lunedì 25 ottobre 2010

SETTIMO GIORNO : Chiunque si esalta sarà umiliato


SETTIMO GIORNO :Chiunque si esalta sarà umiliato


La parabola del fariseo e del pubblicano che Luca al Cap. 18,9-14 riferisce viene introdotta dallo stesso evangelista con una premessa. Affermando che appunto la parabola si rivolge ad alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri, vuole dire che non è la preghiera quello che conta nel rapporto con Dio ma è l’atteggiamento del cuore e della mente dai quali la preghiera muove.

Luca nella sequenza del racconto che la liturgia delle ultime domeniche ci propone ha avviato una catechesi sulla preghiera indicando quindi nei brani proclamati il senso, il significato , il valore , le modalità della preghiera per arrivare ad una conclusione importante. E’ l’atteggiamento dell’uomo che prega di fronte a Dio che fa la differenza di ogni cosa.

Per meglio capire questo sottile filo rosso che ha legato appunto i brani delle passate domeniche fino a quello di oggi e ha intessuto un discorso sulla preghiera occorre fare una considerazione sull’interiorità dell’uomo. Ovvero sulla continua ricerca da parte dell’uomo di una vita interiore. Vita interiore che in definitiva significa per il cristiano un esodo, un cammino di liberazione durante il quale si perde il proprio io e si guadagna Dio .

L’esodo del popolo ebraico non è un avvenimento storico da ricordare ma è un’esperienza di vita da vivere.

Il popolo dopo la liberazione dalla schiavitù d’Egitto afferma “ noi eseguiremo e ascolteremo” c

; una affermazione che sembra almeno capovolta perché normalmente prima si ascolta e poi si esegui. Qui invece l’eseguire prima di ascoltare sta a significare che non si fa un patto una volta per tutte ma che tutti i giorni questo patto va rinnovato che il Signore va ascoltato tutti i giorni come un padre che ci conduce.

In altre parole un cammino in cui con costanza , continuamente , momento dopo momento si promuove l’abbandono delle passioni , dei modi di vedere e di vivere che cristallizzano la nostra esistenza, le cose e il mondo che ci circonda per far posto dentro, quindi nella propria interiorità a Dio. Un Dio che deve essere messo in condizioni di essere ascoltato quando ci parla da dentro , di occupare ogni cosa perché , in definitiva , è questa la conquista fondamentale che una vera vita interiore . Una vita che ci apre l’orizzonte ad una consapevolezza quella che solo in questo modo riusciamo a colmare i nostri limiti.

Essere capaci di riconoscere i nostri limiti e quindi far spazio a posto a Dio a cui affidare ogni cosa della nostra vita . In questa prospettiva si riesce a capire anche il problema della sofferenza individuale e si comprende la forza che da questa convinzione e consapevolezza si sprigiona. E’ la forza del Signore che ci sta vicino .

La conquista di una vita interiore dunque è una ricerca costante dell’uomo d’oggi che tende così alla ricerca dell’incontro con Dio. Questa voglia e ricerca di interiorità ci aiuta a capire gli atteggiamenti del fariseo e del pubblicano passando per il testo del Siracide che è una specie di porta di accesso o di chiave di decifrazione delle letture della XXX domenica del tempo ordinario e in particolare del testo di Luca.

Il Siracide al Cap. 35 (15b-17, 20-22°) afferma che per il Signore non ci sono preferenze perché egli è giudice e per questo la preghiera del povero e dell’oppresso raggiunge direttamente il suo cuore. Perché questa preghiera “ attraversa le nubi, né si quieta finchè non sia arrivata, non desiste finchè l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilita l’equità.”

Così dicendo il Siracide ci introduce alla parabola del fariseo e del pubblicano.

La preghiera del cristiano è un “ culto esistenziale” quindi coinvolge totalmente la persona. Q In questo coinvolgimento però azioni e rettitudine di cuore devono andare di pari passo. Le azioni esterne , i gesti, seppure ineccepibili , devono essere accompagnate da un animo purio e soprattutto umile di fronte a Dio.

Il fariseo , ha comportamenti esteriori ineccepibili , anzi per alcuni aspetti va positivamente oltre le prescrizioni della legge: digiuna due giorni alla settimana e non uno, offre per esempio più del dovuto per quanto riguarda il suo patrimonio . Quello che però manca è l’umiltà di riconoscere che tutto questo ha un limite , il limite proprio insito nella creatura umana , quel limite che solo Dio può colmare

. Egli rimane in piedi e quasi attende la ricompensa per quello che egli ha fatto e che ritiene metterlo in condizioni di vantaggio .

Paolo ha già detto che la sola osservanza della legge non basta per la salvezza , che la legge non giustifica e quindi è solo l’amore per Dio che salva. Un amore che quindi ci mette nella condizione di riconoscere i nostri limiti e quindi di affidarci a lui . Rispettare la legge non ci pone nella condizione di avanzare pretese.

Senza pretese dobbiamo riconoscere di aver bisogno di lui e che senza di lui si perde il senso e il significato delle cose e della vita stessa.

E’ in sostanza l’atteggiamento del pubblicano che non osa alzare gli occhi al cielo perché è consapevole dei suoi limiti ed è consapevole che il nostro aiuto viene solo dal Signore.


Così in definitiva, il senso di tutte le letture proclamate nella XXX domenica del tempo ordinario sta proprio in quell’affermazione di totale umiltà che fa Paolo nella seconda Lettera a Timoteo. Paolo ormai vecchio e pronto a ricevere la corona di giustizia dal giudice giusto afferma di aver potuto combattere la buona battaglia, di aver potuto terminare la corsa , di avere conservato la fede non per merito suo. Bensì perché il Signore gli è stato vicino e gli ha dato la forza di portare a compimento le sue opere.

E’ il Signore che libera e che salva. E’ il Signore che spontaneamente dà. Basta solo fargli posto nel cuore e nella vita.


Eremo Via vado di sole, L’Aquila, domenica 24 ottobre 2010



sabato 23 ottobre 2010

COTTO E CRUDO : Leggende culinarie


COTTO E CRUDO : Leggende culinarie


Pellegrino Artusi, vissuto a lungo a Firenze inserisce nel suo ricettario una pietanza fatta con il lesso quale lesso rifatto all’italiana e aggiunge un lesso pure rifatto all’inglese con la sua denominazione originaria “ toad in the hole” (rospo nella tana) In realtà queste pietanze come altri piatti della cucina italiana a volte hanno un’aureola leggendaria perché aiutano a raccontare storie di vita, storie di poveri e di ricchi, storie e tradizioni di genti e comunità.

Ecco allora il peposo che è uno spezzatino coperto di vino e ricco di pepe. Ebbene le fonti parlano0 che al tempo di Brunelleschi , durante la costruzione del duomo di Firenze, i fornacini dell’Impruneta, addetti alla cottura dei materiali in cotto ne facevano largo uso utilizzando appunti forni per cuocerlo.

Il lesso con le cipolle invece è chiamato a Firenze la francesina ma non si hanno documenti per attribuire a quella pietanza un’origine francese Porta alla Francia un piatto chiamato “ boeuf miroton” in cui le cipolle pesano il doppio della carne per ogni porzione . C’è poi da azzardare ma per scherzo e chissà che non sia vero quel piatto fosse servito o cucinato da una bella francesina in qualche osteria alla moda o di passaggio su strade frequentate da viaggiatori che ne segnalarono la bontà nel doppio senso .

Ed è la storia della zuppa inglese inventata da una governante appunto inglese in servizio a Fiesole , presso una nobile famiglia italiana, che per temperare gli spiriti dei bambini a lei affidati mescolò crema cioccolato e savoiardi colorandoli con un goccio di alkermes.

Straordinaria la storia del baba perché la sua storia viene attribuita al re di Polonia Stanislao Leszcynsky, che retrocesso ed esiliato, per lenire la sua sorte decise di dedicarsi ai dolci. Modificò così il Kugelhupt sostituendo il madera con il rhum. Anche sull’origine del nome la leggenda dice che forse deriva da “baba “ che in polacco significa nonna e chi sostiene che è tratto da una novella delle Mille e una notte che quel re amava leggere. Come sia arrivato a Napoli non è tanto pacifico, qualcuno sostiene che fu introdotto da cuochi inviati dai Borboni in Francia per apprendere alcune cose di cucina di quel paese.

Il tiramisù ha la storia più semplice del mondo eppure molto avvincente : serviva a risollevare la forze dopo le avventure galanti nella casa a luci rosse vicino un bar di Treviso dove questo piatto è stato inventato.

E poi le uova fanno male al cuore?E’ vero che i tuorli delle uova contengono colesterolo in quantità notevole, diciamo intorno ai 200 mg. E che il colesterolo è il grasso che contribuisce a bloccare le arterie oltre a provocare attacchi di cuore. Ma secondo gli esperti appiccicare alle uova l’etichetta di “dannose per il cuore” significa collegare i puntini in maniera sbagliata. Molte persone in perfetta salute mangiano un uovo al giorno, il colesterolo che assumono attraverso il cibo non condiziona i valori del sangue, non più di tanto, per essere precisi. Sono i grassi saturi ad aumentare il colesterolo nel sangue, e un uovo contiene solo 2 grammi di questi grassi. Il consiglio degli alimentaristi è di mangiare due, tre uova a settimana. Certo i fagioli fanno bene solo se mangiati col riso. Infatti le proteine, di cui i nostri corpi hanno bisogno per sviluppare qualsiasi cosa, dai nuovi muscoli agli ormoni, dipendono dalle diverse combinazioni di 20 amino acidi. Il nostro corpo ne produce solo 11, gli altri 9 dobbiamo prenderli dal cibo. Gli alimenti ricchi di protenine animali come le uova o la carne, forniscono tutti e nove questi amino acidi, non è così per le verdure e gli ortaggi, spesso carenti di almeno uno tra loro. Prima gli esperti ci consigliavano di prendere le sostanze di cui il nostro corpo ha bisogno per produrre proteine, dalle verdure mangiate insieme ai cibi che contengono gli amino acidi mancanti, come riso e fagioli. Ora suggeriscono di non mangiare questi alimenti nello stesso pasto, meglio distribuirli nell’arco della giornata. vi va anche un po' di carne di cammello?Questa la domanda che potrebbero vedersi rivolgere dai macellai molti australiani. I cammelli introdotti nel paese nella prima metà dell'Ottocento come mezzi di trasporto. Oggi sembrano essere solo un problema per l'Australia e per le sue coltivazioni.

Con il progredire dello sviluppo tecnologico, in particolare di quello legato al settore dei trasporti, il loro ruolo nella società è divenuto completamente inutile. I cammelli però negli anni sono aumentati di numero e così branchi selvatici continuano ad essere presenti nel paese danneggiando coltivazioni e consumando enormi quantità di acqua, che in periodi di siccità è un bene davvero prezioso.

Dopo aver cercato di trovare i rimedi per limitare i danni di questi animali le autorità di Sidney si sono trovate costrette a ordinare l'abbattimento in massa di questi animali. Commercianti ed estimatori di questa carne ne apprezzano le qualità nutritive - ricca di proteine e ferro - e fanno notare le qualità salutistiche.

Ma tra le sue qualità non bisogna dimenticare quella afrodisiaca. La zuppa di zampetta di cammello e il latte appena munto esalterebbero le doti sessuali.


Eremo Via vado di sole, L’Aquila, sabato 23 ottobre 2010



SILLABARI : Danza e scuola di ballo


SILLABARI : Danza e scuola di ballo


L’amica Katia mi invita sempre su Facebook alle attività della sua scuola Kg dance latino. Le sono grato perché mi fa in qualche modo partecipe delle sue iniziative alle quali sono coinvolto per interposte persone (Grazia e Sonia che le frequentano). Mi è capitato ultimamente di leggere questa pagina di P. Anselmi nell’articolo di R. Tomassoni La danza come espressione di armonia e totalità psicosomatica in L’Immaginale n. 1,1983, pag. 125 che così si esprime : “ Danzando gli uomini si pongono su un piano di realtà psicologica differente da quello normale: divengono animali, cacciatori,esseri divini ed eroi, luna , vento , sole, si immergono in unoschema di rappresentazioni mitiche che vengono riattualizzate a vantaggio dell’individuo e del gruppo. L’uscita dal sé ordinario non è una finzione, una recita, ma una realtà: i partecipanti non avvertono alcun distacco tra il personaggio rappresentato e chi lo rappresenta… in un testo cristiano delle origini è scritto : all’universo appartiene colui che danza, chi non danza non può conoscere ciò che accade”.

Leggendo così questo brano mi sono venute in mente alcune considerazioni che voglio condividere .C’è stato un tempo nella storia dell’uomo in cui la danza era un mito ossia uno spazio di gesti che unendo corpo e spirito attuava un interscambio simbolico tra l’uomo e il mondo, tra lo spirito e la materia.

Il corpo in quella situazione assumeva un ruolo importante , alla pari della mente, perché accumulava e trasmetteva una sapere ( in quanto esso stesso oggetto di sapere).

Successivamente proprio uil corpo è divenuto un ingombro imbarazzate e sgradevole. Forse c’entra qualche cosa Platone che ha legato la materialità , tanto per dirla in estrema sintesi, alle parti basse del corpo.

Sta di fatto, come scrive Paolo Mottana “…il corpo delle origini era stato il luogo deputato allo scambio e al contatto con il mondo della natura , la sua subordinazione al mondo dello spirito lo rende un ostacolo e un peso sulla via della realizzazione individuale. Il corpo sarà destituito di valore e di pregnanza simbolica a favore del mondo delle idee e della ragione . Il corpo come luogo dell’istinto , dell’animalità e della natura contrapposto allo spirito come regno della contemplazione delle idee , come rarefazione ed estinzione della sensibilità materiale , come dimensione acquietata del dominio logico.”

Per molto tempo questa scissione ha tenuto banco ed anzi si è via via acutizzata.

Tutta la cultura occidentale si erge allora secondo schemi di tipo separativo ed ascensionale al di sopra del corpo .

Ma avviene ancora di peggio. Se il corpo era stato separato dallo spirito nei secoli precedenti, a partire dal Novecento “…questo movimento diaieretico si consuma fino alle sue forme estreme nella cultura del ventesimo secolo , come riduzione del corpo e dell’immagine a merci, a complementi strumentali di un regime di dominio del mondo in cui viene ipostatizzata la ratio economica e il valore di scambio. Il corpo feticizzato e simulato , equivalente della merce e fatto merce esso stesso, e il corpo simulacro, purasuperficialità che maschera il vuoto compare come valore necessario in un’economia che ne propone la cura ai fini di una transazione commerciale sul mercato del lavoro e su quello della seduzione in modo indifferente ( l’uno e l’altro essendo ampiamente intrecciati e fruibili). Il corpo gonfiato e levigato dell’estetica e della fitness ( il cui contro canto disperato è il rigonfiamento abnorme di tipo buliminico o l’annientamento scheletrico di tipo anoressico) fa adeguato pendant alla estenuazione dell’immaginario nella fiera impazzita del bombardamento pubblicitario, della serialità televisiva e cinematografica e della definiiva equivalenza della creazione artistica con la merce.

La traumatizzante espansione di un’immagine totalmente priva di sfondo simbolico , disperatamente schiacciata su un piano monodimensionale , quello della sua strumentalità alla vendita e alla razionalità calcolante , prosciuga ogni possibilità di promuovere il gesto creativo in senso liberatorio, si esso corporeo o figurativo”

E’ per questo allora che mentre la nostra società, il nostro paese, soffoca letteralmente di escreti una scuola che, attraverso il ballo, la danza promossa poi specialmente tra i bambini , che vuole restituire creatività a chi la frequenta, è cosa importante . Anche se occorre fare dei sacrifici per affermare quello che Katia vuole dire con le sue iniziative in una società in cui la creatività è oggetto di predazione da parte di una cultura che vuole ciascuno preteso alle cure fittizie di sé, come atleta del consumo, vale la pena di farli.Il ballo e la danza dunque come li propone Katia e la sua scuola sentono la nostalgia di un legame , di una ricongiunzione tra cielo e terra, tra occidente e oriente ,tra est ed ovest della terra, tra corpo e spirito, tra immagine e pensiero (vedi le sue coreografie ).

Mentre la ragione economica della nostra società si appresta in modo sempre più accanito a strumentalizzare gli ultimi margini di alterità istintuale, delle emozioni e della differenza espressiva , il ballo , la danza diventano uno strumento di difesa.


Nasce così un territorio “intermezzo”, di esercizio “immaginale” ed espressivo inteso anche come possibilità di deletteralizzare l’azione , la seduzione, la sessualità, il lavoro, il potere e riscoprirne la metaforicità.

Si ritrova così il fondamento invisibile dell’incarnarsi nel mondo che poi in definitiva è ancora buona parte di quel mito dei primordi per una ricomposizione e riappacificazione tra corpo e mente, tra corpo e spirito, tra il sé dunque e il mondo stesso.



Eremo Via vado di sole, L’Aquila,sabato 23 ottobre 2010




venerdì 22 ottobre 2010

CANZONIERE : Sant'Antonio

CANZONIERE : Sant'Antonio

1.
Sant’Antonio



Bona sera, car’amice,
tutte quante cristiane,
questa sera v’aije a dice
de la feste de dumane.
Ca dumane è Sant’Antonie
Lu nemice de lu demonie.

Sant’Antonie ,sant’Antonie
lu nemice de lu demonie.

Sant’Antonie a lu deserte
se cuciave le tajuline,
Satanasse pe’ despette
je frechette la furcine.
Sant’Antonie nun s’encagne,
‘nghe le mane se li magne.

Sant’Antonie, sant’Antonie
lu nemice de lu demonie.

Sant’Antonie a lu deserte
se cusceve li cazzune,
Satanasse pe’ despette
Je freccette li buttane.
Sant’Antonie se ne freche,
‘nghe lu spache se li leche.

Sant’Antonie, sant’Antonie
lu nemice de lu demonie.

Sant’Antonie a lu deserte
s’appecciave ‘na sigarette
Satanasse pe’ dispette
Je freccette la lumette.
Sant’Antonie se ne freche
‘nghe nu prospere se l’accese.

Sant’Antonie, sant’Antonie
lu nemice de lu demonie.

2.
Nel deserto dell’Egitto.

Nel deserto dell’Egitto
noi remiti mendicanti
noi veniam coi sacri canti
d’un gran santo, d’un gran santo a celebrar.

Vi cantiamo la santa vita
dell’eccels’ Antonio Abate;
le cortese a noi mostrate,
belle donne, belle donne il vostro cor.

Ricco e nobile nacque Antonio,
disprezzò le sue ricchezze,
nonostante le dolcezze
tutt’a Dio ,tutt’a Dio si consacrò.

Ripartito il patrimonio
donò parte a sua sorella
che è devota figlia e bella ,
tutt’a Dio, tutt’a Dio si consacrò.

E quel povero eremita
si rinchiuse nel deserto,
giovinetto poco esperto,
per amore, per amor del buon Gesù.

Fè di l’erba scarso pane
fu la mensa sua gradita
fu cent’anni e cinque in vita
nei rigori, nei rigor di povertà.

Vedi tu che presto siamo,
dà la mano al tuo nemico,
fatti presto a farti amico
per quel Dio, per quel Dio che ci salvò.

Fu eseguito senza stono
in raffronto al nostro canto ;
viva sempre Antonio Santo
cose buone, cose buone in quantità.

Ci darete voi signori
Ricompensa al nostro canto ;
viva sempre Antonio Santo ,
cose buone, cose buone in quantità.


(Una notevole importanza, nel corso del ciclo dell’anno , la festa di S. Antonio Abate il 17 gennaio.Per la sua festa vengono organizzate fiere di animali e il santo nell’iconografia sacra viene presentato a fianco del porcello , in origine la personificazione del demonio e di altri animali. Perduto il primo significato a Sant’Antonio venne attribuita la protezione degli animali domestici.
Nella tradizione popolare sono rimaste le noiose tentazioni del demonio ridotte più che altro a dispetti qualche volta anche spiritosi. In altre versioni, raccolte nel centro e sud Italia il demonio deve subire la reazione di Sant’Antonio che lo mette “ col culo a mollo” dopo che il tentatore che lo aveva sorpreso mentre il santo lavava l’insalata aveva pensato di tirargli una sassata. Quando poi mente Sant’Antonio “ diceva l’orazione “ Satanasso fece il verso de lu trombone il povero eremita spazientito “ col coltellone gli corse appresso e lo fece cappone”
La versione di sopra è stata raccolta in Abruzzo da Giovanna Marini ed è cantata ancora oggi da gruppi di questuanti che raccolgono doni di casa in casa quando vanno a “cantare lu Sant’Antonio”
Nel deserto dell’Egitto. E’ un altro canto di questua in occasione della festa di Sant’Antonio Abate raccolto a Cerqueto di Fano Adriano (Teramo) da Nicola Jobbi nel 1965. C’è una registrazione originale in LP Italia e nei Canti religiosi abruzzesi.)

Eremo Via vado di sole L’Aquila

giovedì 21 ottobre 2010

ET TERRA MOTA EST : Ricostruzione


ET TERRA MOTA EST : Ricostruzione

Da Il Centro Pochi soldi sarà impossibile aprire i cantieri di Giustino Parisse



L'AQUILA. E' un documento scritto da ingegneri dell'Aquila (Maria Grazia D'Ascanio, Giovanni Di Filippo, Arturo Fiamma, Gennaro Luciano, Volfango Millimaggi, Antonello Pellegrini, Gianfranco Ruggieri, Antonello Salvatori). Ne pubblichiamo stralci con una premessa per chiarirne il senso. Gli ingegneri aquilani sono preoccupati dall'ultima ordinanza che indica il prezzario regionale per l'edilizia agevolata riferimento per la ricostruzione dell'Aquila. In base a tale prezzario (e dopo simulazioni fatte dagli stessi ingegneri) il costo a metro quadro per rifare le case sarebbe di meno di 800 euro. In questo modo, dicono i tecnici, L'Aquila non sarà mai ricostruita e chi vorrà rifarsi la casa dovrà pagare la differenza di tasca sua. Ecco cosa scrivono gli ingegneri:

«Ci si chiede: perché non si presentano i progetti per le case E? O meglio la domanda sarebbe: perché pur avendo i progetti pronti per le case E (quelle crollate o con danni gravi ndr) non vengono presentati? I motivi sono diversi ma uno impera sovrano: i prezzi per la ricostruzione. Tali prezzi non incidono solo sugli edifici da demolire e ricostruire ma anche su quelli oggetto di riparazione costituendo questi stessi prezzi il limite di convenienza oltre il quale si deve procedere alle demolizioni. La Regione è arrivata a definire le soglie di costo unitario per la costruzione (edilizia agevolata) con la delibera 614 del 9 agosto pubblicata sul Bura il 24 settembre 2010. Questa delibera definisce un costo di partenza (808 euro al metro quadrato) e delle ricorrenze che danno diritto ad incrementi percentuali che possono portare ad un costo base di appalto per la ricostruzione al massimo pari a 1.180 al metro quadrato. Ancora altre ricorrenze (oneri complementari, indagini, spese tecniche, acquisto area) portano ad incrementare ancora questo costo per arrivare ad un totale massimo pari a 1.690 al metro quadrato. Questo è il prezzo teorico che alcuni amministratori hanno indicato quale somma certa messa a disposizione per ricostruire. Magari fosse così, ma non lo è. Morale della favola: la superficie convenzionale (che la delibera definisce come complessiva) è notevolmente inferiore a quella lorda effettiva. Facciamo un esempio concreto, basato su un progetto completamente sviluppato. Per un condominio di 18 appartamenti da 95 metri quadrati con piano cantinato e piano sottotetto accessibile, la superficie complessiva calcolata ai sensi dell'articolo 5 della delibera assomma a poco meno di 1.600 metri quadrati che moltiplicati per il costo unitario complessivo derivante dall'applicazione dell'articolo 1 della stessa delibera, quantificato in circa 1.410 al metro quadrato, porta ad un riconoscimento di un contributo per la ricostruzione pari a circa 2.256.000 euro. La superficie lorda complessiva da riedificare però assomma a circa 437 metri quadrati lordi per piano per 7 impalcati (piano seminterrato, cinque piani abitativi e piano di sottotetto) ovvero circa 3.059 metri quadrati. Se dividiamo la somma che la delibera ammette come contributo con la superficie lorda complessiva abbiamo un costo di costruzione unitario reale pari a circa 737 al metro quadrato. E nelle cifre su esposte non sono comprese né la demolizione né lo smaltimento. Dato che un costo di ricostruzione reale ammonta a circa 1.200 al metro quadrato per ricostruire il proprio fabbricato i 18 condomini dovranno integrare il contributo ottenuto (con i calcoli eseguiti ai sensi della delibera regionale) di una somma pari a circa 463 euro a metro quadrato che per la superficie da riedificare ammontano a circa 1.416.317 ovvero ancora una integrazione ad personam pari a 78.684 euro. L'esempio riportato è relativo ad un condominio ex-ater interamente riscattato dagli attuali proprietari. Sorge un dubbio: chi avrà il coraggio di andare a dire ai proprietari (pensionati con redditi non alti) di versare il contributo integrativo? Per chiudere in maniera costruttiva pensiamo sia utile fare una proposta. La delibera regionale potrebbe trovare un'applicazione parzializzata rimandando poi alle precedenti e specifiche ordinanze la definizione della parte dimensionale. In sostanza: la delibera regionale 614 dell'8 settembre 2010 nei comuni del cratere e ai fini dei progetti finalizzati alla ricostruzione deve applicarsi limitatamente al contenuto dell'articolo 1 relativamente alla quantificazione dei prezzi unitari rinviando alle ordinanze la definizione delle superfici come da esse definite ovvero in riferimento alle superfici lorde complessive coperte».

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 21 ottobre 2010


La versione di Barley


La versione di Barley


Giuseppe Grimaldi e Giorgio Grossi non abitano più qui. E neppure Alfredo,Pasqualino e Gianni ,amici reali e immaginari di Grimaldi e Grossi. Parlavano sempre di quel Gianni che non ho mai potuto conoscere e che , secondo me non esiste, e se l’erano inventati chissà perché anzi si , riesco a capire, perché avere un Gianni come amico faceva classe.

Sono andati tutti via Giuseppe , Giorgio e i loro amici il sei aprile. Non riescono a ritornare. Vorrebbero entrare in qualche film o documentario che parla della loro città per tornare dentro quelle strade e quelle piazze di celluloide, belle colorate, variopinte, affollate di giorno appena frequentate di notte . Perché non possono entrarvi realmente oggi nella zona rossa chiusa e sorvegliata da sentinelle chesi danno l’allerta ogni ora : “sono le tre e tutto va bene. All’erta.” “ All’erta sto”.Il cantore del quartiere della Santa Giusta tra la Costa dei Masciarelli e la passeggiata ai Quattro cantoni non riesce a darsi pace di queste grida in pieno giorno e in piena notte. Un all’erta come il grido di un’aquila, come il borbottio di un gufo.

Il suo mondo era fatto di cinque strade. “Ad ogni angolo un negozio di tabacchi, una drogheria, un bar e una lavanderia” Lo dice a tutti, lo ripete sempre . Il suo mondo erano cinque strade. Ora chiuse, ora deserte, con le tabaccherie chiuse, con i bar chiusi, con le drogherie chiuse, con le lavanderie chiuse.

Accanto a quelle strade, ma con un giro più lungo passa sempre la stessa navetta bus , continua da tempo immemorabile a fare la spola tra i due capolinea .L’autista sempre più vecchio si è fatto crescere la barba, il respiro sa di sigaro toscano e molte volte deve inventarsi le strade che percorre perché sono scomparse con tutto quello che vi era costruito ai lati. Poi quando arriva in aperta campagna prende un sospiro di sollievo che gli alberi e le siepi gli piacciono e da lì può anche vedere la montagna. In campagna si ferma a volta a raccogliere qualche passante che fa un breve tratto di viaggio sul predellino, aggrappato al passamano della porta aperta e rientrata all’interno. Poi arrivato alla sua destinazione scende a volo per non farlo fermare e lui per cortesia rallenta.

Ne succedono ora di cose strane in questa città , come il tragitto della navetta bus . Prima non succedeva niente. Nelle strade di quella città si bevevo quello che potevano chiamare il nettare e nessuno pensò mai di ricavarne il copyright.

E qualche bottiglia di quel nettare poi Barley, che dava una sua versione dei fatti che avevano interessato negli ultimi tempi quella città, la portava sulla tomba della “povera” moglie quando le parlava di come le cose continuavano ad andare quaggiù. Ogni tanto un piccolo sorso anche per darsi coraggio . A volte rimaneva fino a quasi buio tra quelle tombe , specialmente d’inverno e e sentiva dei respiri, dei sospiri , dei fiati gelidi e poi si impressionava a tutte quelle luci che erano sempre accesiedi giorno e di notte ma che all’improvviso sul calare della sera , nell’avvicinarsi del buio apparivano.

Il profumo dei fiori e l’odore acre del tabacco delle sue sigarette che aveva ormai impregnato anche gli abiti si confondevano e gli davano il capogiro. O era quel nettare che sorso dopo sorso cominciava a dare qualche effetto .

Giuseppe e Giorgio non sono più tornati nella loro città da quando sono andati via . Ci vanno al loro posto file di turisti che comprano il torrone e l’odore della mostarda e dei cetrioli sotto aceto si spande per alcune strade e ti raccontano il segreto della drogheria che sta facendo l’esperimenti di riaprire ma è l’unica , la sola. Tutta quella roba conservata che tiene nei banchi e negli scaffali : niente chimica ,dieci giorni a marinare o sotto sale ed ecco il segreto, per esempio, delle spezie.

Giuseppe e Giorgio pensano che se tutto questo diventasse un musical ,chissà forse loro potrebbero ritornare in quella loro città. Non bastano le pagine dei libri e le scene di documentari e film e non bastano le foto. Ci vuole un musical con una storia analoga a quella leggendaria di altri giorni vissuti dalla città. Tanto, tanto tempo fa.
Ed è la storia di quel vecchio signore che ha ora 88 anni e fa accedere ai tavoli e al bancone della sua enoteca con una regia sapiente e una sceneggiatura che purtroppo è sempre la stessa. Da ottanta anni la ripete come una marionetta e qualche volta , come nella commedia dell’arte, ha cambiato la parte. Ma lui non se n’è accorto perché è stata la vita a scrivere quelle scene. Lui non tollera chi alza il gomito tra quelle bottiglie e quei bicchieri e quei colori così diversi tra vino e vino. Egli ha nella testa un ordine che è quello che non ammette il piacere e l’ebbrezza che si può ricavare dalle sue bottiglie, Per lui bere è fortificare il cuore e l’anima, attingere la forza per stare in piedi non per barcollare. E quindi la sua idea è la parsimonia. Egli è un vecchio che ha vissuto , d’altra parte, i suoi 88 anni con parsimonia. E’ questo il suo verbo.

Ascolta quello che si racconta a quei tavoli mentra si sorseggia quel liquido bruno, bianco, rioato, rosso .

“Giacomo sa giocare bene a bowling ,quello che frequenta a Sassa . Lo hanno soprannominato Beauty”. Questo dicevano l’altra sera e lui sapeva che il suo amico Giacomo Beauty si è deciso ad aprire un ristorante e lo ha chiamato appunto Beauty. Serve un panino con il sesamo , un bagel , così a volte lo chiama con un vezzo all’americana, con salmone affumicato , crema di formaggio, cipolla e pomodoro.

Niente a che fare con pecorino e zafferano che si mangiava una volta in piazza o con quella benedetta porchetta mezza calda a e mezza fredda. E’ vero sembra questa una cucina raffinata che prima potevi andare solo da Tre Marie .

A quei tavoli dunque ascolta storie di cibo e di alcool e si scorda che Giuseppe Grimaldi e Giorgio Grossi e i loro amici veri o immaginari non abitano più qui.

Il negozio di casalinghi è stato rimpiazzato da un parrucchiere unisex , un negozio di video ha ceduto il posto ad una tavola calda. Il mio quartiere non ha più quella vecchia libreria dove si beveva caffè e si leggevano poesieo forse no , là proprio non si beveva caffè ma al bar più sopra nella piazza . Forse apriranno in questa città uno spaccio di medicine solistiche e una specie di tempio buddista o una sinagoga che le chiese ce ne sono tante anche se ora sono tutte chiuse.

Ci sono nel centro commerciale fuori della città librerie e alle vetrine ho visto libri dal titolo “ Battito di polvere” , e mi è venuto da ridere. Barley ha pubblicato finalmente la sua versione in un libro , come altre versioni in altri libri. Spero che la versione di Barley diventi un best seller anche se per il momento va molto molto forte “ Eat – Pray- Love-but -no-love ” che è un libro che racconta in tempo reale la faccenda del terremoto della città. Ma credetemi non ci si capisce niente ed è per questo che preferisco la versione di Barley .

Eremo Via vado di sole, L’Aquila, giovedì 21 ottobre 2010



ELOGI ED ESORTAZIONI : Elogio della mitezza


ELOGI ED ESORTAZIONI: Elogio della mitezza

Per questi tempi oltracotanti e pavidi, abbiamo bisogno come spiegava il maestro torinese Norberto Bobbio , di una virtù che non sia rinuncia ma si sposi alla fortezza. Per un elogio della mitezza ed una esortazione alla mitezza prendiamo in prestito il testo della Lectio Magistralis che Carlo Ossola ha letto al Teatro Carigano di Torino in chiusura della settima dedicata all’Elogio della mitezza di Norberto Bobbio. Il testo è stato pubblicato su La Stampa del 19 ottobre 2010



Nel vibrante apologo Elogio della mitezza (dapprima conferenza del marzo 1983, poi saggio del 1994 che s'intreccia con Il diritto mite, 1992, di Gustavo Zagrebelsky), la virtù illustrata da Norberto Bobbio è presentata come «virtù dialogica» di risposta accogliente: «lascia essere l'altro quello che è», secondo l'aforisma ch'egli trae da Carlo Mazzantini (1895-1971), filosofo torinese del quale ho caro aver frequentato gli ultimi corsi. Ora tra le molteplici opere di quest'insigne studioso, figura - nel 1940 - uno squisito commento ai Ricordi di Marc'Aurelio. Vorrei partire da quel libro e da un'osservazione di Marguerite Yourcenar nelle Memorie di Adriano: «Gli dei ormai spenti - scriveva Flaubert - e il Cristo non ancora affermato, ci fu da Cicerone a Marc'Aurelio un momento unico nel quale l'uomo soltanto ebbe esistenza». Fu quello il tempo di Seneca, della cura sui, delle virtù della dignitas hominis studiate, in tempi recenti, da Pierre Hadot e da Michel Foucault. Potremmo dire che Norberto Bobbio è stato un degno interprete di quella tradizione.

Il 30 giugno scorso Ezio Raimondi, in una lezione bolognese, ha tracciato una magnifica parabola della storia di queste virtù dell'interiorità: una direttrice «laica» - si dica per semplificare - che va da Marc'Aurelio a Italo Calvino, e un'altra spirituale che va da sant'Agostino a Dag Hammarskjöld. Dove si colloca, in siffatta cornice, la mitezza?

Occorre subito chiarire che essa si afferma con i testi evangelici, tanto nel registro delle Beatitudini (Matteo, V, 5) che nel ritratto che il Cristo offre di se stesso: «imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Matteo, XI, 29). Per circoscrivere i termini, occorre risalire al greco della Settanta: intanto «umile» è traduzione approssimativa, che ha suscitato difatti le riserve di Bobbio. Ma nel greco il termine tapeinòs brilla di luce che sarà poi «francescana»: tapeinòs, tapino, è il «poverello» mite e sorridente, libero e in pace con il creato, che riconosciamo in san Francesco. Nell'uno e nell'altro passo, d'altra parte, mite è identificato dal termine praûs, praeïs (pl.), termini rari che risalgono a un'area semantica molto limitata: al verbo praûnö, che significa: «calmare, addolcire, mitigare» e al sostantivo, che lo ricalca, praüpátheia: «dolcezza, mitezza».

Le traduzioni del saggio di Bobbio bene illustrano questa difficoltà: se l'inglese In Prise of meekness richiama alla mansuetudine (e dunque ancora alle Beatitudini), il francese douceur, per mitezza, bene mostra il lungo cammino di secolarizzazione percorso da queste virtù, essendo la douceur associata alle pratiche (direbbero Norbert Elias e Benedetta Craveri) della sociabilité, di quell'amabile socievolezza che rende meno scomoda la vita associata. È uno snervarsi, col tempo, delle virtù che già il Leopardi contemplava affranto, vedendo quale triste esito avesse, al suo tempo e al nostro, l'euëtheia, la bonitas, visto che l'uomo dabbene viene percepito e definito nella sua dabbenaggine (Zibaldone, 4201, 18 settembre 1826).

Potremmo del resto osservare che le Beatitudini non potevano non secolarizzarsi nello stesso mondo cristiano: quando esso vide la che la parousía, il ritorno del Cristo, tardava, che il tempo e le generazioni scorrevano senza che i miti possedessero la terra e i perseguitati per la giustizia possedessero i cieli (Matteo, V, 10), fu inevitabile riconoscere il carattere apocalittico, proprio del tempo ultimo, di quelle promesse. In questo senso, ha ragione Bobbio, la mitezza è una virtù «impolitica», perché non richiama alla polise al tempo terreno. Per il lunghissimo oggi si tornò alle virtù della Politica, definite da Aristotele nel suo terzo libro (cap. III: Della virtù dell'uomo buono e del cittadino buono): la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza. Esse furono dunque le «virtù cardinali» dell'agire da cittadino, cardini e pilastri dell'uomo «tetragono» appunto, saldamente poggiato sui quattro angoli di quelle colonne di Bildung e di resistenza. Ad esse, confermando dunque il mondo greco, il cristianesimo aggiunse le tre virtù teologali sancite da san Paolo nella I Lettera ai Corinti (XIII, 13): la fede, la speranza, la carità, maggiore delle quali è la charitas (che vale come amore).

I trattati medievali ne sono nutriti: e il fine ultimo di queste virtù, cardinali e teologali, è - come ricorderà Dante nel suo Monarchia (I, 4, 1-4; e I, 16) - l'instaurazione di quella pace che il Messia ha portato agli uomini: pax hominibus bonae voluntatis. Più ancora, nella stessa Divina Commedia, Dante celebra le «quattro stelle» (Purg. I, 23-24 e VIII, 89-93) «non viste mai fuor ch'a la prima gente». Poco dopo, Ambrogio Lorenzetti, nello splendido affresco dell'Allegoria del Buono e del Cattivo Governo (1338-1339: Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena), fisserà definitivamente quel canone di virtù, aggiunta la Magnanimità, e posta al centro di tutto la Pace.

Sarebbe istruttivo ripercorre la storia della magnanimitas, ma rinvio qui al recente libro di Rob Riemen, La nobiltà di spirito. Elogio di una virtù perduta (Milano, Rizzoli, 2010), che la delinea con sapienza; così non affronto le «virtù teologali», che sono piuttosto dono che esercizio. Restando alle umanissime «virtù cardinali», c'è da chiedersi perché esse siano così dimenticate - nel loro bel vigore - a vantaggio di pulsioni «traslate» da altri orizzonti: passioni, emozioni, sensazioni.

La stessa mitezza del resto (come conferma la versione spagnola del saggio di Bobbio: Elogio de la templanza, 1997) può essere ascritta, come consorella della temperanza, alle virtù maggiori. E le associò lo stesso Dante, in versi misurati del suo Purgatorio : «E ‘l segnor mi parea, benigno e mite, / risponder lei con viso temperato» (Purg., XV, 102-103). La temperanza è mite perché tempera e mitiga; ma è ad un tempo forte perché tempra, esercitando fortifica, fortificando rende lucidi, e impavidi, almeno secondo la lettura del Foscolo che evoca nei Sepolcri "quel grande (Machiavelli ndr)/ Che temprando lo scettro a' regnatori / Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / Di che lagrime grondi e di che sangue» (vv. 155-158).

Temperare e temprare: per questi tempi oltracotanti e pavidi, abbiamo bisogno di una «mitezza ben temperata» dalla fortezza, di quel vittorioso emblema che solcò acque e secoli: mites et fortes.

Eremo Via vado di sole , L’Aquila, giovedì 21 ottobre 2010