domenica 11 aprile 2010

HISTORICA OVIDIANA : LA NOSTALGIA DEL PAESAGGIO DELLA VALLE PELIGNA NELLE OPERE DELL'ESILIO IN ROMANIA DEL POETA OVIDIO

HISTORICA OVIDIANA: LA NOSTALGIA DEL PAESAGGIO DELLA VALLEPELIGNA NELLE OPERE DELL’ESILIO IN ROMANIA DEL POETA OVIDIO


Negli Amores e nelle opere dell’esilio Tristia, Ibis, Epistulae ex Ponto, Ovidio parla frequentemente della sua patria ,l’Abruzzo e in particolare della Valle Peligna. Si deve a Giovanni Garuti un approfondito studio su “L’Abruzzo nella poesia ovidiana e imperiale latina” pubblicato a L’Aquila nel 1978 (pp.16-46 Amores e pp. 64-74 opere dell’esilio).
I versi come :” Pars me Sulmo tenet Paeligni termia ruris” ( da Elegia 2,16 di Amores) oppure “Sulmo mihi patria est gelidis uberrimus undis/Milia qui noviens distata b urbe decem “ (Tristia 4,10 3-4) sono la descrizione reale e concreta di luoghi, la campagna sulmonese ovvero la Valle Peligna ove il poeta alle falde del monte Morrone aveva un podere.

Le poesie degli Amores raccontano la struggente solitudine amorosa perché Corinna, l’amata, ha disertato gli appuntamenti.
Ovidio non nomina in questi canti luoghi ma, per affinità e comunanze, si pensa subito all’attuale Fonte d’Amore e alla irruenza del torrente Vella che con le sue acqua gli impedisce l’attraversamento. Torrente Vella lungo il quale a cura dell’Amministrazione Comunale di Sulmona è stato realizzato oggi un parco fluviale.
Il Vella è ridotto oggi ad un “rivolo” d’acqua ma per Ovidio , ed è da crederlo perché alcune cronache di non molti decine di anni fa lo descrivono ancora così, aveva rive fangose, acque torbide e piovane mancava di una sorgente e provocava con le sue inondazioni danni ai campi e al bestiame.
Infatti scrive Giovanni Garuti in un altro saggio “ Ovidio esule e il paesaggio assente” pubblicato su Misura (Rassegna trimestrale di abruzzesistica Anno II ,Fasc. 2, 1978,n.2)
“…continuità con l’elegia 2,16 (Amores) si può riscontrare in Am. 3,1,1-5, mentre in altri due passi il semplice attributo aquosus accompagna due localizzazioni geografiche precise : 2,1,1 Paelignis…aquosis; 3,15,11 : Sulmonis acquosi.
La tecnica oppositiva non manca, sotto angolazioni di poco diverse, anche nelle due elegie già segnalate. L’elegia 2,16 verte su una doppia opposizione : a) ogni luogo brutto diventa bello con la donna amata (w.15-32); b) ogni luogo bello diventa brutto senza la donna amata (w.33-40).”
Anche se negli scritti composti durante l’esilio raramente si fa menzione dei luoghi abruzzesi da un’attenta comparazione delle opere scritte prima e durante l’esilio viene in evidenza una nostalgia della campagna sulmonese e della Valle Peligna , luoghi che già presenti negli Amores saranno pianti come assenti, perduti per sempre. Sono i desolati lamenti dell’esule che costituiscono un catalogo di elementi che si esprime in versi e che parlano di abbondanza di acque, fonti sorgive,fiumi, erbe e fiori su prati tenui d’acqua, selve ed alberi ombrosi e rinfrescate dalle aure, canto degli uccelli , campi di frumento, vigne.

Scrive a questo proposito Giovanni Garuti:” Se ne deduce pertanto che tra le componenti dolorose dell’esilio di Tomi, accanto alle cose che ci sono ( gelo, ghiaccio,squallore, selvatichezza e ineleganza degli abitanti, incursioni di barbari (ecc.) figura anche un grande assente ,il paesaggio che non c’è, la perduta terra d’Abruzzo. L’implacabile meccanismo della negazione la preclude al suo primo apparire nel fondo dell’animo del poeta.
Così il paesaggio , come è stato, secondo uno studio del Segal ,elemento di unità nelle Metamorfosi, allo stesso modo costituisce uno dei trait d’union tra il momento inziale del poeta (Amores) e la sua triste conclusione finale. Riteniamo anche di veder riprodotta nelle opere dell’esilio, la dicotomia della funzione paesaggistica riscontrata sempre dal Segal nelle Metamorfosi stesse : a) condizioni esterne negative che influiscono sull’animo di chi vi si trova ( il poeta in persona nel freddo di Tomi e non più i personaggi delle leggende mitologiche)); b) stato di pace che improvvisamente si infrange: così doveva sentire ,Ovidio esule, quelle terre che negli Amores invece non avevano lasciato prevedere o presagire alcuna tragedia.”

Nell’ambito della contrapposizione tra Amores ed opere dell’esilio viene in evidenza un diverso significato dei termini “frigidus e frigus “.
Quando Ovidio tra il 25 e il 15 a.C. scriveva gli Amores, “frigidus e frigus”, nel loro significato di freddo , assumevano valenze poetiche come colui che non è riscaldato dalla persona amata, di fresco, specialmente in riferimento a fiumi e fonti. I termini hanno in sostanza una connotazione positiva. Al contrario nelle opere dell’esilio la “frigida aura” che deliziava le ombre dei boschi diventa similitudine di tremito d’angoscia.

Gelidus è gelo . La frescura dei monti abruzzesi si è trasformata nel gelo delle tere d’esilio. Il gelo è dunque negatività.
Allo stesso modo ad un analogo esito perviene un altro tema poetico ovidiano studiato da S. Viarre (Ovide.Essai de lecture poetique.Paris 1976, pp. 47-50 riportate da Grulli ) che lo include tra le “images obsessionelles “ : quello dell’acqua del mare che specie nelle Heroides e nelle Metamorfosi, aveva assunto una certa alternanza di positività e di negatività ( naufragio, morte in mare).
Anche questo motivo, nell’ultimo Ovidio , finisce con il coinvolgere il poeta nell’implacabile sensazione di essere un naufrago, di aver tutto perduto, con la sola attesa della prossima fine.

Eremo di Via vado di sole , L’Aquila. domenica 11 aprile 2010

giovedì 8 aprile 2010

DIARIO DI UN TERREMOTO. DIARIO PER CERTI VERSI IN PROSA E PER CERTI VERSI IN POESIA : SEI APRILE DUEMILADIECI

DIARIO DI UN TERREMOTO . DIARIO PER CERTI VERSI IN PROSA E PER CERTI VERSI IN POESIA :SEI APRILE DUEMILADIECI


Se vi diranno che noi abbiamo una casa
noi abbiamo una casa .
Se vi diranno che noi dobbiamo ora sorridere
noi sorridiamo.
Se vi diranno che noi abbiamo sofferto
noi abbiamo sofferto.
Se vi diranno che i bambini
sono tornati a giocare nei giardini
i bambini sono tornati a giocare nei giardini.
Se vi diranno che noi non siamo stati soli
noi non siamo stati soli .
Se vi diranno che quello si doveva fare
forse quello si doveva fare ma non solo quello.
Quello che non vi potranno dire mai
che il nostro cuore è in quelle case
dalle quali siamo dovuti uscire di corsa
in quelle case dove dormono per sempre
quelli che non sono riusciti a scappare.

Quello che non vi potranno dire mai
è che il nostro respiro di una notte
s’è fermato per sempre .
Quello che non vi potranno dire mai
è che il sogno della nostra città
ci torna nel sonno di ogni notte
che il sole non è più lo stesso il giorno .

Quello che non vi potranno dire mai
è che è difficile vivere senza avere
più un luogo dove lavorare ,
una piazza dove camminare, un bar
dove incontrare gli amici, una libreria
dove sfogliare un libro perché sono rimasti
là tra polvere e macerie ancora oggi.

Quello che non vi potranno dire mai
è che cosa guardano i nostri occhi:
la dignità dei cassaintegrati
la solitudine delle assenze
la paura che tutto possa ripetersi
l’inutile parlare ,il fare senza saper fare .
Quello che non vi potranno dire mai
è il colore del silenzio che dipinge
la nostra città, i nostri volti ,la nostra vita.

(Complesso "L. Ferrari" L'Aquila 6 aprile 2010 per fare memoria del terremoto e delle sue vittime. Foto : Nicola Di Felice, Danilo Balducci, Ida Rossi )

Dall’eremo di Via vado di sole martedì 6 aprile 2010

mercoledì 7 aprile 2010

ET TERRA MOTA EST 1 : ITINERARIO AQUILANO ATTRAVERSO GRUPPI,ASSOCIAZIONI, VOCI PARLANTI E SPARLANTI

ET TERRA MOTA EST 1: ITINERARIO AQUILANO ATTRVERSO GRUPPI, ASSOCIAZIONI VOCI PARLANTI E SPARLANTI



Domani 6 aprile 2010 è passato un anno dal terremoto che ha devastato il centro storico ed alcuni quartieri di L’Aquila, raso al suolo paesi come Onna, provocato centinaia di morti, costretto ad una diaspora che dura ancora oggi ,migliaia di aquilani.
A ricordo di quella notte il 5 – 6 e 7 aprile sono organizzate manifestazioni come incontri, fiaccolate, riunioni dei Consigli Comunale e Regionale fuori dalle sedi ordinarie,incontri, concerti celebrazioni religiose come il 5 “le staffette” che partendo da Tornimparte, Poggio Picenze,Lucoli e Castelnuovo raggiungeranno l’Aquila; il concerto della Corale Gran Sasso “L’Aquila Bella Mè” ; la fiaccolata nella notte tra il 5 e il 6 in ricordo delle vittime ; il concerto dell’Orchestra di Santa Cecilia e il 7 ancora un concerto
nella Basilica di Collemaggio.

D’altra parte la settimana appena passata ha visto svolgersi manifestazioni diverse che appunto hanno voluto accompagnare gli aquilani e non alla data del 6 aprile.
Ma è per l’intero anno passato che gli aquilani si sono interrogati su quanto stesse accadendo , su quali scelte si andavano a fare e che dovevano ancora essere fatte, su quali prezzi bisognava pagare per poter ritornare in possesso della loro città e quindi di una parte della loro vita. Contro scelte che potevano far presupporre un esproprio della città e appunto della loro vita si sono alzate voci a volte aspre, a volte solo di protesta, a volte fortemente costruttive e argomentanti la necessità di produrre alternative e aprire altre strade. Questa è stata la realtà di un anno di lavoro, di speranze, di sacrifici , di attese con qualche dolore in più di quelli necessari ma anche con qualche soddisfazione.

Questo è stato un anno corale che si è espresso con varie manifestazioni tra le quali quella delle “carriole” che ha avuto una maggiore visibilità ma che è parte di un itinerario sul quale si comincia riflettere . Un itinerario al quale hanno dato contributi importanti a livello di comunicazione e appunto di incontro, dibattito e riflessione strumenti offerti dal web come i siti delle associazioni e dei gruppi ma anche di singole persone.
E allora in questo blog che era nato per un mio interesse personale per la poesia, l’arte e la letteratura poco prima del terremoto e nel quale in questo anno non ho potuto fare a meno di interessarmi appunto di quanto stava avvenendo a L’Aquila, voglio ricordare due cose.
Primo il lavoro svolto dalle associazioni e dai gruppi attraverso i loro siti che di seguito vado a ricordare, secondo che mi permetterò periodicamente di citare in questa sezione che ho chiamato
“ET TERRA MOTA EST” articoli e discussioni tratte appunto da quei siti come contributo ad una più ampia informazione e a quell’itinerario aquilano di rinascita. Naturalmente saranno argomenti scelti da me e che nulla vogliono togliere ad altri interessi che possono essere soddisfatti dalla lettura diretta dei siti in questione.



E allora propongo la lettura dei seguenti siti :
• MISS KAPPA
• RISVEGLI
• STAZIONE MIR
• Collettivo 99
• Comitato ACQUA PUBBLICA
• CITTADINO QUALUNQUE
• Gruppo 3,32
• Cittadini per i cittadini
• Gruppi di Facebook
Che mi permetterò di esaminare , sempre a livello di contributo all’informazione e alla discussione in un altro post .
Qui da “Cittadini per i cittadini “ ho scelto due argomenti che di seguito riporto :

“Case senza città, periferie senza centro, cittadini senza città” - di Sonja Riva

L'Aquila un anno dopo non è una fiaba a colori, con tanto di nuove case superaccessoriate, dove ora vivono gli aquilani, felici nel loro happy end. Gli aquilani felici proprio non sono. Li abbiamo visti negli autobus, confusi nell'informarsi su come fare per raggiungere luoghi che non sanno più nemmeno dove si trovano. Seduti con gli occhi svuotati, pieni solo dell'assenza di quello che non c'è più. Sfiduciati espenti, soprattutto gli anziani, oppure agitati in un muoversi frenetico e fuori luogo, lungo le poche strade cittadine, ora invase da un traffico che neanche una megalopoli può vantare, dentro ad automobili diventate rifugio, dove sentirsi almeno un minimo a casa, autonomi e sicuri. Ad un anno dal terremoto, l'Aquila sembra un pugile stordito, che barcolla sulle gambe, mentre l'arbitro della politica lo guarda senza sapere bene cosa fare. Un anno dopo la distruzione di interi paese e frazioni, il centro storico aquilano annientato, 70 mila sfollati e 307 morti, molto è cambiato, ma appare ancora poco: non tutti hanno ancora una situazione abitativa stabile, chi vive ancora negli alberghi della costa, chi in situazione di fortuna. Il centro storico è ancora invaso dalle macerie ed è lì come rassegnato in una spettralità congelata nella mancanza di tracce di vita, in una desolazione oggi più perturbante di ieri. Un centro storico che appare come una gigantesca scenografia, una ricostruzione finta, di cartapesta nella sua vita vera ormai inesistente dei suoi colori quotidiani, delle sue voci, del suo rincorrersi di abitudini. Ad oggi manca ancora un progetto urbanistico, un piano di ricostruzione, chiarezza su come si procederà per far ripartire le attività commerciali del centro, e l'economia tutta, ma anche progettualità quotidiane, che nell'immediato possano almeno rinsaldare il tessuto sociale strappato dallo smembramento di collettività ora sparse nelle diverse New Town, i nuovi insediamenti costruiti dalla protezione civile, che sono diventati tanti satelliti periferici sostitutivi di un centro che non c'è più, gradevoli, ma nei quali non ci si può riconoscere, perché nulla parla di loro, delle loro vite e delle loro storie.
Fortunatamente, le persone costituite in associazioni, in collettivi, in comitati, unite dal profondo desiderio di riappropriarsi della loro città e del loro centro storico hanno animato le domeniche delle
carriole, invadendo in tanti il loro centro, ancora chiuso e inaccessibile, con carriole, secchi e guanti, iniziando simbolicamente a liberarlo dai detriti. Per ritrovarsi, lì sì davvero tutti insieme, nel far sentire il loro sgomento, la loro voglia disperata di esserci e continuare a essere considerati cittadini veri e propri, dei quali tenere conto nei piani di ricostruzione, nelle loro vite future e nella loro città futura.”

E dopo le considerazioni di Sonja Riva di seguito riporto un attento paragone tra il terremoto Marche Umbria e Abruzzo che sarà oggetto in forma compiuta a breve di un volantino .

“Un paragone chiaro ed efficace richiede però un’attenta analisi dei dati di fatto, dei numeri, della realtà dei due programmi e degli effetti previsti e verificati.
67.500 i cittadini abruzzesi evacuati dalle proprie abitazioni nelle ore successive al sisma del 6 aprile. Poco più di 22mila gli sfollati umbri e marchigiani nel 1997. Precisamente un terzo di quelli aquilani.
In relazione a ciò, i fondi programmati e stanziati dal governo italiano e dalla regione Umbria (attraverso diversi mutui contratti dall’ente regionale al preciso scopo della ricostruzione) ammontavano complessivamente a 15mila miliardi di lire. 7,75 miliardi di euro.

Per il dramma aquilano, con proporzioni di devastazioni triplici, lo stato italiano stanzia appena 5,8 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i 4 miliardi programmati dal CIPE e sottratti dalla quota di fondi previsti per lo sviluppo nel Mezzogiorno e i 470 milioni stanziati dall’Unione Europea.
10,2 miliardi complessivi, comprensivi di risorse finalizzate allo sviluppo economico, alle esenzioni fiscali, ai sistemi contributivi e ai lavori di messa in sicurezza, per una porzione di paese che, invece, secondo i resoconti ufficiali dell’Unione Europea per la sola ricostruzione infrastrutturale necessiterebbe di oltre 10 miliardi di euro.
Una comparazione accurata tra i due sistemi di spesa, richiede un’analisi dettagliata per il capitolo di spesa più importante: gli stanziamenti per la ricostruzione privata.

Per Umbria e Marche, a fronte di 27.781 interventi di ricostruzione per edifici privati, vennero stanziati oltre 5 miliardi di euro. In Abruzzo il monte complessivo di fondi per la ricostruzione privata ammonta a 3,1 miliardi di euro, spalmati dal 2010 al 2032, per un numero di abitazioni colpite oltre a 34mila unità escluse le case A
Esclusi eventuali fondi FAS, per i primi 4 anni saranno disponibili 800 milioni di euro. Meno di quanto messo a disposizione nello stesso tempo per Umbria e Marche.
Altro confronto, quello sulla strategia di ricostruzione. In Umbria dopo 3 anni, il 65% delle persone era tornato nella propria casa perfettamente a norma o abitava in una casa di nuova costruzione al posto di quella vecchia. Il restante 35% usufruiva del contributo di autonoma sistemazione o dei moduli abitativi temporanei (l’11%).
Per L’Aquila il piano di ricostruzione ha concentrato l’attenzione sul piano C.A.S.E. piuttosto che sui moduli in legno. L’assenza di un vero piano di realizzazione di case in legno o mobili (con un costo pari ad un terzo di quelle temporanee in cemento armato e prive di problemi di impatto ambientale) ha comporto ancora la presenza, di diverse decine di migliaia di persone assistite dalla Protezione Civile.
Infine, ultimo raffronto: la questione dei tributi. Un raffronto immediato. Sospensione del pagamento delle tasse per due anni e recupero del 40% degli arretrati dopo 12 anni in Umbria. Sospensione del pagamento dei tributi per 16 mesi e recupero del 100% degli arretrati per l’Abruzzo. “




Eremo di Via vado di sole , L'Aquila lunedì 5 aprile 2010

sabato 3 aprile 2010

CANTATA D'AUTORE : STABAT MATER

CANTATA D’AUTORE :STABAT MATER

Quell’anno fu un inverno duro per l’eremita della Sacra di San Michele. Era un anno imprecisato sul finire del X secolo non lontano dal Mille ma non più Mille.
Ripesa sanctos vocant . I luoghi scoscesi attirano i santi e il pio Alberto fattosi romito in cerca di solitudini aveva scalato le balze del Capraio , un montaccio da capre all’imbocco di Val di Susa.
Due secoli prima Carlo Magno sceso giù dal Monginevro aveva lì sbaragliato Desiderio re dei Longobardi. Quella sera di fine inverno Alberto vide arrivare un viaggiatore.
La Valle sottostante è una via di transito frequentatissima. Il viaggiatore è un monaco Guglielmo che sta raccogliendo notizie per scrivere un Chronicon Coenobii Sancti Michaelis de Clusa. Porta con sé anche un misterioso involucro da cui a volte si sente vibrare un’armonia.

A lui Alberto racconta la storia dell’eremo, la nascita di quel luogo solitario di preghiera, la nascita di quella minuscola abbazia.
“ Il pio Giovanni Vincenzo volle coronare quelle vette con un oratorio e si diede a tagliar tronchi ed ammassare pietre; che però nottetempo misteriosamente sparivano.Vegliando infine per scrutare l’arcano, l’eremita vide una schiera di angioli attorno ai quali volitavano colombe, che si caricavano senza fatica apparente i travi e massi sulle schiene alate, per traslocarli in volo sulla cima opposta , il Porcariano,un postaccio da maiali solitari al di là della valle; il quale poi si infuocò tutto per illuminare la comparsa di un San Michele additante con insistenza quelle rupi. Il sant’uomo capì il messaggio e mutò picco; e quando, terminato il lavoro, chiese al vescovo di Torino Amazzone di consacrargli quel rustico tempo , s’ebbe dal cielo un altro prodigio: perché il pigro Amazzone venne ma non si affrettò; e prima d’affrontare la salita pensò bene di fermarsi a dormire giù nella valle ad Avigliana.

Ma nel cuore della notte fu svegliato dai villici perchè sul Porcariano ardeva un globo di fuoco.
Amazzone lo prese come un sollecito e inerpicatosi verso quel faro celeste trovò nella chiesa un altare eretto dagli angeli.”
Guglielmo decisa di restare in quel luogo. Dopo tanto girovagare era tempo di fermarsi. In quello scenario di verde e pura natura si sentiva sospeso tra cielo e terra. La contemplazione del creato opera del suo Dio lo spingeva a cercare la purezza , l’essenza della purezza anche in quell’arte che fin da ragazzo coltivava e che si esprimeva attraverso quel misterioso ( per gli altri), fagotto che si portava appresso tra i bagagli : la sua viola e la musica che ne usciva.
In quella solitudine oscura della natura, dei boschi appena rischiarati dalla luce delle stelle egli sentiva la sinfonia delle sfere celesti che sfiorandosi si accarezzavano nell’universo.

AD VESPERAS. In uno stato di contemplazione restava ore ed ore su quella altura e dentro di sé risuonava la perfetta armonia dell’immenso che a volte provava trascrivere su dei figliacci che si portava dietro anche quelli.
Nella piccola cappella suonava la sua Viola d’arco di cui era rinomato maestro fino a Venezia. Così in quello stato suonava e cantava fino allo sfinimento trasformando in musica ogni cosa; la pace e la grazia di cui si era riempito guardando quella terra; la preghiera e la lode dovuta al suo Signore che quella terra gli aveva donato; la purezza e la mitezza che era il sangue della sua musica e del suo incontro con l’universo.
Dalla valle a volte giungevano attraverso i viandanti e villici le notizie più disparate.
Da anni il suo errare vagabondo di eremo in eremo lo aveva indotto a proibire a se stesso la musica delle cappelle e delle città. La giudicava con disprezzo :” intra augustos terminos esse positam; ut a suois progenitoribus, nulla similitudine sit agnoscende…”
Una sera al vespero trovò nella piccola cappella un giovane che amava le stelle e discusse con lui di astronomia, aritmetica, geometria e… musica.
Parlando dotto quekl cielo stellato alla presenza di quelle sfere celesti il giovane gli disse che se Platone e Dante avessero ascoltato il canto del coro della cappella a valle, dove più si distingueva una voce e una sola trale altre, l’avrebbero giudicato più bella della musica dell’universo.
Guglielmo si invaghì di quella vove e chiese di poterla ascoltare, ascoltare il canto di quel corso e l’afflato di quella voce.
Il giovane promise che lo avrebbe condotto in quella piccola chiesa giù a valle. E così fu.
Qualche sera dopo entrarono ai vespri in un posto gremito di gente mentre il celebrante intonva il DEUS IN AUDUTORIUM a cui risposero centinaia di voci che fecreo tremare il pavimento .
Ecco appena dopo i SALMI scanditi da un gruppo di cantori intorno al leggio. Venti fanciulli e più cantavano amemoria la voce del SUPERIUS e a quella messa di suono si univa il GLORIA del popolo presente.
Una tempesta di melodia si abbattè su Guglielmo. Ma fu dopo il CONFITEBOR intonato per quinte parallele che la melodia miracolosamente esplose: Le voci doppiate da cornetti e tromboni giungevano contemporaneamente da ogni parte della sala della chiesa, ma non si riusciva a rintracciarne l’origine come se non vi fosse traccia di persona che stesse suonando e cantando.
E in quel mezzo una voce si staglia netta al di sopra delle altre con il suo Regina Coeli.
Quella voce perfetta,dal timbro fuori del comune si spingeva nell’acuto e si addolciva nel colore e brillava come un fiume lento con i suoi specchi d’acqua infranti dal movimento. Scendeva poi nel grave e si scuriva come in un pozzo e risuonava forte del colore delle neri travi delle capriate del soffitto.
Sembrava che la voce scendesse dal paradiso.
Nei passaggi tra le lunghe note del canto fermo gorgheggiava a lungo come se volesse disegnare con la voce nell’aria.

“Ah ! se quella voce avesse potuto cantare la sua musica. Ah ! se potesse trovare quel corpo che emetteva quei suoni, quella meraviglia , guardare quel volto, ascoltarne il respiro”
E d’u tratto tutto si capovolse e Guglielmo svenne.
Quando si riebbe non sapeva dire dove si trovasse. Quanto tempo era stato assente alla sua coscienza e al mondo ? Non lo sapeva. Dalla piccola finestra della stanza che aveva raggiunto a fatica vide un paesaggio familiare: una sconfinata distesa di boschi e i monti ancora più in alto incombere. Che cosa gli era accaduto, perché si trovava nell’eremo lassù e non più a valle.
Il suo cuore così malandato era stato sul punto di cedere. Per quella voce emozionante che aveva ascoltato laggiù valeva la pena di vivere ma anche di morire. Ed era stato sul punto di morire.
Allora prese la sua viola , l’accordò con cura e cominciò a suonare. Suonò e cantò a lungo e sentiva che gli tornava un po’ di vita. Intonava con lo strumento la melodia di un mottetto come il Salve Regina o l’Alma Redemptoris e realizzava poi canoni con la voce e diminuzioni con lo strumento.
Così riprese le sue giornate lassù nell’eremo tra lavoro al suo Chronicon, preghiera, studio e musica.

Una sera al tramonto nel piccolo giardino dell’eremo abbazia trovò dei ragazzi che si rincorrevano fino al piano più in là nei loro giuochi, le loro voci si confondevano con quelle degli uccelli al tramonto.
Entrando in cappella sentì una voce che cantava l’armonia perfetta con cui si chiudeva il suo Salve Regina a cinque voci. Quei fogli lasciati sul leggio ancora freschi di inchiostro.In alto nel cielo già Venere si profilava e la luna nasceva all’orizzonte “…o clemens…” Orione e Sirio sarebbero diventati a breve i padroni della notte “… o pia…”, era davanti a lui un bambino che dal leggio cantava “ …o virgo…”… Maria”
E poi d’improvviso “…stabat mater …”
E così la sua musica, la musica di un vecchio monaco entrava , attraverso la voce di quel fanciullo nella melodia dei corpi celesti e sì che ora il suo cuore doveva resistere .
Anche se dopo aver ascoltato il suo STABAT MATER dalla voce di quel fanciullo la sua preghiera si alzava alta …” questo tuo servo Signore può andare in pace, lascia che vada in pace, perché le sue orecchie hanno ascoltato la meraviglia del tuo amore…”
E in ginocchio così pregava Gugliemo fino a quekl fanciullo non fu richiamato dagli altri e uscì dalla cappella sparendo nella notte e tutto fu silenzio.



Questa è una storia inventata. I monaci Alberto e Guglielmo e la musica di Guglielmo non sono mai esistiti se non nella mia mente e nel mio animo.
Invece le immagini della Sacra di San Michele sono vere . Sono di Pino dell’Aquila e sono pubblicate appunto nel volume “ La Sacra di San Michele “ Franco Maria Ricci Editore.
Il santuario sorge nel territorio di Sant’ambrogio Torinese , dista trenta chilometri da Torino ed è affidato ai Padri Rosminiani che vi risiedono da oltre centocinquant’anni



Eremo di Via Vado di Sole Sabato 3 aprile vigilia di Pasqua 2010

venerdì 2 aprile 2010

HISTORICA OVIDIANA : LA MEDEA DI OVIDIO

HISTORICA : OVIDIANA




ALTERITA’ : LA MEDEA DI OVIDIO
Medea, maga, figlia del re della Colchide, si innamora del greco Giasone che è giunto nel suo lontano paese (sul mar Nero) per impossessarsi del vello d'oro. Per Giasone Medea tradisce il padre, uccide il fratello, abbandona la patria; ma l'atto che la distingue per la selvaggia tragicità è quello che Euripide scelse di rappresentare nel suo dramma (rappresentato nel 431 a. C): l'uccisione dei figli, l'atto estremo con cui essa si vendica dell'abbandono di Giasone.
Della storia di Medea esistevano infatti in epoca antica numerose versioni, ma la vicenda più nota è quella fissata da Euripide, interamente "costruita" nella prospettiva del tragico infanticidio che costituisce per lei un punto di non-ritorno.
La storia di Medea ha affascinato da sempre scrittori e artisti, tanto che la lista dei rifacimenti e delle riscritture del mito sarebbe lunghissima.
La storia tragica di Medea è una delle più cupe nell'universo del mito antico; ma soprattutto la storia di Medea è forse la più nota tra le vicende del mito antico legate alla figura dell'altro e dello straniero.
Medea viene vista pertanto come figura dell'alterità (donna, sapiente e straniera), figura-tema-problema presente in testi classici, ma ancora aperto, vivo e vicino. Medea è in questo senso testo esemplare in una misura addirittura sorprendente, perché il nostro tempo è segnato profondamente da uno dei temi fondanti della Medea, cioè dal confronto-scontro di civiltà, in generale dal problema dell'alterità.

Esistono molte opere letterarie su Medea:

• Gli incanti di Medea - Dramma di Francisco de Rojas Zorilla.
• Il Vello d'oro - Tragedia di Franz Grillparzer (trilogia: l'ultima parte ha titolo Medea).
• Medea - Tragedia di Pierre Corneille.
• Medea - Tragedia di Lodovico Dolce.
• Medea - Tragedia di Ennio.
• Medea - Tragedia di Euripide.
• Le Argonautiche - Poema di Apollonio Rodio (il terzo libro è dedicato al mito di Medea).
• Medea - Tragedia di Friedrich Gatter.
• Medea - Tragedia di Richard Glover.
• Medea - Tragedia di Ernst Legouvé.
• Medea - Tragedia di Bernard de Longepierre.
• Medea - Tragedia di Hippolyte Lucas.
• Medea - Tragedia di Giovanni Battista Niccolini.
• Medea - Tragedia di Ovidio.
• Medea - Tragedia di Jean de la Péruse.
• Medea - Tragedia di Lucio Anneo Seneca.
• La lunga notte di Medea - Tragedia di Corrado Alvaro.
• Medea. Voci - Romanzo di Christa Wolf.


Ma si deve ad Ovidio una intelligente riscrittura del destino esistenziale del personaggio mitologico di Medea si deve, secondo il prof. Cipriani, ad Ovidio, che non fu un drammaturgo, come Euripide e Seneca .Nella XII lettera delle sue Heroides (quella di Medea a Giasone), infatti, il poeta di Sulmona descrive una Medea che oscilla tra la dimensione elegiaca, provvisoria, e quella drammatica, costituzionale, tanto che alla fine si toglie i panni della donna innamorata, subordinata all’uomo, per indossare quelli dell’eroina tragica che noi conosciamo attraverso il mito. Se Medea fosse stata un personaggio elegiaco fino in fondo, avrebbe agito diversamente, avrebbe cercato di riconquistare il proprio uomo, supplicandolo, magari minacciando di suicidarsi, per amore si sarebbe uccisa, non avrebbe ucciso. E come non è del tutto tragica, così la Medea di Ovidio si allontana dal cliché della donna dei
poeti elegiaci (Catullo e i poeti augustei), capricciosa, perfida, ingannatrice, per tornare ad essere, anche se momentaneamente, vittima della passione d’amore. In realtà è solo apparenza, perché la delusione simulata da Medea per il comportamento di Giasone, ingrato nei confronti di tutti i benefici ricevuti da lei, non è che un velo di ipocrisia che le serve per mascherare le sue vere intenzioni omicide.
Ovidio, quindi, pur muovendosi nell’ambito dell’elegia, riserva a Medea la possibilità di tornare ad essere la vera Medea, quella del paradigma mitico, e ci riesce usando tecniche affini a quelle drammaturgiche, che saranno poi pienamente sfruttate da Seneca. E’ di rara efficacia drammatica la scena epitalamica dell’epistola XII, inesistente in Euripide, quindi, pura invenzione di Ovidio, che si ritrova nell’a parte di
Medea nella tragedia senecana. In essa la protagonista della lettera ovidiana è dolorosamente stupita dal canto nuziale che le colpisce le orecchie e stenta a credere che Giasone le stia facendo tutto questo male, in cambio dei benefici da lei ricevuti. La trovata geniale di Ovidio è nella drammatizzazione della scena, con la servitù che nasconde le lagrime e non osa dire alla padrona quel che sta accadendo, e il più piccolo dei figli di Medea che si ferma sulla porta e invita la madre a vedere Giasone, il padre, in testa al corteo, nelle sue vesti dorate: tutto ciò strazia il cuore di Medea che vorrebbe correre a strappare il marito alla sua nuova sposa, ma si trattiene, perché ormai è il tempo della vendetta, e niente la fermerà. Anche la protagonista della tragedia senecana impallidisce, trascolora alle note del canto nuziale, ma nel suo a parte, dopo lo stupore, subito Medea recrimina sulla perfidia e l’ingratitudine di Giasone, che non può lasciare impunite, anzi, benché si senta trascinata in mille direzioni dalla mente sconvolta, tuttavia, deve mettere in atto la sua vendetta, facendosi consigliare dai suoi stessi misfatti, e facendo in modo che mai Giasone si dimentichi di lei.



Eremo di Via Vado di Sole,L’Aquila venerdì 2 aprile 2010

giovedì 1 aprile 2010

GRAFFITI 7 : LAVORO

GRAFFITI 7 : LAVORO


L’Articolo 1 della Costituzione afferma: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” E’ indubbio che il riferimento al lavoro ha un significato così decisivo e fondamentale da determinare, se modificato, uno stravolgimento della carta. Per soli 12 voti non passò la formulazione di Palmiro Togliatti che affermava non repubblica fondata sul lavoro ma “repubblica dei lavoratori”.
Scrive Gustavo Zagrebelsky :” L’articolo 1 della Costituzione viene da un processo di affinamento e di avvicinamento di posizioni diverse ,presenti nell’Assemblea costituente. Trattandosi di una norma fondamentale , è naturale che sia stato così, per trovare un terreno di incontro il più ampio possibile. La natura delle norme costituzionali è proprio questa : essere il prodotto di convergenza e non imposizione di una parte sulle altre. Tra le posizioni di partenza ,c’era quella sostenuta dai socialisti e dai comunisti che si esprimeva nella formula :” repubblica di ( o dei ) lavoratori”. Fu respinta per la possibilità che essa offriva di una interpretazione classista. Fu respinta: dunque la formula attuale è cosa diversa. Viene da un altro versante politico- culturale ,il cattolico sociale. Fu Fanfani anche a nome di altri eminenti costituenti (Moro, Tosato, Grassi..), a proporre la formula che troviamo nella Costituzione vigente. La sua motivazione – i giuristi dicono la sua ratio – fu così espressa: “dicendo che la repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio(…),sulla fatica altrui e si afferma invece che essa si fonda sul dovere,che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo , di trovare nel suo sforzo libero , la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale “ ( Fanfani nella seduta del 22 marzo 1947).

Possiamo dire che queste ragioni sono superate e provinciali,perché relative ad una situazione politica e sociale del nostro Paese che non c’è più? Mi sembra anzi che siano più attuali che mai ,in un tempo di scandalose speculazioni finanziarie che, per l’appunto, in ultima analisi, si fondano sulla fatica altrui; in un tempo in cui la disoccupazione è crescente e il lavoro diventa bene sempre più raro di cui si appropriano i privilegiati ,i forti, i figli dei ricchi a danno di coloro che sono privi di protezioni legali o corporative e di raccomandazioni personali.

Eremo di Via vado di sole, L'Aquila. giovedì 1 aprile 2010

DIARIO DI UN TERREMOTO .DIARIO PER CERTI VERSI IN PROSA E PER CERTI VERSI IN POESIA 23 -24- e 25 GIUGNO 2009

L’Aquila 23 Giugno 2009

Chi avremo in visita ai terremotati
domani mattina?
Posso fare una preghiera all’incontrario ?
Speriamo che non venga l’esattore delle tasse,
speriamo che non venga chi ci fa perdere
il buonumore,
speriamo che ci permettano di ammazzare
il tempo
cucinando con poco sale al fresco
della mattina
quando beviamo anche una delizia allo yogurt,
una delizia sospesa nel sapore
di polline e ragnatele
che ci danno un’allergia da morire.

Speriamo di non morire per un’allergia
ai politici
ai preti disoccupati,ai venditori di
aspirapolvere
agli scocciatori che consumano la vita
correndo la una “ cosa “ all’altra
(ti devo dire una cosa esordiscono
sempre )
correndo da un minuto ad un minuto
( un minuto solo e qualche volta un minutino )
non sapendo che uno di quei minuti
può accelerare o fermare la vita.

Speriamo di saper dire sempre parole
di benvenuto
anche a chi ci sta antipatico
e di noi ha una cattiva opinione
e a volte ce lo dice e a volte non ce lo dice;
speriamo che non venga chi fa sempre
quello che gli pare
facendo finta che non è così
che quando poi glielo dici rifà finta
di incazzarsi;
speriamo di non dover aspettare troppo
per sapere chi ci viene a trovare domani.


L’Aquila, 24 Giugno 2009

Non sai volare e io ti guardo.
Per simulare il volo, per fuggire
il bruciore del cuore
non basta serbare questa dolcezza
stanca
di uomini rimasti soli
perduti tra tristezze infinite
e carte di mondi fantastici.
Non basta. Ci vuole
uno stupore, un capogiro
come solo una città sa dare.
Ma è tutto come in una citazione
dove si è slegato il filo del discorso
e non si capisce più niente:

E io parlo ora di questa città come
di un arsenale di dolori e tristezze,
per rappezzare tristezze e dolori.
Lo so , è difficile anche da dire. Ma
che potevamo fare allora se non
piangere in silenzio. Raccogliere
in fretta le nostre cose e
andare via. E siamo andati via.



L’Aquila, 25 Giugno 2009


In che cosa ci siamo sbagliati
e chisenefrega se è così ?
Tu eri la nostra amica
è vero a volte cazzate a volte risate
correvano per le tue vie
per imbuti improvvisi di scale e
di silenzi
tra perdita di orizzonti e lunghe prospettive
incarnate
nel nostro amore di vivere,
ma io fingevo di vivere,
nelle tue strade nelle tue piazze
ero per te un passante
ma ti amavo
davvero come davvero amavo
una donna e l’amore per lei
era come un mare lontano che si rovesciava
addosso
tra quel poco di dolore lasciato
a un’altra volta, quel poco di gioia
dei giorni della nostra vita allora presente.

Ora vorrei che le ferite comuni
più che i versi dicessero di te e di me ; me ne andrò
forse da te
dai tuoi fantasmi che hanno lasciato le dimore
che avremmo
abitate e questo diario che io scrivo
non per me ma per te e per lei
è il dolore di cose passate
di rotte sperdute
di pensieri straniti, in una parola
la vita ridotta ad un avverbio: prima e dopo.
prima e dopo la tua distruzione, prima e dopo
la sua morte.
Il respiro dei tuoi giorni è ora un viaggio
nel ripetersi degli affanni che conosciamo
a memoria
quelli di una storia d’appendice
la mia storia dentro la tua storia.

Le foto sono di Daniele Aloisi

Dalla tenda n. 2 del Complesso "L. Ferrari" Via Acquasanta L'Aquila