giovedì 25 novembre 2010

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : Adriana Zarri ( II )

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : Adriana Zarri ( II )


Sto ricordando Adriana Zarri che è morta nella notte dal 18 al 19 scorsi anche con le parole di Sergio Paronetto che scrive in Tellus Folio(da Coi piedi per terra, 19 novembre 2010) :

“La ricordo con affetto perché ha accompagnato per anni la mia formazione a cominciare dal suo originale e pionieristico L'impazienza di Adamo (1964), libro riguardante la dimensione trinitaria della sessualità. Cosciente che «il sesso è una realtà immensa che attende ancora la sua rivelazione», Adriana è partita dal «sonno di Adamo» e dallo «sguardo di Eva» per approdare a una teologia esistenziale profonda e ricca di fascino.

La ricordo come donna di poesia e profezia, mistica e politica, ricca di una spiritualità profonda, verace e pugnace.

Riporto una sua frase attualissima che ho inserito nel dossier di Mosaico di pace di luglio 2010, dedicato a “un moderno tribalismo guerriero”.

«Dio mi sta bene, e anche la patria e la famiglia; ma il trilogismo Dio-Patria-Famiglia non mi sta più bene. Dico no a quel dio usato come cemento nazionale, a quella patria spesso usata per distruggere altre patrie, a quella famiglia chiusa nel proprio egoismo di sangue. Non mi riconosco tra quei cittadini ligi e osservanti che vanno in chiesa senza fede, che esaltano la famiglia senza amore, che osannano alla patria senza senso civico».

Scriveva Adriana Zarri in Servizio della parola n. 186 del marzo 1987 “Forse “

Gli faceva pena e anche un po’ stizza il pietoso eufemismo con cui taluni lo chiamavano «non vedente». Cieco era; e le locuzioni dolciastre non servivano a nulla: cieco era e cieco restava.

Ripeteva a se stesso quella parola cruda che non mascherava la durezza del suo dolore buio. Niente carezze inutili, e neanche parole consolatorie voleva. I suoi dicevano «poveretto»; gli altri non dicevano nulla, ed era meglio. Il silenzio tradiva l’imbarazzo e il timore di dir qualcosa fuori luogo: per indelicatezza o compassione, che è un’indelicatezza anche quella. E di fronte al silenzio imbarazzato e alla goffa pietà dei familiari, lui ricordava un pregiudizio orribile che aveva sentito esprimere: una sorta di rozza teologia che indicava la gente come lui quali «segnati da Dio». Ciechi, sordi, zoppi… tutti i «portatori di handicap», come diceva un altro eufemismo, eran «segnati» con un sigillo orrendo, quasi un marchio infamante e maledetto.

Sì, era vero che era segnato, in quei suoi occhi pieni di buio e nella fantasia impoverita che non sapeva immaginare i colori. Ne conosceva i nomi — rosso, verde, giallo, blu… — ma eran soltanto nomi. Cosa significavano? Porte chiuse.

Era segnato, sì; ma che segno era? Di riprovazione, come suggeriva l’orrendo pregiudizio? O di benevolenza, invece, come l’assicurava il parroco, con parlare mieloso che era una sorta di «poveretto» più raffinato? Un privilegio, come una certa ascetica aveva insegnato? Ma lui non ci credeva a quell’ascetica là: aveva tutta l’aria di un’elaborazione, architettata nell’inconscio, per consolarsi.

E allora? Se non era riprovazione, se non era elezione, cos’era, dunque: un capriccio di Dio? Una «prova», quasi che lui, lassù, avesse bisogno di accecarlo per accertarsi della sua fedeltà? Non lo sapeva, lui che sapeva tutto? E non aveva altri modi, lui che poteva tutto? Aveva bisogno di inventare quel buio degli occhi per dargli modo di esercitare la «rassegnazione»? Oppure, come si afferma nell’episodio del cieco nato, era per manifestare la sua gloria? A spese sue doveva manifestarla? Anche questa era un’orribile teologia; e si tenesse pure la sua gloria e i suoi segni di elezione, che di quei privilegi lui ne faceva a meno.

Da quegli interrogativi non ne veniva fuori; gli facevano buio, più giù ancora degli occhi. Dentro al cervello si sentiva cieco. E allora, se il buio era proprio il suo destino, tanto valeva precipitarvisi del tutto, a testa in giù, come uno che si getta, da un ponte, nell’acqua nera. Ma, da solo, non avrebbe saputo neanche trovarsi un ponte e un’acqua per seppellirlo tra le onde. Per lui era difficile anche morire. Come fa un cieco a trovare una corda e, sopra, una trave o un chiodo per appendervi il cappio? Troppo difficile. E poi l’idea di morire strozzato, livido, con la lingua di fuori… no! E quel penzolare macabro e indecente: una sorta di impudicizia indecorosa. Un po’ di dignità anche nella morte! E pensò allora al gas. Aprire il rubinetto era capace: una piccola faccenda domestica che aveva imparato a fare, anche da solo. L’avrebbero trovato steso, come addormentato sul letto.

Rapidamente si decise, girò la manopola, si distese, aspettò. Cucina, corridoio, camera da letto: era uno spazio vasto da saturare; sarebbe stato lungo, ma dolce, forse indolore. Già l’attesa lo poneva in una situazione mite e remissiva; e i pensieri prendevano una piega più docile: come un declivio dolce che naufragava non nell’acqua, ma in una piana d’erba. Non sapeva, non capiva il perché di quella sua esistenza amara. Ma l’accettare di non capire, di non sapere, di non avere qui risposte gli parve una sorta di resa dolce, senza pretese, senza risentimenti: la sconfitta di un intellettualismo che voleva capire tutto (e quante cose, invece, non capisce! Quanti segreti ancora serba la terra, il cielo, il meccanismo del mondo!). E Dio l’abbiamo immaginato come un maestro in cattedra, per rispondere alle nostre domande… E gli abbiamo messo in bocca tante risposte e lui nemmeno ci pensava di risolver certe questioni, così come noi abbiamo fatto, in suo nome. Forse anche la sua pretesa di capire quel «segno» faceva parte di questa presuntuosa teologia. Accettare di non sapere, attendere il tempo in cui sapremo… non è una scorciatoia: è l’accettazione del nostro essere uomini, limitati. Non era una risposta — lo capiva bene — era la rinuncia ad aver sempre risposte. Non era una soluzione. Quell’eterno problema dolore era lì, come uno scandalo, da sempre; e Giobbe interrogava Dio, in tutti gli uomini infelici. Non l’avrebbe certo risolta lui quella questione sospesa sulla coscienza del mondo. Poteva però dire delle parole dubitose, fiduciose, remissive, di fronte ad un mistero non ancora svelato. Poteva dire «forse», poteva dire «aspetto, spero, ho fiducia». Fiducia che una ragione c’è perché Dio c’è e Dio ama. E se una ragione c’è, basta: non occorre conoscerla, si può accettarla anche nel buio: una sorta di buio luminoso, come i suoi occhi che non vedevano colori e forme, ma un barlume di luce sì; e quando dicevano «bianco, rosso, nero» non capiva, ma quando dicevano «luce» ne aveva, se non proprio la visione, il presentimento, il lucore lontano.


Così quel problema non risolto: non aveva le risposte, i colori precisi, definiti, ma aveva coscienza che la risposta c’era. Poteva bastare? Non osava nemmeno dire «sì»; si accontentava di un «forse», come un baluginio di luce lontana ma possibile. Forse bastava per aprire la finestra, prima che lo piegasse il torpore mortale. E fuori c’era l’aria, il profumo dell’erba, forse il sole.

Tra le sue opere:

  • Giorni feriali, IPL, Milano 1953;
  • L'ora di notte, SEI, Torino 1960;
  • La chiesa, nostra figlia, La Locusta, Vicenza 1962;
  • Impazienza di Adamo. Ontologia della sessualità, Borla, Torino 1964;
  • Teologia del probabile, Borla, Torino 1967;
  • Tu, Gribaudi, Torino 1973;
  • È più facile che un cammello..., Gribaudi, Torino 1975;
  • Nostro Signore del deserto. Teoligia ed antropologia della preghiera, Cittadella, Assisi 1978;
  • Erba della mia erba, Cittadella, Assisi 1981;
  • Dodici lune, Camunia, Milano 1989;
  • Il figlio perduto. La parola che viene dal silenzio, La Piccola, Celleno 1991;
  • Quaestio 98. Nudi senza vergogna, Camunia, Milano 1994;
  • Dedicato a, Frontiera Edizioni, 1998;
  • Il Dio che viene. Il Natale e i nostri natali, La Piccola, Celleno 2007;
  • Vita e morte senza miracoli di Celestino VI, Diabasis, Reggio Emilia 2008;
  • Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, Torino (prossima pubblicazione).

Eremo Via vado di sole, L’Aquila, 24 novembre 2010

mercoledì 24 novembre 2010

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : Adriana Zarri ( I)


STORIE E VOCI DAL SILENZIO : Adriana Zarri ( I )


"Da poco più di trent'anni Adriana Zarri, 91 anni, teologa progressista e saggista, viveva in un cascinale di campagna in totale solitudine, seguendo uno stile di vita austero che si può definire monastico. - Scrive Davide Pelanda su Nuovasocietà. - Era una sorta di eremita. Una scelta radicale presa nel settembre 1975 che comunicò agli amici: con una lettera ella annunciava un trasloco non «dovuto a motivi pratici - scriveva - ma a causa di una scelta di vita eremitica. La mia nuova residenza sarà infatti una vecchia cascina solitaria, dove trascorrere i restanti anni della mia vita nella preghiera e nel silenzio».

No, non era diventata «(...)un misantropo inavvicinabile - come scriveva ancora in quella lettera - non è nemmeno necessariamente un recluso che non possa, di tanto in tanto, muoversi ed incontrarsi con la gente, che non possa soprattutto ricevere chi venga a condividere qualche ora della sua solitudine e a fargli dono della sua amicizia: ché, anzi, l'ospitalità è sempre stato carisma monastico. L'eremita è semplicemente uno che sceglie di vivere da solo perché nella solitudine ha il suo momento privilegiato d'incontro». Il suo primo eremo fu una cascina chiamata Il Molinasso nelle colline canavesane poco distante da Ivrea, poi da quindici anni a questa parte la sua nuova casa, una rustica cascina d'epoca, sorgeva in località Crotte, a pochi chilometri da Strambino. A un tiro di schioppo – ironia della sorte - da Romano Canavese, paese che ha dato i natali al Segretario di Stato Vaticano monsignor Tarcisio Bertone".

Nella notte tra il 18 e il 19 novembre è dunque morta Adriana Zarri, “poetessa orante, teologa, donna libera, eremita comunicante, critica, preveggente, viva”. Rossana Rossanda la definisce “più sincera che scomoda” e “ poetessa delicata, giornalista acuta. E anche gattara” . Amava i gatti e se ne circondava quando capitava di andarla a trovare per ascoltare qualcosa di illuminante e farsi rapire dalla sua tranquillità in questi tempi burrascosi. La penso come una delle più grandi donne dei nostri giorni, con le sue osservazioni poderose e dolcemente irritate per una società che indietreggia mentre c’è bisogno di speranza nel futuro. Potevamo seguirla settimanalmente nella rubrica Parabole che aveva su Il Manifesto e oggi possiamo ricordarla con affetto e con profonda ammirazione

Scrivono su Avvenire Marco Roncalli e Gianni Gennari, ( 19.11.10)


Chissà se adesso che per lei comincia la vita futura, il gufo continuerà ad annunciare il giorno, se ritroverà le rose del suo giardino o gli amati gatti, come tanto sperava chiedendo a Dio di non farle scherzi. È arrivato ieri – per lei, vera credente un po’ ribelle e a tratti molto border line – il giorno del 'passaggio terribile' come definiva la morte. A novantun anni se n’è andata la notte scorsa Adriana Zarri (i funerali si terranno domani nella chiesa di Crotte alle 9,30). Teologa 'progressista' affascinata dalla Trinità (e pronta ad individuare nella mancanza della dimensione trinitaria «un dato tragico della cultura cattolica»), ma pure scrittrice multiforme (libri di vario genere, saggi, articoli, vergati spesso da una penna tanto felice quanto impietosa). Una donna che con i suoi occhi grigi scrutava il mondo reale, lasciando che contaminasse tutta la sua teologia, e raccontando tutto quanto pensava (anche – a suo dire – per rendere credibile la Chiesa...).

Così se, in passato, più volte si era spinta a criticare il manicheismo di don Milani o le indicazioni nate dal collateralismo fra Chiesa e Democrazia cristiana, più recentemente aveva bersagliato le scelte degli ultimi papi (con pesanti riserve su coloro che chiamava i 'restauratori' Giovanni Paolo II o Benedetto XVI) o i vescovi che definiva «ciechi, muti, afoni» (con pesanti affondi in relazione allo sfacelo morale del Paese). Per non parlare degli attacchi a parecchi movimenti accusati di fondamentalismo (i neocatecumenali, Comunione e liberazione, l’Opus Dei,..), e senza dimenticare le precedenti divergenze dalla dottrina cattolica, quanto a divorzio, aborto, celibato del clero. Insomma: una fede, la sua, per così dire, parecchio libera, non disposta ad accettare confini e paletti. E tuttavia anche una fede, fatta di ascolto e disponibilità, concentrata non sui crocifissi di legno appesi alle pareti, ma su quelli di carne itineranti per le nostre strade. Nutrita dalla linfa della preghiera e del silenzio così importanti in una donna che da oltre trent’anni aveva fatto la scelta eremitica. Andando a vivere successivamente in solitarie cascine piemontesi. Un modo per non smettere di contestare, scegliendo forse la contestazione più vera: capace di minare ogni dinamica di utilitarismo. Una solitudine, la sua, anelata da tempo, e tuttavia concepita non come reclusione o spazio di isolamento, aperta agli amici (guai a chiamarli discepoli) con i quali continuare a parlare di fede e ricerca di senso. Così, dopo aver trascorso periodi prima ad Albiano, poi a Molinasso, era finita a Crotte, a pochi chilometri da Strambino, dove aveva trasformato un granaio nella sua cella-studio, sotto la quale quotidianamente, attraverso un ascensore raggiungeva la sua chiesetta.

Uno stile di vita austero. Monastico, potremmo dire. Levata all’alba, colazione, lodi, campagna, liturgia, pranzo, riposo, lavoro, corrispondenza, articoli, cena, ricreazione, lavoro notturno. Sino a quando si era dovuta adeguare al letto. Nata nel 1919 a San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, presto impegnatasi negli studi teologici e in un confronto personale con il cristianesimo, con esperienze in un Istituto secolare e nell’Azione cattolica. Giovanissima comincia a collaborare con testate cattoliche, dall’Osservatore Romano a Studium, dal Regno a Concilium, fino a Rocca e Servitium. Fu attiva anche nell’Associazione teologica italiana. Poi ha scritto su giornali come Politica o Sette giorni (già giudicati come 'cattocomunisti'), finendo la sua carriera sempre più nel segno della laicità, con una rubrica domenicale sul Manifesto, non senza essersi fatta conoscere sul piccolo schermo nel programma di Michele Santoro Samarcanda (atto di umiltà o contraddizione?). Ma in questi anni ci sono anche tanti libri, persino romanzi e raccolte poetiche. Fra questi si ricordano titoli come È più facile che un cammello, Il figlio perduto, Nostro Signore del deserto. Il Dio che viene, il recente Vita e morte senza miracoli di Celestino VI, oppure il precedente Erba della mia erba , che Einaudi riproporrà a breve insieme ad altri testi sotto il titolo Un eremo non è un guscio di lumaca. Pagine di una donna difficile da definire. Che ad un cronista confidò: «Una volta mi definivo in un qualche modo. Ora non mi definisco più in nessun modo perché credo che la cosa più importante sia essere cristiani». Aggiungendo: «Se ci riusciamo».

Diceva della fede (riporto la citazione dall’Enciclopedia delle donne):

«Credo che noi abbiamo un concetto molto intellettualistico della fede. La fede non è necessariamente credere nell’esistenza di Dio, nella divinità di Cristo, nella risurrezione, nei cosiddetti contenuti di fede. La fede è soprattutto un atteggiamento di ascolto, di disponibilità».

http://www.pinkblog.it/post/7532/morta-adriana-zarri-leremita-donna

Anche riferendosi alla morte, il suo pensiero era controcorrente: «La morte è l’ultimo danno, l’ultimo disastro. Tutti hanno paura della morte, a cominciare da Cristo che ne ha avuto paura. chi sostiene che sia “amica dei Cristiani” forse non aveva neanche letto il Vangelo, perché Cristo ha avuto paura della morte, come tutti. La morte è veramente un passaggio terribile, poi sì ci aprirà le porte dell’aldilà, ma questo passaggio resta una cosa molto traumatica».

Consigliamo anche un altro articolo interessante su Adriana Zarri su www.enciclopediadelledonne.it di Giancarla Codrignani


Scriveva ancora Adriana Zarri

«Non credo nell’inferno perché mi sembra un insulto alla bontà di Dio. Anche la nostra cultura laica non ammette più la giustizia puramente punitiva. E la concepisce solo come capacità di riscatto, di reinserimento. In una pena che dura per sempre come quella dell’inferno questo riscatto non c’è. Penso sia difficile ritenere che gli uomini sono più buoni di Dio. Quindi all’inferno non credo».

«La mia è una teologia trinitaria. La Trinità presuppone un certo concetto di Dio, che ha una ricaduta sulla vita terrestre. L’unità non si contraddice con la pluralità, nell’essere c’è il divenire di Dio».

Scrive Giancarla Codrignani

Adriana Zarri nasce a San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, nel 1919. I suoi studi e il suo impegno furono subito orientati al confronto con il Cristianesimo e con una chiesa cattolica da portare oltre la visione di Pio XII. È diventata, anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, una delle più importanti testimoni di quella fedeltà al Vangelo che si coniuga - proprio in virtù di una verità che rende liberi - con la più schietta laicità. Antifascista, coinvolta nei problemi sociali, decisa a difendere la libertà di coscienza, diventa giornalista e scrive dapprima su tutti i giornali e le riviste di area religiosa: l'«Osservatore romano», «Studium», «Servitium», «Il Regno», «Concilium», «Rivista di teologia morale» (RTM), «Rocca», ma in seguito anche «Politica», «Settegiorni» (riviste che, negli anni del concilio Vaticano II, rappresentavano l'impegno politico dei cattolici di una sinistra ancora democristiana, ma già accusata di "cattocomunismo"), seguite oggi da «Micromega» («una sola volta, ma significativa», dice lei) e «Manifesto», dove

scrive "parabole domenicali" tutte le settimane. Ha partecipato anche a trasmissioni radiofoniche (Uomini e profeti) e televisive (la Samarcanda del primo Santoro). E' autrice di diversi libri e perfino di qualche romanzo (Dodici lune, Quaestio 98), ovviamente imperniati su conflitti di coscienza e di fede umana e divina. Tra le opere di competenza «E' più facile che un cammello», «Il figlio perduto», «Nostro Signore del deserto»,« Il Dio che viene», «Vita e morte senza miracoli di Celestino VI». Forse più significativo perché è un "resoconto di vita", «Erba della mia erba» (1999). Scrittura, dunque "plurale": succede alle donne che lo stile resti non scisso e mescoli i generi letterari. E così si racconta quando un giornalista le chiede come vive una teologa eremita: «Mi alzo alle sei del mattino, poi faccio colazione e recito le lodi. E così comincia la giornata. Durante il mattino dirigo un poco i lavori di campagna e in seguito faccio la liturgia nella chiesetta. A mezzogiorno pranzo. Il pomeriggio mi riposo un poco perché vado a letto tardissimo. Poi mi alzo, lavoro, vado a cena alle otto, poi mi distendo un poco e verso le dieci riprendo a lavorare, fino alle tre di notte. Ed è il periodo in cui faccio il lavoro più importante, più impegnativo perché durante il giorno tra lavori esterni, tra corrispondenza e articoli la giornata mi passa. E invece i lavori seri li sbrigo di notte» (in «Voce evangelica» del 6 giugno 2005).


Eremo Via vado di sole, L'Aquila, 24 novembre 2010

ET TERRA MOTA EST : Anno 2010 Diario di in terremoto


ET TERRA MOTA EST : Anno 2010 Diario di un terremoto


2010, L'Aquila - L’11 febbraio 2010, in seguito all’inchiesta della magistratura di Firenze, vengono pubblicate le intercettazioni (anche in audio) delle famigerate telefonate tra gli imprenditori che –durante la notte del 6 aprile 2009- ridevano. Subito dopo emerge lo scandalo che coinvolge direttamente la Protezione Civile ed il suo vertice apicale (G8, Grandi Eventi, appalti). "L' episodio - spiegano alcuni manifestanti - causa un moto di rivolta interiore, sdegno e slancio civico, oltre che di vero e proprio amore nei confronti della propria città devastata e –fino a quel momento- inaccessibile a tutti da 10 mesi".


Il 14 febbraio 2010 (leggi La rabbia degli aquilani contro le transenne dei portici), circa 300 aquilani, indignati, forzano la Zona Rossa interdetta del centro storico, e vi improvvisano un presidio. Con gli slogan “l’Aquila è nostra” “riaprire la città”, “noi alle 3.32 non ridevamo”, contestano "l’immobilismo della rimozione delle macerie e della ricostruzione del patrimonio abitativo ed artistico aquilano e lo stato di totale degrado ed abbandono delle piazze e delle vie del centro storico". "Da quel giorno - raccontano i manifestanti - parte una controffensiva informativa che dalla Rete Internet si diffonde lentamente a stampa e televisioni: scritti, note e-soprattutto- foto e video di chi vedeva lo stato della città. L’Italia, sgomenta, incredula e basita riesce a vedere quello che è effettivamente successo. Controffensiva nei confronti di una informazione guidata dai grandi media e dalle televisioni in particolare". La domenica successiva, il 21 febbraio, la protesta delle 1000 chiavi (leggi Gli aquilani si riprendono la zona rossa): in mille ed oltre, appendono le chiavi delle proprie abitazioni e delle proprie attività commerciali, tutte inagibili da 10 mesi, alle transenne che sbarrano le strade della zona rossa. Il 28 febbraio, c’è la comparsa ufficiale del Popolo delle Carriole. In 5.000 tornano questa volta, a forzare la zona rossa, nella Rivolta delle Carriole (leggi Protesta carriole, 5000 in piazza) i cittadini, schierati su due ali di folla, consentono il passaggio di secchi pieni di terra, macerie e detriti, mentre gli altri continuano a depositare nelle carriole materiali da recuperare perché utili alla ricostruzione. Si inizia a liberare piazza Palazzo (sede del Municipio). L’intento è quello di provvedere simbolicamente in modo autonomo alla rimozione delle macerie (la stima è di 4,5 milioni di tonnellate complessive, la maggior parte all’Aquila) del centro storico, che giacciono intatte dal giorno del terremoto, in attesa di essere stoccate e rimosse. Sulle macerie Legambiente spiega che sarebbe sufficiente spostare un terzo delle macerie per far partire i lavori sui circa 10.000 edifici danneggiati tra centro e frazioni; fatta eccezione per 140 siti sotto sequestro per le inchieste della magistratura sui crolli e sul materiale proveniente da edifici di pregio storico-architettonico.


Il 3 marzo a seguito di un accordo col Ministro dell’Ambiente Prestigiacomo (leggi Zona Rossa: inizia la rimozione delle macerie. Giusi Pitari: "Liberano non le macerie, ma le carriole"), (dopo 11 mesi dal terremoto, e a tre settimane dalle elezioni amministrative), inizia la rimozione delle macerie dal solo centro storico dell’Aquila. Il Ministro annuncia che in 15 giorni l’operazione sarà conclusa. Nei mesi successivi emergono i dati sulla rimozione: dal terremoto fino a febbraio sarebbero state rimosse 70.000 tonnellate di macerie; le macerie rimosse in seguito all’intervento del ministero oscillerebbero tra le 10.000 e le 20.000 tonnellate. Il 7 marzo l’iniziativa spaliamo L’Aquila (leggi Domenica 7 marzo: tornano le carriole a Piazza Palazzo - Forzata la Zona Rossa) si ripete, tornano le carriole: in queste poche giornate i cittadini avrebbero tolto, a mano, 10 tonnellate di macerie. E “ogni maledetta domenica” l’iniziativa si ripete: il 14 marzo anche il vescovo ausiliario D’Ercole arriva tra il popolo delle carriole e da qualche spalata anche lui (leggi I manifestanti tornano nella zona rossa, D'Ercole partecipa alla rimozione delle macerie). Iniziano le polemiche dalle voci filogovernative, non esclusa quella del Presidente della Regione Abruzzo –nonché neo Commissario alla Ricostruzione, Gianni Chiodi, sulla strumentalizzazione delle iniziative della cittadinanza. Secondo i partecipanti si tratta di "un tentativo di screditare le iniziative, che invece mostrano all’Italia intera il vero stato della città". Il 21 marzo le Carriole arrivano a Piazzetta Nove Martiri (leggi Carriole e fiori nel cuore del centro storico).


Il 28 marzo, come ogni domenica ormai, le carriole tornano in piazza anche nel giorno delle elezioni amministrative: vengono sequestrate 3 carriole ed arrivano 3 denunce per “violazione sulla legge relativa al silenzio elettorale”e per “manifestazione non autorizzata” (leggi L'Aquila non rinuncia alle carriole neanche il giorno delle elezioni). Le autorità avevano fatto sapere che l’accesso al centro storico quella domenica sarebbe stato impedito. Secondo i partecipanti dall’iniziativa le autorità avrebbero “identificato tutte le manifestazioni come manifestazioni di parte (senz’altro non filogovernativa) e non come moto civico di ribellione ad uno stato di quasi totale immobilismo, in relazione alla Ricostruzione, quella vera”. Nel frattempo, quello che era un semplice gruppo di cittadini, senza colorazioni politiche, diventa Assemblea cittadina, che si riunisce nel Presidio permanente, situato nel tendone di Piazza Duomo. Il 21 aprile, la Commissione Statuto del Comune di L’Aquila, nega la cittadinanza onoraria a Bertolaso, un vero e proprio schiaffo, con 14 voti contrari e 2 favorevoli (leggi Cittadinanza onoraria a Bertolaso: bocciatura piena).


Il 16 giugno oltre 20.000 aquilani manifestano a L’Aquila per bloccare l’imminente manovra finanziaria del Governo che costringerà i cittadini del cratere sismico a tornare a pagare i contributi fiscali, nonché a restituire, per intero e in sei mesi, gli arretrati. Alla manifestazione aderiscono i comitati cittadini, il Comune, la Provincia dell’Aquila, 19 sindaci del cratere, sindacati, organizzazioni di categoria, imprenditori e realtà economiche (leggi L'Aquila lancia il suo S.O.S. Manifestanti sull'A24). I cittadini si oppongono “ai continui rinvii dell’ultima ora e pattuiti dal Commissario alla ricostruzione e dal Ministro dell’Economia”. Le richieste sono: congelamento di tasse, mutui, prestiti e altri pagamenti di varia natura per 5 anni e la successiva restituzione in 10 anni e senza interessi; più garanzie per disoccupati, cassintegrati e precari; provvedimenti per far ripartire le attività economiche e commerciali; immediate risorse necessarie per la ricostruzione, anche attraverso una tassa di scopo o un contributo di solidarietà; snellimento delle procedure per la ricostruzione. Il corteo senza sigle politiche né bandiere, se non quelle neroverdi della città, e a cui hanno aderito tutte le parti politiche, ha bloccato per due ore l’autostrada A24 L’Aquila-Roma, al fine di ottenere quella attenzione mediatica che nei mesi precedenti, secondo i manifestanti “ha contribuito a costruire il finto miracolo italiano sulle spalle dei terremotati”, attenzione poi calata nei mesi, sulle vere questioni del terremoto e della ricostruzione. I maggiori TG nazionali, denunciano i manifestanti "non ne hanno dato notizia né tempestiva, né nelle edizioni di maggiore ascolto". (leggi Manifestazione S.O.S: la televisione del servizio pubblico fa sparire 20mila aquilani).


Il 24 giugno convocazione straordinaria del Consiglio Comunale a Piazza Navona, di fronte la sede del Senato (leggi L’Aquila Capitale). Il Comune denuncia la mancanza di liquidità nelle casse, necessarie per pagare il Contributo di Autonoma Sistemazione (CAS) e le ditte all’opera sulle case lievemente danneggiate. Evidenzia come i fondi stanziati dal Decreto Abruzzo per il 2010 siano insufficiente. Delibera all’unanimità lo stato di agitazione cittadina permanente. Una delegazione di cittadini, giunti in sostegno dell’iniziativa, si sono spostati davanti alla sede Rai di viale Mazzini per protestare contro “l’oscuramento subìto nel corso delle ultime vicende di valore civico e di rilevanza per la nazione” (Leggi: Gli aquilani bussano alle porte della Rai).


Il 7 luglio manifestazione S.O.S. Ricostruzione a Roma (leggi L’Aquila non merita i manganelli). In 7.000, gli aquilani arrivano a Roma, con 43 autobus e macchine private per manifestare e presentare al Parlamento la piattaforma di richieste viste in precedenza. Manifestazione regolarmente autorizzata con richieste dei giorni precedenti. Giunti a Piazza Venezia, all’inizio di via Del Corso trovano un muro di forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa. All’improvviso fioccano manganellate sulla popolazione terremotata, "senza alcun motivo e senza alcuna provocazione”, riferiscono i manifestanti. Nessun incidente si era verificato, né i negozi del centro avevano chiuso i negozi o registrato alcun tipo di danno. Si parlerà subito di scontri e tafferugli, ma ci sono state misure da parte dellesole forze dell’ordine. Dopo qualche giorno, si tiene una conferenza stampa alla Sala del Mappamondo della Camera, nella quale una delegazione in rappresentanza dell’Assemblea cittadina, chiarisce con foto e video la verità dei fatti del 7 luglio. L’11 novembre, presentazione della legge di solidarietà nazionale (leggi Ecco la legge di solidarietà nazionale). “Dopo (e nonostante) gli eventi di Roma del 7 luglio – spiegano i promotori - non sono arrivate risposte concrete da parte del Governo, ed i cittadini si sono adoperati per redigere una proposta di legge di iniziativa popolare per la Ricostruzione di L’Aquila e dei comuni del cratere”. Legge organica che terrà conto di tutti gli aspetti concernenti la ricostruzione vera: sociale, economica, immobiliare. “Non esiste ancora una legge ad hoc – spiegano - solo ordinanze della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ossia normativa in deroga a qualsiasi legge con le quali è stato disciplinato tutto finora (eccezion fatta per il Decreto Abruzzo 39/2009 poi convertito nella Legge 77/2009, lacunosa ed incerta)”. Si chiedono “Fondi per la ricostruzione, certi e costanti. Misure economiche vere per il rilancio dell’economia del territorio: sospensione dalla restituzione delle tasse (parificata ad altri recenti precedenti); sospensione dei pagamenti di tutte le forme di finanziamento (mutui, prestiti, leasing etc...) fino alla ripresa reale dell'economia locale; misure di sostegno all'occupazione e alle famiglie; misure di sostegno per le imprese, in particolare la Zona di Rilancio Economico. Semplificazione e trasparenza”.


Su questo testo si raccoglieranno le firme in tutta Italia, al momento già da 11 regioni è arrivata disponibilità per supportare gli aquilani nell’intento. E su questo testo saranno chiamate tutte le forze politiche che hanno dato la propria disponibilità al recepimento in legge. Nel frattempo, si sta preparando L’AQUILA CHIAMA ITALIA, una manifestazione nazionale, che si terrà a L’Aquila domani, 20 novembre, per riportare l’attenzione nazionale sullo stato della città e dei comuni del cratere e sulle rivendicazioni di equità della sua cittadinanza (leggi Si riparte con il SOS - In piazza il 20 novembre [il video]). RISULTATI RAGGIUNTI DAI MOVIMENTI CITTADINI – “Nel corso dei mesi precedenti, da fine inverno in poi, grazie anche e soprattutto alle iniziative succedutesi, si è in un certo modo ripopolato il centro storico, con momenti di grande partecipazione emotiva e di unità e identità ad una cittadinanza confusa e dispersa, che si è raccolta attorno a tali iniziative per “riappropriarsi della città”,spiegano alcuni partecipanti alle manifestazioni.


“Da semplici gruppi spontanei di cittadini – aggiungono - c’è stata la strutturazione in Assemblea aperta a tutti coloro che volessero fare qualcosa di concreto per la città; l’organizzazione in gruppi di lavoro (tavolo tasse, tavolo comunicazione, tavolo sostenibilità, tavolo Pettino). In questo modo si sono raccolte energie e competenze messe al servizio di tutti per una ricostruzione realmente partecipata. Dagli appuntamenti e dalle iniziative domenicali, c’è stato il “salto di qualità” degli appuntamenti settimanali, il mercoledì e la domenica; così è stato possibile dare corpo a proposte ed iniziative concrete sulla ricostruzione. E’ stata “riconquistata” definitivamente Piazza Duomo alla frequentazione cittadina, anche grazie al mantenimento di un tendone, diventato presidio e prezioso luogo di incontro e discussione, anche con esponenti delle Istituzioni locali”. “Sono state elaborate delle proposte concrete su molti temi – continuano - ottenendo legittimazione da parte delle istituzioni, con le quali è stato possibile interloquire con autorevolezza e competenza, al punto da far recepire le proposte, che sono state poi riprese ed adottate (come nel caso dello smaltimento delle macerie o sul problema tasse); su altre proposte ci sono stati impegni da parte delle istituzioni”. “Le carriole, e più in generale l’Assemblea cittadina – spiegano - hanno svolto e continuano a svolgere una fondamentale opera di stimolo, controllo e informazione. Hanno riacceso, dopo mesi di silenzio e disinteresse dei grandi media, l’attenzione sulla città e sul suo stato”. “Frutto di questi mesi di impegno – concludono - è la proposta di legge di iniziativa popolare sulla cui raccolta firme si consumerà la battaglia più importante: riuscire a raccogliere le 50.000 firme necessarie per la sua presentazione in Parlamento e fare approvare la legge di solidarietà nazionale conseguente”

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[Elaborazione di Maria Eleonora Forno da Sos L’Aquila. Le foto sono di Maria Eleonora Forno ]


Eremo Via vado di sole , L’Aquila, 24 novembre 2010



domenica 21 novembre 2010

VERSI D'ALTRI E ALTRI VERSI : Itaca di Costantinos Kavafis

VERSI D’ ALTRI ED ALTRI VERSI : Itaca di Costantinos Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni o i Ciclopio la furia di Nettuno non temere:

non sara' questo il genere di incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi o Lestrigoni no certo,

ne' nell'irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga,

che i mattini d'estate siano tanti

quando nei porti – finalmente e con che gioia -

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle coralli ebano e ambre,

tutta merce fina, e anche profumi

penetranti d'ogni sorta, piu' profumi

inebrianti che puoi,va in molte citta' egizie

impara una quantita' di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca

–Raggiungerla sia il tuo pensiero costante.

Soprattutto, pero', non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull'isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,senza di lei

mai ti saresti messo in viaggio:

che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera,

non per questo Itaca ti avra' deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito cio' che Itaca vuole significare.


Stefania Martini mi ha regalato una poesia di Costantinos Kavafis , Itaca , e non ho potuto fare a meno di trascrivere questi versi che la poesia mi ha suggerito e lontanissimo da fare accostamenti glieli regalo

E alla fine della strada

là dove dorme il merlo

e l’aria sa di rosmarino

e il giorno passa subito in silenzio,

là dove finisce la strada

e non c’è più odore di aglio a sfidare

le ossa

che nelle pietanze cercano

cibo per gli anni ,

là dove non si vede più

il mare di Odisseo figlio di Laerte

il mare che luccica e risuona d’un canto

per voce sola , sola voce, là poseremo

anima cuore e corpo.

In cerca d’un abbraccio

l’abbraccio di questa città.

E se anche sono passati a sfregiare

i tuoi santuari città mia

tu rimani intatta

anche se come una tenda di pastori

la nostra tenda

è stata divelta e gettata lontana ,

come un tessitore sono state arrotolate

le nostre vite

e recisa dall’ordito la vita

la vita di alcuni di noi ,

città tu rimani intatta

e tra le tue strade e sul colle

e nei tuoi cortili

ripenso ai giorni passati

ricordo gli anni lontani.

Un canto nella notte ritorna nel cuore

con il latrare dei cani e il rumore dei martelli

fino a sera

è il canto di Odisseo laggiù nel mare

che arriva da in calcolata distanza

dentro il petto delle statue , negli occhi

dei bambini

sul volto delle donne .

E in cerca di quel canto d’Itaca

un poco d’ottobre mi sono portato dentro

novembre

e piango in questo giardino dal lauro nano

la rosa sfiorita al poco sole di novembre .

Eremo Via vado di sole, L’Aquila, domenica 21 novembre 2010



sabato 20 novembre 2010

GRAFFITI : Futuro ( I )

GRAFFITI : Futuro (I )

Raccontano i Sukuma, un popolo che vive in Tanzania:” Un villaggio stava diventando troppo grande e il capo, dopo aver consultato gli anziani , decise che era giunto il momento di fondare un altro villaggio in terre più lontane, meno abitate. Allora chiamò i due suoi figli maschi e disse loro : “ Andate a cercare un posto adatto dove fondare un nuovo villaggio. Ma non dimenticate di mettere dei segni sugli alberi dove passerete, così che io possa tornare a visitare la località insieme a voi. Hi di voi due troverà la località più adatta darà il capo del nuovo villaggio.”

I due giovani partirono in direzioni opposte : Il maggiore mentre camminava non dimenticava di lasciare dei segni sui tronchi più grossi. Il secondo bussò alla porta di molte capanne, fu invitato ad entrare , si fermò a conversare con tutti , condividendo il cibo che gli veniva offerto.

Il maggiore tornò dopo una settimana , descrivendo entusiasticamente la località che aveva individuato, con terre fertili e un torrente di acqua limpida non lontano. Il minore tornò dopo un mese.

Il padre disse : “ Bene , adesso voglio andare a vedere personalmente le località che avete scelto.” In due giorni di cammino veloce , senza neanche fermarsi a mangiare , il padre e il figlio maggiore , seguendo i segni lasciati sugli alberi , arrivarono alla località prescelta. Il padre ne fu entusiasta e dopo altri due giorni di cammino erano già di ritorno.

La settimana successiva il padre partì con il figlio minore . La distanza da percorrere non era lunga , ma il viaggio durò molti giorni perché ovunque il figlio minore arrivava veniva accolto festosamente dagli amici che si era fatto in ogni villaggio lungo la strada. La località prescelta dal figlio minore non era bella come la prima. Il viaggio di ritorno durò ancora di più perché gli amici questa volta offrirono doni da portare a casa.

Qualche giorno dopo il padre chiamò entrambi i figli , e disse loro : “ Ho visto le località che avete scelto. Avete fatto entrambi un ottimo lavoro. ,ma il minore ha fatto la scelta migliore , perciò sarà lui il fondatore del nuovo villaggio”. “Ma come – protestò il maggiore – lui non ha neanche eseguito il tuo ordine di lasciare un segno sugli alberi dove sarebbe passato, e poi, tutti dicono che il posto che io ho trovato è il migliore|”.

“Figlio mio - disse il padre- tuo fratello minore ha lasciato un segno di amicizia su tutte le porte a cui ha bussato e il suo villaggio sarà circondato da amici. La sua scelta è stata più saggia”

Il futuro è dunque fondare un villaggio circondato da amici .

Lo dice bene con altre parole Ernesto Balducci per il quale il nuovo villaggio è un luogo dove spartire il pane e il vino.


“Di tanto in tanto sono passati tra di noi uomini che ci sembravano quasi stranieri , tanto diversi dalla nostra tribù erano nel linguaggio e nelle opere. Essi prefiguravano l’uomo che attendo, anzi che è già in me , dentro l’involucro dell’uomo vecchio.

Mentre abito la città presente, con i suoi miti, i suoi dogmi, le sue divisioni , insomma la sua ferocia velata di cultura e di religione, già abito, per una specie di doppia appartenenza , la città planetaria , in cui divenuto inutile il tempio , ogni uomo ama spartire il pane e il vino.

Se noi lasciamo che il futuro venga da sé , come sempre è venuto, e non ci riconosciamo altri doveri che quelli che avevano i nostri padri, nessun futuro ci sarà concesso. Il nostro segreto patto con la morte , a dispetto delle nostre liturgie civili e religiose , avrà il suo svolgimento definitivo.

Se invece noi decidiamo , spogliandoci di ogni costume di violenza , anche di quello divenuto struttura della mente, di morire al nostro passato e di andarci in contro l’un l’altro con le mani colme delle diverse eredità, per stringere tra noi un patto che bandisca ogni arma e stabilisca i modi della comunione creaturale, allora capiremo il senso del frammento che ora ci chiude nei suoi confini.”


Eremo Via vado di sole, L’Aquila, 20 novembre 2010

SILLABARI : Spreco (III) Cibo e superficie agricola

SILLABARI : Spreco ( III )Cibo e superficie agricola

[Contributo tratto da www.blogeko!.it ]

Ogni anno nel mondo l’urbanizzazione, l’industrializzazione e il degrado del suolo inghiottono una superficie agricola pari a quella dell’Italia tutt’intera, città e boschi compresi.

Lo ha detto giovedì alle Nazioni Unite Olivier De Schutter, delegato per il diritto all’alimentazione, presentando gli ultimi aggiornamenti in materia.

E’ ovvio domandarsi come la Terra possa sfamare un numero crescente di bocche con un’estensione di campi più ridotta. E non solo. I piccoli contadini, ormai estinti in Italia, sono in difficoltà in tutto il mondo. Gente in grado di produrre da sè ciò che mangia(va). E’ un passo in avanti? Ciascuno si faccia la sua opinione.

Oggi 500 milioni di piccoli e medi contadini in tutto il mondo soffrono la fame anche perchè non riescono più a coltivare una sufficiente estensione di terra, ha detto Olivier De Schutter.

Patiscono la concorrenza vincente da parte delle grandi aziende agricole e del land grabbing - l’abitudine di trattare la terra come se fosse l’orto dei ricchi – e i loro campi sono sempre più confinati verso le zone aride o prive di irrigazione.

E non c’è solo il problema dei campi sottratti ai piccioli contadini. Ogni anno la Terra perde 30 milioni di ettari di terreno coltivabile. Cioè una superficie quasi esattamente pari a quella dell’Italia tutt’intera.

Sul sito delle Nazioni Unite l’intervento di Olivier De Shutter a proposito del terreno coltivabile. E’ a pagina 8, all’interno del resoconto delle attività svolte giovedì scorso

Produzione di cibo e ambiente sono due facce della stessa medaglia. Non ci può essere sicurezza alimentare senza sicurezza climatica.

Due giorni fa i grandi della Terra hanno deciso che dalla conferenza sul clima di Copenhagen non uscirà nessun accordo vincolante per ridurre le emissioni di gas serra.

E ora il vertice della Fao in corso a Roma non sta producendo alcun impegno preciso contrastare la fame. Che cresce vertiginosamente.

Le Nazioni Unite volevano dimezzare il numero degli affamati entro il 2015. Due anni fa non avevano abbastanza da mangiare 800.000.000 di persone. Ora sono oltre un miliardo. Il documento approvato nel summit di Roma non parla nè di soldi nè di scadenze per contrastare il fenomeno.

La ricetta della Fao sarebbe investire sull’agricoltura, diciamo, tecnologica. Che però dipende strettamente dalla disponibilità di energia – fino a quando sarà abbondante e a buon mercato? – e che finora ha partorito disastri ambientali: inquinamento, sfruttamento insostenibile delle falde acquifere, perdita dello strato fertile e superficiale del suolo.

Ma la produzione di cibo è minacciata anche da altri fattori ambientali. Innanzitutto l’effetto serra e l’aumento delle temperature: il vertice Fao di Roma ha semmai solo sfiorato il problema. In ogni caso, per vedere impegni concreti su questo versante il mondo dovrà aspettare minimo minimo un altro anno, visto che nulla uscirà da Copenhagen.

E poi, secondo me il vertice Fao ha tralasciato un altro aspetto cruciale. L’allevamento intensivo del bestiame. Tutti i giorni o quasi la bistecca approda sulle tavole occidentali, ma l’allevamento è fra le maggiori fonti di gas serra – addirittura la maggiore in assoluto, secondo alcuni studi – e gli animali da carne ingoiano molte, moltissime più sostanze nutritive e ce ne restituiscono poche una volta macellati.


Mi soffermo su questi aspetti perchè secondo me la produzione di cibo – la mancanza di cibo – è il maggior problema economico, ecologico e sociale verso il quale si intrecciano e convergono tutti i nodi del XXI secolo. Non che fosse lecito aspettarsi grandi soluzioni, e immediate, da un vertice Fao. Però almeno ragionare sulla complessità…

Aumentano scandalosamente gli affamati, come dice la Fao. Ma proprio adesso che bisognerebbe moltiplicare i raccolti, l’agricoltura si rivela un modello insostenibile per motivi legati all’inquinamento e alla disponibilità di energia.

Bel ginepraio, non vi pare? Mangiare è il bisogno fondamentale. Ma già ora il maggiore problema ecologico, economico e sociale è la mancanza di cibo, e le nuvole nere che si addensano sulla sua futura produzione non ricevono l’attenzione che meritano: o almeno, così mi pare.

Alla vigilia del summit mondiale per la sicurezza alimentare, la Fao ha reso noto che gli affamati nel mondo sono saliti ad oltre un miliardo (due anni fa erano calcolati in 800.000.000) e ha chiesto di moltiplicare per sei gli aiuti destinati all’agricoltura.

Bisognerebbe investire 44 miliardi di dollari nella produzione di cibo, dice, contro i 7,9 miliardi attuali: soldi da spendere in irrigazione, attrezzature al passo coi tempi, sementi, fertilizzanti, strade e ferrovie.

Sistemi produttivi moderni ed efficienti: in sostanza è questo che chiede la Fao. Ma la moderna agricoltura chimica, intensiva e industriale è insostenibile e ha partorito un disastro ambientale, si legge rapporto “Agriculture at a crossroad” pubblicato da Greenpeace International sempre in previsione del summit per la sicurezza alimentare.

Non è possibile andare avanti in questo modo, dice Greenpeace. L’unica via d’uscita passa per l’agricoltura ecologica dei piccoli produttori: è questa, sostiene l’organizzazione, che attualmente sta sfamando il maggior numero di persone, è questa che va supportata.


Ma non è solo una questione di distruzione delle foreste per far posto a campi e pascoli e di inquinamento che dai concimi di sintesi e dagli insetticidi si diffonde nell’ambiente. A mio parere, l’attuale modello di agricoltura andrà urgentemente abbandonato anche per motivi legati alla disponibilità di energia

.

Siamo ormai al “picco del petrolio”, scriveva il Guardian solo l’altro giorno, e nessuno ha ancora messo a punto un’alternativa, dal momento che i dati sulla futura produzione petrolifera sono stati mascherati per non scatenare il panico.


Così l’agricoltura intensiva che ora la Fao chiede di aiutare dipende dal petrolio e dagli altri combustibili fossili. La maggior parte dei trattori funziona a benzina o gasolio. Le pompe d’irrigazione utilizzano gasolio, gas naturale o elettricità prodotta dal carbone.

Anche la produzione dei fertilizzanti è energeticamente dispendiosa. Il gas naturale viene impiegato per sintetizzare l’azoto che costituisce la base dei fertilizzanti azotati. L’estrazione, la lavorazione e il trasporto internazionale dei fosfati e del potassio dipendono interamente dal petrolio. Tutte cose scritte da Lester Brown nel secondo capitolo del suo penultimo libro, “Piano B 3.0″.

Aggiungeteci l’energia per lavorare industrialmente il cibo, conservarlo, impacchettarlo e farlo viaggiare per tutto il globo e avrete un quadro abbastanza esatto della situazione.

Sfamare il mondo è indispensabile e urgente. Ma è indispensabile e urgente anche slegare la produzione agricola dalla chimica e dall’impiego di altre quantità di energia. Bel ginepraio, non vi pare? Secondo me dirlo chiaro è il primo, indispensabile passo per trovare una via d’uscita.

L’Occidente spreca quasi la metà del cibo, in moltissimi casi anche prima che arrivi nei supermercati. Questo è il messaggio che vuole trasmettere il film documentario Taste the waste, di Valentin Thun che racconta l'enorme spreco di cibo di alcuni Paesi nel mondo. L’Unione Europea butta ogni anno 90 milioni di tonnellate di cibo. Europa e Nordamerica bruciano una quantità di cibo tre volte superiore a quella che servirebbe per dar da mangiare a tutti gli affamati del mon




Eremo Via vado di sole , L'Aquila, 20 novembre 2010