martedì 6 settembre 2011

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI : Costantino Kavafis ( I )

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI : Costantino Kavafis ( I )

Costantino Kavafis il;l vita pubblicò i suoi versi su fogli volanti, a nessuno o a pochissimi fu dato di vederli riuniti in una raccolta organica. Infatti la prima raccolta pubblica che ci risulti è postuma, del '35. Kavafis era morto da due anni. Sibi et paucis? Che sciocchezza. Umiltà? Sfiducia? O non, piuttosto tranquilla convinzione di un più lungo destino? La pazienza, lo sviluppo di un processo naturale cui sono estranee le forme consuete - e in qualche modo forzate, imposte o subite - del successo letterario. Non si trattava che di versi dopo tutto. Il più era stato diversamente consumato. Invidiabile, e nel suo ordine (che non fu quello di un "vate"), esemplare.

Ungaretti su Kavafis « ... la nostra Alessandria assonnata, allora in un lampo risplendeva lungo i suoi millenni come non vidi mai più nulla risplendere". In due o in centomila spiriti suscitare un lampeggiamento come questo. Il lavoro critico lo attesta soltanto, non le suscita e alimenta? Cattivo pensiero, equivoca semplificazione Ma il naturale terreno di quel lungo destino e di quel naturale processo è e sarà sempre più, , soltanto, il responso dei recensori?

... Siano scritti i tuoi versi cosi,

che della nostra vita - tu sai! - qualcosa chiudano

cosi, che il ritmo ed ogni frase mostrino

che d'un Alessandrino scrive un Alessandrino

leggo nella bella traduzione di Filippo Maria Pantani. A prima vista, dichiarazione di poetica davvero limitata. Diventa invece impegnativa al massimo, se si pensa alla carica che in quella parola - Alessandrino - metteva l'autore. I millenni, e i regni scomparsi; presenti e

"compresenti in lui; un ellenismo atemporale e stracarico di tempo. "La genialità di Kavafis" ha osservato Montale "consiste nell'essersi accorto che l'Elleno di allora corrispondeva all' homo europeus di oggi; e nell'essere riuscito ad immergersi in quel mondo come se fosse il nostro". Cosi da racchiudere qualcosa della sua e loro vita; presupposto d'un realismo di particolare coloritura e ambizione e feconda contraddizione d'ogni realismo. "Un pagano assoluto" ancora osserva Montale. "Il nascente mondo cristiano lo turba e lo offende". Vorrei aggiungere - se penso a certi nostri discorsi e a quella dichiarazione di poetica di modesta apparenza - un pagano che alla nostra odierna religione culturale oppone i suoi affetti e i suoi sensi e una inconscia (ma fino a che punto? non ne sappiamo abbastanza per dirlo con certezza) sua sintesi culturale mossa da quelli. Un "barbaro" dunque?

Serbali tu com'erano, memoria.

E più che puoi, memoria, di quell'amore mio

recami ancora, più che puoi, stasera

E ancora:

Torna sovente e prendimi la notte,

allora che le labbra ricordano, e le carni

Dove ho letto qualcosa di simile? Ma certo, in Saba:

Qui ti stringo al mio cuore, amore mio,

morto a me da infiniti anni oramai.

La statua che s'è mossa, dipinto di De Chirico - del '21 -. È riprodotto in copertina al Kavafis di Scheiwiller. Forse Kavafis vorrebbe altra luce, altra vibrazione. Ma la sua poesia vive tutta tra statue che si sono mosse, da essa stessa mosse. Si tratti di Enobarbari o Cesarioni, o di efebi "rinomati per beltà"; o di semplici ombre e barlumi della propria vita - e sentimenti dei miei, sentimenti / dei trapassati, di si poco peso - che a furia di essere fissati riprendono corpo e volto:

... il suo fatasma

ventisei anni ha valicato. E giunge

ora, per rimanere in questi versi.

Anni o secoli, della propria e delle altrui vite, fa lo stesso per questa religione carnale che misura le distanze sul rigoglio e sul deperire dei corpi - e che le abbrevia d'incanto grazie all'insorgere dei sensi o al risorgere d'un desiderio.

Vittorio Sereni

1.

Desideri

A bei corpi di morti scampati alla vecchiaia,

chiusi tra il pianto in mausolei preziosi

rose sul capo e gelsomini ai piedi

somigliano i trascorsi desideri

rimasti irrealizzati, senza che meritasse alcuno

una notte di piacere, o un mattino splendido.

2.

Voci

Voci ideali e amate

di quanti sono morti, di quanti

sono per noi perduti come i morti.

A volte ci parlano nei sogni,

a volte le ode la mente tra i pensieri.

Col loro suono riemergono un istante

suoni della poesia prima della vita -

come di notte una musica che in lontananza muore.

3.

Candele

I giorni futuri stanno' avanti a noi

come ima fila di candele accese –

dorate, calde e vivide candele.

I giorni passati restano dietro a noi,

penosa linea di candele spente;

le più vicine fanno ancora fumo,

fredde candele, ormai piegate e sfatte.

Non le voglio vedere; la loro forma mi rattrista,

mi rattrista ricordarne l'antica luce.

Guardo davanti a me le mie candele accese.

Non mi voglio voltare, vedere con spavento

come s'allunga in fretta quella linea scura,

come si moltiplicano in fretta le candele spente.

4.

Le finestre

In queste stanze oscure, dove passo

giorni gravosi, vado avanti e indietro,

cercando le finestre. - Mi consolerà

se si apre una finestra. -

Ma non ci sono finestre, o non riesco

a trovarle. E forse è meglio così,

Sarà una nuova tirannia la luce.

Chissà che cose nuove mostrerà.

5.

Monotonia

Passa un giorno monotono, e un altro

immutabilmente monotono lo segue. Accadranno

le stesse cose, e accadranno di nuovo -

gli stessi istanti ci trovano e ci lasciano.

Un mese passa e porta un altro mese.

È facile immaginare ciò che arriva:

sono le stesse cose, la stessa noia d'ieri.

E il domani finisce col non sembrare più domani.

6.

La città

Dicesti: "Andrò in un'altra terra, andrò in un altro mare.

Ci sarà una città meglio di questa.

Ogni mio sforzo è una condanna scritta;

e il mio cuore è sepolto come un morto.

In questo marasma quanto durerà la mente?

Ovunque giro l’occhio, ovunque guardo

vedo le nere rovine della mia vita, qui

dove tanti anni ho trascorso, distrutto e sperperato.

Nuove terre non troverai, non troverai.altri mari

Ti verrà dietro,la città: Per le stesse strade

girerai. Negli stessi quartieri invecchierai;

e in queste stesse case imbiancherai.

Finirai sempre in questa città. Verso altri luoghi

non c'è nave per te, non c'è altra via.

Come hai distrutto la tua vita qui

in questo piccolo rifugio,

nel mondo intero l'hai perduta.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 6 settembre 2011

lunedì 5 settembre 2011

LINEA DI CONFINE : “Infanzia” ,un’invenzione dell’Ottocento

LINEA DI CONFINE : “Infanzia” ,un’invenzione dell’Ottocento

Anche se negli Usa sono sempre più numerose le associazioni di genitori che chiedono la fine dei concorsi di bellezza infantili, in cui pupette fra i tre e i sette anni gareggiano in tenuta e con gesti da vamp, Ciò non basta a farci sperare che i nostri bambini ritorneranno ... bambini.

In tutti i paesi occidentali il bambino è ormai, sempre più spesso, un adulto rimpicciolito, che si ritrova protagonista di un immenso catalogo di beni di consumo costruito attorno a lui.

Dispone di un abbigliamento super specializzato, gadget elettronici, telefonini, micromotorini, un'alimentazione mirata e sofìsticatissima, per non parlare naturalmente di quelle che in Italia si chiamano "attività" (corsi di sport dedicati, lingue, vacanze intelligenti, ecc.), che rendono l'agenda del piccolo minorenne più fitta di quella di un cardiochirurgo.

Il bambino occidentale moderno così profilato ha cancellato i limiti di una conquista: quella che, piuttosto di recente, lo portò a esistere. Il bambino come soggetto a sé nacque infatti solo verso la metà dell'Ottocento, con lo sviluppo di alcune discipline specializzate che gli conferirono legittimità e profilo: la psicologia dell'infanzia la pediatria e la pedagogia nel senso moderno. A ciò va aggiunto l'effetto delle lotte socialiste e umanitarie, nelle quali la salvaguardia e lo sviluppo del bambino erano traguardi primari, e delle rivendicazioni che per decenni si sono fatte attorno al piccolo sfruttato e violato, come quello descritto da Dickens in Oliver Twist e da Verga in Rosso Malpelo (Un bellissimo libro di Philippe Ariès, Genitori e figli. Storia dell'infanzia,

del 1960, ricostruisce questa storia con magnifici quadri narrativi).

Fino ad allora, il bambino non era che un essere umano di piccola taglia e di ridotta forza fisica, non privo d'altronde di malvagità. Come conseguenza di quest'immagine, il lavoro infantile in Europa è stato praticato in occidente fino a epoca moderna (ed esiste ancora in mezzomondo): i bambini si nutrivano come gli adulti (alcool compreso); la violenza fisica era ingrediente usuale della punizione, anche nella scuola (Cinema e letteratura raccontano tutti i dettagli di queste storie:

da Pinocchio, che.dà un'idea eloquente dell'immagine dell'infanzia in pieno Ottocento italiano; al film di Lindsay Anderson, 1968, che racconta della violenza pedagogica nelle scuole inglesi; al Signore delle mosche di William Golding, che mette in scena la crudeltà infantìle diventata sistema politico). Solo le classi ricche riconoscevano una differenza tra adulti e bambini, anche sedi questi ultimi i genitori non si davano alcun pensiero: il bambino di famiglia facoltosa, affidato a una balia sin dalla nascita, incontrava solo tardi e occasionalmente la madre vera .

Questo processo di "creazione del bambino" ha la sua acme tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento. La psicologia dello sviluppo e dell' educazione (Dewey, Piaget e Bruner in testa), le teologie della liberazione, il montessorismo con le pedagogie aperte, la pediatria "liberale" (alla Benjamin Spock; qualcuno si ricorda di lui?) e naturalmente, la psicoanalisi lo hanno posto via via al centro della scena come soggetto autonomo, da trattare non come un adulto in scala ridotta ma come un individuo con proprie dinamiche, forme di intelligenza, emotività, sofferenze e diritti. Non tutto è tranquillità e gioia, però,nel bambino à la moderne: Freud, che inventò la formula inquietante "il bambino è il padre dell'uomo", mise ripetutamente in luce "il suo narcisismo, la sua autosufficienza e inaccessibilità", simili a quelle di "alcune bestie" .

Nondimeno, la creazione moderna del bambino è un' eccezionale conquista, che ha prodotto come risultato un atteggiamento generale di "culto del bambino". Gli effetti di questo si sono poi poderosamente proiettati sulla vita quotidiana e soprattutto sulla scuola. In tutto l'Occidente evoluto non c'è oggi alcun sistema di educazione che non dichiari di avere al centro il bambino coi suoi desideri, le sue aspirazioni, la sua' ìntelligenza e il suo "vissuto".

Ma, come molte conquiste, anche questa si può declinare in pericolo. Il primo di questi, più generale, è che non c'è scuola che sia più psicologizzata di quella occidentale (l'italiana in testa): in nome della libertà . (motoria, intellettuale, volitiva ... ) del bambino si possono

sacrificare e posporre anche il rigore, l'ordine e il rispetto degli altri. Ciascuno di noi sa citare esempi in contrario, naturalmente, ma lo spirito istituzionale dell' educazione si può spesso sintetizzare in motti del tipo di "nulla va opposto alla libertà del bambino". Il secondo effetto critico è il trasformarsi della coppia famiglia-bambino in una sorta di destabilizzante alleanza anti- istituzione. Le famiglie sono infatti spesso le più aggressive controparti della scuola, e non sempre si battono in nome della qualità del risultato: per lo più la loro causa e la granitica difesa della libertà del (proprio) bambino anche contro l'istituzione e i suoi propositi.

È su questo terreno che è cresciuta la figura attuale del “ bambino globale", in cui il tratto più inquietante è l'emulazione anticipata e sfrontata dell'adulto: consumismo affluente, polemica contrapposizione ai grandi (che può arrivare al dileggio degli adulti e degli anziani), relativa indifferenza al bene comune, anticipazione generalizzata (nei ragazzi) delle prime esperienze sessuali e della droga, spostamento dell'attenzione dalla scuola verso il mondo esterno, e così via, con effetti che si accentuano nella fase successiva, quando il "bambino" diventa un "giovane". José Ortega y Gasset additava i primi indizi di questo processo già negli anni Venti (in La rebelion de Las masas), e a partire da un paese allora arretratissimo come la Spagna: «Nelle generazioni precedenti - scriveva -la gioventù viveva preoccupata dalla maturità. Ammirava i grandi, da loro riceveva le norme, aspettava la loro approvazione e temeva la loro ira. [ ... ) Oggi la gioventù pare padrona indiscutibile della situazione e tutti i suoi movimenti sono saturi di dominio». Se questi erano i prodromi, oggi il fenomeno è alle stelle e in un certo senso ripete, su un altro asse, quel che succedeva prima della modernità: dapprima il bambino era un piccolo adulto da sfruttare,ora è tornato ad essere un. piccolo adulto, ma protagonista, consumista e egocentrico(con l'aiuto dei genitori).

In altre parole, l' epoca incui il bambino occidentale era davvero un bambino è durata appena dagli anni Settanta alla fine del ventesimo secolo, poco più di un lampo ... Tra le tante"riforme impossibili" che si potrebbero studiare per il futuro prossimo (specialmente da parte delle sinistre) andrebbe messa anche quella di rifare del nostro bambino un bambino, e di tornare a salvarlo dal terribile modello in cui è stato cacciato .

Raffaele Simone Il culto del bambino La Repubblica 3 agosto 2011

Eremo Via vado di sole , L'Aquila, 5 settembre 2011

BIBLIOFOLLIA : Autore & Editore


BIBLIOFOLLIA : Autore & Editore

C’è stato un tempo, può osservare un lettore non adolescente, in cui " le scelte delle case editrici erano operazioni di alto profilo e a volte perfino di "culto". Se si va in cerca di un saggio che illustri l'era di cui parliamo, eccolo qui. S'intitola Giorgio Bassani editore letterato. L'hanno scritto Gian Carlo Ferretti e Stefano Guerriero (Manni editore). Bassani è un interprete ideale di quella vicenda e di quei tempi. Non è tuttavia il solo. Non a caso il libro, nella parte scritta da Ferretti, è una sorta di biografia a due facce: la seconda appartiene a un altro esemplare della genia dei letterati-editori: Elio Vittorini. Sulla metà del secolo scorso questa coppia di scrittori -interpretava gli umori più drasticamente separati della critiça militante in Italia.

Non conta che le case editrici cui approdarono, Feltrinelli ed Einaudi, erano entrambe di sinistra e che essi, prima o in contemporanea con 1'attività editoriale "di macchina" , avessero animato due riviste influenti: Bassani Botteghe Oscure e Vittorini Il Menabo. Fra di loro, le analogie si fermano qui, e cominciano le differenze. Quanto Vittorini era ingordo, pronto ad afferrare qualsiasi sintomo di novità si manifestasse nelle lettere di mezzo mondo, così Bassani era o diceva di essere tradizionalista, allergico ad ogni ubbia sperimentale, legato semmai a una corrente datata, il decadentismo europeo. A rendere inconciliabili le vedute della coppia era soprattutto la diffidenza con cui il romanziere ferrarese contemplava «la nebulosa neorealìstica» allora in voga e tale da figurare tra le passioni, magari provvisorie, del collega siciliano.

Benché a tratti minuzioso fino alla vertigine, il saggio di Ferretti non manca di vivacità. Vi si riversa la contesa fra due modi di concepire la letteratura e i suoi legami con la vita civile, dando origine ad episodi che allora parvero veementi. Parlo,ad esempio, della polemica sul Gattopardo,

la scoperta di maggior successo di Bassani: un libro che pare fosse sfuggito a Vittorini. Il quale, forse anche per questo, continuò a non considerarlo un capolavoro. Un altro casus belli, stavolta fra Bassani e il suo "patron" Giangiacomo Feltrinelli, fu rappresentato dal "Gruppo '63", un sodalizio di quei giovani della neo-avanguardia che scesero in campo contro Bassani ricevendone risposte molto acri. Feltrinelli, quei giovani li prediligeva. Il contrasto fra lui e lo scrittore ne causò l'uscita dalla casa editrice.

Anche nella seconda parte del libro, redatta da Guerriero e centrata soprattutto sui libri stranieri di cui Bassani promosse la pubblicazione, si ricostruisce uno scontro fra intellettuali. L'origine fu il rifiuto di Bassani di pubblicare nella sua collana feltrinelliana i Fratelli d'Italia di Alberto Arbasino. Ne conservo, per quello che vale, precisa memoria. Trovo nelle stesse pagine una frase che invece non ricordavo; confidata dall' autore delle "Storie ferraresi" ad Andrea Barbato per L'Espresso: «La letteratura», vi si legge, «è qualcosa che si sente alla prima cucchiaiata». Una frase rapida e tagliente, di quelle con cui l'autore delle Cinque storie ferraresi usava rispondere a chi provava a contraddirlo.

Nello Ajello Bassani Vittorini Quando gli editori erano letterati La Repubblica 3 agosto 2o11

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì 5 settembre 2011

venerdì 2 settembre 2011

ARTE FACTUM : Storia crudele di bellezze d’Abruzzo “puntellate “


ARTE FACTUM : Storia crudele di bellezze d’Abruzzo “puntellate “

Due sono gli itinerari che portano da L'Aquila a Celano nella Marsica: uno segue l'autostrada per Roma che si biforca più o meno all'altezza di Avezzano; l'altro passa per i paesi di Rocca di Mezzo, Rovere e Ovindoli ed è ancora più panoramico.

Dell'antica Celano, rasa al suolo da Federico II, rimangono pochi ruderi, mentre il centro abitato, anch'esso di fondazione federiciana, è dominato dal Castello Piccolomini che risale alla fine del XIV secolo ma venne ampliato nel Quattrocento. L'edificio è situato in posizione eminente, a ottocento metri d'altezza, e le mura come appaiono dopo il terribile terremoto del 1915 che le danneggiò gravemente e dopo i rifacimenti degli anni Cinquanta, cingono il mastio che sprigiona un senso di forza, ma se lo sguardo si alza e supera la cinta muraria può immergersi nel teatro montano che si spalanca intorno inondato di luce.

Anche il panorama che si apre sulla fertile piana del Fucino è di grande bellezza e, a differenza di altre più aride e sassose, è fertilissima e molto ricca. Anticamente era occupata da un lago, il Fucino, che venne interrato nella seconda metà del XIX secolo, a seguito di una colossale impresa di prosciugamento di cui si fece carico il principe Alessandro Torlonia che, a partire dal 1860 circa, concentrò nelle proprie mani l'impegno finanziario della poderosa operazione. È famosa la dichiarazione con cui il Torlonia aveva commentato tale investimento: «o io prosciugo il Fucino, o il Fucino prosciuga me». Le cose andarono per il meglio.

Una piccola sezione archeologica, sita in alcune sale al pianterreno del Castello, è intitolata ai Torlonia, ma non ha nulla a che vedere con la collezione archeologica conservata a Roma; dal 1992, il Castello custodisce anche il Museo d'Arte Sacra della Marsica. Trasformato in museo, il mastio è il più sicuro ricovero dei meravigliosi manufatti abruzzesi ivi radunati, frutto di una superba selezione che comprende opere databili fra il XII e il XVI secolo: sculture, dipinti, oreficerie da strabuzzare gli occhi, paramenti liturgici, arredi. Per merito dell'alacre impegno della Soprintendenza per i Beni storico artistici degli Abruzzi, capeggiata da Lucia Arbace, aiutata da bravi collaboratori, sono stati trasferiti a Celano sculture e dipinti già conservati nel Forte dell'Aquila, chiuso subito dopo il terremoto del 2009 .

Si fa di tutto perché gli interventi di restauro e di tutela procedano, ma il fervore delle Soprintendenze è inversamente proporzionale ai mezzi a disposizione. La sede della Soprintendenza dell'Aquila fu trasferita nel 2009 in una casa dalla facciata disadorna, sulla quale sventolano bandiere un po' scolorite, ma è soltanto la facciata a essere così dimessa, perché una volta entrati, gli uffici si inseguono in uno spazio che si diffonde in profondità .

Qui si allestiscono pratiche su pratiche per salvaguardare il patrimonio artistico, in una regione che, per essere impervia e poco esplorata dagli stessi abitanti, è estremamente esposta ai danni e ai furti. Tutelare il patrimonio artistico abruzzese è sempre stato affare serio, a prescindere dal terremoto. N ella medesima sede degli uffici della Soprintendenza, una parte dei quali sconfina in "zona rossa", alloggia anche il nuovo Direttore regionale per i Beni culturali e architettonici, Fabrizio Magani, uno storico dell'arte arrivato a L'Aquila circa otto mesi fa dopo un articolato servizio nel Nord d'Italia.

Pernottare in zone rosse non è il massimo delle umane aspirazioni, ma il centro storico di zone rosse è pressoché tempestato. Sono chiamate così perché il rischio dei crolli non è scongiurato del tutto.

Il centro è attraversato dalla lunga ruga del corso Vittorio Emanuele II, che nel secondo tratto prende il nome di corso Federico Il che fu probabilmente il fondatore della città. Come è risaputo è proprio questa parte della città ad avere più sofferto, così che, in questo punto, assomiglia a

una immane bestia trafitta da migliaia di frecce, tanti sono i puntelli che reggono gli edifici. La gente è sfollata, ma qualcuno, specie i vecchi, non ha lasciato la sua casa. Intorno al centro, costellato di monumenti inagibili, la vita ha ripreso il ritmo normale, ma il pensiero di chi visita la città corre inevitabilmente ai luoghi e ai monumenti colpiti, chiese e palazzi. È impressionante osservare come sembrino chiusi entro un involucro d' impenetrabile silenzio .

I lavori di ripristino o si svolgono lentissimamente o sono bloccati, ma ora si profilano notizie abbastanza confortanti riguardo un prossimo lotto di interventi di restauro del Forte Spagnolo, che prenderanno il via alla fine dell'estate, con un finanziamento statale di poco meno di cinque milioni di euro: una cifra irrisoria che comunque si spera iniziale. A essa se ne aggiungerebbe un'altra di consimile entità, destinata all'ex mattatoio a Borgo Rivera, nella zona dove si trova la Fontana delle 99 Cannelle.

Questa fontana si chiama così perché tante sono le bocche da cui fuoriesce l'acqua, le cannelle, che fanno riferimento ai 99 castelli che contribuirono alla formazione della città. La fontana subì danni minori rispetto ad altri monumenti, tuttavia neppure lei rimase indenne.

La struttura di questo magnifico monumento civile duecentesco è molto essenziale, come lo è l'architettura romanica e gotica degli Abruzzi, che spicca per la varietà degli apporti provenienti dalla Puglia, dall'Umbria e da Napoli. Stessa varietà la troviamo nelle sculture delle facciate, nei pulpiti, nei cibori, e negli arredi, conservati a san Clemente a Casauria, a Teramo, a Corfinio e in mille altri luoghi, ma tanto la scultura lignea che la pittura su tavola uniscono all'essenzialità .la nobiltà, in un connubio fra arte popolare e colta che è difficile a trovarsi altrove. Però l'ostacolo più arduo da superare è che spesso le testimonianze dell'arte abruzzese sono difficili da raggiungere, perché paiono volersi nascondere tra sassi e rovi, ed è questa una delle ragioni per cui sono così poco conosciute. Lo scoprirle rappresenta di per sé un fatto attraente, che ne aumenta - per così dire - il congenito fascino.

Marco Bona Castellotti Abruzzo ,la bellezza puntellata Il Sole 24 Ore 21 agosto 2011

Le foto sono di Paolo Virzì

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, venerd' 2 settembre 2011

OFFICINA : Dialoghi. La grande storia e il suo motore


OFFICINA : Dialoghi. La grande storia e il suo motore

Il “cuore antico del futuro “ è la Grande Storia in cui,in realtà c’è la “piccola storia”, quella degli uomini normali, dei cuori e dei sentimenti, dei cervelli e delle braccia che fanno la storia di un popolo:quello svolgersi della quotidianità,interpretata a volte dai capi e dai gregari ( come per esempio nella storia di Roma) che forma la trama di una grande avventura di vita e di civiltà.

La narrazione per iscritto a volte non rende pienamente il valore di questa storia che forse il cinema, con la sua spettacolarizzazione ,ha portato nei nostri occhi ,nella mente e , perché no, nel cuore dei contemporanei del XX° secolo .

Walter Benjamin da un consiglio agli storici, ossia di ignorare quello che è avvenuto dopo l’accadimento dei fatti , di ignorare i legami storicistici per fare la storia. Fare la storia dunque .

La ruota della storia, spinta dalle scienze e dalla tecnologia,gira sempre più veloce , specialmente nel XX° secolo .Ma qual è e dove sta il motore della storia?

L’uomo nel corso dei secoli ha pensato e riflettuto “ la “ storia “sulla” storia elaborando e producendo opere come il De Civitate Dei di Sant’Agostino ,il Discours sur l’histoire di Bossuet e la Scienza nuova di Giamabattista Vico.Ognuno di loro ha visto il motore della storia in modo diverso e nuovo.

Agostino ,mentre crolla la potenza di Roma guarda al passato e trova un filo d’Arianna che giunge, attraverso il labirinto delle passioni umane e le contrastanti opinioni a indicare una finale vittoria del cristianesimo.

Bossuet avverte tra gli splendori della potenza del Re Sole i sintomi della scristianizzazione dell’Europa e mette in luce il carattere sacro della storia : quella antica tende al Cristo e quella nata da lui non può fare a meno del Cristo stesso.

Vico alle soglie dell’Illuminismo ,nel Settecento pagano e anticristiano mette a nudo le leggi della storia appellandosi ai principi religiosi che ne fanno una storia “ideale eterna,sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni ,nei loro sorgi menti ,progressi stati, decadenze e fini “.

Tre interpreti della vicenda umana che indagano tra il bene e il male della Storia

Sant’Agostino affronta il senso della storia prima del Cristo e in quello dopo di lui evidenzia la lotta tra la Città dell’uomo e la Città di Dio .Bossuet apre la riflessione sulla direzione delle vie dell’uomo sulla terra . Vico vuole ridurre a leggi e scienza il cammino dell’uomo.

Un cammino dal moto discontinuo e disarmonico su cui molto pesa la libera volontà dell’uomo stesso ma che diventa continuità ed ordine per opera della Provvidenza.

A Vico fa capo tutta la storiografia moderna. Se potessi scherzare direi che la “Scienza nuova “ è il risultato di una “craniata “ data sul selciato cadendo per le scale da parte del bambino Giambattista .Il cerusico, chiamato d’urgenza disse che sarebbe morto o che sarebbe restato rincitrullito per tutt la vita. Gli restò una certa malinconia e una salute malferma (forse anche il risultato di una infanzia trascorsa in estrema povertà ) che gli permise di maturare e costruire quel lento processo di riflessione esposto in “La Scienza nuova”.

E’ nell’Autobiografia,che il Vico più che indugiare n ei casi della sua vita espone “la lenta e prodigiosa evoluzione del suo pensiero “ scrivendola a più riprese tra il 1725 e il 1728 anno in cui fu pubblicata da Angelo Calogerà nella “Raccolta di opuscoli scientifici e filosofici” a Venezia presso Cristoforo Zane con il titolo“Vita di Giamabattista Vico scritta da sé medesimo” e una seconda parte il cui manoscritto fu pubblicato nel 1818 pur avendolo terminato nel 1731 come risulta dall’annotazione in calce “Terminato la vigilia di Sant’Agostino mio particolare protettore l’anno 1731.”

Vico ed Agostino .Un lungo cammino è stato fatto nei 2200 anni che separano Vico da Tucidide che insieme ad Erodoto può essere ritenuto il “padre della Storia” L’opera di Tucidide resta una base straordinariamente precoce di una riflessione sulla vicenda umana che sicuramente senza Tucidide sarebbe meno matura di quanto invece è.

Per Tucidide il motore della storia è la “naturalità del potere e l’eterna reversibilità delle parti”.

Infatti Tucidide scrive nella sua opera “La guerra del Peloponneso “ “per quanto riguarda gli avvenimenti accaduti nel corso della guerra ,ho ritenuto opportuno raccontarli non sulla base d’informazioni prese dal primo venuto, né secondo la mia personale opinione ,ma o vi ho assistito personalmente , o nel caso in cui li ho appresi da altri, li ho esaminati uno per uno con la maggiore diligenza possibile”.

Egli si spinge però oltre il dato storico fino a cercare di scoprire se e come gli eventi storici rivelino regolarità e ciclicità.

Scrive ancora Tucidide riassumendo il programma de “ La guerra del Peloponneso “ : “Forse la mancanza del favoloso renderà la narrazione meno piacevole agli ascoltatori ;mi basterà tuttavia ,che la giudichi utile chi vorrà conoscere con chiarezza la realtà dei fatti accaduti e di quelli simili o analoghi che in conformità alla natura dell’uomo,potranno accadere in futuro. La mia storia è un possesso perenne,non una rappresentazione destinata ad un uditorio del momento”

Tucidide guarda e studia razionalmente i motivi della guerra e della pace tra gli Stati adottando in questo suo studio un metodo a dir poco rivoluzionario per il suo tempo.

E’ la sua una ricerca che studia i motivi che hanno mosso le scelte degli uomini.

Per Tucidide il motore della storia è “ la forza” Infatti Sparta che aveva combattuto l’impero ateniese come fondato sulla violazione del diritto ,ossia sulla violenza, per cui era necessaria una guerra per restaurare in Grecia uno stato di diritto , una volta vinta la guerra non instaura uno stato diritto rivendicato realizzando una politica simile a quella di Atene

Per Tucidide la forza dunque prevale per natura,non il diritto.

Infatti scrive ancora Tucidide :” Riteniamo ( e se per il mondo degli dei si tratta di un’opinione, per quello degli uomini siamo di fronte ad una certezza ) che coloro che sono i più forti sono anche coloro che, in virtù di una legge naturale, sempre comandano “

E’ questo il problema del potere che analizzeremo ancora .

Alla base del potere per Tucidide c’ è una regola naturale e necessaria : “ Noi non siamo stati né i primi ad istituire questa legge, né i primi a farne uso una volta che fu stabilita : essa era valida prima del nostro avvento e lo sarà per sempre anche dopo di noi che la utilizziamo, ben sapendo che voi ed altri , se vi foste trovati nella nostra stessa situazione di potenza, vi sareste comportati allo stesso modo “ (Libro V 105,2)

I brani sono tratti dal libro primo de “La guerra nel Peloponneso di Tucidide

Tucidide vissuota tra il 460 e il 395 a.C. circa fu protagonista nella guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta che sconvolse la Grecia per 27 anni tra il 431 e il 404 a.C. Nel 424-423 fu eletto stratega ( moderno comandante in capo ) e accusato di negligenza fu esiliato per 20 anni passati viaggiando e avvicinando popolazioni delle città sia neutrali che alleate di Sparta.

Rientrato in Atene scrisse delle sue esperienze .

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, venerdì 2 settembre 2011

giovedì 1 settembre 2011

DIARIO DI UN TERREMOTO. Diario per certi versi in prosa e per certi versi in poesia 17 - 18 e 19 AGOSTO 2009

DIARIO DI UN TERREMOTO. Diario per certi versi in prosa e per certi versi in poesia 17 - 18 e 19 AGOSTO 2009

L’Aquila 17 Agosto 2009

L’albero della piscia dei cani si riempie

di pruni

e la rosa del giardino domenicale

accoglie tra le mura gelate del recinto

un tiepido sole

le notti più lunghe e i giorni brevissimi

si preparano e in dono portano

una stagione senza più canti

di cicale e grilli.

Le dita annodate al calendario

sono come i guardiani impensieriti

della rosa che contempla,la testa inclinata,

l’arrivo della nuova stagione.

L’Aquila, 18 Agosto 2009

Il cancro della tela blu aderisce alla

pelle

uno potrebbe dire fosse vero potrei uccidermi

ma ormai è entrato nelle abitudini.

Se vi torna in mente pensate un

istante

quel cancro è quel rumore che poco si avverte

delle talpe che scavano, delle zampe

che grattano

delle mele che cadono

quel rumore che scava sospinto dal vento

è un varco nella memoria

perché si increspi un ricordo silenzioso

l’estate che perdemmo la luna

fu l’estate dell’anno del terremoto.

L’Aquila, 19 Agosto 2009

-Dormi sotto le pezze o sotto l’albicocca ?-

Di che stai parlando e poi che cosa cambia

tanto solo di dormire si tratta.

Di che colore vengono i sogni allora ?

Cambia quindi

se dormi sotto la tenda blu o color albicocca.

Un altro sogno,un altro sguardo, un altro

respiro

sotto la tenda, altre parole simili a queste

e chi continuerà a parlare

di queste cose

ci sarà sempre non io più

e il pensiero non mi dà tristezza, non mi dà gioia

ma quiete, il limite è vivere un intero

giorno

quel giorno che ci è dato e andare poi

dove le cose sono estranee

le stelle restano al loro posto e la quiete

non si cura del vento, il vento.

Quando non ci sarai più né io

sarò più con te

mondo di pezza e di albicocca,

insieme sciolti nella memoria

allora, allora il mio sguardo sarà cresciuto

e potrò vedere quello che ora non riesco

a vedere

e il fuoco gelido e il fuoco puro

non sarà più nulla come pure le stelle

ci sarà solo il mio sguardo allora cresciuto.

Dalla tenda n. 2 del complesso "L. Ferrari,Via Acquasanta ,L'Aquila

mercoledì 31 agosto 2011

AD HOC : Gli asini litigano e i basti si sfasciano


AD HOC : Gli asini litigano e i basti si sfasciano

Leggo su Il Centro di oggi 31 agosto 2011 alcuni articoli che informano , in tema di ricostruzione a L’Aquila degli edifici classificati E ubicati al di fuori dei centri storici

" Nessuna proroga per la presentazione delle domande per l'ottenimento dell'indennizzo per le case classificate E fuori dai centri storici. Con un documento congiunto il commissario delegato per la ricostruzione Gianni Chiodi e il sindaco dell'Aquila Massimo Cialente comunicano che non verrà concessa una proroga alla scadenza del 31 agosto 2011. Previsto un potenziamento delle strutture che devono vagliare e smaltire qualcosa come 4mila pratiche.

Una commissione, presieduta dal commissario vicario Antonio Cicchetti, monitorerà l'andamento in modo da facilitare il processo. Dal 1º settembre 2011 i progetti dovranno essere presentati a Fintecna che li protocollerà in ordine cronologico e che saranno esaminati successivamente a quelli presentati nei termini. Per le domande e i relativi progetti presentati a partire dal 1º settembre 2011 resta fermo il diritto a ottenere l'indennizzo.


Ma il ritardo determinerà una riduzione dei benefìci assistenziali per i proprietari, nonché una rideterminazione di quanto spetta ai progettisti e agli amministratori di condominio secondo modalità e termini che verranno precisati in un'ordinanza in fase di predisposizione.

E continua ancora Chiodi

"Non è evocando scenari biblici o usando paroloni d'effetto, come guerra civile, tradimento e pugnalata, che si aiutano gli aquilani a ricostruire le proprie case. I cittadini hanno bisogno di rapporti corretti e trasparenti, in grado di garantire certezze sui tempi e sui modi del recupero edilizio". Lo afferma il Commissario delegato per la Ricostruzione, presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi.

"Sono profondamente deluso ed amareggiato per l'atteggiamento, tutt'altro che collaborativo, delle categorie professionali", sottolinea Chiodi. "Struttura commissariale ed Ordini avevano stretto a suo tempo un accordo che prevedeva, da parte di questi ultimi, un'apertura sul fronte informativo. In base all'intesa di reciproca lealtà, loro si erano impegnati a fornire notizie sul numero degli incarichi assunti, la tipologia, la disponibilità di risorse umane. Il Commissario, dal proprio canto, avrebbe assicurato la massima flessibilità per risolvere le criticità che man mano si fossero presentate".

"Ma a disattendere l'accordo", fa notare il Commissario, "sono stati proprio gli ingegneri. Solo il 14 per cento dei tecnici si è preoccupato di fornire le informazioni richieste. Il resto ha fatto finta di nulla, dimostrando così scarsa considerazione verso le esigenze della comunità aquilana".

Chiodi rivolge ad ingegneri, architetti, tecnici, l'ennesimo appello ad un lavoro sinergico, nel nome di una più alta unità d'intenti: "In fondo, a loro è stato chiesto solo di dire ai cittadini-committenti, con franchezza ed onestà, quando sarebbero potuti rientrare nella propria casa. Niente di più".

"A questo punto della ricostruzione", conclude, "non è più tollerabile giocare sulla buonafede degli aquilani e su continue richieste di proroghe che ritardano solo l'affrontare con serietà i veri problemi".

Gli fa eco sulla stessa pagina del Centro il presidente dell’ordine dei geometri e degli architetti con un titolo che anticipa la protesta per la mancata proroga con la possibilità addirittura di rivolgersi al Presidente Napolitano anche se lo stesso ordine solo il 29 agosto vista la mala parata ( rifiuto di concedere ulteriore proroga )aveva scritto una circolare che diceva

“Gli Ordini Professionali della Provincia dell’Aquila degli Ingegneri e degli Architetti ed i Collegi professionali dei Geometri e dei Periti Industriali:

premesso che:

- in data 14 luglio 2011 l’Ordine degli Ingegneri ed i Collegi Professionali dei Geometri e dei Periti Industriali, congiuntamente alle Rappresentanze Regionali e Nazionali, hanno sottoscritto con il Commissario alla Ricostruzione Dott. Gianni Chiodi un accordo finalizzato a stabilire la scadenza definitiva per la presentazione dei progetti di cui all’OPCM 3790/2009 relativamente agli edifici con esito di agibilità “E” posti all’esterno dei centri storici;

- tale accordo prevedeva che il Commissario sulla scorta delle difficoltà manifestatesi per tali tipologie di edifici, individuava la scadenza “tecnica” del 31/08/2011 al fine di poter attuare, in collaborazione con gli Ordini e Collegi Professionali, un’azione di indagine e monitoraggio utile alla definizione di una scadenza non più “tecnica” valida per tutti gli edifici oggetto dell’accordo;

- lo stesso accordo prevedeva, inoltre, la possibilità di prescindere anche dalla nuova individuazione di scadenza per casi eccezionali;

- il monitoraggio, effettuato tramite la Struttura Tecnica di Missione, ha fornito risultati che lasciavano prevedere la scadenza al 31 marzo 2012;

- considerato che mancano due giorni alla scadenza del termine “tecnico” del 31 agosto 2011 e non avendo alcun sentore di definizione della nuova scadenza, pur avendo svolto vari tentativi di contatto nel merito;

ritengono di essere in dovere di chiedere al Commissario per la Ricostruzione Dott. Gianni Chiodi quale valore attribuisce all’accordo sottoscritto, in presenza di una ipotetica non proroga.

In considerazione di quanto fin qui espresso e ritenendo di dover adempiere alle indicazioni normative vigenti, invitano i Professionisti, tutti, a fornire il supporto ai propri Committenti, in adempimento all’attuale scadenza del 31 agosto 2011, per la presentazione delle domande e degli atti disponibili in loro possesso.

Le stesse dovranno essere presentate a: Fintecna, Sportello Protocollo Comune o anche a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno indirizzata al Sindaco del Comune interessato. La domanda deve essere corredata dai documenti in possesso relativamente alla richiesta di indennizzo.

ORDINE DEGLI INGEGNERI DELLA PROVINCIA DI L’AQUILA – Il Presidente (Paolo De Santis)

ORDINE DEGLI ARCHITETTI DELLA PROVINCIA DI L’AQUILA – Il Presidente (Gianlorenzo Conti)

COLLEGIO DEI GEOMETRI DELLA PROVINCIA DI L’AQUILA – Il Presidente (Giampiero Sansone)

COLLEGIO DEI PERITI INDUSTRIALI DELLA PROVINCIA DI L’AQUILA – Il Presidente (Maurizio Papale)

Una ulteriore lite dunque in presenza di una situazione per la quale al 26 luglio 2011 sono rilevate 13.014 persone beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione, 13.433 persone sono alloggiate nel Progetto C.A.S.E., 7.085 nei MAP, 1879 in affitto e altre strutture comunali, 728 in strutture ricettive (120 fuori provincia) e 212 nelle caserme a L’Aquila.

La conclusione per il momento da parte del cittadino che non riesce a capire quanto accade e che ha solo il bisogno di rientrare nella propria abitazione è affidata alla vecchia saggezza popolare : gli asini ( asino numero uno : regione comune e commissari alla ricostruzione ; asino numero due l’ordine ingegneri geometri e architetti ) litigano e i basti ( cittadini in attesa della ricostruzione ) si sfasciano

Eremo Via vado di sole , L'Aquila 31 agosto9 2011