giovedì 8 marzo 2012

LINEA D’OMBRA: In otto minuti abbiamo fatto fuori una bottiglia di vodka

LINEA D’OMBRA: In otto minuti abbiamo fatto fuori una bottiglia di vodka

Per essere dure e cattive . come i maschi, belle e spietate, per non farsi mettere i piedi in testa: le ragazzine italiane, ma anche quelle inglesi, che stanno per sfiorare il sorpasso, bevono come e più degli amici del sabato sera, tracannano birra, scolano limoncello e vodka, e magari alla fine si mescolano nelle risse o spaccano almeno una bottiglia. Le giovani donne sull'orlo dell'alcolismo (il confine è relativo, posto che il corpo femminile è in grado di smaltire l'alcol meno di un quarto di quello di un uomo, che è impossibile conoscere la propria soglia di rischio personale e che la dipendenza si sviluppa nelle donne a una velocità doppia) sono il 7,7 per cento nel Regno Unito contro 1'8, l per cento dei coetanei tra i 15 e i 24 anni (e 200 ragazze ogni settimana vengono fermate dalla polizia britannica per comportamenti illegali causati dalla sbronza).
La parità è (quasi) salva, mentre in Italia, in meno di due decenni, il consumo di birra al femminile è raddoppiato, quello di digestivi e superalcolici sta galoppando e solo il vino diminuisce leggermente, in misura minore rispetto alle tendenze generali. Se è vero che il record europeo resta all'Olanda (8,8 per cento di giovanissime super-bevitrici  l'allarme sta scattando un po' ovunque, e coinvolge fasce diverse per età e condizione. In Italia, a rischio sono le adolescenti e le quarantennio E l'Osservatorio nazionale sull'alcol dell'Istituto superiore della sanità chiede a gran voce che il divieto di vendita di birra, vino e liquori sia innalzato da sedici a diciotto anni.
«il 15,3 della ragazzine  tra gli 11 e i 15 anni ha già consumato alcol  in modo non salutare, cioè al fuori dai pasti o in misura eccessiva-  spiega Emanuele Scafato, il medico che guida l'Osservatorio - per questo cerchiamo di richiamare l'attenzione di governo e amministratori sulle regole di un mercato che rischia di apparire conveniente rispetto ad altri, e produce modalità sempre meno
controllate e controllabili di consumo, come l'abitudine di comprare al supermercato e bere in piazza". La gara a chi si sbronza di più e più in fretta è ben documentata sui social network: "Guardate il video di me e della Dany sabato sera, in otto minuti abbiamo fatto fuori una bottiglia di vodka, e io non ho neppure vomitato. Mitico", diffonde agli amici una liceale di Brescia che si firma ubriaca for ever.
È il binge drinkìng la bulimia da alcol, già sperimentata dal 3,1 per cento delle teenager italiane.
«Oggi sappiamo che fino a vent'anni il cervello può continuare a svilupparsi - dice Scafato -e chiediamo che il divieto di vendita sia spostato verso questa età». A Parma e a Ravenna sono nati centri di accoglienza rivolti specialmente alle donne, che oltre al, rischio metabolico guadagnano, insieme ai bicchieri di troppo, il 7 per cento di possibilità in più di ammalarsi di cancro. «Bevono per dimenticare il futuro», ha scritto nel suo "Ragazzi ubriachi" Flavio Pagano: uno su tre racconta di essersi ubriacato almeno una volta, mentre il 25 per cento delle morti accidentali di  ragazzi tra i 15 e i 29 anni in Europa è riconducibile all' alcol. Ce ne sarebbe abbastanza per stare attente. Invece, si discute sul rapporto che lega alcol e. seduzione: «Bevo una birra o due per essere meno timida quando sono con gli altri», racconta Simona, 15 anni, intervistata per la ricerca di prevenzione ragazzi.it, mentre Lucrezia, più esplicita, racconta: «Tutte le volte che sono stata con qualcuno avevo bevuto». «Se non bevi hai più controllo», dice l'opuscolo rivolto. alle giovanissime dal ministero della Salute. Ma a quindici anni chi vuole averlo davvero?


«Le ragazze non vogliono imitare il modello delle madri. Così facendo però finiscono col cercare di rendersi uguali ai coetanei maschi nei comportamenti peggiori: bere troppo, diventare aggressive verbalmente o fisicamente»: Franco Garelli, docente di Sociologia all'Università di Torino, studioso attento dei comportamenti giovanili, commenta così l'allarme sul consumo delle giovanissime.
Quali sono i gruppi più a rischio?
«Le giovanissime, dai 14 anni in su, che vogliono bruciare le tappe e differenziarsi dal modello materno. Bere troppo è uno dei mezzi più facili, e si crede, a torto, di poterlo controllare, mentre altre sostanze come le vecchie e nuove droghe fanno più paura. Per questo i maschi si drogano di più, mentre la distanza maschi-femmine nel consumo di alcol diventa sempre più piccola».
Come si può prevenire l'eccesso?
«Proponendo modelli di differenza, rafforzando bambine e ragazze nell'idea che essere diverse è un valore e un elemento di forza e di fascino. È comprensibile che una ragazza non voglia essere o apparire debole e subordinata, ma il compito dei genitori è mostrarle che si può essere forti in modo diverso se si è femmine, e che questa differenza è spiazzante, affascinante, mentre l'imitazione al ribasso non lo è».
I divieti sono utili? ,
«Assai poco. Vale di più riuscire a far capire che per essere una donna forte domani è meglio restare se stesse che fare come i compagni».

I numeri
12  anni , l’età media del primo consumo di alcol in Italia
8,6% le ragazze che hanno già provato il binge drinking
6,8% le ragazze considerate a rischio –alcol  tra i 18 e 24 anni  in Italia. In Europa  la media  è 14.6%
9 su 10 consumano alcol il sabato sera in discoteca

Vera Schiavazzi  Alcol pari opportunità. Adesso le donne bevono come i maschi  La repubblica 20 agosto 2011

Eremo  Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 8 marzo 2012

mercoledì 7 marzo 2012

OCCHIO DI GIUDA :Antigone, vent’anni dopo

OCCHIO DI GIUDA  :Antigone, vent’anni dopo

Vent’anni fa nasceva Antigone, l’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale che da allora nuota conto la corrente del vero “uso politico della giustizia”, quello che ogni giorno si consuma nella minaccia e nella punizione di ogni forma di devianza e di estraneità, con piena soddisfazione elettorale degli imprenditori politici della sicurezza. Di seguito una riflessione di Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella, gli ultimi due presidenti dell’associazione, pubblicata su il manifesto, in occasione della prima di due giornate di discussione che si svolgeranno a Roma su questi venti anni anni di giustizia, carcere e sicurezza.


Vent’anni non sono pochi. Abbastanza per diventare adulti, «poi ti volti a guardarli e non li trovi più». Ma i nostri vent’anni, invece, stanno lì: statuari, immobili, tetragoni, e coprono come una lunga ombra il nostro presente. Solo l’impossibilità della prova contraria (sarebbe andata meglio se non ci avessimo messo le mani?) ci mette al riparo dal prendere in prestito l’adagio del vecchio Bartali: “tutto sbagliato, tutto da rifare!”.

Vent’anni dopo la nascita di Antigone (“un’associazione per il diritto penale minimo”, sintetizzava un caro amico nei conciliaboli che la preparavano), la popolazione detenuta è raddoppiata, quella sottoposta a misure di controllo penale triplicata, mentre lì a fianco è cresciuto un mondo di privazione della libertà di persone incolpevoli (e neppure sospettate di esserlo), ma giudicate meritevoli di un simile trattamento per solo per il loro status, per la loro incerta (e sgradita) cittadinanza, per le loro lingue, culture e religioni, per il colore della loro pelle.

Tremebondi, vent’anni fa, in Parlamento si discuteva dell’introduzione di un regime di isolamento per i capi-mafia: rigorosamente individuale, temporaneo nell’applicazione, addirittura transitorio nella legislazione. Oggi, a ogni stormir di fronda, si invoca quel “carcere duro” di cui politici e giuristi avevano legittimamente timore vent’anni fa.

Vent’anni fa un nuovo codice di procedura penale ci introduceva al sistema accusatorio, a una auspicata parità tra accusa e difesa. Oggi (come cent’anni fa) di codici ne abbiamo almeno due, uno per i cafoni e uno per i signori, “uno per i garantiti e uno per i giustiziati” come ripete un altro nostro vecchio compagno di strada.

Vent’anni fa la caduta del muro di Berlino aveva illuso molti che lo stato socialeeuropeo ne sarebbe rimasto indenne. Invece la sicurezza sociale è stata soppiantata dalla prevenzione del rischio di vittimizzazione e la tolleranza zero è diventata il nostro pane quotidiano. Lo stato sociale ha lasciato il posto a quello penale e, nonostante galere e centri di detenzione pieni fino all’orlo, siamo tutti più soli e più insicuri.

Qui come altrove la destra ha soffiato sul fuoco della paura e della insicurezza, mietendo consensi e potere. Qui come altrove la sinistra ha subìto e condiviso, pensando di cavalcare la tigre ed essendone, invece, divorata ogni volta che al voto gli elettori hanno preferito l’originale alla sua pallida copia.

Avevamo ragione noi, quando dubitammo di manifestazioni popolari che invocavano più manette per tutti (o almeno per qualcuno). Avevamo ragione noi, quando denunciammo il piano inclinato del primo “pacchetto sicurezza” voluto dal centro-sinistra al governo. Avevamo ragione noi, quando denunciammo il pregiudizio nascosto nel nuovo diritto penale d’autore, contro i tossici, gli immigrati, i recidivi. Oggi si raccolgono i frutti di vent’anni di cinismo e miopia. Ma se la ragione postuma è la soddisfazione inutile che si dà ai fessi, mettiamola pure da parte e guardiamo avanti, all’insostenibilità del regime repressivo e poliziesco messo su nella crisi dello stato sociale e alla necessità di rispondere altrimenti alle domande e ai bisogni di sicurezza e coesione sociale.

Fonte :(Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella, il manifesto 19 maggio 2011)


Mentre ci si affannava a riformare la giustizia per evitare pene all’ex  premier e alla sua banda, il sovraffollamento delle carceri _ problema vero, drammatico - ha raggiunto livelli senza precedenti. Secondo i  dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il 31 gennaio 2011 i detenuti in Italia erano 67.634 (quasi il doppio di vent'anni fa), a fronte di una capienza regolamentare di 45.165.

 Un tasso di sovraffollamento del 149 per cento, che ci pone al terzo posto in Europa, dopo la Bulgaria (155,6 per cento) e Cipro (152,7). Numeri mai registrati prima. E in seguito al ricorso di un detenuto, la Corte europea dei diritti dell 'uomo ha addirittura condannato l'Italia per reato di «tortura», considerando il sovraffollamento una pratica di per sé «inumana e degradante». Che acuisce i problemi endemici delle carceri, già aggravati dalla crescente penuria di fondi: peggiorando le condizioni sanitarie; riducendo le attività che consentono di uscire, durante il giorno, da celle gremite; accentuando i casi di autolesionismo ...

A battersi per i diritti nelle carceri c'è l'associazione Antigone, che gestisce un Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione e pubblica un rapporto annuale, con cui informa e fa lobbing. «L'Italia è incapace di affrontare il sovraffollamento se non con le amnistie», spiega Alessio Scandurra, coordinatore dell'Osservatorio. «Bisogna invece adottare più spesso sanzioni alternative al carcere - dagli arresti domiciliari ai soggiorni obbligati - che sono efficaci e costano meno». In mancanza di un garante dei detenuti (pur previsto dall'Onu), Antigone ha anche istituito un «difensore civico» che denuncia le carenze. Finora si è fatto tramite di 1200 casi, citando in giudizio lo Stato per trattamenti che violano la Convenzione dei diritti dell'uomo. Si può aderire ad Antigone (www.associazioneantigone.it) o destinarle il5 per mille delle nostre tasse (co¬dice fiscale: 97117840583)

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì 7 marzo 2012

martedì 6 marzo 2012

INTERSTIZI : Il demone dei calcoli applicato alla vita

INTERSTIZI  :  Il demone dei calcoli applicato alla vita


Chissà perché Aristotele lasciò una specie di ipoteca sui matematici nella Metafisica. Scrisse che essi danno vita alle loro teorie «per mezzo dell'astrazione» e non si curano di «tutte le qualità sensibili». Kant rivide l'antica posizione, ma non la volle debellare completamente. Ricordò che la filosofia procede «mediante concetti», mentre la scienza dei numeri con la «costruzione di concetti». Hegel potè così tranquillamente ripetere che la matematica è la disciplina delle quantità. Non perse l'occasione di ribadire l'antica formula Benedetto Croce, anche se ormai i tempi erano maturi per altre considerazioni. Nella sua Logica (1905) asserisce: «Le matematiche forniscono concetti astratti che rendono possibile il giudizio numeratorio; costruiscono gli strumenti per contare e calcolare e per compiere quella sorta di finta sintesi a priori che è la numerazione degli oggetti singoli».
Sono frammenti di una storia infinita. Del resto, che cosa sia la matematica lo ignorano anche i sacerdoti che ne officiano il culto e quando chiedete a uno di essi quali certezze abbia ghermito, vi risponde in genere con un sorriso. Né va dimenticato che per la concezione formalista, sviluppata da Hilbert e dalla sua scuola negli anni Venti del '900, la matematica può essere costruita come semplice calcolo, senza che ad esso si dia un'interpretazione. Volete aggiungerla? Problemi vostri, replicherebbero quei sacerdoti appena scomodati.
Gli innamoramenti per questa scienza, i tentativi di interpretarla o definirla non potranno mai essere narrati nei dettagli; difficile stilare anche un inventario di stravaganze e topiche che ha alimentato. Sarà per molti sorprendente il saggio di Giulio Giorello dal titolo Il fuoco fatuo di Hobbes e il chiaro labirinto di Spinoza, dedicato al «fare filosofia con la geometria». È contenuto nel terzo volume della vasta opera La matematica, pubblicata da Einaudi e curata da Claudio Bertocci e Piergiorgio Odifreddi, con cui si completa il progetto dei quattro tomi previsti (ha come titolo Suoni, forme, parole, pp. 892, 110). Hobbes, oltre il Leviathan, è colto tra le battaglie con figure, numeri, deduzioni: reinterpretò gli Elementi di Euclide, intraprese polemiche con i matematici di Oxford e per i suoi errori venne stroncato da John Wallis («fatto a pezzi ma non domato», nota Giorello). Nel saggio si ricorda, tra l'altro, l'esame che tentò di una «meraviglia» di Evangelista Torricelli ed è posta in evidenza, oltre a qualche pasticcio e a non pochi fraintendimenti in geometria, quel suo ingarbugliarsi con le frazioni. E questo anche se ebbe l'onore di «iniziare alle matematiche» il Re. Ma non si creda che Hobbes fosse uno sprovveduto: dai suoi errori si impara, soprattutto quando ricorda, per illustrare le prepotenze della politica, che se un giorno si scoprisse un proposizione contraria agli interessi del potere, potrebbe «essere soppressa, bruciando tutti i libri di geometria».
Poi Giorello si dedica a Spinoza. Il filosofo che conforma la sua Etica agli Elementi di Euclide ammonisce chi «ascrive a Dio i propri attributi» e in una lettera a Hugo Boxel, funzionario a Gorcum, nota: «Se il triangolo avesse la facoltà di parlare, direbbe parimenti che Dio è triangolo in modo eminente». La geometria, in tal caso, è utilizzata per mettere in guardia contro le celesti raffigurazioni. Nella medesima lettera Spinoza precisa: «Alla tua domanda, se io abbia di Dio un'idea tanto chiara come quella del triangolo, rispondo di sì. Se invece mi chiedi se ho un'immagine di Dio tanto chiara come quella del triangolo, rispondo di no: perché non possiamo immaginare Dio ma certo possiamo conoscerlo».
Giunti a questo punto sembrerebbe che la matematica sia entrata — lo scrisse Robert Musil ne L'uomo senza qualità — come un demone in tutte le applicazioni della vita. È vero? Conviene replicare aprendo un libro appena uscito dello stesso Bartocci, Una piramide di problemi. Storie di geometria da Gauss a Hilbert (Raffaello Cortina, pp. 418, 29). Porta in un mondo di idee in cui aumentano le domande e diventano «più elusive e sconcertanti le risposte». Che dire? Dove le piramidi si rovesciano, è bello smarrirsi. Succede anche nelle storie d'amore.


ARISTOTELE  DUE Corriere della Sera 28.2.12 Il demone dei calcoli applicato alla vita   di Armando Torno


Eremo Via vado di sole, L’Aquila, martedì 6 marzo 2012

INTERSTIZI : Atene, la libertà degli antichi

INTERSTIZI   :  Atene, la libertà degli antichi 


La fortuna di Aristotele filosofo della politica è stata tarda, e fu a lungo affidata ai suoi scritti di etica. Solo dal Duecento si diffuse la sua Politica, che perciò influì sulla genesi solo di alcuni dei grandi concetti giuridici e politici del pensiero occidentale. Risalgono, comunque, a lui idee rilevanti: da quella della politica come stato naturale e universale della vita sociale, che è nel destino dell'uomo e la cui forma-tipo era per i greci la città, la pòlis (di qui la sua più famosa definizione: quella dell'uomo come «animale politico», cioè destinato a vivere nella pòlis) a quella della preferibilità della piccola comunità politica a quella grande e della democrazia alla tirannide.
La politica è, comunque, per Aristotele, detto alla moderna, «arte del possibile», ma un possibile inteso come ciò che meglio, date certe premesse, corrisponde alla ragione; e perciò egli ricercava quale fosse il migliore ordinamento di una città. Non si sapeva, però, fino al 1890, che fosse anche autore di una tale analisi per la maggiore città greca, ossia Atene. La scoperta ha destato anche vari dubbi sullo stile e su altri aspetti dell'opera, pervenutaci incompleta, e si è stati incerti se ne fosse lui l'autore. Poi, per lo più, lo si è riconosciuto come tale, ma si può ben dire, crediamo, che, se non si tratta di un'opera di Aristotele, si tratta pur sempre di un'opera aristotelica.
La «costituzione» (politeía) era per i greci l'ordinamento istituzionale della città, il suo governo, le magistrature, la sua struttura politica e sociale. Nulla di comune con ciò che oggi si intende per «costituzione». La Costituzione degli ateniesi ha perciò una natura prevalentemente descrittiva in entrambe le sue parti: la prima, in effetti storica, sulle vicende del governo di Atene fin dai suoi inizi; la seconda sul regime di Atene al tempo in cui Aristotele scriveva, un po' prima del 322 a. C.
Il tipo di opera non era un'invenzione di Aristotele. Sulla «costituzione degli ateniesi» c'è anche un'altra opera, di incerta paternità. A sua volta, Senofonte scrisse una «costituzione degli spartani», ossia dei grandi rivali di Atene nella micidiale lotta per l'egemonia che preparò la rovina delle città greche, sottomesse, in ultimo, al re di Macedonia (che era, quando Aristotele scriveva, Alessandro Magno, del quale egli era stato precettore). Sono, in effetti, opere di carattere alquanto diverso. Quella di Aristotele sembra avere soprattutto il fine di fornire appoggi storici e tipologici alle teorie da lui esposte nella Politica. Notizie antiche sulle sue opere parlano di una raccolta di oltre 150 costituzioni di città greche. Ciò risponde all'ipotesi sulla natura della Costituzione come lavoro, per così dire, di servizio, contro il parere di chi la ritiene un'applicazione delle idee esposte nella Politica. In effetti, sulla conformità delle idee della Costituzione a quelle della Politica vi sono state varie incertezze, mentre, nonostante molti dubbi sui dati di fatto in essa forniti, ci pare di poter dire che è proprio l'intento storico, documentario ed esemplificativo della Costituzione a costituirne il maggiore pregio.
Se ne deduce che per Aristotele l'affermazione della democrazia (come intesa dai greci, e quindi escludendo non solo gli schiavi, ma anche chiunque non fosse cittadino di pieno diritto) costituiva il filo rosso della storia di Atene, stabilizzatosi dopo la fine dell'ultima fase di tirannia nel 403 a. C. Il resoconto aristotelico è impressionante. Esso conta undici riforme della costituzione ateniese, di cui nove nel giro del VI e V secolo a. C. L'undicesima «attribuisce il massimo potere al popolo», che «si è reso direttamente padrone di tutto e regola ogni cosa con decreti e tribunali, nei quali è sovrano». Ordinamento preferibile ad altri, perché quando il governo è ristretto in poche mani è più facile la corruzione, laddove corrompere molti è ben più difficile.
Le idee politiche di Aristotele, comunque presenti nella Costituzione, malgrado il fine pratico che essa si propone, si vedono chiaramente nella preferenza per la costituzione data ad Atene da Solone. Questi «aveva reso il popolo libero per il presente e per l'avvenire», ma, pur simpatizzando per il popolo e attribuendo ai ricchi la causa delle guerre civili, tendeva a un accordo fra popolo e nobili, ricercando quella che oggi si direbbe, con forte approssimazione, ma non troppo male, una soluzione centrista per il governo della città. Per Aristotele una duratura stabilità politica era sempre nelle mani di governanti che amassero il regime in vigore e ne rispettassero le regole. La costituzione ateniese era stata, in pratica, una marcia verso la democrazia, ossia verso un regime in cui la libertà dei cittadini, non la ricchezza o altro, fosse l'unico fondamento dei loro diritti nel governo. Il conferimento delle cariche per sorteggio, disposto da Solone, era l'applicazione di questo principio.
Si erano realizzate tutte queste condizioni nella democrazia ateniese ristabilita nel 403 a. C. che Aristotele ci descrive? La risposta di Aristotele sembrerebbe affermativa, ma nel 322 i macedoni sottomisero di nuovo Atene e le altre città, insorte nel 323 alla morte di Alessandro Magno, e imposero un regime fondato sul censo, sopprimendo le libertà.
Un epilogo che spinge il lettore della Costituzione a riflettere al di là delle ragioni interne cui sono dovute per Aristotele la natura e la durata di un regime; e a pensare che in questo calcolo debbano rientrare anche gli elementi non interni costituiti dagli equilibri e dai rapporti di forza nell'area storica in cui un regime è inserito. È un punto che la stessa Costituzione comprova: ad esempio, con il regime tirannico imposto dagli spartani nel 404 a. C. dopo la sconfitta di Atene nella guerra dei Trent'anni. Ed è, dunque, anche perché, oltre a fornire numerosi spunti e motivi di interesse storico e teorico, la Costituzione induce a ulteriori considerazioni, che essa è ancor oggi una lettura storica e politica che vale la pena di fare.

Fonte
 ARISTOTELE Corriere della Sera 28.2.12 Atene, la libertà degli antichi
Aristotele vedeva nell'accordo tra i nobili e il popolo la formula più efficace per il buon governo della città  di Giuseppe Galasso  

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì  6 marzo 2012

domenica 4 marzo 2012

I CARE : Il manifesto per la cultura

I CARE  :  Il manifesto per la cultura

Occorre una vera rivoluzione copernicana nel rapporto tra sviluppo e cultura. Da "giacimenti di un passato glorioso", ora considerati ingombranti beni improduttivi da mantenere, i beni culturali e l'intera sfera della conoscenza devono tornare a essere determinanti per il consolidamento di una sfera pubblica democratica, per la crescita reale e per la rinascita dell'occupazione.

Una costituente per la cultura
Cultura e ricerca sono due capisaldi della nostra Carta fondamentale. Le riflessioni programmantiche che proponiamo qui cercano di mettere a punto alcuni elementi «Per una costituente della cultura». L'articolo 9 della Costituzione «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Sono temi saldamente intrecciati tra loro.

Perché ciò sia chiaro, il discorso deve farsi strettamente economico. Niente cultura, niente sviluppo. Dove per "cultura" deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. E per "sviluppo" non una nozione meramente economicistica, incentrata sull'aumento del Pil, che si è rivelato un indicatore alquanto imperfetto del benessere collettivo e ha indotto, per fare solo un esempio, la commissione mista Cnel-Istat a includere cultura e tutela del paesaggio e dell'ambiente tra i parametri da considerare.
La crisi dei mercati e la recessione in corso, se da un lato ci impartiscono una dura lezione sul rapporto tra speculazione finanziaria ed economia reale, dall'altro devono indurci a ripensare radicalmente il nostro modello di sviluppo.

Strategie di lungo periodo
Se vogliamo davvero ritornare a crescere, se vogliamo ricominciare a costruire un'idea di cultura sopra le macerie che somigliano assai da vicino a quelle da cui è iniziato il risveglio dell'Italia nel secondo dopoguerra, dobbiamo pensare a un'ottica di medio-lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione dei saperi, delle culture, puntando in questo modo sulla capacità di guidare il cambiamento.

La cultura e la ricerca innescano l'innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo. La cultura, in una parola, deve tornare al centro dell'azione di governo. Dell'intero Governo, e non di un solo ministero che di solito ne è la Cenerentola. È una condizione per il futuro dei giovani. Chi pensa alla crescita senza ricerca, senza cultura, senza innovazione, ipotizza per loro un futuro da consumatori disoccupati, e inasprisce uno scontro generazionale senza vie d'uscita.
Anche la crisi del nostro dopoguerra, a ben vedere, fu affrontata investendo in cultura. Le nostre città, durante quella stagione, sono state protagoniste della crescita, hanno costruito "cittadini", e il valore sociale condiviso che ne è derivato ha creato una nuova cultura economica.
Ora le sfide paiono meno tangibili rispetto alle macerie del dopoguerra, ma le necessità e la capacità di immaginare e creare il futuro sono ancor più necessarie e non rinviabili. Se oggi quelle stesse città che sono state laboratori viventi sembrano traumatizzate da un senso di inadeguatezza nell'interpretare le nuove sfide, ciò va ascritto a precise responsabilità di governo e a politiche e pratiche decisionali sbagliate. Negli ultimi decenni nel nostro paese – a differenza di altri, Francia, Germania, Stati Uniti oltre a economie recentemente "emerse" – è accaduto esattamente l'inverso di ciò che era necessario. Si è affermata la marginalità della cultura, del suo Ministero, e dei Ministeri che se ne occupano (Beni e Attività Culturali e Istruzione, Università e Ricerca) considerati centri di spesa improduttiva, da trattare con tagli trasversali.

Cooperazione tra i ministeri
Oggi si impone un radicale cambiamento di marcia. Porre la reale funzione di sviluppo della cultura al centro delle scelte dell'intero Governo, significa che la strategia e le conseguenti scelte operative, devono essere condivise dal ministro dei Beni Culturali con quello dello Sviluppo, del Welfare, della Istruzione e ricerca, degli Esteri e con il Presidente del Consiglio. Inoltre il ministero dei Beni Culturali e del paesaggio dovrebbe agire in stretta coordinazione con quelli dell'Ambiente e del Turismo.
Non si tratta solo di una razionalizzazione di risorse e competenze, ma dell'assunzione di responsabilità condivise per lo sviluppo. Responsabilità né marginali né rinviabili. Se realisticamente una vera integrazione degli obiettivi sembra difficile date le strutture relative di potere di ogni ministero e la complessità di azione propria dei ministeri stessi, tuttavia questo non deve diventare un alibi per l'inazione. Al contrario: esso deve imprimere il senso della necessità di favorire ogni forma di sperimentazione possibile che vada nella direzione di una cooperazione tra ministeri, oltre che ripristinare i necessari collegamenti tra Nord e Sud, tra centro e periferie. Si tratta di promuovere il funzionamento delle istituzioni mediante la loro leale cooperazione, individuando e risolvendo i conflitti a livello normativo (per esempio i conflitti Stato-Regioni per le norme su ambiente e paesaggio).

L'arte a scuola, il merito e la cultura scientifica
È importante anche che l'azione pubblica contribuisca a radicare a tutti i livelli educativi, dalle elementari all'università, lo studio dell'arte e della storia per rendere i giovani i custodi del nostro patrimonio, e per poter fare in modo che essi ne traggano alimento per la creatività del futuro. Per studio dell'arte si intende l'acquisizione di pratiche creative e non solo lo studio della storia dell'arte. Ciò non significa rinunciare alla cultura scientifica, che anzi deve essere incrementata e deve essere considerata, in forza del suo costitutivo antidogmatismo, un veicolo prezioso dei valori di fondo che contribuiscono a formare cittadini e consumatori dotati di spitito critico e aperto. La dicotomia tra cultura umanistica e scientifica si è rivelata infondata proprio grazie a una serie di studi cognitivi che dimostrano che i ragazzi impegnati in attività creative e artistiche sono anche i più dotati in ambito scientifico.

Una cultura del merito deve attraversare tutte le fasi educative, formando i nuovi cittadini all'accettazione di precise regole per la valutazione dei ricercatori e dei loro progetti di studio. Non manca il merito, nei percorsi italiani di formazione. Lo dimostra il crescente successo di giovani educati in Italia che trovano impiego nelle più prestigiose università di ricerca in tutto il mondo. Ma finché non riusciremo ad attrarre altrettanti "cervelli" dall'estero, questo saldo passivo dissanguerà la nostra scienza e la nostra economia.
È necessario, riguardo a ognuno degli aspetti trattati, creare le condizioni per una reale complementarità tra investimento pubblico e intervento dei privati, che abbatta anche questa falsa dicotomia. È la mancata centralità della cultura per lo sviluppo che ha portato a normative fiscali incoerenti e inefficaci.

Complementarità pubblico-privato, sgravi ed equità fiscale
La complementarità pubblico/privato, che implica una forte apertura all'intervento dei privati nella gestione del patrimonio pubblico, deve divenire cultura diffusa e non presentarsi solo in episodi isolati. Può nascere solo se non è pensata come sostitutiva dell'intervento pubblico, ma fondata sulla condivisione con le imprese e i singoli cittadini del valore pubblico della cultura. Si è osservato in questi anni che laddove il pubblico si ritira anche il privato diminuisce in incisività, mentre politiche pubbliche assennate hanno un forte potere motivazionale e spingono anche i privati a partecipare alla gestione della cosa pubblica. Provvedimenti legislativi a sostegno dell'intervento privato vanno poi ulteriormente sostenuti attraverso un sistema di sgravi fiscali (in molti paesi persino il biglietto per un museo o un teatro è detraibile). Misure di questo genere ben si armonizzano con l'attuale azione di contrasto all'evasione a favore di un'equità fiscale finalizzata a uno scopo comune: il superamento degli ostacoli allo sviluppo del paese.

Aderisci al Manifesto per la cultura del Sole 24 Ore Domenica

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, domenica 4 marzo 2012

giovedì 1 marzo 2012

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : La scuola di Barbiana

STORIE E VOCI DAL SILENZIO  :  La scuola di Barbiana



A quasi mezzo secolo dalla sua morte (26 giugno 1967) non si parla quasi per niente di don Lorenzo
Milani: chi fosse davvero e cosa abbia veramente detto negli anni intensi della sua vita di prete,
uomo, cittadino, maestro. Non ci si ricorda nemmeno della sua opera piú famosa: "Lettera a una
professoressa", firmata dalla scuola di Barbiana (Libreria Editrice Fiorentina, 1967). Eppure don
Milani è stata una delle figure che nel Novecento aveva lasciato piú tracce di sé, nonché della sua
esperienza pedagogica legata appunto alla scuola di Barbiana.
Perció è ancora piú prezioso il libro adesso uscito di Adele Corradi, "Non so se don Lorenzo"
(Feltrinelli). La Corradi, nata a Firenze nel 1924, insegnante di lettere nella scuola media, per molti
anni era stata una stretta collaboratrice di don Milani nella scuola di Barbiana e, ancora per un paio
d'anni, vi aveva lavorato dopo la morte di don Lorenzo. In questo libro l'autrice non vuole
raccontare la storia della scuola di Barbiana: «Chi la volesse conoscere dovrà rivolgersi altrove».
Qui la Corradi racconta il personaggio di don Milani: «Carismatico, sensibile, non di rado urtante,
qualche volta persino antipatico». La scrittrice si lascia visitare dai ricordi con amore, ma senza
riverenza, consapevole della eccezionalità dell'anima di don Milani, come anche della difficoltà
sociale e politica nella quale si trovava ad operare.
Poco dopo il 1963, la Corradi riuscì a farsi trasferire alla media statale di Borgo San Lorenzo,
vicino a Barbiana, mentre don Milani era costretto dall'aggravarsi del male (morbo di Hodgkin) a
frequenti ricoveri a Firenze. Prese in affitto una stanza non lontano dalla canonica di Barbiana, cosí
poteva dedicare tutto il tempo lasciatole libero dalla scuola statale a quella privata di Barbiana.
Racconta che, appena ricevute dall'editore le prime copie di "Lettera a una professoressa", don
Milani dal suo letto dov'era quasi moribondo, ne sfiló una dal pacco e la diede ad Adele, scrivendo
questa dedica: «Parte quarta: finalmente trovammo una professoressa diversa da tutte le altre che ci
ha fatto tanto del bene».
Scrive Giorgio Pecorini che chiunque prenderà in mano questo libro della Corradi per sapere
qualcosa di più su don Lorenzo Milani e sulla scuola di Barbiana, si troverà investito da un'onda di
emozioni, fra lo stupore della sorpresa e la tentazione del coinvolgimento e avrà una migliore
comprensione di quale fosse la vera atmosfera della comunità di Barbiana


Lettera a una professoressa
lunedì, 28 maggio 2007 — borislimpopo

Cade in questi giorni il 40esimo anniversario della pubblicazione di Lettera a una professoressa (e anche della morte di Lorenzo Milani).

Per me e per molti della mia generazione è stato un libro fondamentale.

Mi limito qui a riportare l’articolo comparso su Eguaglianza & Libertà, Rivista di critica sociale.

Mi fa piacere ritrovare su questo intervento il riferimento all’articolo di Sebastiano Vassalli (“Don Milani, che mascalzone”) su La Repubblica del 30 giugno 1992: da allora non compro più quel giornale.

    ‘Lettera a una professoressa’ 40 anni dopo

    Fu pubblicata nel maggio 1967, dopo un paio d’anni di gestazione. Il mese dopo don Lorenzo Milani moriva a soli 44 anni. La Libreria Editrice Fiorentina ripropone il celebre testo, accompagnato da una ricca documentazione e da testimonianze

    B. L.

    A quarant’anni dalla prima edizione, la Libreria Editrice Fiorentina ripubblica Lettera a una professoressa, scritta dalla Scuola di Barbiana. In questa edizione la Lettera è accompagnata da testi che ne ricostruiscono la vicenda, documenti inediti, interventi di vari personaggi che in un modo o nell’altro hanno incrociato nella loro vita e nel loro impegno questo testo.

    Come ci ricorda l’editore Giannozzo Pucci nella nota introduttiva al volume, “nei confronti della Lettera a una professoressa ci sono stati, e ci sono ancora, due atteggiamenti opposti. Da una parte la chiusura totale, il rifiuto di seguirne il filo, la condanna preventiva. Chiunque, invece, si sia avvicinato a questo libro con un minimo di mancanza di pregiudizi non è rimasto immune da un bisogno di conversione personale”.

    Sintomatica di questa “divisione degli spiriti” fu una polemica accesa nel 1992, in occasione del 25° anniversario della Lettera, sulle pagine di “Repubblica” da un intervento dello scrittore Sebastiano Vassalli (Don Milani, che mascalzone, “La Repubblica” 30 giugno 1992). L’articolo di Vassalli e le più significative delle reazioni che suscitò si possono leggere nella documentazione che, nella riedizione attuale della LEF, precede il testo della Lettera. Vassalli, rifacendosi in parte a un libello dell’ex insegnante ed ex preside Roberto Berardi (Lettera a una professoressa. Un mito degli anni sessanta), demoliva pezzo per pezzo la fatica della scuola di Barbiana: dal metodo al linguaggio ai contenuti, fino a farne una sorta di “libretto rosso” che – al dire dei suoi detrattori – avrebbe contribuito alla demolizione della scuola pubblica e al disimpegno di tanti giovani rispetto alla disciplina dell’imparare.

    Numerose furono le reazioni a difesa di don Milani. Alcune (ad esempio quelle di Gentiloni, Vattimo, Gozzini) sottolineavano in questo attacco a don Milani un momento di un più vasto tentativo di regolare i conti con la cultura di sinistra, alimentato dal clima instaurato dalla vittoria politica dello schieramento di destra raccolto attorno a Silvio Berlusconi. Altri (come De Mauro, Pampaloni, Ferrarotti, Starnone), sia pure con accentuazioni diverse, entravano più nel dettaglio dei contenuti della proposta pedagogica del priore di Barbiana, sottolineandone l’originalità e la bruciante attualità. Ma anche sulle colonne del quotidiano dei vescovi “Avvenire” scesero in campo a difesa della memoria di don Milani dei sacerdoti, come Sandro Lagomarsini e Raffaello Ciccone (oggi responsabile della Pastorale del lavoro della Diocesi di Milano), il quale ultimo titolava il suo articolo “Don Milani, maestro di civiltà” (“Avvenire”, 25 luglio 1992). Ripercorrere quella polemica, e anche le prime reazioni della stampa nel 1967, è tuttora di grandissimo interesse per cogliere le molte sfaccettature della proposta di Barbiana e dell’eco che ebbe e ancora merita di avere.

    È attuale ancor oggi la lezione di Barbiana? Lo è per più versi, ma soprattutto su un punto richiamato da Giannozzo Pucci: “La Lettera a una professoressa resta una proposta di conversione personale più attuale che mai. Anche perché nel classismo di don Milani schierato coi poveri, c’è qualcosa di più di una teoria sociale o politica, qualcosa di più di una riforma istituzionale, c’è la radicalità dell’appartenenza a un Sovrano che ha emanato un decreto incancellabile secondo cui tutto ciò che sarà fatto a uno dei più piccoli sarà fatto a Lui”.

    Tra gli interventi pubblicati, segnaliamo quelli di Bruno Manghi e di Mario Capanna.

    Il primo richiama la diffusione “vasta e diretta” che la Lettera ebbe nel sindacato, in particolare nella Cisl e nella Fim-Cisl, e l’influenza esercitata nel forte impegno dei sindacati di allora sul fronte della scuola e dell’istruzione, che ebbe sbocco nell’esperienza delle 150 ore. “Il sindacalismo italiano – scrive Manghi – seppe affiancare a una veemente stagione di conflitti un’opera di costruzione sociale positiva, coinvolgendo mondi più vasti di quello strettamente operaio. (…) Rispetto a don Milani, si trattava ovviamente di riportare la sua lezione nel mondo degli adulti, senza però smarrire la passione per il sapere, anche quello non immediatamente impiegabile, che aveva segnato Barbiana”.

    Capanna rivendica l’apporto positivo della Lettera alla stagione del ’68, a “quegli anni formidabili”, nei quali “ci aiutò a studiare come pazzi (contrariamente alla vulgata secondo cui avremmo coltivato l’ignoranza), certo in modo nuovo e anche divertendoci. Il Sessantotto è stato il mondo che, per la prima volta, è riuscito a guardarsi. E a vedersi. Il merito è stato anche di Lettera a una professoressa. Che ci aiuta ancora a volgere lo sguardo verso l’orizzonte”.

    Tra i contenuti della documentazione che precede il testo, è di straordinario interesse la ricostruzione che Sandra Gesualdi fa delle genesi della lettera, alla presenza di un don Milani ormai distrutto dalla malattia (sarebbe morto un mese dopo la pubblicazione, il 26 giugno 1967), ma sempre attivo e vigile sul lavoro dei suoi alunni. Viene riportata anche la prefazione che per la Lettera aveva scritto il grande architetto Giovanni Michelucci, che intratteneva un intenso rapporto con don Milani. Malgrado l’entusiasmo dell’architetto, la prefazione non venne pubblicata, perché – scrive Sandra Gesualdi – “fu giudicata dai barbianesi troppo difficile nel linguaggio per il libro. Tentarono di semplificare il testo secondo il loro stile, ma non se la sentirono di proporla all’architetto e preferirono rinunciare alla prefazione”. L’ultimo dei contributi presenti nella documentazione è del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, del quale viene pubblicato l’intervento alla quinta “Marcia a Barbiana” del maggio 2006.

    Su Lettera una professoressa e su don Milani esiste un ricchissimo materiale: se ne può avere un’idea navigando con Google o Yahoo. Segnaliamo comunque i seguenti siti, nei quali è possibile trovare ampi materiali biografici, testi, commenti, ricostruzioni storiche: www.barbiana.it (del Centro di Formazione e Ricerca don Lorenzo Milani e scuola di Barbiana); www.donmilani.info; www.marciadibarbiana.it (il sito ufficiale della VI Marcia, 20 maggio 2007).Il sito della Fondazione don Lorenzo Milani è attualmente in costruzione.

Penso sia utile, per comprendere l’attualità di Lettera a una professoressa, leggere la documentazione dell’Istat sulla dispersione scolastica:

    Nel 2006, in Italia l’incidenza degli abbandoni scolastici, misurata attraverso la rilevazione sulle forze di lavoro, è pari al 21 per cento, risultando superiore di sei punti a quella registrata nella media dell’Ue25. In una graduatoria dei paesi membri, l’Italia si trova al quartultimo posto, con valori dell’indicatore superati solo da Spagna, Portogallo e Malta. La distanza rispetto al traguardo fissato per il 2010, pari a non più del dieci per cento, è ancora ampia.
    Sulla base della definizione ora ricordata, nel nostro Paese le persone con esperienza di abbandono scolastico precoce sono circa 900 mila” (Istat, Rapporto annuale, p. 200).

Fonte :  Don Milani, lettera di una professoressa di Filippo Gentiloni in “il manifesto” del 28 febbraio 2012

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 1 marzo 2012

SAMIZDAT : Ultime notizie sull’Aldilà

SAMIZDAT  : Ultime notizie sull’Aldilà

noli me tangereFabrice Hadjadj, filosofo, drammaturgo, scrittore, da molti considerato l’astro nascente (in realtà già molto affermato…) del pensiero cattolico di Francia, conosce bene il nichilismo. Si professava tale da giovane, brillante studente alla Sorbona (20/20 il suo voto al difficilissimo esame statale di agrégation), prima di un incontro, sconvolgente, con il cristianesimo, avvenuto nella bellissima chiesa di Saint Severin, in pieno centro a Parigi. Questo ex marxista ed ex nicciano oggi guarda alla crisi economica, alla difficoltà sociale e all’impasse culturale del Vecchio Continente con il desiderio ardente di rilanciare la dimensione dell’al di là cristiano, vero motore della storia, la sua personale e pure comunitaria.

Marx, e il marxismo, hanno accusato il cristianesimo di aver alienato l’uomo con la sua speranza nell’Aldilà. Ma oggi vediamo che sono i cristiani, e i credenti in generale, i più coinvolti negli sforzi per uscire, insieme, dalla crisi che attanaglia l’Occidente. Dunque, sembra proprio che la fede sia buona anche per "questo" mondo…
L’accusa di Marx (e la cosa è decisamente divertente) in realtà si rivolta contro la Rivoluzione comunista e contro ogni pratica elettoralistica della politica. La Rivoluzione, è noto, diceva all’uomo: «Tu devi soffrire per la costruzione della società futura». Essa parlava del «sol dell’avvenire» e dunque, visto che pretendeva di far scendere la giustizia sulla terra, alimentava anche una certa speranza dell’Aldilà, dal momento che questa giustizia non era per oggi, ma per il domani. Anche la politica vissuta solo in chiave elettorale non cessa di far balenare davanti agli occhi belle promesse, perché i politici devono farsi rieleggere e quindi attingono a categorie religiose: la promessa, l’elezione, l’al di là temporale… Un «Aldilà» che non è veramente «là». Dunque, l’al di là cristiano, in realtà, è qualcosa di ben diverso.

In cosa consiste la sua specificità?
Gesù lo dichiara: l’Aldilà non è né per il domani né altrove, ma per il qui e ora: «Il Regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21). Questo significa che il vero Aldilà non è in un’altra epoca o in un altro luogo. Esso è al di là dello spazio e del tempo: riguarda l’eterno, l’immenso, la sorgente zampillante che tocca ogni luogo e ogni istante. Ecco perché il cristiano è presente nel mondo in modo così potente. Egli vuole scegliere il mondo alla sua sorgente. Desidera intensificare la sua presenza respingendo il male che ci rende assenti gli uni agli altri. Il cristiano si sforza, a partire da Colui che dona l’esistenza, di preservare, custodire ed elevare tutto ciò che esiste.

Da più parti si percepisce che la crisi non è solo economica ma primariamente morale. A suo avviso, dove s’annida la radice di questa emergenza?
Non è corretto separare crisi morale ed economica dal momento che l’economia, ovvero la produzione e la ripartizione della ricchezza, è un’attività dell’uomo e tocca direttamente il suo giudizio etico: essa interroga la persona sull’importanza delle ricchezze materiali nella sua vita sociale. Oggi in Francia va molto di moda la parola «valori». Essa rimanda a ciò che vale economicamente e moralmente. Perciò, parlare di crisi economico-finanziaria, senza affrontare quella antropologica in sottofondo, è come cercare di risolvere un problema di salute eliminando il malato ma lasciando che la sua piaga si incancrenisca. Secondo il mio umile parere, la crisi attuale riguarda la fede nel consumo. Sembra che oggi nessuno sia più credente. Ma se la fede viene rifiutata come virtù teologale, essa viene intesa come fiducia nel credito a livello economico. Così noi non viviamo più nella fede ma a credito. Il creditore presta dei soldi perché crede alla crescita che permetterà al debitore di rimborsarlo, e il debitore promette questa crescita perché crede nel consumo: si comprerà sempre di più e si venderà sempre di più, quindi si produrrà sempre di più.

Cosa comporta questa dinamica?
Per alimentare questa ossessione produttivistica bisogna sviare le energie più profonde dell’uomo, quelle cioè che riguardano il desiderio di felicità e l’angoscia verso la morte. Dal momento che non ha più una speranza nel Cielo, l’uomo mette la propria speranza nel Mercato: tocca a quest’ultimo offrire tutto quello che potrà di-vertirlo dalla sua angoscia attraverso quei prodotti che si presentano come benefici. Il Mercato è a garanzia di un nuovo al di là: esso non cessa di promettere per domani i prodotti che vi renderanno felici. Voilà: l’i-phone 4, poi 5, poi 6; alè, nuove stagioni di fiction televisive; ancora: l’ultima crema anti-rughe. Gli uomini, pagando, vogliono dimenticare che la vita non ha un senso. E si comportano come se giocassero a un casinò con la speranza di far saltare il banco.

La difficile situazione economica sta peggiorando le condizioni di un continente che per 60 anni ha vissuto nel progresso e nel benessere. Molti europei, soprattutto i giovani, guardano al domani come una concreta eventualità di infelicità e peggioramento del proprio status. Perché dunque il domani suscita così tanti timori?
Se ci si stupisce della crisi significa che, in fin dei conti, si crede ancora al «progressismo». Io, personalmente, ritengo che il mondo sia in crisi dall’inizio. È quanto ci trasmette la dottrina del peccato originale. Pensiamo poi alla parabola evangelica del buon grano e della zizzania: essa ci insegna a non essere nostalgici, perché non possiamo tornare indietro, e che andiamo verso il meglio e il peggio allo stesso tempo. Dunque esiste un miglioramento possibile dietro ogni peggioramento. D’altra parte, non concordo molto sulla sua affermazione di partenza…

Ovvero? Che non siamo vissuti nel benessere?
Quelli che noi definiamo 60 anni di progresso sono stati anche decenni di consumismo sfrenato, di massacro sistematico delle anime, di abbrutimento incredibile dell’uomo ridotto a un maiale accarezzato e nutrito mentre gli viene nascosto il perché gli vien fatto questo: per poi macellarlo! Crescita materiale? Certo, ma l’uomo non cresce umanamente se non spiritualmente. La piena occupazione? Cosa giusta, ma il vero trionfo sulla disoccupazione è lo shabbat! La verità è che se la nostra vita non ha un senso, noi finiamo per lavorare come bruti e consumiamo all’inverosimile per dimenticare di tirarci una pallottola in testa. La speranza di diventare un docile schiavo del sistema non è una speranza: questo ottimismo di bassa lega corrisponde alla disperazione più profonda. In verità, ormai da mezzo secolo ci troviamo in una disperazione alla quale non osiamo dare un nome. Ora che questo castello di carte è caduto, ce ne dobbiamo lamentare? L’illusione è finita. Ma per noi ora si apre la possibilità di costruire qualcosa sulla vera roccia.

CHI È
È considerato l’intellettuale cristiano francese d’avanguardia. Conteso da diversi editori (sia in patria che all’estero), Fabrice Hadjadj, nonostante la giovane età (è nato nel 1971: sposato, in attesa del sesto figlio), ha scelto il "basso profilo" di Toulon, e non la notorietà di Parigi, per la sua carriera di filosofo: qui insegna filosofia in un liceo e nel seminario diocesano. La sua vera aspirazione era diventare romanziere (all’attivo ha alcuni lavori con lo scrittore nichilista Michel Houellebecq); in seguito si è scoperto filosofo, autore teatrale (a Milano è in corso di rappresentazione il suo Giobbe) ed esperto d’arte. Convertito al cristianesimo in età adulta (provene da una famiglia atea di sinistra, di origine ebraica), Hadjadj ha pubblicato diversi saggi decisamente controcorrente in cui coniuga la sua profonda conoscenza filosofica con l’esperienza e la riflessione cristiana. Vanno ricordati Farcela con la morte (Cittadella), La fede dei demoni (Marietti), La mistica della carne (Medusa), La terra strada del cielo (Lindau). Nel 2010 ha conseguito il prestigioso "Grand Prix de la littérature religiouse" di Francia per il suo testo sull’ateismo, mentre nel 2006 era stata la volta del "Grand Prix catholique de littérature" per quello dedicato alla morte.

Lorenzo Fazzini Avvenire  6 febbraio 2012
Lorenzo Roberto Quaglia scrive : “- La terra strada del cielo - è stato scritto da Fabrice Hadjadj nel 2002, pochi anni dopo la sua conversione al cattolicesimo, avvenuta in Francia nel 1998. Il sottotitolo dice: manuale dell'avventuriero dell'esistenza. Il filosofo è nato a Nanterre nel 1971 da genitori ebrei di origini tunisine. Suo padre, diplomatico, ha lavorato per molti anni in Africa dove Hadjadj trascorre la sua gioventù.

Hadjadj ha partecipato alla XXXII edizione del Meeting di Rimini come relatore di un incontro dal titolo: l'inevitabile certezza: riflessione sulla modernità. "La certezza è solidità - ha spiegato Hadjadj - ma non la solidità della pietrificazione bensì quella del nostro cammino". Ciò che non fa vivere, per il filosofo francese, non è la certezza ma il dubbio. "Se voi non foste certi che io non sia un terrorista norvegese pronto a spararvi - ha esemplificato - non potremmo andare avanti nella nostra riflessione. Lo stesso Aristotele associa il dubbio a ciò che incatena e la certezza a ciò che libera". Per questo motivo gli scettici, nella vita quotidiana, finiscono per essere sempre conformisti: siccome non c'è alcuna certezza, non cambiano niente.

- La terra strada del cielo - è l'opera fondante il pensiero di Hadjadj. Con essa il filosofo pone le basi della sua riflessione metafisica che parte dalla riscoperta del valore della terra. Cit. :" la crisi dell'ambiente non è un problema di carattere materiale, ma spirituale". Ripercorrendo il pensiero filosofico degli ultimi secoli, Hadjadj individua tre mali contemporanei, tre "tentazioni" che ci allontanano dalla Verità: manicheismo, panteismo e agnosticismo. Nella seconda parte dell'opera, composta nella traduzione italiana di centoventitre pagine, il filosofo parte dalla terra per arrivare al cielo, la vera terra promessa. Cit.: "Risvegliando in noi il desiderio del Cielo, [la Grazia] rende più profondo il nostro legame con la terra; elevando il nostro spirito verso le cose di lassù, rende più ampio il nostro rapporto con la carne così bassa, ma chiamata alla resurrezione."

Durante la lezione tenuta al Meeting di Rimini, Hadjadj terminava: "La certezza è apocalittica, non nel senso oggi comune di catastrofica, ma nel suo significato di `rivelazione'. Dopo il crollo delle ideologie e oltre le incertezze della post modernità, ci resta un'immensa ed inevitabile certezza di apocalisse, un'esistenza feconda che manifesta la gloria attraverso la croce, che porta una rivelazione fin nel cuore della catastrofe".

Eremo Via vado di sole, L'Aquila,  giovedì 1 marzo 2012