venerdì 28 gennaio 2011

MEDITERRANEO : Egitto . Messaggi al buio

MEDITERRANEO : Egitto . Messaggi al buio


Scrive Federico Formica in : “Egitto, messaggi dal buio”«Messaggio al mondo: ci vogliono togliere la connessione internet. Aiutateci». È il tweet di Yasser Ahmad, un giovane egiziano che si prepara a scendere in strada per un'altra giornata di proteste. La rivolta contro il regime di Hosni Mubarak si organizza soprattutto così: sui social network. C'era da aspettarselo in un paese ad alta alfabetizzazione informatica. La parola d'ordine è "Jan25", cioè 25 gennaio, la data-simbolo del movimento di protesta.


Ma dopo la lezione tunisina, il governo egiziano capisce. E risponde. Oscura Twitter, rallenta Facebook fino a renderlo inutilizzabile. Un'escalation fino all'ordine intimato a tutti gli operatori di telefonia mobile: disattivare la rete. Sempre su Twitter, Islam Khalil lancia l'allerta: «Il governo sta chiedendo agli operatori di telefonia mobile di sospendere il traffico sms. Non sto riuscendo più a spedirli». Poi arriva la pioggia di conferme: «In Egitto non c'è più internet né rete mobile», «Mubarak ha fatto piombare milioni di persone nell'oscurità». C'è chi presume che il blocco sia una conseguenza del video pubblicato da Ap, che mostra la morte in diretta di un manifestante ucciso durante uno scontro con le forze di polizia. E qualcuno pensa al peggio: «Quando un regime taglia ogni contatto esterno vuol dire che si sta preparando ai massacri». Dalla Turchia c'è chi pubblica il proprio numero di cellulare: «Mandatemi tutto quello che non riuscite a pubblicare sul web, lo farò io per voi».


E pensare che durante gli ultimi giorni, diversi analisti avevano giudicato "debole" la censura del governo egiziano. Fin dai primi giorni di manifestazione, infatti, è stato più facile comunicare attraverso l'uccellino di Twitter che tramite banali sms. Perché il celebre sito di micro-blogging permette ad altre compagnie di utilizzare la sua interfaccia.

Insomma, gli egiziani più smaliziati sono finora riusciti a twittare senza problemi attraverso centinaia di siti come Hootsuite ( HYPERLINK "http://hootsuite.com/"http://hootsuite.com/). È un fiume che si disperde in mille rivoli e il regime, oscurando il dominio twitter.com, in realtà non ha mai interrotto il flusso di informazioni che dal Cairo si è riversato in tutto il mondo.

Fino ad oggi gli egiziani sono riusciti – nonostante tutto – ad organizzare la protesta e per aggiornare in tempo reale la situazione dalla piazza. Con Tweettoemail: un servizio che permette di mandare tweet in tempo reale a una lista personalizzabile di contatti email. Per navigare su internet in maniera anonima si installano software gratuiti come Tor o Hide My Ass che sfrutta la Vpn, ovvero un tipo di connessione impossibile da localizzare.

L'altro grande social network, Facebook, sta assumendo un ruolo di secondo piano proprio perché, al contrario di Twitter, non è fruibile attraverso servizi esterni. Per il regime è stato facile prenderlo di mira, anche se l'azienda di Marc Zuckerberg ha fatto sapere di aver subìto pesanti rallentamenti ma nessun blocco. È completamente saltato invece Bambuser , il sito che permette di postare un video girato dal telefonino direttamente sul proprio account di Facebook, mentre Youtube risulta ancora accessibile. E così il mondo ha visto con i propri occhi il coraggio di un ragazzo che si è rimasto in piedi davanti a un blindato dell'esercito, riuscendo a rallentarne l'avanzata. Eppure, di fronte al black-out totale delle linee che Mubarak sta imponendo in queste ore, neanche l'intraprendenza dei giovani egiziani può fare molto. Nelle ultime ore infatti i tweet dai server egiziani stanno scemando. Chi sostiene il movimento dall'estero twitta lo stesso messaggio: "L'Egitto ha bisogno degli occhi del mondo". Poi decine di messaggi di protesta contro gli operatori mobili locali: "Vi siete piegati al dittatore".


Alla fine di queste ore concitate, centinaia di migliaia di persone oggi hanno solo un modo per far sentire la propria voce: scendere in piazza.

Per questo scrive Vincenzo Nigro : "Se cade Mubarak cade il Nord Africa". E' questo lo spirito catastrofico ma probabilmente realistico con cui i tradizionali sostenitori del governo egiziano (a partire da Stati Uniti, Italia, Francia e Germania) guardano a questo venerdì di preghiere e proteste al Cairo e in tutto l'Egitto. Il sistema di polizia egiziano non è come quello tunisino, non dipende da una limitata cricca familiare stretta intorno agli affari della famiglia di Ben Alì. E soprattutto, allertati dai segnali arrivati da Tunisia e Algeria, i generali del Cairo sono pronti alla battaglia di questo venerdì 28 gennaio.

Al momento sono stati bloccati Internet e i social network attraverso i quali i manifestanti si coordinano nelle proteste. Ma tagliare i telefoni, le comunicazioni, non riuscirà a modificare le condizioni di protesta politica e popolare che hanno portato anche l'Egitto a protestare contro il suo governo. L'unica possibilità per un'evoluzione non catastrofica della situazione in Egitto è che, assieme ad esercito, polizia e servizi segreti, il regime Mubarak mobiliti rapidamente un'azione politica, un'iniziativa che governi il cambiamento.

In Algeria ci sono voci di un rapido cambio di ministri all'interno del governo. Ma per l'Egitto non basterà un rimpasto, soprattutto se le manifestazioni di oggi rafforzeranno un'ondata di protesta che grazie alla rabbia accumulata è in grado di durare per giorni e giorni. Se salta Mubarak è il caos: 80 milioni di egiziani fuori controllo al confine di

Israele e al confine marittimo dell'Europa sono una seria incognita. Forse il regime non salterà. Ma se Mubarak dura, se la repressione continuerà immutabile, anche il caos continuerà. L'unica speranza è che i segnali di un vero cambiamento arrivino presto, siano rapidi, concreti e che riescano a convincere il popolo egiziano.

Fonti : L’Espresso on line e Repubblica del 28 .01.2011


Eremo Via Vado di sole , L’Aquila,
venerdì 28 gennaio 2011

ARTE FACTUM : la Deposizione Baglioni di Raffaello

ARTE FACTUM : la Deposizione Baglioni di Raffaello


“E’ in questa divinissima pittura un Cristo morto portato a sotterrare , condotta con tanta freschezza e siffatto amore , che a vederlo pare fatto pur ora.” Così scrive Giorgio Vasari nella seconda edizione delle Vite pubblicata nel 1568. La tavola di cui parla raffigura appunto una Deposizione che può vedere descrivendola come abbiamo detto sessantuno anni dopo che è stata dipinta da Raffaello nale 1507 all’età di 24 anni.

La pala con la Deposizione (Galleria Borghese ) (cm.184x176 aveva in alto una cimasa con L’Eterno e angeli e, sotto , una predella con le Virtù teologali (Pinacoteca Vaticana).


Una delle opere più celebri del primo periodo fiorentino di raffaello è la Pala Baglioni, richiesta nel 1507 dalla nobildonna Atalanta Baglioni per la cappella di famiglia in San Francesco al prato a Perugia. L'opera è conservata presso la Galleria Borghese di Roma. Il soggetto, il Trasporto del Cristo morto, è uno dei più drammatici tra quelli affrontati da Raffaello, abituato a tematiche più serene. La realizzazione è stata preceduta da attenti studi e parecchi disegni preparatori. Ma si tratta di un tema voluto da Atalanta, come ricordo e omaggio al figlio Grifonetto, ucciso nel 1500. Si è ipotizzato che il trasportatore al centro sia un ritratto di Grifonetto, e la Madonna addolorata allude al dolore di Atalanta.

Lo schema della composizione è classico, come è indicato dal corpo del Cristo, derivato dagli antichi rilievi in cui si rappresenta Meleagro. Ma Raffaello trasforma la citazione con atteggiamenti più naturali nei personaggi.

La donna seduta che sorregge la Vergine riprende la torsione della Madonna di Michelangelo nel Tondo Doni.

Il dinamismo d'insieme invece si riferisce sia a quello di Leonardo che a quello di Michelangelo e deriva probabilmente dalla conoscenza dei cartoni con le famose battaglie di Anghiari e di Cascina. Rispetto all'impatto drammatico di Michelangelo le figure di Raffaello risultano più dolci ed esprimono un dolore abbastanza contenuto.

Giunto a Firenze, Raffaello si confrontò con altri due grandi artisti che avrebbero con lui formato la triade del genio rinascimentale italiano: Michelangelo e Leonardo. Imparando dal primo la drammaticità dei corpi in movimento e del colore puro e cangiante; dal secondo la sottigliezza e il mistero dei moti dell’animo umano nella luce. Raffaello scelse una terza via che si manifestò già compiutamente nella pala della Deposizione Baglioni-Borghese, per la prima volta ricomposta qui in mostra. L’artista dinamicizza e rivoluziona il tema della Deposizione (si veda in apertura come sarebbe dovuta essere nel più tradizionale disegno preparatorio) anticipando quel perfetto equilibrio tra pittura di natura e di storia - tra tono elegiaco ed epico - che preluderà alla cifra stilistica della maturità: le Stanze vaticane.


Scrive Raffaello: “il pittore ha l’obbligo di fare le cose non come le fa la natura, ma come ella le dovrebbe fare”. Rispetto alla staticità dello schema classico della Deposizione egli “inventa” il dinamico personaggio centrale: un giovinetto che con misurata classica cadenza muove l’azione da destra verso sinistra. Dal “venir meno” di Maria tra le pie donne sotto la croce (collegato al calvario in collina con le tre croci) al ricevimento del corpo da parte del terzetto Giuseppe d’Arimatea, san Giovanni e Nicodemo che trascinano Cristo verso il sepolcro. Al centro Maddalena prende la mano di Gesù (in un disegno preparatorio gliela bacia) mentre accarezza i suoi bei lineamenti. L’alberello segna l’asse di simmetria, punto di equilibrio; il movimento è dato dall’inarcarsi del profilo del giovane la cui gamba sinistra, ben piantata in verticale sul terreno, segna il fulcro dell’equilibrio statico, altrimenti compromesso.


Il quadro è un'opera stupefacente. Il figlio morto è rappresentato da un giovane dal bellissimo profilo, con le labbra piene e rosse di un adolescente. Il collo, le braccia forti e ben formate, le calzature eleganti e la statura superiore a quella di ogni altro personaggio, ne fanno il protagonista del gruppo. Il suo sforzo fisico sottolinea la concretezza carnale del corpo di Cristo e la tragedia umana della sua morte. Per dare enfasi allo svenimento della madonna, Raffaello si serve della torsione della ragazza inginocchiata, adattando quella già celebre dipinta da Michelangelo nel tondo di Angelo Doni.


La tavola, nota come pala Baglioni, nacque come una deposizione, come testimoniano alcuni disegni preparatori. Raffaello optò alla fine per il più dinamico soggetto del trasporto di Cristo.

Tale scelta gli permette fra l'altro di costruire il quadro in due scene: quella di sinistra, la principale, con (da sinistra) Giuseppe d'Arimatea, Giovanni, Nicodemo e Maria di Magdala. A destra, leggermente in secondo piano, Maria, sorretta e circondata da tre pie donne, sviene per il dolore. Due corpi, uno morto e l'altro come morto, sostenuti dall'amore e dall'affetto.

La figura michelangiolesca di giovane al centro del dipinto diventa il legame fra i due gruppi: appartiene infatti a quello di sinistra (sostiene il lenzuolo su cui Gesù è steso) ma a livello di composizione fa un tutt'uno con la scena di destra (è infatti inarcato verso quella direzione).


Forse è stata chiarita una delle incognite della Deposizione di Raffaello: l'identificazione del paesaggio sullo sfondo. Si presupponeva che fosse un'immagine della campagna umbra, dato che Raffaello, quando aveva dipinto il quadro, aveva appena 24 anni e si trovava ancora a Perugia. Ma nessuno era ancora riuscito a riconoscere il luogo preciso. Ora si scopre che le colline e il castello delineati proprio al centro del dipinto sarebbero quelli di Antognolla, 30 chilometri a nord di Perugia.

Il castello e la vallata sono gli stessi che al tempo di Raffaello appartenevano alla famiglia Baglioni, la committente del quadro. Ma a rendere la scoperta ancor più interessante è il fatto che la stessa sia dovuta ad Alessandra Oddi Baglioni discendente delle due famiglie le cui fai-de furono la causa diretta della nascita del dipinto.


Per capire meglio bisogna risalire ai primi del Cinquecento, quando a Perugia gli Oddi e i

Baglioni si disputavano il comando con guerre sanguinose che ebbero un termine ufficiale quando papa Giulio II, in occasione di un suo passaggio per Perugia, costrinse le due famiglie a fare la pace nel 1507. In quell'anno la tavola della Deposizione era appena compiuta. Ata-lanta Baglioni, vedova di un Grifone già assassinato in una precedente faida, l'aveva ordinata a Raffaello per la propria cappella gentilizia nella chiesa di San Francesco a Prato a Perugia.

La scelta del pittore era stata anche una risposta alla sfida culturale della famiglia Oddi, che nella stessa chiesa aveva insignito un altare con la grandiosa pala dell'Incoronazione di Maria, dipinta da Raffaello tra il 1499 e il 1504 e oggi conservata nella pinacoteca vaticana. Il dipinto chiesto da Atalanta doveva commemorare un'altra tragica morte: quella del figlio Grifonetto, ucciso nel 1500 sulla piazza di Perugia e raffigurato nella tavola di Raffaello in uno dei discepoli che trasportano il corpo del Cristo morto.

Passano i secoli e le due famiglie rivali si uniscono definitivamente nel 1700, quando una Caterina Oddi sposa un Marcantonio Baglioni. Alessandra Oddi Baglioni, che discende direttamente da loro, vive nei pressi di Perugia. Nei mesi scorsi, sapendo che la Deposizione è in restauro, chiede il permesso di osservarla da vicino. «Ho così potuto notare un particolare che non si poteva vedere con chiarezza quando il dipinto era appeso alla parete, perché rimaneva troppo in alto», racconta.


Alessandra si accorge che il castello dello sfondo assomiglia in maniera impressionante a quello di Antognolla, visto durante la sua infanzia nei possedimenti che una volta appartenevano alla famiglia. «Nel frattempo - prosegue - è venuto da me, chiedendo di vedere gli archivi di famiglia, il direttore del Victoria and Albert Museum di Londra, dove è in corso una mostra su Raffaello giovane. Ho espresso anche a lui la mia ipotesi sul paesaggio della Deposizione e si è deciso di creare un gruppo di lavoro a cui partecipa anche la sovrintendenza ai beni artistici di Perugia, per mettere insieme i documenti che confermino l'identificazione».

La scoperta verrà presentata ufficialmente alla fine dei restauri, prevista a dicembre. La tavola di Raffaello è infatti, dal marzo scorso, adagiata su un ripiano allestito all'interno di un box, costruito nella stessa sala della Galleria Borghese che la ospita dalla fine dell'Ottocento, per non creare cambiamenti di microclima. Qui è sottoposta alle cure della restauratrice Paola Tollo, aiutata da Ilir Shamolli, e sotto la direzione di Kristina Herrmann Fiore.

Il restauro, reso possibile grazie a una sponsorizzazione della Jaguar che ha messo a disposizione 40 mila euro, avviene a 32 anni di distanza da quello condotto da Laura e Paolo Mora e divenuto una specie di icona dell'Istituto centrale del Restauro. In quell'occasione infatti fu sviluppato un sofisticato sistema di staffe mobili, adatte ad accompagnare e nello stesso tempo a contenere i movimenti delle tavole di legno evitando dannosi sollevamenti del colore come era avvenuto nel precedente restauro ottocentesco.


Qualche piccolo sollevamento comunque c'è stato. Per questo ora il dipinto giace costellato da sacchetti di garza riempiti con microsfere di rame. «Li abbiamo posizionati nei punti in cui la pellicola pittorica si era staccata dal supporto ligneo, dopo aver iniettato un consolidante», spiega Tollo. Per il resto, il quadro sembra essere in buona salute. L'intervento più consistente sarà infatti quello estetico, con la rimozione delle vernici trasparenti di protezione stese 32 anni fa e ora alterate e ossidate. L'effetto si può vedere nella parte alta del quadro, dove il lavoro è già stato realizzato. È come se si fosse alzato un velo di nebbia: una luce pulita rischiara il cielo, le nuvole, le colline e fa risplendere le vesti e gli incarnati delle figure.

Ma le indagini precedenti alla ripulitura hanno rivelato anche altre curiosità. Come la sagoma di una ulteriore figura proprio al centro del gruppo dei personaggi, tra la Maddalena e il discepolo con le fattezze di Grifonetto. «Era già emersa dalle radiografie effettuate nel 1997 -spiega Fiore - ma adesso si vede più chiaramente nell'immagine ottenuta con la riflettografia. Raffaello aveva abbozzato la figura con una campitura di colore, senza precisare il particolare, e poi deve aver deciso di eliminarla per dare una specie di impeto alla composizione». Infatti si ha l'impressione che i due gruppi di figure intorno al corpo del Cristo si muovano in due direzioni opposte. Una fuga dal centro che rende il quadro uno dei più emozionanti della storia dell'arte.

Racconta Giovanni Piancastelli, che ai primi del Novecento fu il primo direttore della Galleria Borghese: «Io stesso posso testimoniare di aver più volte veduto innanzi a questa tavola persone con occhi umidi e più spesso con espressione di tristezza e di compassione prender parte alla dolorosa scena; e, precisamente nel Giovedì Santo del 1893, due signore vestite di nero vidi io singhiozzare a grossi lacrimoni».

FONTE : http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=8068

http://www.sindone.org/santa_sindone/vita_di_fede/00024370_Raffaello___Il_trasporto_di_Cristo.html


Eremo Via vado di sole , L'Aquila,
venerdì 28 gennaio 2011

giovedì 27 gennaio 2011

OSSERVATORIO DI CONFINE : Bellezza . Un ideale assoluto o una convinzione .

OSSERVATORIO DI CONFINE : Bellezza . Un ideale assoluto o una convinzione .


“Bellezza è una di quelle parole che , a furia di usarle a sproposito , so sono usurate e adesso si offrono come vuote carcasse , gusci di noce senza gheriglio . In questi anni la Bellezza è passata dall’estetica all’estetismo , dall’anima al corpo ( specie nei concorsi di bellezza ) , dalla passione alla compassione (“bella dentro”). Eppure basterebbe ritrovare un po’ del coraggio con cui Simone Weil si concentrava su un esile fascio di parole ( Amore,

Bene, Fede, Bellezza, Necessità , Limite Sacrificio) per restituire alle medesime la loro forza incendiaria. Molte pagine della Weil sono fuoco che arde a rischiarare la bellezza. “ Così scrive Aldo Grasso in un dossier dal titolo “Riprendiamoci la bellezza “.

Nel post precedente abbiamo parlato un po’ della bellezza ma in termini e con un punto di vista del tutto particolare. Se vogliamo anche in un modo un po’ strano dal punto di vista della esposizione . E quel posto veniva illustrato da dipinti di Tiziano e di Raffaello perché sosteneva, in sostanza , che è poi l’epoca classica ad aver impostato il discorso sulla bellezza. Un discorso che sopravanza ormai il tempo , si struttura di nuovo , con quella influenza nel presente per proiettarsi con validità nel futuro.

Malgrado ciò si è ritenuto in quella breve riflessione che comunque la Bellezza è un esile parola di confine come sono parole di confine quelle su cui ha riflettuto Sime Weil e che ha ricordato appunto Aldo Grasso nel suo scritto.

E per questo che abbiamo , in linea con quello che vuole essere l’esposizione degli argomenti affrontati in questo blog , sottolienato questo tipo di riflessione proprio come riflessione da “ osservatorio di confine”

C’è dunque un confine quando andiamo a definire la Bellezza : è dunque un ideale assoluto o una convenzione. Un concetto filosofico o una mediazione culturale.


Ma che cos’è la Bellezza. O Platoner, Platone aiutaci tu . Tu che ne ha individuato e descritto un modello che è diventato con il tempo un fascino indotto con cui venire a patti.

Armonica, dionisiaca mostruosa. La bellezza della volta celeste e delle sfere , vagheggiamento . Quanti secoli di bellezza in queste piccoli ricordi di altri mondi . Il presente è il risultato di quei mondi. Recentemente , nel secolo appena trascorso Bellezza fu artificio, scherzo, citazione .


Orribile il destino del nostro presente. Bellezza è diventata moda che tutti ci propinano dai media ai commercianti di stoffe . Un politeismo di religioni i cui seguaci si affannano a dimostrarci come questo e quello sia bello . Questo e quello signori per me pari son. Perché la bellezza è sfumata, la bellezza è svanita anche se Cronin in quel suo bellissimo romanzo tenta di affermare che la “ bellezza non svanirà” . E’ appunto quella specie di compromesso tra gli eterni desideri dell’uomo : il bene e il male e quindi il buono e il cattivo in senso lato, il brutto e il bello. Ecco dunque la bellezza del brutto.

O bellezza dei paesaggi, o bellezza dei gesti, o bellezza di architetture costruite dall’uomo. O bellezza appunto delle architetture della natura . O Bellezza tu sei nei miei occhi . Siamo tutti orfani di qualcosa e quello che cerchiamo sta già nel nostro sguardo.


Io guardo e guardo las bellezza a cominciare dal mattino quando mi alzo e la colpa è anche del caffè e della gatta che salta sul tavolo. Perché dentro al caffè e nbegli occhi della gatta c’è la bellezza della vita quotidiana. Ne riparliamo in un altro post. Quel quotidiano che ti fa spremere che ti sveglia o ti addormenta ma che sempre attraverso la bellezza ti riesce a dare e ridare il sentimento della vita . E la sua emozione. Quella emozione che è capace di farci sentire il personaggio di American Beauty il film di Sam Mendes del 1999 Ricky Fitts che dice : “ Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me . Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti . E’ stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita dietro ad ogni cosa “

Un’ intera vita dietro ogni cosa e lo possiamo capire solo guardando la bellezza che ci sta attorno in una tazza di caffè e nello sguardo di una micia .


Eremo Via vado di sole , L’Aquila
giovedì 27 gennaio 2011

OSSERVATORIO DI CONFINE : Bellezza Uno

OSSERVATORIO DI CONFINE : Bellezza Uno

“Bellezza che cos’importa /(…) che tu venga dal cielo o dall’inferno ?” disse Baudelaire. Bellezza non come proporzione , io non ti do come proporzione ma come contraddizione. Contraddizione, bellezza tra sublime e condizionato.

Il tuo volto infranto o bellezza, il tuo ritratto incompiuto o bellezza ha bisogno di ripristinare un equilibrio. E si strugge il mio cuore più che la mia mente per donarti ancora quella continuità d’armonia che la geografia, la nostra geografia delle interruzioni vuole negarti.


Bellezza non farti interrompere, non farti interporre, non farti ridurre al silenzio. Bellezza urgenze e tensioni abitano la tua archeologia che si catapulta nel presente dal passato, dal lontano passato per proiettarsi nel futuro e fuggire dal presente e dal passato.

O bellezza, atto del mondo che ti aggiri tra le stanze della memoria alla ricerca di vita con passo lieve e leggero, con sapienza dunque e leggerezza.


Tu alla ricerca di ricordi, barlumi di ricordi dal fascino custodito nella simmetria e disimmetria del mondo. Bellezza io so che l’unità non può essere più ricostituita perché si sgretola. Irrimediabilmente sgretolata in un mondo ormai fatto a puzzle. Ora le tue mutilazioni mi chiedono di recuperare i pezzi della tua grandezza mutila.

Ma oggi il bello è un’utopia indispensabile. Ho cercato un passaggio a livello che lascia passare una parte della storia, delle storie della bellezza. O visioni , visioni di storia che si sono date appuntamento , epidermidi di fatti con lacci e rattoppi, treni sui binari morti e treni che sfrecciano lungo direttrici inimmaginabili .


Bellezza le tue narrazioni sembrano essersi date appuntamento e certi eroi privi di identità ora affiorano dettagli di un’architettura del mondo visibile e invisibile .

Allestisci bellezza un’utopia indispensabile che faccia vivere questo nuovo secolo. Perché altrimenti è morto. E’ già morto fin dalla sua infanzia e doveva comunque nascere . Allestiscila come un omaggio a quello che è stato già visto, all’interno della tradizione e della salvaguardia del tuo valore per uno sguardo di una parte e del tutto da un altro punto di vita. Un altro punto di vista.


Bellezza io sono un ladro che vaga per stanze fatte di mattoni e calce e stanze fatte di hardware e software dove faccio il guardone di figure immagini dipinte su tele, dipinte sui muri, dipinte sui soffitti. E sono un ladro perché in quelle stanze rubo quello che hanno lasciato i maestri. O maestri, maestri, buoni maestri Lacerati e feriti io provo a ricomporre la bellezza delle vostre figure, dei vostri colori , delle vostre luci, delle vostre ombre. Rubo e non riesco però a parlare di nuovo con le vostre parole un linguaggio di bellezza e di soavità come soavi sono i vostri dipinti. Mi viene tutto sgrammaticato, dislessico, afono . Quante icone pop posso fare con le steste di Afrodite nel marmo, nella pietra, nel legno e con le teste e i colli di Modiglioni. Ho bisogno di stare dentro quelle stanze per stare dentro la Storia . O se la nostalgia è la radice dell’appartenenza io vi appartengo. Bellezza io ti appartengono . Appartengo ai racconti pittorici, fermi , stabili, eppure sincopati per la loro capacità visionaria che ha anticipato il presente e che richiama il futuro.

Ecco bellezza dunque tu sei territorio di confine .

Ed è per questo che a me non interessa in questo confine la perfezione e la purezza. Voglio vedere l’errore, il delitto, il capriccio .

Blade Runner io replicante ora prelevo immagini familiari per salvarmi. Per salvare la mia identità così che tutta le vestigia della tradizione mi diano continuità. La bellezza allora non vive più solo nei musei , si è disseminata ovunque. E dice Luca Pignatelli “ è come uno schiaffo che scuote e disorienta. “Ecco il rattoppo che mi aiuta a recuperare con ago e filo le schegge di questa oscillazione del tempo e dello spazio in cui la bellezza si è fatta barlumi di ricordi .

Occhio che abusa nel guardare , bellezza che abusa nel prorompere, bellezza filosofia dell’arte di agevolare l’inatteso , insensato gusto di guardare e vedere e sospirare la prospettiva unica , trasgressiva di amare un dipinto d’arte.


Eremo Via vado di sole , L'Aquila, giovedì 27 gennaio 2011

SETTIMO GIORNO : Quando sentirete parlare di guerre

SETTIMO GIORNO : Quando sentirete parlare di guerre

Poi, avendo alcuni fatto osservare che il tempio era adorno di belle pietre e di ex-voto, Gesù disse: *Di tutto quello che voi ammirate, verranno giorni in cui non resterà pietra su pietra che non sia abbattuta. *Gli domandarono: Maestro, quando dunque accadranno queste cose o quale sarà il segno che queste cose stanno per accadere? *Rispose: State attenti a non farvi sviare, perché molti verranno nel mio nome dicendo: Sono io, e: Il momento è arrivato: Non li seguite. *Quando sentirete parlare di guerre e di sconvolgimenti, non spaventatevi, perché prima devono accadere queste cose, ma non sarà subito la fine. *E aggiunse: Si solleverà un popolo contro l'altro e un regno contro l'altro; *vi saranno grandi terremoti, e in diversi luoghi carestie ed epidemia; vi saranno fenomeni terrificanti e grandi segni dal cielo. *Ma prima che tutto ciò avvenga, metteranno le mani su di voi, vi perseguiteranno e vi trascineranno nelle sinagoghe e nelle prigioni, davanti a re e governanti a causa del mio nome. *Ma questo sarà per voi un'occasione di rendermi testimonianza. *Mettetevi dunque bene in mente di no n premeditare la vostra difesa. *Io vi darò una eloquenza e una sapienza, a cui non potranno resistere o contraddire tutti i vostri avversari. *Voi sarete traditi perfino da genitori e fratelli, parenti e amici; e alcuni di voi saranno uccisi, *e sarete odiati da tutti a causa del mio nome. *Ma neppure un capello del vostro capo perirà. *Con la vostra costanza guadagnerete la vita. *

Il brano continua

Quando poi vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che è giunta l'ora della sua distruzione. *Allora coloro che sono in Galilea fuggano sui monti, e quelli che sono in città escano; e quelli che sono in campagna non rientrino in città. *Quelli saranno giorni di castigo perché si compiano tutte le profezie. *Guai alle donne incinte e che allattano in quei giorni. Perché vi sarà una grande calamità nel paese, il castigo su questo popolo. *Essi cadranno divorati dalla spada e saranno condotti schiavi tra tutti i popoli, e Gerusalemme sarà calpestata dai pagani, finché sia compiuto il tempo dei pagani. *Allora vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra i popoli saranno nell'angoscia, spaventati per il fragore del mare sconvolto; *gli uomini verranno meno per la paura nell'attesa di ciò che sta per rovesciarsi sul mondo; perché le potenze dei cieli saranno squassate. *Allora si vedrà il Figlio dell'uomo venire su una nube nella pienezza della potenza e dello splendore. *Quando incominceranno ad accadere tali cose, rialzatevi e sollevate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. *E disse loro questo paragone: Osservate il fico e tutti gli alberi; *quando germogliano, voi stessi capite, vedendoli, che ormai l'estate è vicina. *E così pure, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. *In verità vi dico: Non passerà questa generazione finché tutto sia avvenuto. *Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. *Badate a voi stessi, che la vostra coscienza non sia sommersa nella crapula, nell'ubriachezza e nelle preoccupazioni del vivere, perché quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso *come un laccio; perché esso si abbatterà su tutti gli abitanti della terra. *Vigilate dunque e pregate in ogni tempo perché abbiate la forza di sfuggire a queste cose che devono accadere e di stare alla presenza del Figlio dell'uomo. *Durante il giorno Gesù insegnava nel tempio, e la notte usciva e pernottava sul monte degli Ulivi. *E tutto il popolo il mattino presto veniva da lui nel tempio per ascoltarlo.

Questi versetti vengono solitamente letti come parte del “discorso apocalittico di Gesù” ( 21, 5-38)

Quando Luca scrive verso gli anni 85 ha ancora nella memoria e nel cuore l’evento della distruzione del tempio di Gerusalemme e la capitolazione della città. Sembrò allora a tutti come la fine del mondo o, almeno, la fine di un mondo.

Il linguaggio apocalittico, messo sulla bocca di Gesù, è con tutta probabilità una elaborazione di alcuni insegnamenti del maestro avvenuta in un contesto di crescente opposizione. La comunità, che ancora non è una realtà autonoma dall’ebraismo, già esperimenta una certa diffidenza nell’ambito giudaico, incontra opposizione ed indifferenza nel mondo circostante ed è minacciata da un certo “ raffreddamento” interno.

Alle spalle di questo discorso si avverte una situazione difficile, contrastata. Il futuro della comunità è pieno di ombre, di incertezze e il clima generale non promette nulla di buono.

Il discorso apocalittico “dipinge” ed enfatizza le difficoltà che i discepoli e le discepole dovranno incontrare, ma, soprattutto nella seconda parte del capitolo, conferma la comunità nella fiducia perché “l’estate è vicina” (versetto 30)e il “regno di Dio è vicino” (v.31). Nei versetti dal 34 al 38 Luca riprende l’insegnamento di Gesù sulla preghiera e sulla vigilanza per avere la forza di affrontare i tempi difficili che si presenteranno.

Una lettura storica

Il Vangelo non disegna mai per i discepoli un cammino tra le stelle ma, fedele al percorso storico del nazareno, sa che seguire le tracce di Gesù significa inoltrarsi su sentieri molto concreti e spesso contrastati.

Non si tratta di fare calcoli esoterici sulla fine del mondo giocando agli indovini. Si tratta, invece, di guardare in faccia la realtà presente e di assumerci in essa le nostre personali e comunitarie responsabilità. Per nostra fortuna, la realtà spesso ha i colori e il profumo della gioia, dell’amore e della pace. Ma –qui il discorso apocalittico svolge una sua specifica funzione—la storia e il cammino di fede non si arrestano, non perdono senso e prospettiva anche quando si addensano all’orizzonte le nubi più nere e si sono chiuse le strade verso il futuro.

Questa è l’esortazione preziosa da raccogliere: possiamo vivere delle stagioni storiche, personali ed ecclesiali in cui sembra spegnersi ogni speranza e tramontare ogni luce che illumini un sentiero verso il futuro.

Il discorso apocalittico non ci offre le ali d’aquila per volare fuggendo oltre il presente. Ma con il suo caratteristico stile assertivo che avvicina troppo la soluzione, ci esorta a riporre fiducia nella misteriosa presenza di Dio che non abbandona a se stessa la realtà del mondo e non abbandona coloro che cercano di camminare nella vigilanza e nella perseveranza.

Oggi per noi


Non è facile neppure oggi tenere aperto il cuore alla fiducia in Dio e nel futuro dell’umanità e del creato.

Eppure il centro della nostra fede è qui: il Dio creatore è soprattutto il Dio che ci accompagna, che immette amore, energie e speranze in tutte le arterie del creato.

Certi momenti di “disperazione storica” sono paradossalmente spazi e pozzi di ripartenza. Certo, dopo anni di degrado, di latrocini e di sporcaccioni al governo, questa Italia è da ricostruire e siamo soprattutto noi che dobbiamo essere ricostruiti sul piano morale, culturale e politico. Siamo noi che dobbiamo ripensare il nostro rapporto con lo straniero, con la terra, con i consumi, con la televisione, con la nostra interiorità.


Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 27 gennaio 2011

mercoledì 26 gennaio 2011

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : Mario Scaccia

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : Mario Scaccia

Mario Scaccia scriveva di sé in “Stare in scena in nome proprio”

Stare in scena in nome proprio (come personaggio cioè) è l’interpretazione più difficile per un attore. Infatti, abituato a dimenticarsi per ricercare ed entrare in una identità diversa dalla sua, a stento si ritrova in quella respirazione e in quella gestualità che gli appartengono per natura: non si è inventato da sé, e tutto gli sembra troppo o poco o approssimativo. Il teatro è una verità che va inventata.

In questo “Il canto del cigno” di Giorgio Serafini Prosperi sono chiamato ad essere smaccatamente me stesso con tanto di nome anagrafico, in storie della mia vita professionale e privata, nel mio rapporto artistico con Edoardo Sala, attore formatosi alla mia scuola e da 35 anni – seppure saltuariamente – mio compagno di scena.

Ho detto e scritto più volte che per me “recitare” è uno strip-tease psicofisico, abituato come sono non a fingere ma a ricercare sul mio inconscio le caratteristiche e gli umori dei personaggi da portare in scena. Qui, in questa particolare occasione, il mio spogliarello dovrà essere spudoratamente integrale. “Giunto sul passo estremo/ della più estrema età” – come canta il Faust di Boito – non dovrò più avere remore affinché il pubblico possa definitivamente rendersi conto della mia natura d’attore, della coerenza del mio discorso artistico e del mio operare, e comprendo come e perché il teatro sia stato ed è la mia stessa vita, e non un episodio secondario di essa.


L’autore ricostruisce tutto quanto ispirandosi liberamente al “Canto del cigno” di Anton Pavlovic Cechov prendendone a prestito l’episodio del vecchio attore rimasto chiuso in un teatro di notte ma aprendo la sua confessione nelle mia personalità umana e sulla mia storia. Serafini – malgrado la sua giovane età – mi conosce bene dalle confidenze e dagli scritti di suo nonno Giorgio Prosperi che in vita mi onorò della sua amicizia e come critico teatrale del quotidiano romano “Il tempo” (critico vero, eccezionale conoscitore e studioso di teatro e degli attori) ha seguito per anni il percorso della mia carriera, e al quale debbo tanta riconoscenza per i consigli e i lumi elargitimi attraverso le sue recensioni sempre severe, puntuali ed illuminanti. Visto che l’opera lo consentirebbe, non s’illuda qualcuno che con “Il canto del cigno” io intenda chiudere la mia attività teatrale, come – per motivi commerciali – annunciavano una volta gli altri giunti alla mia veneranda età. Questo, almeno per il momento, non rientra nelle mie intenzioni. Mi preme piuttosto dire che “Il canto del cigno” è la prima esperienza imprenditoriale del Politeama catanzarese, e la cosa mi fa molto onore oltre ad accrescere le ansie delle mie già troppe responsabilità.


E a Fernando Felli il 10 aprile 2008 rispondeva così in un intervista su Il Giornale di Rietigiovedì 10 aprile 2008

Con il personaggio “Chicchignola” si meritò a pieno titolo di essere definito il degno successore di Ettore Petrolini, le pesa questa eredità? Molto, nel senso che è una grossa responsabilità. Viviamo in un secolo in cui con molta facilità si parla di tutto, io ho ancora il senso delle idee, del mio lavoro e soprattutto grande rispetto per la personalità di Ettore Petrolini che è stata straordinaria, non solo per Roma e per l’Italia, ma per il mondo. E’ un personaggio che più passa il tempo e più si scopre la sua grandezza perché ha anticipato di decine di anni una sensibilità artistica che ancora oggi possiamo capire ed apprezzare. Quando è uscito fuori nessuno lo aveva capito, è stato preso per un buffone qualunque, mentre anticipava, diciamo così, una rivoluzione totale dell’interpretazione diun attore, oltre al fatto che era anche lui un autore straordinario. Basta pensare alla sua produzione, storie che si scriveva da solo. Chicchignola è una delle commedie più belle che io abbia fatto, anche come scrittura scenica. Quindi mi pesa molto questa eredità. Oggi confondono un interprete con un imitatore, che invece è un’altra cosa. Non ho mai pensato di imitare Petrolini, se è uscito fuori è perché lui metteva tutto se stesso dalle cose che faceva e quindi è uscito fuori lui. Io ho fatto soltanto il Petrolini teatrale, nel senso che non ho fatto mai le macchiette, mi sono sempre difeso da questa cosa, perché non posso rifare Petrolini non lo so imitare, non so imitare nessuno, non mi va di imitare nessuno, devo essere io. Però ho recitato delle poesie di Trilussa, perché la poesia è di tutti.


Qual è il suo più bel ricordo artistico?

Sicuramente Petrolini. Quando la moglie venne al Teatro Quirino, in camerino mi disse: “Lei mi ha ridato il mio uomo”, non ho imitato lui, non le ho ridato l’artista, ma l’uomo. Questo è uno dei più grandi complimenti che ho ricevuto nella mia vita. In me ha rivisto il suo uomo, questo è importante, ho saputo entrare dentro di lui, perché in quel personaggio avevo messo se stesso.


Che ricordo conserva di Eduardo De Filippo e che uomo era?

Eduardo De Filippo quando vide Chicchignola si innamorò di me. Fu veramente un innamoramento e da quell’uomo diciamo burbero che poteva sembrare, con me invece si è aperto. Mi invitava a casa sua, abitava solo con una gatta che era gelosa di me e quando io mi trattenevo a lungo, questa cominciava a buttare in aria tutte le carte di cui lui era geloso. Poi si cenava insieme, mangiavamo una fetta di prosciutto magro per uno e un panino. Ecco questa era la nostra cena e si parlava di teatro e di tante altre belle cose. Era un artista straordinario ed anche un uomo con una grande sensibilità. Dietro quella apparenza burbera che aveva, invece era un uomo di una dolcezza infinita.


Mario Scaccia, 91 anni, è morto oggi 26 gennaio 2011.Successore di Ettore Petrolini, il grande attore romano che anticipò di vent’anni il modo di recitare e di far ridere. Figlio di un pittore, si iscrisse nel 1945 all’Accademia di Arte Drammatica di Roma. Tanto era l’impazienza di recitare che non terminò il corso. Il suo esordio fu nel 1947 con Nino Besozzi. Nel 1961 diede vita alla “Compagnia dei Quattro” con Franco Enriquez, Glauco Mauri e Valeria Moriconi. Attore capace, istrionico dotato di una comicità diretta, ha interpretato sempre grandi personaggi e di carattere. Ha recitato in varie commedie di Shakespeare e di Macchiavelli. Diede vita ad un personaggio originale ed imprevedibili, il Chicchignola, portato sulla scena per la prima volta da Ettore Petrolini. Anche nel cinema Scaccia ha dimostrato le sue notevoli qualità di attore dalla maschera mobile e straordinariamente espressiva. Grande amico di Eduardo De Filippo.


Fino ad un mese fa era in palcoscenico .Il suo repertorio è quanto mai ampio: ha recitato tutti i classici, Moliere, Goldoni, Lonesco, Pirandello, Courteline, Feydeau, O'Neill, Stoppard, Arthur Miller. Tra i personaggi che gli furono più cari Polonio in Amleto, Shylock nel Mercante di Venezia, Fra Timoteo nella Mandragola, e il Chicchignola di Petrolini, suoi grandi cavalli di battaglia. Su Polonio, vale la pena di ricordare un aneddoto: negli anni '60 interpretò questo ruolo in un Amleto di grandissimo successo anche

internazionale, che ebbe per protagonista Giorgio Albertazzi e per regista Franco Zeffirelli. Fu in quell'ambito che un critico rimproverò bonariamente all'attore di recitare la parte di Polonio "come se fosse lui il protagonista" del capolavoro di Shakespeare. E Scaccia replicò con un telegramma tagliente e spiritoso: "Non sapevo che fosse Amleto il protagonista. Firmato Polonio".


Al cinema ha interpretato numerosi film di Alessandro Blasetti, a partire dai primi anni '50, ma ha anche recitato con Luigi Zampa, DIno Risi, Pasquale Festa Campanile, Alberto Lattuada, Elio Petri, Mauro Bolognini, Steno, Lina Wertmuller. L'ultima interpretazione sul grande schermo è stata Gabriel, nel 2001, con la regia di Maurizio Angeloni.

Molti l'hanno definito come l'erede di Petrolini, ma in effetti Scaccia è stato molto di più, un uomo di teatro e di spettacolo nel senso più completo del termine, rimasto sul palcoscenico fino alla fine. Come tutti i grandi attori, in effetti aveva annunciato il ritiro moltissime volte. In un'intervista del 2007 dichiarò sconsolato: "Il teatro non c'è più perché non c'è più il pubblico". Ma poi aggiunse: "Purtroppo io vivo di teatro". Si è allontanato in effetti dall'ultimo spettacolo in scena, un mese fa, solo per andare in ospedale. Pensare che aveva annunciato un parziale ritiro dalle scene ("Reciterò solo nella mia città, a Roma", aveva detto) già quando aveva compiuto 78 anni, lamentando quanto le tournée fossero faticose per lui: "Per i vecchi non c'è posto", si era lamentato. Ma poi era in scena regolarmente, e non solo a nella capitale.

Una carriera davvero lunghissima: "Sono salito sulla scena per la prima volta a 3-4 anni. - aveva confessato in un'intervista a Repubblica - Mia zia, filodrammatica, aveva bisogno di una bambina, e io avevo i capelli lunghi". Una carriera anche piena di soddisfazioni e di successi, eppure, raccontava sempre l'attore, "per il teatro mi sono venduto la casa più volte". Nonostante il cinema e anche la televisione: Scaccia fu anche una protagonista della grande stagione degli sceneggiati della Rai. Ma negli ultimi anni della sua vita parlava assai male del piccolo schermo: "Non guardo mai la televisione. Non c'è mai niente di interessante". Del resto anche il giudizio sul teatro negli ultimi anni era sconsolato: "E' uscito dalla porta di servizio e non si sa che fine abbia fatto. Quello che lo sostituisce non è teatro".

I suoi 90 anni vennero festeggiati con una festa memorabile al Teatro Valle, a Roma: anche in quell'occasione Scaccia annunciò l'ennesimo addio al palcoscenico, sostenendo che non avrebbe potuto "recitare con il bastone". Alla sua città fu sempre molto vicino: le sue maschere romane sono state definite "una grande metafora sui mali dell'uomo, sulle sue debolezze, contraddizioni e confusioni". Di Roma accettava tutto, anche gli aspetti negativi. All'intervistatore che, qualche anno fa, gli ricordava la sporcizia per le strade della capitale, replicava: "Ma deve essere sporca. Roma non è mai stata dei romani: anche ai tempi di Marziale era la capitale del mondo ed era sporca".

Fonte : http://www.marioscaccia.it/Pubblicazioni.htm Repubblica it 26.01.2011 Il Giornale di Rieti


Eremo Via Vado di sole , L’Aquila, mercoledì 26 gennaio 2011