sabato 20 febbraio 2010

DIARIO DI UN TERREMOTO 5 e 6 Giugno 2009

DIARIO DI UN TERREMOTO . Diario per certi versi in prosa e per certi versi in poesia


L’Aquila, 5 Giugno 2009

Dopo il terremoto
tutti pregano che smetta di piovere e non faccia
troppo caldo ,
tutti pregano che vengano giorni migliori,
tutti pregano di poter provare scarpe
e vestiti nuovi,
tutti pregano di avere soldi per poter comprare
un’auto nuova
ma anche usata però a chilometri zero.

Signore, dopo che abbiamo così pregato,
fa che possiamo conversare con la morte
e la morte non abbia più l’odore
di polvere
ma di basilico e rosmarino
che insaporiscono i ceci della mensa
della protezione civile
che ci saziano lo stomaco
e ci mettono di buonumore
per continuare a pregare
che smetta di piovere e non faccia
troppo caldo…

L’Aquila, 6 Giugno 2009

Pettinarsi la mattina con le dita, senza specchio,
tanto sappiamo a memoria il nostro viso;
dormire a piedi nudi tra lenzuola un po’ umide,
danzare con gli scarponi sul selciato
pieno di buche,
aspettare sera per festeggiare la ventottesima
moto di Marco:
effetti ritardati di programmi televisivi
e film di grandi catastrofi
in luogo di una scorpacciata di pop corn
ben salati
e di una cantata a piena gola
anche se seguendo il karaoke.

Poi a tavola abbiamo parlato delle tette
delle donne
e di come le guardano alcuni uomini
intristiti dalla voglia e incapaci di amare,
e tanto per entrare nel personale,
che un po’ di curiosità ci vuole pure,
ho detto che mi sono sempre piaciute
le donne dal seno inchiodato al petto,
dalle pupille infantili come il fuoco
com’era il mio più grande amore
divenuto ora una scheggia di vento nel cuore.

Mentre scrivo s’è messo a piovere
sulle tende
e smetto per non finirmi di rattristare.



Dalla tenda n. 2 del complesso "L. Ferrari" Via Acquasanta,L'Aquila

venerdì 19 febbraio 2010

GRAFFITI 1 : CICATRICE

GRAFFITI 1 : CICATRICE

Che cos’è una cicatrice? Si può definire una cicatrice il segno evidente di un processo traumatico ormai concluso? Il ricordo di un trauma? L’attualizzarsi continuo di un trauma subito che attraverso la cicatrice ci riporta continuamente la memoria di quell’evento? Si riesce ad indovinare dalla cicatrice che tipo di trauma ha subito la nostra epidermide, la corteccia di un albero, una pietra graffiata e via dicendo ? Sono tutte visibili le cicatrici ? Si può dire che ci sono cicatrici tra le pieghe dell’animo umano, nella cosiddetta coscienza dell’uomo, nella sua psiche? Esprimendoci in questo modo parliamo in senso metaforico e se parliamo di metafora di che tipo di metafora parliamo?
Quante domande si dirà . E per le risposte? Non le so.
Quello che voglio dire è che la cicatrice è un SEGNO. Ci sono avvenimenti allora che ,come una cicatrice ,SEGNANO l’animo e la pische dell’uomo : la guerra, il terremoto ,altri tipi di catastrofi naturali ma anche il lutto e la sofferenza fisica per esempio.
Allora si può dire che gli aquilani del 2009 siano ora una generazione segnata da una cicatrice , quella del terremoto. Che poi non è ancora cicatrice perché a mesi di distanza da quell’evento la ferita è rossa, sanguinante, dolorosa. Siamo segnati dal terremoto . E diremo negli anni a venire : prima del terremoto, dopo il terremoto. Terremo come spartiacque della nostra vita ,del nostro mondo individuale ma anche della stessa vita della comunità il giorno lunedì 6 aprile.
Così mi ricordo, io che sono nato appena dopo la fine della seconda guerra mondiale, come quella generazione dei nostri genitori e nonni fu una generazione segnata dalla guerra. Ma anche dalla fame, dalla paura, da quella barbarie che fu l’occupazione nazista .Li sentivo , da ragazzo , sempre ragionare in questi termini : prima della guerra, dopo la guerra.
La loro preoccupazione era sempre la stessa: avevamo abbastanza da mangiare , avevamo di che coprirci e la guerra era finita da un pezzo.
La guerra. Questo terremoto è come una guerra morale,materiale e psicologica. I danni che non ha fatto il terremoto li hanno fatti e li stanno facendo quelli che vogliono riparare i danni del terremoto a favore dei terremotati e a … proprio favore.
In questo senso che ci sentiamo spaesati,perduti, gente di un altro mondo. Ebbene io che adesso ho una dimora normale di pietra e mattoni, faccio fatica a mettere sul campanello di casa il mio nome. La mia casa è quella di Via Beato Cesidio. E’ la stessa fatica di tutti quelli che sono “ ospitati” in comodato l’uso nelle dimore del “piano casa” della Protezione civile. Perché la casa a L’Aquila non è e non potrà mai essere quella degli insediamenti delle cosiddette new towns di Scoppito , Bazzano, Preturo, Paganica, Sassa.
La casa è quella di Via Paganica,Via Garibaldi,Via Bone Novelle,Via Pizzo d’Oca, Via Marrelli, Via Roma dai quattro Cantoni alla Rotonda. La Casa è quella dei Quarti e poi di Santa Barbara, ,del Torrione.
E tante, tante di quelle case a distanza di mesi sono là nelle stesse condizioni del 6 aprile e per quanti anni ancora saranno inabitabili?
Allora il terremoto e la guerra che ne è seguita hanno lasciato il segno. I primi a subire sono stati gli anziani che le broncopolmoniti delle tende si sono portati all’altro mondo. E poi la gente normale che non è più normale : ansia, depressione, insonnia, disagio psichico e patologie correlate.
Hanno lasciato il segno in un inverno quello del 2009 che non accenna a terminare anche ora che sta per tornare la primavera di un nuovo anno, di un altro anno.

Eremo di Via Vado di Sole, L’Aquila, venerdì 19 febbraio 2010

SILLABARI 5 : L'ANNUNCIATA

L’ANNUNCIATA di Antonello da Messina (1429-1479)


La dipinse nel 1475 e rivoluzionò la storia della pittura. Una tavola piccola di appena 45 x 34,5 centimetri ma immensa e per la prima volta l’evento dell’annunciazione si concentra solo su Maria escludendo l’angelo.

È curioso sapere che Antonello dipingeva su supporti lignei: le opere su tavole di noce le dipinse a Messina, quelle su legno di pioppo parte al Sud e parte a Venezia; i quadri su legno di frutto li eseguì tutti al Sud e quelli su tiglio a Venezia.


Le tavole di Antonello sono di una bellezza sovrumana. È curioso che Jacobello, figlio di Antonello e pittore anch’egli, si firmasse con riverenza: Filius non humani pictoris, «Figlio di un divino pittore». Le opere del grande messinese sono di una struggente bellezza e, viste dal vero, affascinano per la potenza dei contrasti di luce che effondono, e per quegli occhi «stregati» dei suoi ritratti che catturano l’osservatore e lo seguono con lo sguardo. Ritratti che, assieme ai soggetti sacri, hanno fatto di Antonello un grandissimo artista.
Apparentemente senza maestri né seguaci: «Dall’alto del suo genio – scrive Mauro Lucco, curatore della recente mostra di Roma – Antonello ha guardato a tutti e a nessuno».


L’ANNUNCIATA

L’Annunciata è un capolavoro assoluto nella storia dell’arte italiana ed europea. L’mmagine ha una straordinaria perfezione formale e si regge su un innovativo concetto di assolutezza spaziale rispettivamente compendiati nell’ovale del viso e nell’impercettibile rotazione della figura nello spazio .

La vergine è colta nel momento in cui l'angelo se n'è appena andato (oppure nel momento dell'interrogazione), dalla sagoma quasi piramidale del manto emerge il perfetto ovale del volto della vergine, l'asse della composizione è dato dalla verticale che va dalla piega dello scollo all'angolo leggio, al contrario il lento girare della figura e il gesto della mano danno movimento alla composizione. L'opera rappresenta uno dei traguardi fondamentali della pittura rinascimentale italiana. L'assolutezza formale, lo sguardo magnetico e la mano sospesa in una dimensione astratta ne fanno un capolavoro assoluto. La tela è custodita a Palermo, all'interno della Galleria regionale Palazzo Abatellis.

L'opera, tra le più rappresentative del Rinascimento europeo, secondo gli studi più recenti è datata 1475, e si contraddistingue per lo straordinario concetto di assolutezza spaziale, sviluppato dall’artista siciliano durante il soggiorno veneziano tra il 1475 e il 1476.

"L'opera è assoluta: è un'opera che guarda più alla vita che all'arte. - ha detto Vittorio Sgarbi .Si tratta di un'Annunciazione senza angelo che è dentro di lei: la mano che si spinge davanti sembra intercettare le parole dell'Angelo che non è corpo ma parola. L'altra mano chiude il velo quasi a significare che il Cristo è in grembo. Il manto è una corazza che incornicia questo bellissimo volto".


L’Annunciata oggi esposta a Palermo fu preceduta da una specie di prova generale ,un’altra Annunciata conservata oggi a Monaco


Scrive Marina Plasmati in “ L’immemorabile visitazione.L’annuncio a Maria in Antonello da Messina “ (Atti del Convegno Figure archetipali .Tracce sui sentieri dell’uomo. Bracciano 3-4 ottobre 2009)
Ne’ “…L’Annunziata di Monaco, datata in maniera molto incerta tra il 1473-75, cioè poco prima del viaggio a Venezia…. Antonello decide di stravolgere la raffigurazione tradizionale del tema. La Vergine, su uno sfondo scuro e del tutto privo di riferimenti spaziali, è rappresentata sola, a mezzo busto, completamente frontale rispetto allo spettatore che è separato da lei da un parapetto in legno pendente verso l’esterno, su cui si poggia il libro aperto. Il suo manto è blu e il vestito, appena accennato, rosso vino. La testa, circondata da un nimbo sottilissimo, è inclinata verso sinistra, come sottolinea la tensione del muscolo del collo, e rivolge lo sguardo nella stessa direzione da cui proviene la luce. L’angelo, assente, è entrato da sinistra e le ha dato il saluto. Lei, con la bocca aperta, in contraccambio dell’annuncio, sta per dire il suo sì, come le mani incrociate sul petto rivelano.
La trasgressione iconografica operata da Antonello in questo dipinto consiste soprattutto nella totale eliminazione della figura angelica. Qui Maria appare come fosse soggetto scelto di un ritratto e viene colta nell’istante stesso del suo fiat a un angelo invisibile ma presentissimo, in una scena “fortemente pneumatica” a cui noi spettatori assistiamo come fossimo capitati lì, quasi per caso, ospiti silenziosi ed inconsapevoli. . Antonello vuole coinvolgere emotivamente colui che guarda, eliminando ogni possibile fonte di distrazione. Lo spazio dell’evento viene annullato, così come il suo artefice divino; ciò comporta una nuova tappa nel percorso di interrogazione e comprensione di questo mistero spirituale: la distinzione tra personaggio/ambiente interno/ambiente esterno (carne, casa, cosmo) è superata perché
superflua. Dall’illusorietà plastica del reale che Antonello ha ereditato dalla pittura fiamminga nella ricerca della rappresentazione dei particolari più infinitesimali di una scena il pittore è passato a quello che la critica definisce, con termine oggi stereotipato, “incarnato”. In realtà l’incarnato di Antonello è un “farsi carne” della pittura, è il tentativo di svelare ciò che è velato e che non si può vedere, di rappresentare l’invisibile. Il sacro infatti non ha dettagli, né contorni, perché è germinato nel cuore di Maria, nel suo essere, e lì la luce, la sua figura e le sue mani attirano il nostro sguardo. Come ha egregiamente detto E. Corbin, “è nell’anima e non nelle cose che si compiono le ierofanie ed è l’accadimento dell’anima che situa, qualifica e rende sacro lo spazio in cui è immaginato”. Antonello ha osato dare immagine sensibile a questa Idea sovrasensibile.” (…)


Ma è nell’Annunciata di Palermo che Antonello realizza in pieno la sintesi della perfezione
Scrive Marina Plasmati:…“Partiamo dallo sfondo: il buio nero dello sfondo inghiotte ogni spazio reale e dona assoluta plasticità alla figura. Essa è chiusa in un severo manto azzurro dalle pieghe appiombate che si fissano al tavolo, formando una vera piramide. Entro la linea triangolare del manto si iscrive un altro triangolo con il vertice in basso: la profonda scollatura incastona come un gioiello di perfezione geometrica tre ovali assoluti: il volto, l’ombra e il velo. La stilizzazione geometrica della figura è accentuata dalla scomparsa dell’aureola, di ogni dettaglio di veste e soprattutto dalle linee rigorose degli occhi, del naso e della bocca, che ne fanno un volto ieratico e distante, quasi fosse distillato da ogni incidente terreno nella sua immacolata inarrivabile purezza. Gli occhi fanno scendere lo sguardo in basso a sinistra, da dove proviene la luce e forse l’angelo, che naturalmente è assente. La piega della stoffa nel mezzo del capo – Sciascia dice pare sia il vestito buono conservato nella cassapanca tra gli altri del corredo e tirato fuori nei giorni delle feste – determina l’asse della composizione che scende netto lungo la linea del naso diritto, prosegue seguendo il vertice della scollatura, giù per le nocchie delle dita della mano destra , fino alla prominenza dell’inginocchiatoio.
Tutto è perfettamente e rigorosamente calibrato per creare una sintesi di perfezione formale e strutturale, ma a ben guardare, aumentando il grado di stilizzazione, si accentua ancor di più la drammatica “profanazione” del tema che Antonello ha operato: e il segreto sta nello straordinario gioco prospettico che si muove sensibilmente in questo quadro. Vediamone alcuni dettagli significativi.
La figura di Maria sembra perfettamente frontale allo spettatore, ma non lo è. A ben guardare, rispetto alla Madonna di Monaco, è stato eliminata la balaustra perpendicolare allo spettatore da cui appariva la figura e che creava una separazione tra Vergine e Angelo-spettatore ed è stata sostituita da un leggio di legno disposto in obliquo il cui spigolo, raddoppiato dallo spigolo dell’inginocchiatoio, punta verso di noi e pare rompere la divisione tra spazio reale e spazio pittorico. Ma non solo. La Madonna non è affatto immobile sull’asse mediano, ma pare lievemente girare verso sinistra con la spalla e soprattutto con la mano sinistra che si offrono più vicine al nostro sguardo. Questa mano, la più bella mano della storia dell’arte, la definisce Roberto Longhi, o meglio il suo gesto che avanza deciso, fora letteralmente lo spazio e ne tenta cautamente il limite, costituisce uno degli esempi più eccellenti di eminentia, cioè di ricerca di un aggetto illusionistico che esca dal piano della tavola dipinta per proiettarsi sullo spettatore. Contrapposta è la mano destra, tesa a stirare il manto e a chiuderlo su di sé, con gesto modesto e moderato, mentre il libro spostato tutto a destra alza nell’aria il fendente affilato del suo foglio, quasi un soffio leggero di vento lo avesse appena scompaginato.
Questa immagine è quindi carica di una potenzialità drammatica che ci sorprende e ci interpella. Alcuni storici dell’arte vi hanno voluto vedere la sintesi architettonica-iconografica di tutta la storia dell’annunciazione nei suoi diversi momenti: Conturbatione, Cogitatione, Interrogatione Humiliatione, Meditatione, partendo dal gesto della mano fino al volto estatico di Maria. E questa è interessantenon solo sul piano artistico, ma anche su quello più profondamente simbolico, perché Antonello non ha voluto lasciarci il fotogramma di un istante, ma un vero e proprio itinerario, la narrazione visiva di un percorso.
Noi che guardiamo non siamo al posto dell’angelo, non siamo spettatori silenziosi, non siamo ospiti inconsapevoli di un evento, siamo i destinatari e, in quanto tali, i protagonisti.
Questo quadro è dunque in termini simbolici, ma anche in qualche modo teologici l’immagine di una visitazione; il divino visita l’umano e lo fa nel solo modo in cui può accadere, come una apostrofe muta, cioè nel paradosso della sua presenza assente o della sua assenza presente. Come ben suggerisce lo storico dell’arte Jean-Luc Nancy, sono i due movimenti, del corpo e dello spirito, che la mano di Antonello ha saputo così magistralmente sintetizzare, raccontandoci l’annunciazione: da una parte “l’eccomi, l’hoc est corpus meum, il farsi carne del verbo che pone l’accento appunto e una volta per sempre sul corpo, sulla sua presenza, sulla fisicità dell’essere presente: peso, dimensioni, materia con tutto l’invisibile che la cosa porte in sé, e dall’altra vi è la radicalità di un divino che non si può e non si deve vedere, è il ritirasi di Dio, il Deus absconditus”. Ecco che questo capolavoro di Antonello compie il prodigio non di rendere visibile, ma di mettere l’invisibile in luce, tendendo amorevolmente il nostro sguardo – la mano di Maria ne dà la direzione - a ciò che eccede ogni visione, ogni memoria, ogni oblio eppure ci è vicino, è dentro di noi, è noi. Troopo vicino e troppo lontano, il paradosso del Dio-uomo.
Qui sta l’annuncio che interpella, qui la risposta dell’interpellato: il parto umano del divino.
Sentite che cosa afferma Nadia Scardeoni in un intervista sul Bollettino Telematico dell’Arte (http://www.bta.it/)
“…qualche filo lucente di neri capelli”. É una descrizione che hai scovato in un libro di Venturi del 1915. Dal velo dell’Annunziata era un tempo possibile vedere dei capelli, qualche filo. Tu lo avevi sospettato e Venturi te ne ha dato conferma. Raccontaci qualcosa in più su questo aspetto interessante della tua ricerca …
É stato un lungo cammino a ritroso, condotto nel fastidio generale, per aver sollevato interrogativi e osservazioni che mettono a fuoco le carenze critiche dell’agire istituzionale meritatamente ai problemi di restituzione, tutela e conservazione delle opere d’arte. Ma attraverso l’analisi di un capolavoro autentico come l’ANNUNZIATA, e un metodo di ricerca totalmente nuovo, che ho denominato “restauro virtuale”, ho avuto la felice avventura di poter ricostruire tutti gli elementi che provano la maldestra censura di quei fili lucenti di neri capelli… nonché gli atti successivi. La mia ricerca riguarda dunque la restituzione del volto della Vergine Annunziata, così come il suo autore l’ha ideato, documentando una visione anticanonica e in sé rivoluzionaria che è stata stroncata, per un approccio banale e irrispettoso, nel privato e nel pubblico.

Prima del 1903 l’Annunziata era di proprietà di Mons. Vicenzo di Giovanni di Salaparuta. Fu a quell’epoca che il ritratto di Maria di Nazareth, prestato da una giovane fanciulla siciliana avvolta nella mantellina azzurra … con il suo piccolo ricciolo sfuggito alla compostezza del velo, risultò troppo anticanonico o inquietante per la devozione privata. Il ritratto venne opportunamente santificato: il ricciolo fu ricoperto da pesanti pennellate e venne aggiunta una aureola .
Il successivo restauro (… del 42 ?) nel rimuovere la patacca di colore causò lo svelamento, ancora oggi visibile, che ha dato origine alla mia tesi fondata sull’ipotesi di un’abrasione volontaria, a bisturi, sul lato destro (per l'osservatore) del volto dell'ANNUNCIATA, frutto a sua volta di una errata interpretazione della struttura del manto. É stato l’importantissimo il ritrovamento critico della descrizione di Adolfo Venturi che ha consentito la ricostruzione degli atti precedenti la mia prima tesi.
Si è confortata la presenza dell’ombra ma anche – fatto inatteso ed eclatante - di …”qualche filo lucente di neri capelli” , poi ulteriormente confermata da un’immagine Alinari della fine dell’ottocento . Questa sequenza di dati abbracciano dieci anni di ricerca e sono raccolti nell’opera multimediale: “Maria di Antonello” che, su sollecitazione di amici studiosi, è in procinto di diventare un libro.
Antonello Ventura nel suo libro citato diceva:
“La pensosa fanciulla siciliana si avvolge come un'araba nell'ampio manto che ombreggia la fronte e inquadra il viso marmoreo; gli occhi vellutati, di un nero profondo, si velano di languore sotto le seriche palpebre percosse da un guizzo di luce; una piega agli angoli del naso e alle estremità delle labbra accompagna il lieve stringersi degli occhi come sorpresi da luce improvvisa.
L'ombra, che cade a taglio sulla fronte e si proietta sulla guancia sinistra, ottenebra il collo, staccandone il contorno luminoso del mento e della guancia destra e lasciando intravedere qualche filo lucente dei neri capelli ...».

E Roberto Longhi (1890-1970) ha definito il quadro “la piramide umana “ e la mano protesa la “ più bella che io conosca nell’arte.”


Eremo di Via Vado di sole L’Aquila, mercoledì 10 Febbraio 2010

DIARIO DI UN TERREMOTO 3 GIUGNO 2009

DIARIO DI UN TERREMOTO. Diario per certi versi in prosa e per certi versi in poesia

L’Aquila. Questa è la poesia per una data imprecisata. Non l’ho scritta io e non ho fatto apposta a cercarla.Leggo spesso Pedro Pietri e questa sua poesia mi è comparsa avanti; in corsivo ho solo aggiunto qualche parola come accade quando leggi e pensando su quello che hai letto ci aggiungi spontaneamente e all’impronta una parola. E’ stupefacente, almeno per me, come la poesia di Pietri valga per gli inquilini dei caseggiati di “1422 amsterdam avenue” di New York degli anni novanta del Novecento e per il popolo delle tendopoli di L’Aquila del duemilanove.

Nelle tende
tutti conoscevano
tutti
tutti rispettavano
e amavano tutti
l’unione aveva luogo
ogni volta che qualcuno
cuoceva patate o comprava
pop corn
tutti nelle tende
erano invitati a favorire
ecco quant’erano tutti uniti
in quei giorni il comune
vide quest’armonia
e prese paura
perché non c’è nulla
che impaurise
questo governo di più
di veder gente
che vive e ama
e respira insieme
e allora decise di
svuotare le tendopoli di
demolire i caseggiati
che si potevano salvare
ristrutturandoli
e di cancellare così l’unione
di L’Aquila tre e trentadue.
Tutti vennero allontanati
gli uni dagli altri
spostati in edifici detti migliori
in cui non conosci nessuno
quando ci entri
e non conosci nessuno
quando ne esci
vivo o morto o
in camicia di forza
fatta su misura dal sistema
per te e per tutti
i parenti stretti
che qui son giunti
in cerca di giorni migliori e
han trovato le notti peggiori
della loro vita
mentre correvano da un’agenzia
all’altra
di vendita e d’affitto
di case dal costo non troppo care.


Dalla tenda n.2 del complesso "L. Ferrari" Via Acquasanta L'Aquila 3 giugno 2009

DIARIO DI UN TERREMOTo

DIARIO DI UN TERREMOTO. Diario per certi versi in prosa e per certi versi in poesia

L’Aquila. Questa è la poesia per una data imprecisata. Non l’ho scritta io e non ho fatto apposta a cercarla.Leggo spesso Pedro Pietri e questa sua poesia mi è comparsa avanti; in corsivo ho solo aggiunto qualche parola come accade quando leggi e pensando su quello che hai letto ci aggiungi spontaneamente e all’impronta una parola. E’ stupefacente, almeno per me, come la poesia di Pietri valga per gli inquilini dei caseggiati di “1422 amsterdam avenue” di New York degli anni novanta del Novecento e per il popolo delle tendopoli di L’Aquila del duemilanove.

Nelle tende
tutti conoscevano
tutti
tutti rispettavano
e amavano tutti
l’unione aveva luogo
ogni volta che qualcuno
cuoceva patate o comprava
pop corn
tutti nelle tende
erano invitati a favorire
ecco quant’erano tutti uniti
in quei giorni il comune
vide quest’armonia
e prese paura
perché non c’è nulla
che impaurise
questo governo di più
di veder gente
che vive e ama
e respira insieme
e allora decise di
svuotare le tendopoli di
demolire i caseggiati
che si potevano salvare
ristrutturandoli
e di cancellare così l’unione
di L’Aquila tre e trentadue.
Tutti vennero allontanati
gli uni dagli altri
spostati in edifici detti migliori
in cui non conosci nessuno
quando ci entri
e non conosci nessuno
quando ne esci
vivo o morto o
in camicia di forza
fatta su misura dal sistema
per te e per tutti
i parenti stretti
che qui son giunti
in cerca di giorni migliori e
han trovato le notti peggiori
della loro vita
mentre correvano da un’agenzia
all’altra
di vendita e d’affitto
di case dal costo non troppo care.


Dalla tenda n.2 del complesso "L. Ferrari" Via Acquasanta L'Aquila 3 giugno 2009

DIARIO DI UN TERREMOTO

DIARIO DI UN TERREMOTO. Diario per certi versi in prosa e per certi versi in poesia

Lunedì mattina
torna ancora il terremoto.
Ricevere nuove istruzioni
da quell’istigatore alla distruzione
è come correre al gabinetto
per la paura
“ due parole con lo spirito santo
e amen”
come dice Pedro Pietri ricordando
un altro suo lunedì.
E poi i lunedì sono tutti uguali
per i poveracci come noi e come lui.
Uomini e donne con la mezzanotte
in bocca ora non riusciamo
più a dormire. Ci batte forte
il cuore in petto ed è come
sentire dentro il cuore
un martello, un trapano, un vento,
tutto confuso, com’è confusa la morte.
Ma poi, a pensarci bene,essere vivi,
sentirsi ancora vivi
è sperare di imparare di nuovo
a sorridere,
come quando ti ricordi un fiore,
il volto di un bambino,
le carezze di un innamorato,
come quando ti viene la nostalgia
di quelle cose che non sono
più avvenute e capisci
che è inutile chiederti il perché.

Dalla tenda n. 2 del complesso "L. Ferrari" Via Acquasanta L'Aquila 3 giugno 2009

Pianto per Sasha

Ho pianto un pomeriggio
d’inverno.
Ho pianto la tua morte Sasha.
Come ho pianto un’altra morte,
l’ho pianta un’altra volta ancora.
La notte ho ascoltato
il verso triste di un uccello
il canto d’amore di un gatto
ed era come un rimpianto
appena sussurrato, un sussulto di dolore,
un’eco di voce senza parole .
Stamattina al sole
che non ha ancora cancellato
le tue impronte sulla neve
le parole non sono più le stesse
non sono più gli stessi i gesti
non sono più gli stessi i giorni
le cose non sono più le stesse
hanno cambiato volto
ancora una volta , ancora una volta
come quell’altra volta
e quando mi domando perché
non sanno rispondermi,sono poveri

di risposte come me .
Non s’assopisce nel cuore
l’angoscia e quello che porta il vento
è un respiro , una parola ,un antico dolore.
Il dolore che mi fa ripetere ancora:

ti vegliarono questa notte d’inverno
e di nuvole
il canto dei gatti in amore
il verso stranito d’un uccello dalle vocali
strampalate
il dolce suono d’un pianoforte in un concerto
di Chopin
(il numero nove) che veniva fuori dall’i -pod
per lavare la mente dal dolore della tua morte.
Il sole stamattina non ha ancora cancellato
le tue impronte sulle zolle di neve fresca
sul selciato
di questa strada a ponente dove presto spira il sole
per dar vita in questa stagione alla sera, la sera
d’inverno d’un giorno di sole.
Ho pianto la tua morte in un giorno d’inverno
e di nuvole
come ho pianto un’altra morte
un giorno che cresceva insieme ai battiti,
ai battiti del mio cuore un canto di dolore.
quando in pieno giorno ho sentito cantare:

cantavano gli uccelli come al tramonto.
E ho pianto per me e per la tua morte Sasha
per i tuoi occhi neri e lucenti , lucenti
come quelli di un bambino ,
per te che sei morta sbattendo nel vento

come foglia perduta,nel vento delle stagioni
ore per te senza più vita.
E’ così, è così quando cambia il vento
che si fa il volere della vita,come mi hanno
detto i tuoi occhi all’ultimo
all’ultimo sguardo e io non potevo
crederci ,non sapevo rassegnarmi. .
Ti vegliarono questa notte ancora
le stelle cadute a briciole e rubate dai ragni
per il filo delle loro tele,le tele ora prato e ora letto
per il tuo sonno, carezza e alito
per il tuo cuore, il tuo cuore giallo e azzurro

per sedurre le api del prato,le creature del bosco.
Ora ti culli il sonno il silenzio,
in pieno accordo
con la neve sui tetti e sui monti
negli inverni ancora da venire,

con il sole che spacca le pietre
sul monte di fronte al paese
nell’estati ancora da venire,
con il muschio che assorbe il vento ,
questo vento della vita
che mette stanchezza nel cuore
e nelle gambe
ora che il mio giorno sta girando
da est a sud
e la mia vita è andata troppo a spasso
per le stagioni.
Ti culli il sonno la vita sempre
in cammino
che a volte non sa farsene niente
di noi
e che a volte le siamo indispensabili.
La stagione buona che sta per venire
senza un fiato di tristezza
ti porti il mio pianto ancora e sia un peso lieve
al mio cuore il ricordo
d’un pomeriggio d’inverno e di nuvole :
il pomeriggio che sei morta Sasha,
un pomeriggio al confine d’un incomprensibile
presente tra un tempo scaduto
e uno ancora sconosciuto .

Eremo di Via Vado di Sole, L’Aquila, giovedì 4 febbraio 2010