemente un modello ma per trarre il meglio da quella esperienza nell’attuazione dei servizi sul territorio. Molto si deve ancora fare per l’attuazione piena di queste legge e molto converrà fare per restituire alla persona malata “ i suoi sogni” del mondo e nel mondo.

Proprio per ripartire dalla persona, dal corpo sommerso delle persone, prendendo spunto dallo sceneggiato televisivo trasmesso il 7 ed 8 febbraio 2010 che mi sono posto alcune domande.
Di che persone parliamo? Di che sogni parliamo? Di che mondo parliamo?
Una riflessione preliminare ci dice che in realtà che l’attuazione della 180 per soddisfare i bisogni delle persone è possibile. Ci sono gli strumenti e le capacità.

Si tratta oggi come ieri di mettere assieme tutte le esperienze che nel mondo sono state fatte in tema di attivazione del diritto alla salute mentale per creare una grande rete di comunicazione, scambio e conoscenza.
Infatti in altri paesi sono state realizzate esperienze altrettanto importanti quanto quelle di Gorizia e di Trieste,quanto quelle che si vanno realizzando in altre regioni d’Italia.

La legge 180 grazie a quel particolare momento in cui è nata è una legge avanzata e tale da segnare la strada per poter andare ancora più avanti.
Ma per entrare nel cuore della riflessione devo dire che parlavo di restituire i sogni del mondo alla persona malata. Di che si parla? Si parla di un mondo in cui esistono patrimoni sommersi da conoscere e da salvare. Un mondo che sembra stare fuori della malattia , del disagio. Viene intravisto dai matti attraverso le finestre del manicomio. Viene intravisto nelle persone ospiti che vanno a trovarli. Un mondo nel quale non ci sono solo paesaggi e foreste incontaminate ma cose belle e brutte che fanno parte della storia delle persone, degli individui , dell’uomo e dei suoi rapporti con se stesso e con gli altri uomini.

Di questo mondo fanno parte oltre che i paesaggi, i beni artistici ed architettonici ma anche le vite dei malati di mente. Vite occultate e negate ancora oggi che sono chiusi i manicomi perché non allineate con l’ordine costituito, ma anche con ciò che è o si ritiene ordinato, produttivo , funzionale ad un certo modello.
Questo patrimonio di vite occultate, che frequentemente sono quelle della porta accanto, è quello rappresentato dai matti , dalle donne , dai vagabondi, dai ribelli, dai diversi. E se la donna è strega e va bruciata, il matto è matto e va rinchiuso , il vagabondo ( straniero ) scacciato e messo al confine , il ribelle imprigionato. Tutte queste persone che appunto danno vita ad un patrimonio sociale vanno “disattivate” e custodite in posti dove non possono nuocere.
Perché? Perché c’è un mondo sommerso in ognuno di loro . Con il sommerso si tende ad occultare ciò che sta al di sotto, al di là del confine tra il percepito razionalmente organizzato e il sogno: l’immaginario che condensa l’illusione fuori dai vincoli del pensiero logico e crea dai sogni promesse di mondi nuovi dell’essere e del fare.

Ma in quale mondo i sogni non realizzati creavano disordine e disagio?
Il mondo dal quale viene questo nostro paese e questa nostra società: il mondo contadino . Un mondo che possiamo definire senza vinti né vincitori? Parliamo di un mondo che spesso rimpiangiamo ,un mondo che ha subito un cambiamento più accelerato negli anni cinquanta/sessanta dello scorso secolo. Cambiamenti a volte epocali a causa dell’emigrazione, dello spopolamento delle campagne, del retroterra montano. A causa della trasformazione dei mercati, dell’introduzione della meccanizzazione. Parliamo di un mondo che è sicuramente parte delle nostre radici.
Ma parliamo di un mondo in cui spesso i rapporti erano conflittuali per esempio tra proprietari terrieri e contadini ,tra famiglie nobili e possidenti detentrici del potere e famiglie contadine o della piccola borghesia per non considerare altri conflitti.
Parliamo di un mondo, ed è quello che qui ci interessa in cui il rapporto con il corpo è un rapporto sommerso.

Il rapporto con il corpo . Cosa terribile e segreta. Ma cosa sono le “ cose terribili e segrete”? Sono il rimosso sociale e il rimosso psichico. Così nella famiglia e nelle istituzioni si snodano percorsi nei due sensi (liberazione e rimozione) all’interno e all’esterno dell’individuo.
Così i parametri di tempo-spazio-corpo in quella società in cui sono le nostre radici vengono deformati da istituzioni con mura esterne quali il carcere il manicomio e con prigioni interne : la famiglia e la follia con il comparire quindi di tutte le inevitabili sofferenze collegate.
Poi ad un tratto cambiano le cose.
Dalla iniziale trasformazione del mondo contadino è passato quasi mezzo secolo. Sono cambiati molti rapporti è in definitiva il nostro è un altro mondo.
Ma anche qui dobbiamo cercare di intenderci. Noi non abitiamo il mondo ma abitiamo ma abitiamo la concezione che abbiamo del mondo , come dice Jaspers.
Siamo ospiti di questa concezione.
La sofferenza mentale non viene quindi solo dalla depressione o da altre patologie ma viene anche dal “ disordine delle idee”. E se per la sofferenza della depressione e delle altre patologie serve lo psicoterapeuta, forse per il disordine delle idee occorre il filosofo.
Infatti secondo me il compito del filosofo è quello di mettere in crisi le idee correnti , quelle che possono essere sbagliate e che quindi sono in disordine.
Correggere quelle idee può servire a mitigare la sofferenza mentale e a scongiurare la follia che ne può essere la conseguenza.
Che cos’è follia? Alienazione ? Ecco se è alienazione appunto , in tema di “idee” è l’ide a che noi abbiamo del mondo è che ci fa stare al mondo. Le idee che ci alienano ci fanno soffrire ma possono essere corrette. Correggerle significa recuperare il giusto rapporto con il sommerso, per esempio con il nostro corpo sommerso.

Ancora in tema di idee il discorso vale anche per “l’identità” e “l’appartenenza” Queste due idee a volte si confondono e si mischiano tra loro per esempio in tema di emigrazione. Si può dire che per noi italiani probabilmente “l’identità” è un risultato della nostra storia e che noi non ci battiamo per la nostra identità ma per “ una appartenenza” facendo finta che si tratta di identità?
A volte si capovolgono i rapporti con il mondo e nel mondo , si confondono le idee e nasce la sofferenza che spesso sfocia in gesti e comportamenti di morte per sé e per quanti cui circondano.

D’altra parte per concludere questa riflessione proprio sulla possibilità di intervento “altro “ in tema di disagio mentale e sofferenza psichica, l’alternativa che sempre più spesso ci viene proposta è il ricorso alle “ultrapillole” . Se ogni difficoltà della vita diventa sindrome da curare la “bibbia” della psichiatria, per esempio negli Stati Uniti adottata in tutto il mondo, propone contro l’idea “fissa “del sesso, lo shopping sfrenato, le abbuffate solo e soltanto una …” pillola” .
Le difficoltà della vita non sono disturbi della personalità. Il tentativo allora più o meno subdolo è quello di “medicalizzare la normalità”?

Eremo di Via vado di sole, L’Aquila. Sabato 10 aprile 2010