mercoledì 6 aprile 2011

CANZONIERE : Musica antica in Abruzzo

CANZONIERE : Musica antica in Abruzzo


La posizione che L'Abruzzo ha occupato tra medioevo e rinascimento fu senz' altro strategica sia sotto il profilo politico che commerciale. La particolare collocazione alla periferia del Regno di Napoli e al confine con lo Stato della Chiesa, contrariamente a quanto potrebbe apparire ad uno sguardo superficiale, la rendeva territorio centrale e cardine dei rapporti economici e culturali tra nord e sud. Per intuire quanto fervido fosse all'epoca il confronto ed il contatto con il resto della penisola, basterebbe ricordare l'importanza della famosa via degli Abruzzi che passava obbligatoriamente per L'Aquila e per Sulmona. E', inoltre, noto quanto, in epoca federiciana ed angioina, l'Abruzzo fosse una terra adorna di splendide città e monumenti, retta da un sistema feudale solido ed articolato. Eppure di questa opulenza e dell'esperienza significativa del nostro passato non sempre abbiamo una coscienza viva ed orgogliosa. Ecco perché a volte accogliamo con un certo stupore la riscoperta dei grandi tesori culturali della nostra terra, siano essi letterari, artistici, pittorici, architettonici o ancora di più musicali.

Scommetto ad esempio che chiunque, non addetto ai lavori, resterà sorpreso nell'apprendere che una delle sequenze di musica medievale tra le più famose al mondo, contenuta, ripresa e citata in quasi tutti i film sul periodo, sia stata composta da un abruzzese. Si tratta del Dies irae di Frate Tommaso originario di Celano e amico di Francesco d'Assisi.

Il discorso sul valore e sulla corretta valutazione del patrimonio musicale medievale e protorinascimentale abruzzese è del resto complesso e pieno di implicanze. Oggi chi studia e chi interpreta la musica antica, in linea di massima, ha la tendenza a considerarla come un fenomeno di grandi famiglie, di grandi compositori, di grandi correnti culturali. Così la mente va subito alle corti dell'Italia settentrionale, a Firenze, alla corte di Avignone o ad altre grandi realtà che, grazie alla copiosa documentazione conservata, agiscono da richiamo. Sotto questa ottica la storia musicale della nostra terra è penalizzata e, erroneamente, considerata come espressione di un territorio in qualche modo periferico. Invece, l'Abruzzo fu culla di una poesia fervente ed ascetica che fungeva da supporto testuale alla musica dell'epoca. Fu luogo di riflessione e di ispirazione per la composizione di laudi in lingua volgare che bruciano di una spiritualità quasi visionaria.


Si pensi alle laudi composte da Pietro da Morrone, l'eremita che salì sul seggio papale, delle quali purtroppo ci sono pervenuti i testi, ma non la musica. Fu patria di musicisti tra i più celebri e ricchi del medioevo. A parte il caso veramente esemplare di Antonio Berardo da Teramo detto Zacara, straordinario cantore e compositore e grande esponente dell'Ars Nova italiana (fortunatamente rivalutato dopo essere stato, per anni, quasi ignorato dalla ricerca musicologìca), ricordiamo Serafino de 'Cimminelli dall'Aquila, grande rappresentante della poesia declamata, Cesare Iudìno da Atri, Bernardo Lupacchino dal Vasto per citarne solo alcuni. Certo, committenti e mecenati non erano così numerosi come in altri luoghi, così l'Abruzzo divenne spesso terra di esportazione. Una realtà questa che come tutte ha un doppio risvolto, quello positivo fu senz'altro lo scambio e l'ampio respiro culturale di cui poté godere la regione. Numerosi, ad esempio, furono i movimenti di cantori e di musicisti professionisti tra l'Abruzzo e la cappella papale dove tra la fine del' 300 e la fine del' 400 la componente abruzzese risultava essere la più folta. Non è, inoltre, da escludere uno scambio con Firenze e con altre città del nord Italia. A Santa Maria del Fiore nel 1407 operava Paolus de Aquila e ancora, scritti teorici di Jacobus Theatinus sono stati rinvenuti nel manoscritto Aldini 361 della Biblioteca Universitaria di Pavia. Tutto questo (e di esempi ve ne sarebbero ancora molti) dà un'idea, se pur vaga, del peso che la regione aveva nella cultura musicale dell'epoca.

Le fonti abruzzesi sono disseminate un po' ovunque e di alcune si è persa traccia, pensate al codice di Guardiagrele (CH) rubato circa venti anni fa e che ancora è in attesa di essere recuperato. Fortunatamente di questo ci sono rimasti gli studi di Giulio Cattin, Oscar Mischiati e Agostino Ziino che ne riproducono il contenuto. E pensate ancora al codice conservato all'interno della sagrestia della chiesa parrocchiale di Rocca di Mezzo.

Stiamo parlando di due manoscritti contenenti delle composizioni polìfoniche inedite destinate, la maggior parte, al servizio liturgico. Questi documenti risultano estremamente interessanti sia per il

loro indubbio valore artistico, sia perché sono una testimonianza significativa di quanto fervida e vivace fosse la cultura musicale abruzzese anche in piccoli centri del territorio. Credo che per la maggior parte dei nostri lettori sia insospettabile l'esistenza di un tale interesse artistico rivolto verso pratiche di polifonia di una certa complessità, nell' Abruzzo medievale. Del resto questi importanti documenti sono caduti per secoli nel dimenticatoio per essere studiati e descritti solo a partire dal 1970. Segnalati ed osservati per la prima volta, in particolare, da Ziino sono stati recentemente riconsiderati per il loro alto valore artistico e documentario. Così alcuni pezzi ne sono stati estrapolati e incisi in prima registrazione mondiale in un interessante disco dal titolo Menando gli anni. La musica in Abruzzo tra medioevo e Rinascimento eseguito, sotto la direzione artistica di Maria Antonietta Cignitti, dalle Cantrici di Euterpe in collaborazione con l 'ensemble Aquila Altera. Il CD contiene un campionario di brani che rappresentano tutte le istanze culturali della regione. Istanze dove si ravvisa non solo tutto quello che l'Abruzzo ha prodotto fuori dai propri confini, attraverso grandi musicisti, ma anche quello che è nato nel territorio spesso appositamente per il servizio liturgico locale.


Il codice di Guardiagrele, non a caso, è stato rinvenuto nella chiesa collegiata di Santa Maria Maggiore del paese teatino. Esso si presenta sottoforma di Graduale redatto in tre volumi, risalente

al XIV - XV secolo ed è davvero sorprendente scoprire l'esistenza, in un'epoca così remota, di composizioni polifoniche. Si pensi che fino alla scoperta di questo Graduale si considerava come prima consistente fonte di polifonia quattrocentesca, redatta e conservata nell'Italia centro meridionale, il manoscritto 871 N dell'Abbazia di Montecassino, datato intorno al 1480. I libri corali di Guardiagrele testimoniano, invece, come almeno un cinquantennio prima, la pratica polifonica mensurale era già diffusa in Abruzzo. Di questo dato di fatto il graduale che stiamo esaminando è dunque il primo documento concreto.

Sempre allo studioso Ziino si deve la scoperta dell' altro importante codice in questione, quello di Rocca di Mezzo. Egli osservò, nel museo annesso alla chiesa parrocchiale di Santa Maria della neve) tra i vari oggetti d'arte, un antifonario mariano redatto in parte' nel 1519 e in parte lasciato in bianco probabilmente per essere poi cornpletata con nuove melodie liturgiche. Successivamente vi si inserirono alcune composizioni polifoniche sacre e una profana.

E' oltremodo interessante scoprire che, in questo centro apparentemente appartato su un altopiano (che all'epoca non era certo meta stagionale per gli sport invernali), la musica nel servizio liturgico dovesse essere così curata. Cosa che si deduce anche dal libro dei conti, conservato nell'archivio parrocchiale, relativo agli anni 1566-1622 dove si legge che nel 1594 fu fatto costruire l'Oratorio e fu commissionato a Don Stefano Fabri, maestro di Cappella a L'Aquila, il nuovo organo.


Queste preziose raccolte, che rappresentano delle espressioni musicali di una raffinata qualità e di alto pregio artistico, sono, dunque, una testimonianza importante di alcuni aspetti del nostro passato degni di essere indagati.

L'analisi delle strutture e delle forme musicali contenute nei due manoscritti, come hanno osservato gli studiosi, ha oltretutto dimostrato una rigorosa attenzione alle correnti musicali attive in Italia in quel periodo. Anche questo dà la dimensione della velocità con cui le innovazioni culturali penetrassero nel territorio abruzzese attraverso le grandi vie commerciali e mercantili, di cui accennavamo all'inizio, ma anche attraverso la presenza dei numerosi monasteri benedettini che, ad esempio, brulicavano nel circondario di Guardiagrele. Credo che questi elementi siano decisivi nel restituire l'immagine di un territorio che ha goduto sin da tempi lontani di un grande respiro culturale. La riscoperta dell'antico patrimonio musicale abruzzese è un esercizio utile a produrre una maggìore consapevolezza della storia. In realtà andrebbe scoperta e valorizzata anche la faccia nascosta, tutto il patrimonio etnico che pure vani gioielli straordinari, basti pensare ai saltarelli di tradizione che, in alcuni casi, risalgono direttamente al Medioevo.

Tra Amatrice e Montereale c'è una tradizione in tal senso presentata da uno zampognaro ultra novantenne il quali tramanda oralmente questo patrimonio.

Il codice di Rocca di Mezzo


A Rocco di Mezzo, nella chiesa di Santa Maria della Neve, si trova un piccolo, ma prezioso museo dove sono conservati vari oggetti d'arte e alcuni libri corali. Tra questi ultimi, degni di noto sono: un antifonario ed un graduale miniati, opera di Amedeo Oderisi di Matteo, datati 1360, che testimoniano un'antica tradizione di nobiltà artistico.

Eppure il vero gioiello, almeno per chi studio musica antico, è un piccolo codice del XVI secolo, esteticamente sobrio e privo di ornato, ma degno di noto per lo presenza (come sopra accennato) di composizioni poliloniche di uno certo complessità risalenti od un periodo in cui la polifonia era ancoro poco sviluppata.

Il codice di Rocco di Mezzo fu donato alla chiesa di Santa Maria della Neve da Don Cicco Marini nel 1519. Questi dati storici sono ricavabili do un'annotazione posta sul recto dell'ultima pagina che recita. "Die vigesimo mensis Junii 1519. Iste Liber fecit fierj Donnus Ciccus Marinj De Roccha De Medio Ad Laudem et gloriam omnipotentis Dej et Ad honorem Conceptionis Virginia Marie et Pro Animis quorum paren [tium] .

Attualmente, il manoscritto è composto do 52 carte, ma si desume che in origine ne fossero 54. Il formato di ogni carta è di cm 39 x 27 e su ognuno originariamente erano stati tracciati sei tetragrammi per pagina.


Come detto sopra, solo uno parte di questo codice fu utilizzato per lo stesura dell'antifonario C dalla carta numero 39 si possono osservare alcune composizioni polifoniche, di genere sacro e una di genere profano, inserite in un secondo momento probabilmente tra il 1570 e il 1590 da quattro amanuensi diversi, uno dei quali presumibilmente di origine francese.

In questo sezione aggiunto è presente un mottetto del celeberrimo Josquin des Prés, il resto della composizione è in parte anonimo, in parte attribuito a autori non bene identificati Laurentius Gasparrinus chiamato anche Gaspard, e Johannes de Oleo. Dall'analisi effettuato da Agostino Ziino è emerso queste composizioni, fatta eccezione per il pezzo di Josquin, Tu solus qui facis mirabilia, non sono rintracciabili in altre fonti.

La sezione in questione riporta nel seguente ordine ì versetti pari di un Magnificat composti da Lauren Gaspard, il mottetto a quattro voci Tu solus qui facis , mirabilia di Josquin des Prés, uno villanella alla napoletana Se me voi morto a tre voci (di genere profano), mottetti o quattro voci sul testo dell' antifona Adoramus te Coriste di Laurensius Gaspard e un mottetto a quattro voci sul testo dell' antifona Hodie Maria Virgo Caelos ascendit di Johannes de Oleo. Sulla penultima pagina compare, infine, un canone o sei voci

Il codice di Guardiagrele


Fino ad una ventina di anni fa, nell'archivio della chiesa collegiata di Santa Maria Maggiore di Guardiagrele (Chieti), era conservato un graduale, del XIV secolo, redatto in tre volumi tutti membranacei e di grande formato. Il primo era costituito da 235 carte numerate a matita, il secondo da 59 carte e il terzo da 194 carte. A lungo tale codice aveva destato l'interesse degli storici dell'arte per le sue pregevoli miniature e le iniziali ornate, ma nessuno aveva notato un elemento di gran lunga più straordinario che faceva del manoscritto un documento raro. Solo a partire dagli anni '7O, infatti, si è osservato che nel secondo e nel terzo volume del graduale erano trascritte alcune composizioni polifoniche del tutto inedite. Dal contenuto composito, il manoscritto costituì da quel momento una rilevante testimonianza della tradizione musicale abruzzese del medioevo.

Sotto il profilo del contenuto il primo volume abbracciava il periodo liturgico compreso tra l'Awento e il Sabato Santo e constava di 235 carte modernamente numerate a matita. Sul frontespizio, in calce ad una ricca miniatura era possibile rintracciare (almeno fino a quando l'intero codice non è stato rubato) la data di redazione nella seguente dicitura: "Hoc opus anno domini MCCCXXXIII". Il 1330 risulta, dunque, il termine post quem cominciò la redazione del manoscritto, lo cui stesura fu prolungata nel tempo con aggiunte fino ad una fase conclusiva da attestare intorno ai primi decenni del XV secolo. A questo periodo vanno collegati i brani polifonici oggetto del nostro interesse.

Il secondo volume (mm. 530 x 420), che constava di 59 carte, comprendeva una parte del repertorio dei canti dalla Pasqua alla Domenica XXIV dopo Pentecoste arrestandosi alla carta 44. Le carte successive, dedicate all'Ordinarium Missae, riproducevano un Patrem a due voci.

Il terzo volume conteneva l'intero Proprium Sanctorum, a partire dalla vigilia di S. Andrea apostolo fino a S. Clemente. Come gli altri, era membranaceo e di grande formato (circa mm. 550 x 420).

Malgrado l'apparente unità, conferita al manoscritto dalla rilegatura, il suo contenuto risultava, dunque, assai composito.


L'analisi delle grafie rilevò interventi di mani diverse nella trascrizione dei pezzi; la cosa fu sicuramente determinata dalla presenza di numerosi e attivissimi centri scrittori, di ambito benedettino, nella regione intorno alla Maiella. A tal proposito possiamo ricordare i Monasteri S. Liberatore alla Maiella, S. Spirito e S. Salvatore. Interessante, inoltre, notare come lo scrittura musicale, sempre sotto il profilo grafologico, presentasse delle caratteristiche proprie della notazione antica francese. Questo suggerisce una particolare apertura verso le influenze culturali attive all'epoca. Un atteggiamento, questo, che può essere maggiormente apprezzato se si considerano gli influssi musicali rintracciabili in alcuni brani. Un esempio emblematico è l'Agnus che risulta essere un contraffactum della ballata del fiorentino Francesco Landini: Questa fanciulla, amor, fallami pio. Si tratta di un pezzo di musica profana che ha avuto una vasta diffusione sia in Italia che fuori, a cui melodia è stata numerose volte ripresa ed utilizzata, secondo una prassi molto in voga all'epoca, per intonare pezzi di musica sacra.

Il restante repertorio polifonico del graduale è, inoltre, composto in uno stile italiano che dimostra concordanze con manoscritti romani e senesi.

I corali di Guardiagrele, dunque, oltre ad essere una delle poche fonti del primo quattrocento che riproducono delle intonazioni polìfoniche dell'Ordinarium di provenienza italiana, sono un chiaro esempio del volto vivace e culturalmente recettivo che doveva avere l'Abruzzo del 1400, dove lo circolazione delle idee era ben più intensa di quello che probabilmente siamo disposti ad immaginare .

Riproduzione dell’articolo di Laura di Battista pubblicato su Regione Abruzzo Rivista del consiglio regionale abruzzese n.26,giugno luglio 2004 dal titolo “la musica antica in abruzzo.


Eremo Via vado di sole , L’Aquila,
mercoledì 6 aprile 2011

martedì 5 aprile 2011

ET TERRA MOTA EST : 6 aprile 2011 ,3.32

ET TERRA MOTA EST : 6 aprile 2011 ,3.32

Oggi a L’Aquila fa di nuovo freddo a differenza dei giorni scorsi in cui sembrava essere arrivata primavera con il suo tepore. Oggi a L’Aquila c’è sempre silenzio. E’ il silenzio di ieri, il silenzio di mesi e settimane. Oggi è il cinque di aprile e quel cinque aprile del 2009 era domenica delle palme. Alla sera il silenzio annunciava il raccoglimento e l’attesa per la Pasqua vicina. Poi nella notte quel silenzio fu rotto da un fragrore, da un rumore : una scossa di terremoto più forte di tutte quelle che si andavano susseguendo almeno dal mese di ottobre dell’anno precedente. Poi di nuovo il silenzio, La polvere e i richiami per le strade, nei cortili, tra cumuli di mattoni e pietre cadute che ostruivano le strade. E piano piano un altro grande clamore, quello mediatico per mesi e mesi . Poi d’un tratto il silenzio ha riguadagnato tutto. I giorni, le notti la mente degli aquilani. Un silenzio che è diventato un abito mentale , che è diventato un modo per chiedere scusa di quello che è successo come se la colpa fosse degli aquilani. Un silenzio che non si alterna con i rumori che accompagna il vento, il sole, la pioggia , la vita e la morte. Questa è l’immagine di L’Aquila in questi due anni. L’alternarsi di un silenzio ad un altro silenzio .

In questo silenzio sono nate queste poesie , questo diario di un terremoto ,poesie per certi versi poesia e per certi versi prosa.

Passano le stagioni ,resta il silenzio

-poesie –

1.

Passano le stagioni e i colori

screziati tra le crepe del tempo

rosso cobalto, giallo e verde prato

si insinuano tra i bordi della città

e della campagna nel silenzio

delle notti rigide d’inverno dei giorni

assolati d’estate.

Disarticolare,smontare , disgregare

pietre, cemento, ferro ,asfalto,

ossido di carbonio

riarticolare,rimontare, aggregare

la città.

La città terremotata che sola sale

sul monte e resta lì macchiata

davanti al cielo macchiato

dalla gru dal collo di giraffa

affacciata sul grande buco nero

sul tetto dell’antica Collemaggio.

Passano le stagioni e i loro colori

ed è solo la seconda primavera

dopo l’ultimo terremoto.

2.

E’ silenzioso il vento stanotte

anche lui non ha più parole

e fischi e strepiti e ronzii

come le sagome stordite d’una folla

con le sue fiaccole alla commemorazione.

Stanotte, stanotte anche gli uccelli

si nascondono e le grida del tramonto

presago antico di festa per il riposo

distorcono ancora la notte

la notte che tutto crollò.

Dormiamo da mesi in questo composto

silenzio che sparge fragori

nella mente e nel cuore come rumori

d’una guerra mai conclusa.

E vale la pena di ritirare su

muri e raccogliere pietre e chiudere buche

e continuare a coltivare gerani.

Cari, cari gerani, cari come l’aria

cari come chi vi coltivava e non c’è più.

Sento sovente i suoi passi nella stanza

a fianco ed è come svegliarsi da un sonno

senza alcun altro sogno.

3.

Il vento vaneggia per notti e notti

e queste parole dette e ridette

sono come le ruote crepate d’un auto

come le rose sottocasa odorate e poi sognate.

Il vento delle stranite notti

dopo la paura , la paura delle scosse

sembra luna spolverata nel cielo

sembra acqua di cotone nel cielo .

Non è luna, non è acqua stanotte

è vento di tramontana

inchiodato alle ombre, alle ombre perenni

di una città vuota

tumulto di respiro che l’ha abbandonata

foglia caduta come le altre foglie

che non sono foglie ma pietre e calce

cadute da un cielo che rosicchia

l’anima di chi ha ancora paura

paura in questa città.

4 .

Non sprecate il tempo a parlare di città.

Non sprecate la pazienza,

il silenzio della città corrode le vertebre ,

e riempie il cervello .

E' un'acqua liquida

come uno tsumani .

Metti questo e togli quello

prendi quello e lascia questo.

Così non si fa la città.

Non sprecate il tempo a parlare di città.

5.

Sovente penso nel corso dell’anno

ai giorni d’aprile

e poi quando aprile viene

non ha più voce il ricordo

ma è uno stralunato silenzio

come un piangere senza pianto

perché non è rimasto più nemmeno il pianto

che in quei giorni fu liberazione

dall’inettitudine della disperazione

dal dolore.

Quelli che morirono e quelli che vissero

sono tutt’uno al tiepido sole

di quest’altro aprile che aggiunge

ora tempo al tempo.

Quanto tempo ancora per sommare

questo a quello e tirare la riga

d’un totale che non viene mai

nel verso giusto .

Il verso giusto delle cose che abbiamo abbandonato

nelle case là di pietre e mattoni caduti

di parole e desideri alle intemperie

e al sole delle stagioni.

Otto stagioni allora, è la somma

d’un tempo che può bastare

in un’attesa che non basta mai

fatta d’acqua luccicante che di botto

si ribalta. Si ribalta di botto.

E pensi ogni giorno a tutte quelle rovine

che sbocciano e si espandono.

Altre parole senti.

Zitto, come una volta blandisci

somme e sottrazioni ma già sono andati via anni

e anni dopo anni andranno ancora via e questa città

poi alla fine sarà più lontana della luna.

Eremo Via vado di sole , L’Aquila, martedì 5 aprile 2011

domenica 3 aprile 2011

ET TERRA MOTA EST : I fondi erogati per ricostruire l’Aquila? Una specie di giallo contabile

ET TERRA MOTA EST : I fondi erogati per ricostruire l’Aquila? Una specie di giallo contabile


A qualche giorno dal secondo anniversario del terremoto del 6 aprile 2009 Paolo Bricco su Il Sole 24 ore di domenica 3 aprile fa il punto in questo modo.

«Ascoltami, Anto'. Se tu fai mettere due euro per visitare il santuario, fanno 40mila d'incasso all'anno. Solo dal Canada, ne arrivano mille. Quelli sono molto devoti», spiega al suo commensale il prete mentre beve un bicchiere di vino rosso. All'altro tavolo, un quarantenne sbrana il piatto di maccheroni alla pecorara e dice a due commensali che annuiscono in silenzio: «Qui non c'è niente da fare. L'ultima fattura ho impiegato sei mesi a incassarla».

All'Aquila, a due anni dal terremoto, è così. Tutti parlano di soldi. Soldi che dovrebbero esserci, che chissà forse ci sono, che mannaggia non ci sono. Il 6 aprile del 2009 il sisma ha distrutto la città. Da allora L'Aquila è sotto una cappa di vetro e di polvere. Immobile. Ferma. Un'immagine antitetica rispetto all'attivismo febbrile dei mesi successivi alla tragedia, quando l'adrenalina della prima ricostruzione evitò agli aquilani di affrontare le rigidità dell'inverno nelle tendopoli.


La crisi economica internazionale non ha aiutato la città a risollevarsi. Ma ci sono cose che c'entrano poco con i mercati internazionali. I fondi erogati per ricostruire L'Aquila, per esempio. «Rappresentano una specie di giallo contabile», dice Luca Bianchi, vicedirettore dello Svimez, che su richiesta del Sole 24 Ore si è esercitato in un calcolo che oggi definisce impossibile. «L'unico elemento sicuro - continua Bianchi - sono gli 1,2 miliardi stanziati sull'emergenza dal Governo, a cui vanno aggiunti i 494 milioni messi a disposizione dall'Unione Europea».

Ci sarebbe poi un'altra cifra compresa fra i 2 e i 4 miliardi in carico al Fas, il fondo che contiene le risorse per il Sud. «Sono miliardi teorici - rileva Bianchi - di cui non si riesce ad appurare il reale utilizzo. Colpisce l'assenza di una cabina di regia in grado di monitorare quante risorse siano davvero finite all'Aquila per la ricostruzione».

Invece, le famiglie dei bambini dell'asilo di suor Daniela sanno bene quanti soldi mancano a casa. «Fino a febbraio abbiamo fatto pagare 90 euro sia per la retta che per la mensa, adesso da marzo siamo tornati a 160, perché i nostri conti non reggevano. Chi non può permetterselo, però, non paga», dice suor Daniela, doppia laurea in teologia e in economia, membro del direttivo di Confindustria L'Aquila.


Suor Daniela, che è responsabile del personale dell'Istituto missionario della dottrina cristiana («Siamo nate nel 1890 qui in città, il terremoto ha distrutto tutto, ma non ce ne siamo andate»), educa nella scuola costruita dalla Protezione civile i bambini degli aquilani e ascolta le preoccupazioni di mamme e papà: «Le tasse vecchie e nuove, più i mutui da pagare per le case che ora sono cumuli di pietre».

C'è il problema dei soldi. E c'è il problema dell'anima della comunità. «Sa qual è il vero dolore, anche più forte dell'affanno dei conti? È che abbiamo capito che, nel centro storico, nessuno tornerà più. Le 19 piccole città edificate dalla Protezione civile intorno all'Aquila dovevano essere transitorie. Ma, ormai, è chiaro che sono definitive. E, quella, non è vita: senza amici, gli anziani lontano dagli ospedali, per gli altri viaggi su viaggi per andare a prendere e riportare i ragazzi a scuola».

Soprattutto per gli anziani non è facile. Annalisa Di Stefano, una commercialista che con altre nove professioniste aquilane sta anche organizzando uno sportello gratuito per aiutare le donne ad aprire nuove attività, sta preparando un servizio di trasporti per quelli che, "dispersi" nelle new town satelliti, vogliono fare ginnastica e stare insieme: «Mia mamma Maria, a 73 anni, resta sempre chiusa in casa. Così non va bene».


I giovani e i vecchi, con il caldo estivo e il freddo invernale, passano ore sulle macchine e sui pulmini. «Intanto - dice suor Daniela - nel centro storico la ricostruzione è ferma». Fra i cumuli delle macerie, alcune carcasse d'auto e le fasciature metalliche che impediscono agli edifici di crollare, il silenzio qui è da camposanto.

Al 54 di via Sallustio, uno stabile giallo ha il tetto ripiegato che sembra sul punto di cadere. Raffaele Colapietra, a 80 anni, ha la tristezza e l'intelligenza del professor Terremoto di Pirandello. È uno storico che ha insegnato all'Università di Salerno. Impermeabile grigio, prima di allontanarsi verso la casa danneggiata che non ha voluto abbandonare, esprime il suo scetticismo: «Ha sbagliato la comunità. Dovevamo partecipare di più alle scelte».

Questo senso di sradicamento dal proprio destino, all'Aquila, è assai diffuso. Il terremoto. Il Governo a prendere le decisioni. Silvio e Obama. La macchina della Protezione civile («È andata via il 31 gennaio del 2010, da allora non c'è stato che il vuoto», dice suor Daniela). La politica locale che litiga.

Quasi si autoincolpa Rita Innocenzi, a trent'anni capo degli edili della Cgil, un'altra donna lucida alle prese con l'enigma aquilano: «Avremmo dovuto avere più forza. Eravamo come annichiliti dal terremoto. Si è capito subito che le strutture provvisorie sarebbero diventate permanenti. Non abbiamo avuto, come sindacati e come persone comuni, l'energia per proporre qualcosa di alternativo. Ora che il grosso dei lavori intorno alla città è stato effettuato, dovrebbero iniziare a ricostruire il centro. Ma con che soldi? Ormai molte attività commerciali si sono trasferite fuori».

Rita la sindacalista non l'ammetterà mai. In fondo, però, il simbolo di tutto questo è la sede della Cgil, vicino al centro commerciale Gli Aquilotti. Un investimento da 1,2 milioni. Soldi veri, messi a disposizione anche dal sindacato nazionale.

Difficile pensare che la Cgil tornerà nella vecchia sede del centro.

Poi, ci sono i soldi che potrebbero esserci ma che, invece, sono congelati. La Futuris Aquilana, una società controllata da investitori milanesi e varesini, ha pronto il progetto di una centrale a biomasse, che ottiene energia dal legno. Quindici addetti diretti, nell'area industriale di Bazzano. Un centinaio nell'intera filiera per la coltivazione dei pioppi. Due milioni già investiti. Trenta milioni in prospettiva.

«Non abbiamo ricevuto un soldo del post terremoto - spiega Aldo Mazzadi - Abbiamo ottenuto tutte le autorizzazioni pubbliche. All'improvviso, hanno preso forma timori sull'inquinamento che causerebbe la centrale, che invece usa le tecnologie più verdi al mondo. Con tanto di tre ricorsi fatti al Tar dai comitati a noi contrari».

La sindrome "nimby" riguarda la mentalità collettiva di tutto il paese. «Forse - riflette il presidente dell'Unione industriali dell'Aquila, Fabio Spinosa Pingue - qui come nell'intera provincia questa sindrome ha una particolare presa per la storia del tessuto produttivo, fatto di economia pubblica e di piccole attività commerciali, con scarso spazio per gli imprenditori veri e propri».


In ogni caso, qui c'è poco da potersi permettere sindromi da province ricche. Secondo l'Inps, nei primi due mesi dell'anno la Cig ordinaria ha avuto un aumento tendenziale del 485% (a fronte di un +19% regionale). Quella in deroga, concentrata sempre nell'industria, è esplosa del 2.500%, due volte e mezza quella abruzzese. Dunque, lo sbandamento che nei primi mesi post-sisma pareva naturalmente focalizzato sui negozi e le attività commerciali del centro storico si è propagato all'intero tessuto produttivo.

Interessante il flusso di nuove sofferenze in rapporto ai prestiti, ricavabili analizzando i dati della Banca d'Italia. All'Aquila, prima del terremoto, questo indicatore era pari all'1,37%, mentre adesso è al 4,07 per cento. Una situazione molto dura, se si pensa che nello stesso periodo a livello italiano questo indicatore è passato dall'1,31 all'1,92 per cento.


Analizzando i soldi prestati alle imprese dalle banche, si fa un'altra scoperta: nei due anni segnati dal terremoto, le imprese italiane specializzate nelle costruzioni hanno visto i loro prestiti salire del 35,4%, quelle aquilane del 23 per cento. «Non mi stupisce. Le imprese aquilane sono sempre state poco patrimonializzate. Dunque, non in grado di partecipare a un simile business», nota Annalisa Di Stefano.

Il risultato è che perfino dell'economia della disgrazia qui è rimasto poco. Anche in termini di redditi: alla cassa edile, che rileva i dati sulle aziende con sede nella sola provincia, la massa salari è aumentata dai 49 milioni del pre-sisma ai 69 milioni del post-sisma (+40%) mentre in realtà i lavoratori sono più che raddoppiati passando da 6.355 a 12.741. «Le aziende sono di fuori e molti operai arrivano dalle altre regioni, per poi andarsene», conferma la sindacalista Innocenzi. In tanti arrivano dalla Campania, dalla Puglia, dalla Basilicata. Da quel Sud che, poco alla volta, sta inghiottendo L'Aquila. Nel 1995 il Pil pro capite era di 14.462 euro, un quarto in meno del Centro Nord ma un quinto in più rispetto al Mezzogiorno. Ora la distanza dal Centro Nord è salita al 30%, mentre quella dal Sud si è accorciata a poco più del 10 per cento.

«Meridionalizzazione? Non so. Quella non è solo una questione di soldi. Certo, però, gli effetti del sisma potrebbero rendere duratura e profonda questa tendenza di lungo periodo», riflette suor Daniela. Che, poi, quasi rivolge una preghiera laica: «Vi prego, non dite che qui all'Aquila ogni cosa è risolta. Abbiamo fatto un gemellaggio con la scuola elementare Cocchetti di Milano. Sono venuti a trovarci. Una mamma si è stupita. Pensava che qui tutto fosse a posto. Non è così».


Eremo Via vado di sole , L’Aquila,
domenica 3 aprile 2011

BIBLIOFOLLIA : Un libro non nasce per caso


BIBLIOFOLLIA : Un libro non nasce per caso

Un libro non nasce per caso. Dietro a ogni pagina ci sono il talento di uno scrittore, il lavoro di un editore, la passione di un lettore. E non solo. Come dimenticare la creatività dei responsabili della promozione, la competenza dei librai, l’impegno divulgativo dei bibliotecari? A tutte queste figure che orbitano attorno al mondo dell’editoria, è dedicata Libri Come, la grande festa del libro e della lettura in programma da giovedì 25 a domenica 28 marzo 2010 all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Un appuntamento nuovissimo, nato da un’idea di Marino Sinibaldi, promosso e organizzato dalla Fondazione Musica per Roma, che si propone al panorama delle fiere e degli eventi letterari italiani e internazionali con una modalità originale. Partendo innanzitutto da un radicale spostamento del punto d’osservazione sull’editoria: l’obiettivo non viene più puntato sul cosa, ma sul come. Per una volta, non si cerca di rispondere alla domanda tradizionale “che cosa è un libro?”, preferendo sostituirla con un più ampio ventaglio di quesiti: “come viene scritto, stampato, pubblicato, venduto e letto un libro?”. A rispondere sono gli ospiti della festa, a cominciare dagli autori che svelano al pubblico i segreti del loro mestiere: l’ispirazione, le tecniche di scrittura, quelle piccole abitudini quotidiane su cui spesso si fonda un libro di successo. Lo sguardo di Libri Come non si ferma però alle stelle più luminose e visibili del mondo della letteratura, gli scrittori. L’Auditorium si offre come punto d’incontro e di riflessione per tutti i protagonisti della filiera dei libri, attraverso un articolato calendario di tavole rotonde che puntano a fare un po’ di luce su un mondo di solito confinato dietro le quinte.

Marino Sinibaldi con la collaborazione di Michele De Mieri e Rosa Polacco hanno curato questa edizione di Libri insieme che nella varietà delle iniziative e dei percorsi in essa contenuti vogliono dirci che cos’è un libro.


Italo Calvino, in “ Perché leggere i classici”, Oscar Mondadori, Milano 1995 ci racconta che cos’è un libro e per giunta un calssico.

Cominciamo con qualche proposta di definizione.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito:

«Sto rileggendo...» e mai «Sto leggendo...»

Questo avviene almeno tra quelle persone che si suppongono «di vaste letture»; non vale per la gioventù, età in cui l'incontro col mondo, e coi classici come parte del mondo, vale proprio in quanto primo incontro.

Il prefisso iterativo davanti al verbo «leggere» può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d'ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture «di formazione» d'un individuo, resta sempre un numero enorme d'opere fondamentali che uno non ha letto.

Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint-Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i grandi cicli romanzeschi dell'Ottocento sono più nominati che letti. Balzac in Francia si comincia a leggerlo a scuola, e dal numero delle edizioni in circolazione si direbbe che si continua a leggerlo anche dopo. Ma in Italia se si facesse un sondaggio Doxa temo che Balzac risulterebbe agli ultimi posti. Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s'incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza. Anni fa Michel Butor, insegnando in America, stanco di sentirsi chiedere di Emile Zola che non aveva mai letto, si decise a leggere tutto il ciclo dei Rougon-Macquart. Scoperse che era tutto diverso da come credeva: una favolosa genealogia mitologica e cosmogonica, che descrisse in un bellissimo saggio.

Questo per dire che il leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (manon si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d'averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest'altra formula di definizione:


2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza

per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza

non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli

per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l'uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l'origine. C'è una particolare forza dell'opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà:

3. I classici sono libri che esercitano un'influenza particolare

sia quando s'impongono come indimenticabili, sia quando


si nascondono nelle pieghe della memoria

mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

Per questo ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch'essi cambiano, nella luce d'una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l'incontro è un avvenimento del tutto nuovo.

Dunque, che si usi il verbo «leggere» o il verbo «rileggere» non ha molta importanza. Potremmo infatti dire:

4. D'un classico ogni rilettura

è una lettura di scoperta come la prima.

5. D'un classico ogni prima lettura

è in realtà una rilettura.

La definizione 4 può essere considerata corollario di questa:

6. Un classico

è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Mentre la definizione 5 rimanda a una formulazione più esplicativa, come:

7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando

su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra

e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura

o nelle culture che hanno attraversato

(o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

Questo vale per i classici antichi quanto per i classici moderni. Se leggo l'Odissea leggo il testo d'Omero ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure d'Ulisse sono venute a significare durante i secoli, e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni. Leggendo Kafka non posso fare a meno di comprovare o di respingere la legittimità dell'aggettivo «kafkiano» che ci capita di sentire ogni quarto d'ora, applicato per dritto e per traverso. Se leggo Padri e figli di Turgenev o I demoni di Dostoevskij non posso fare a meno di pensare come questi personaggi hanno continuato a reincarnarsi fino ai nostri giorni.

La lettura d'un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all'immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l'università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d'un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario. C'è un capovolgimento di valori molto diffuso per cui l'introduzione, l'apparato critico, la bibliografia vengono usati come una cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da dire e che può dire solo se lo si lascia parlare senza intermediari che pretendano di saperne più di lui. Possiamo concludere che:

8. Un classico è un'opera che provoca incessantemente


un pulviscolo di discorsi critici su di sé,

ma continuamente se li scrolla di dosso.

Non necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che l'aveva detto lui per primo (o che comunque si collega a lui in modo particolare). E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta d'una origine, d'una relazione, d'una appartenenza. Da tutto questo potremmo derivare una definizione del tipo:

9. I classici sono libri

che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire,

tanto più quando si leggono davvero

si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

Naturalmente questo avviene quando un classico «funziona» come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne che a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i «tuoi» classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta; ma le scelte che contano sono quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola.

È solo nelle letture disinteressate che può accadere d'imbatterti nel libro che diventa il «tuo» libro. Conosco un ottimo storico dell'arte, uomo di vastissime letture, che tra tutti i libri ha concentrato la sua predilezione più profonda sul Circolo Pickwick, e a ogni proposito cita battute del libro di Dickens, e ogni fatto della vita lo associa con episodi pickwickiani. A poco a poco lui stesso, l'universo, la vera filosofia hanno preso la forma del Circolo Pickwick in un'identificazione assoluta. Giungiamo per questa via a un'idea di classico molto alta ed esigente:

10. Chiamasi classico un libro che si configura

come equivalente dell'universo, al pari degli antichi talismani.

Con questa definizione ci si avvicina all'idea di libro totale, come lo sognava Mallarmé. Ma un classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d'opposizione, d'antitesi. Tutto quello che Jean-Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m'ispira un incoercibile desiderio di contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui. C'entra la sua personale antipatia su un piano temperamentale, ma per quello non avrei che da non leggerlo, invece non posso fare a meno di considerarlo tra i miei autori. Dirò dunque:


11. Il «tuo» classico è quello

che non può esserti indifferente e che ti serve

per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.

Credo di non aver bisogno di giustificarmi se uso il termine «classico» senza fare distinzioni d'antichità, di stile, d'autorità. (Per la storia di tutte queste accezioni del termine, si veda l'esauriente voce Classico di Franco Fortini nell'Enciclopedia Einaudi, vol. III). Quello che distingue il classico nel discorso che sto facendo è forse solo un effetto di risonanza che vale tanto per un'opera antica che per una moderna ma già con un suo posto in una continuità culturale. Potremmo dire:

12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici;

ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello,

riconosce subito il suo posto nella genealogia.

A questo punto non posso più rimandare il problema decisivo di come mettere in rapporto la lettura dei classici con tutte le altre letture che classici non sono. Problema che si connette con domande come: «Perché leggere i classici anziché concentrarci su letture che ci facciano capire più a fondo il nostro tempo?» e «Dove trovare il tempo e l'agio della mente per leggere dei classici, soverchiati come siamo dalla valanga di carta stampata dell'attualità?».

Certo si può ipotizzare una persona beata che dedichi il «tempo-lettura» delle sue giornate esclusivamente a leggere Lucrezio, Luciano, Montaigne, Erasmo, Quevedo, Marlowe, il Discours de la Méthode, il Wilhelm Meister, Coleridge, Ruskin, Proust e Valéry, con qualche divagazione verso Murasaki o le saghe islandesi. Tutto questo senza aver da fare


recensioni dell'ultima ristampa, né pubblicazioni per il concorso della cattedra, né lavori editoriali con contratto a scadenza ravvicinata. Questa persona beata per mantenere la sua dieta senza nessuna contaminazione dovrebbe astenersi dal leggere i giornali, non lasciarsi mai tentare dall'ultimo romanzo o dall'ultima inchiesta sociologica. Resta da vedere quanto un simile rigorismo sarebbe giusto e proficuo. L'attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pur stabilire «da dove» li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco dunque che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d'attualità. E questo non presume necessariamente una equilibrata calma interiore: può essere anche il frutto d'un nervosismo impaziente, d'una insoddisfazione sbuffante.

Forse l'ideale sarebbe sentire l'attualità come il brusio fuori della finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre seguiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza. Ma è ancora tanto se per i più la presenza dei classici s'avverte come un rimbombo lontano, fuori dalla stanza invasa dall'attualità come dalla televisione a tutto volume. Aggiungiamo dunque:

13. È classico ciò che tende a relegare l'attualità

al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo

di questo rumore di fondo non può fare a meno.


14. È classico ciò che persiste come rumore di fondo

anche là dove l'attualità più incompatibile fa da padrona.

Resta il fatto che il leggere i classici sembra in contraddizione col nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi, il respiro dell'otium umanistico; e anche in contraddizione con l'eclettismo della nostra cultura che non saprebbe mai redigere un catalogo della classicità che fa al caso nostro.

Erano le condizioni che si realizzavano in pieno per Leopardi, data la sua vita nel paterno ostello, il culto dell'antichità greca e latina e la formidabile biblioteca trasmessigli dal padre Monaldo, con annessa la letteratura italiana al completo, più la francese, ad esclusione dei romanzi e in genere delle novità editoriali, relegate tutt'al più al margine, per conforto della sorella («il tuo Stendhal» scriveva a Paolina). Anche le sue vivissime curiosità scientifiche e storiche, Giacomo le soddisfaceva su testi che non erano mai troppo up to date: i costumi degli uccelli in Buffon, le mummie di Federico Ruysch in Fontenelle, il viaggio di Colombo in Robertson.

Oggi un'educazione classica come quella del giovane Leopardi è impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.


M'accorgo che Leopardi è il solo nome della letteratura italiana che ho citato. Effetto dell'esplosione della biblioteca. Ora dovrei riscrivere tutto l'articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli agli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani.

Poi dovrei riscriverlo ancora una volta perché non si creda che i classici vanno letti perché «servono» a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.

E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): «Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un'aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest'aria prima di morire”».


Eremo Via vado di sole , L'Aquila,
domenica 3 aprile 2011

SETTIMO GIORNO : “ Credo. Signore ! “

SETTIMO GIORNO : “ Credo. Signore ! “


La quarta domenica di quaresima viene indicata come la domenica della gioia. Il senso della festa e quindi della letizia si annuncia anche attraverso il colore del sacerdote che celebra l’eucarestia. Domenica della gioia, perché s’avvicina la Pasqua ma anche perché è la domenica della rinascita, della nuoca creazione.

Nel Vangelo di questa domenica si legge il miracolo del cieco nato a cui Gesù restituisce la vista. Giovanni nel narrare questo episodio non nomina mai la parola miracolo ma piuttosto indica quel prodigio come un segno. Per restituire la vista a quell’uomo cieco fin dalla nascita Gesù sputa sul fango, lo impasta e lo cosparge sulle orbite dell’uomo che dopo essersi lavato riacquista l’uso della vita.

Il gesto di Gesù viene interpretato in due modi. Da una parte quel gesto compiuto nel giorno di sabato sa di violazione della legge ma dall’altra è l’equivalente di quel gesto primordiale del creatore che , appunto impastando il fango e alitandovi il suo spirito dette vita alla sua creatura : l’uomo.

E’ proprio in questo reimpastare l’uomo facendogli riacquistare la vista che sta la nuova creazione che la quarta domenica di quaresima annuncia e festeggia richiamando appunto il sacramento del battestimo . Un sacramento che attraverso i segni dona nuova vita.

Una vita nella luce, una vita che è contro la morte ed usa la luce contro le tenebre.

Sta dunque nell’opposizione vita- morte e luce-tenebra il senso e il significato di questo brano del vangelo di Giovanni-

Lo stesso Giovanni che propone proprio nel prologo del suo vangelo la riflessione proprio su questi due mondi quello della luce e quello delle tenebre .

Ma il Signore ha fatto anche per noi il grande miracolo della luce: ci ha chiamati alla luce della fede. Il battesimo, che ci ha fatto cristiani, ci ha purificati, illuminati, salvati.

Ci dice S. Paolo: "Fratelli, un tempo eravate tenebre, ora siete luce nel Signore. Compoptatevi perciò come figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità".

Con la vista e la luce della fede, che cosa guarderemo?

Dobbiamo guardare il Signore, contemplare il suo volto.

Dobbiamo guardare i doni di Dio che riempiono la nostra vita. Ci dice un testo: "Non siate ciechi"


Dobbiamo guardare la sua opera di salvezza e tutto ciò che il Signore compie in mezzo al suo popolo, nell'umanità di oggi. Questo è il discernimento. Non si può guardare il mondo solo con gli occhi e la interpretazione dei media e lasciarsi andare ai tanti pessimismi di oggi, seminati e voluti tante volte da chi ha interesse a giocare nel torbido. Dobbiamo saper vedere tutti i segni della presenza di Dio, della bontà che Lui suscita, dei cammini positivi di futuro verso i quali ci indirizza. Questo è dare lode a Dio e trovare fiducia e volontà nella via del bene. Questa è fede.

La luce della fede ci aiuta a guardare al cuore delle persone e non le cose esteriori.

Significativo è l'episodio raccontato nell'A.T. a riguardo della scelta di Davide.

Quando Samuele andò per cercare il figlio di Iesse scelto dal Signore per diventare il re del popolo, Iesse gli presentò i suoi figli, cominciando dal primo. Il Signore disse: Non guardare al suo aspetto, né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda all'apparenza, il Signore guarda il cuore". E il Signore scelse Davide, il più piccolo, il giovane dal cuore buono.

Riscoprire la fede diventa allora esigenza portante, fondamentale, per acquistare una prospettiva sulla vita e sulle cose completamente diversa. Davanti alla vista del cieco nato, però, bisogna aprire il cuore, fidarsi. I dotti del tempo di Gesù, davanti a questa illuminazione si irrigidiscono, non vogliono capire, non vogliono vedere. Così i genitori del cieco hanno paura del giudizio dei Farisei: anche loro vivono nelle tenebre del pensiero altrui, dell'omologazione che impedisce di essere liberi di fronte alle scelte (già allora essere cristiani era démodé!). Così Giovanni al solito, gioca sull'ambiguità: chi è cieco e chi ci vede dentro questo racconto? Chi credeva di vederci benissimo è, in realtà, inchiodato ai suoi pregiudizi (anche religiosi!) o al giudizio degli altri. Il cieco, maledetto da Dio - secondo gli uomini - è in realtà, l'unico a vederci benissimo! Attenti però: il miracolo conduce il cieco ad un'altra luce, ben più profonda. Le domande che Gesù gli rivolge, portano ad una conclusione: sì ora può vedere chiaramente che Gesù è il Messia, il Figlio dell'uomo.


Dunque la separazione della luce dalle tenebre fu il primo atto del Creatore: "Dio ordinò: 'Vi sia la luce'. E la luce fu". Come tutte le creature, la luce è un segno che manifesta visibilmente qualcosa di Dio, è come un riflesso della sua gloria. È la veste di cui Dio si copre, dice un Salmo (104,2).

Però bisogna andare oltre. Esiste un'altra luce. Al termine della storia della salvezza la nuova creazione avrà una luce nuova, Dio stesso: "non hanno bisogno di luce di lampada né di luce di sole; poiché il Signore diffonde su loro la sua luce" (Ap 22,5).

Questa luce nuova ha già albeggiato sul mondo in Gesù, che dichiara: «Io sono la luce del mondo. Chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».


E allora si può essere vivi biologicamente ma morti alla parola del Signore e si può essere morti biologicamente ma viventi nella parola del Signore e in Cristo stesso.

Si perché il cieco nato alla fine del processo agisce a parla come la Samaritana. I due episodi hanno delle affinità letterarie e narrative perché entrambi i protagonisti, la Samaritana e il cieco nato parlano esponendo in succesive dichiarazioni verità sempre più importanti e pregnanti per la vita del cristiano fino ad affermare entrambi che dunque la vita, la luce , l’acqua che spegne la sete è Cristo ,il Messia.

Anche se poi i due episodi nella sostanza divergono perché il primo è un dialogo tra Gesù e la donna samaritana , il secondo è un vero processo nel quale, tra l’altro Gesù è assente per buona parte della sua durata.

Le prime letture delle domeniche di Quaresima richiamano in modo articolato le diverse tappe della Storia della Salvezza, orientata a Cristo: l'umanità delle origini (I domenica), la vocazione di Abramo (II domenica), il popolo d'Israele che nel deserto Dio disseta con l'acqua sgorgata dalla roccia, simbolo di Cristo (III domenica). La quarta domenica dunque ci invita a tornare a vedere perché vedere, infatti, e'' toccare il cuore dell'invisibile: "L'essenziale è invisibile agli occhi" come si dice anche ne Il piccolo Principe.

Infine nel MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2011 “Con Cristo siete sepolti nel Battesimo, con lui siete anche risorti” (cfr Col 2,12) si legge

La “domenica del cieco nato” presenta Cristo come luce del mondo. Il Vangelo interpella ciascuno di noi: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. “Credo, Signore!” (Gv 9,35.38), afferma con gioia il cieco nato, facendosi voce di ogni credente. Il miracolo della guarigione è il segno che Cristo, insieme alla vista, vuole aprire il nostro sguardo interiore, perché la nostra fede diventi sempre più profonda e possiamo riconoscere in Lui l’unico nostro Salvatore. Egli illumina tutte le oscurità della vita e porta l’uomo a vivere da “figlio della luce”.


Eremo Via vado di sole, L’Aquila,
domenica 3 aprile 2011

venerdì 1 aprile 2011

SILLABARI : Denaro e shopping compulsivo

SILLABARI : Denaro e shopping compulsivo


Una delle caratteristiche della società moderna è la presenza di un diffuso atteggiamento consumistico e di una tendenza ad incoraggiare il comportamento d’acquisto, spesso alimentando falsi bisogni che hanno gradualmente trasformato il possesso del prodotto in una vera e propria fonte di felicità, in uno strumento per costruire una identità sociale accettata e gradita, considerando lo shopping persino una tecnica per scaricare le tensioni di una giornata difficile.

Una conseguenza di questa condizione sociale generale è rappresentata dall’estrema difficoltà a segnare il confine tra acquisto normale e patologia dell’acquisto; pertanto i fenomeni di acquisto compulsivo, definiti anche consumopatie, come la sindrome da shopping, rappresentano spesso il risultato dell’incontro e intreccio tra una manifestazione del disagio individuale e uno stile di vita proposto, alimentato ed esaltato a livello sociale, in una società in cui si fa sempre maggiore spazio l’acquisto del superfluo.


Di questi temi ne parlano due libri , rispettivamente di uno psichiatra Vittorino Andreolì. e di uno psicologo cognitivo, Paolo Legrenzi. Il primo si intitola Il denaro in testa (Rizzoli), il secondo I soldi in testa (Laterza), ma non potrebbero essere più differenti. Mentre Andreoli afferma che il fatto di avere i soldi in testa è un male tipicamente contemporaneo,Legrenzi sostiene che noi abbiamo davvero i soldi in testa, e da sempre, proprio come abbiamo in testa la scrittura e la lettura: sono dotazioni specifiche della mente umana che si proietta nel mondo costruendo arte, religione, politica, filosofia e quella quintessenza degli oggetti sociali che è il denaro. Se le cose stanno così, se il denaro è necessariamente nella nostra testa prima ancora di essere nel mondo, il nostro rapporto con i soldi è davvero lo specchio dell'anima di tutti, e non solo di Arpagone o di Paperone. E ci rivela quanto siamo inclini a sbagliarci, con errori inevitabili, perché, come diceva lppo.crate, "la vita è breve, l'arte è lunga, l' occasione fuggevole, l'esperimento pericoloso, il giudizio difficile".

Per esempio, comprare azioni è il modo più conveniente per investire i propri risparmi. Ma per un immortale o almeno per uno che abbia un'aspettativa di vita superiore ai cento anni, perché le borse alla lunga crescono sempre, però in tempi lunghissimi. Inoltre le azioni hanno un altro difetto: apprendiamo tutti i giorni, dai listini di borsa, il loro valore. Come risultato, siamo informati in tempo reale delle loro vicissitudini, e possiamo facilissimamente cedere alla tentazione di venderle proprio nel momento sbagliato. Cosa che non ci verrebbe mai in mente,se come moltissimi italiani possediamo una casa che crediamo aumenti di valore ,mentre sono i nostri stipendi che si abbassano.”

Ma lo shopping compulsivo o sindrome da shopping rappresenta un disagio psicologico e comportamentale caratterizzato da una tendenza a manifestare vere e proprie crisi di acquisto, una forma di mania delle spese che, nei primi anni in cui è stato descritta, ha fatto guadagnare a questo disturbo anche il termine di oniomania o mania del comprare (Kraepelin E., 1915).


Il comportamento incontrollato viene interpretato come un modo per rivivere un conflitto che ripropone sentimenti infantili , come l’impotenza, la vergogna e la colpa, al fine di tentare di controllarlo ad ogni nuovo episodio di acquisto coatto. L’acquisto compulsivo sembra inoltre rappresentare un tentativo di compensare alcuni desideri infantili repressi, mettendo in atto un comportamento socialmente sostenuto e accettato.

Un altro aspetto psicologico particolarmente evidente in questo disagio riguarda la presenza di un continuo tentativo di riempire un vuoto interiore , manifestata attraverso l’acquisto ripetuto che esprime ciò che si desidera essere ma che, come in un circolo vizioso, ripropone i medesimi vissuti di mancanza interiore che non possono essere colmati attraverso gli elementi esterni.

Questo aspetto è particolarmente evidente nello sforzo di acquistare aspetti interiori attraverso centinaia di libri, spesso comprati per cercare risposte alle domande che sono rimaste inascoltate. In relazione ad alcune dinamiche familiari pregresse, non è raro che si manifestino anche dei tentativi, da parte del compratore compulsivo, di trovare un genitore, reale o simbolico, che si assuma la responsabilità di riparare al danno economico, un atteggiamento che mostra la frequente situazione di stallo nel processo di autonomizzazione, che si esprime anche attraverso l’acquisizione di un potere economico. Inoltre, spesso le persone propense al consumo compulsivo sono state abituate a vivere con dei genitori che hanno sempre manifestato il loro affetto mediante attenzioni materiali che, di conseguenza, vengono ricercate sia nell’acquisto ripetuto, che nelle richieste di aiuto per riparare ai debiti contratti a fronte dell’esasperata attività di shopping.


La dipendenza , espressa prima nei confronti del consumo e poi attraverso la ricerca di aiuto nel gestire le difficoltà economiche, mostra come questo tipo di disturbo spesso sia l’esito di un’educazione che trasmette l’idea di essere incompetenti, un aspetto che ha portato a parlare di patologia dell’autonomia, dal momento che il disagio esprime una distorsione dell’autonomia che, attraverso una transitoria ricerca di libertà, riporta puntualmente alla dipendenza.

L’acquisto, in questo disturbo, è legato a prodotti che esprimono indirettamente il pensiero su di sé nonché il desiderio di modificare parti di sé concrete o intangibili, riempiendo quello che è stato definito il Sé vuoto o Empty Self (Cushman P., 1990 ).

Va, infine, ricordato che un elemento importante che frequentemente stimola l’acquisto è l’ansia che può rappresentare una condizione di partenza che spinge a cercare di scaricare la tensione psicofisica in eccesso. Per tale ragione un training di rilassamento si può rivelare spesso un ottimo punto di partenza per cominciare a gestire il problema, diminuendone la frequenza.

Bibliografia

  • Christenson G.A., Faber R.J., De Zwaan M., (1994). Compulsive buying: descriptive characteristics and psichiatric commorbility, Journal of Clinical Psychiatry, 55, 5-11.
  • Pallanti S., Koran L., (1995). Disturbi del controllo degli impulsi NOS e SSRI: il Citalopram nel Pathological Gambling e Compulsive Shopping, Italian Journal of Psychopathology, 9, 1-9.
  • Alonso-Fernandez F., (1996). Trad it. Le altre droghe , Edizioni Universitarie Romane, Roma, 1999.
  • Pani R., Biolcati R., (1998). Shopping compulsivo , Edizioni Quattroventi, Urbino.
  • Caprara G.V., Barbaranelli C., (2000). Capi di governo Telefonini Bagni schiuma , Raffaello Cortina .

Per lo shopping vedi anche http://www.benessere.com/psicologia/arg00/sindrome_da_shopping.htm


Eremo Via vado di sole , L’Aquila,
venerdì 1 aprile 2011

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI : Michele Sovente

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI : Michele Sovente

Pensando al prossimo sei aprile , a due anni dal terremoto del 2009, ho riletto alcune poesie di Michele Sovente il terzo,insieme a Achille Serrao e Tommaso Pignatelli, dei grandi poeti contemporanei napoletani neodialettali . Parlano di mattoni e pietre, parlano della disintegrazione ma anche della ricostruzione della città , una città fuori ma anche dentro ciascuno di noi. Poesie che sento vicine a questo anniversario

Michele Sovente viveva nei Campi Flegrei, a Cappella, dove era nato nel 1948. Insegnava all'Accademia di Belle Arti di Napoli e se n’è andato proprio qualche giorno fa .

Ha pubblicato quattro libri di poesia: L'uomo al naturale (Vallecchi, 1978), Contropar(ab)ola (ivi, 1981), Per specula aenigmatis (Garzanti, 1990), Cumae (Marsilio, 1998, Premio Viareggio).

Da Specula aenigmatis è stato tratto per Radiotre, 1990, il radiodramma In corpore antiquo, regia di Giuseppe Rocca.

Nel 2001 la giuria del Premio Elsa Morante / Comune di Bacoli, presieduta da Dacia Maraini, ha assegnato un riconoscimento speciale alla sua attività poetica. Suoi versi e contributi critici sono apparsi tra l'altro su «Alfabeta», «Poesia», «Linea d'ombra», «Paragone», «Nuovi argomenti», «Corriere della Sera».

Chiuóvo sbattuto ’ncasato

’int’ ’u muro, ’a càucia

tremma, se ne care nu piézzo

uócchie e mmane ammarciano

’nzieme, nu sgarretiélle abbasta

pe’ se sentì comme fò male

’u martiéllo.

Chiodo picchiato pigiato

nel muro, la calcina trema,

se ne stacca un brandello,

occhi e mani lavorano insieme,

basta un piccolo errore

perché si senta come fa male

il martello.

’I rriggiòle

Senghiàte trèmmano ’i rriggiòle

quanno ce cammini, tutt’ ’a casa

abballa, na casa ca ’ncuórpo tène

tanta patimiénti, sèggie e spiécchje

se gnótteno póvere e vvócche sgrignate.

Nu curtiéllo passa pe ddinto

‘i ppacche ’i muri, nu ciato fino fino

comme r’auciélli affucati, pe ssótto

’i rriggiòle ’mbaranza se mòveno

e scròccano ’i ccòse (o ll’ómbre?)

r’ ’u piano accanto. E quanta

córe lònghe e nnére, quanta vermicciùli

èsceno ’i nòtte ra fòra ’i rriggiòle

pe te zumpò ’ncuóllo int’ ’u suónno!

Le piastrelle.

Tremano lesionate le piastrelle

appena ci cammini, tutta la casa

balla, una casa che ha in seno

tanti patimenti, sedie e specchi

inghiottono polvere e bocche oscene.

Un coltello attraversa tenace

le pareti, un fiato sottile sottile

come di uccelli affogati, sotto

le piastrelle a schiere si muovono

e scricchiolano le cose (o le ombre?)

del piano attiguo. E quante

code lunghe e nere, quanti vermiciattoli

sbucano di notte dalle piastrelle

per saltarti addosso nel sonno!

Abbrucia abbascio

Abbrucia abbascio

abbrucia

ràreche stòrte

’a bbèstia

càuci vótta e mmuórzi

zòccole morte

abbascio

nu viénto sicco abbrucia

sbatteno porte e ffinèstre

’a léngua màzzeca

sulo ’a sputazza

ca ’nganna abbrucia

abbascio ...

Brucia in basso.

Brucia in basso

brucia

storte radici

la bestia

scalcia e azzanna

zoccole morte

in basso

un vento secco brucia

porte e finestre sbattono

la lingua mastica

solo saliva

che la trachea brucia

in basso ...

Néglia

“Mbrónte sbatte sèmpe ’u stesso

chiuóvo, ’u penziéro

ca ’i ccose, strujènnose, na specie

’i néglia spànneno pe’ ll’aria addó

’i muórte e ’i vive

s’amméscano, tutto chéllo

ca nun ce stò cchiù e chéllo

c’à dda venì.

Che s’annascónne rint’ ’u stipo?

Comme fò ll’acqua

a se carriò appriésso ’a luce

e ll’ombre r’ ’u munno?

’Nzisto ’mbrónte sbatte ’u rummóre

r’ ’i rrammère ca nu viénto

’nzisto sbatte: e tu pe’ dinto

’a‚ stessa néglia vaje

penzanno a tutto chéllo ca nun ce stò cchiù

e a chéllo c’à dda venì.

Nebbia.

Batte alle tempie sempre lo stesso

chiodo, il pensiero

che, consumandosi, le cose una sorta

di nebbia spandono nell’aria dove

i morti e i vivi

si confondono, tutto quello

che non c’è più e quello

che deve arrivare.

Cosa si nasconde nello stipo?

Come fa l’acqua

a trascinarsi dietro la luce

e le ombre del mondo?

Batte ostinato alle tempie il rumore

delle lamiere che un vento

ostinato agita: e tu dentro

la stessa nebbia vai

pensando a tutto quello che non c’è più

e a quello che deve arrivare.

I nùmmere

Liéve chésto e miétte

chéllo: na fràveca pe’ nu ciardino,

nu funnàle pe’ nu specchio,

tutto ll’oro r’ ’u munno

pe’ ll’ammore. Chéllo ca jèsce fòra,

all’ùrdemo, è na vranca

’i vriccìlle ca te pógneno

’i ccarne, na lònga funa

assaje longa

ca nun saje cchiù addò furnésce.

E p’ ’u ttroppo cuntò

raje ’i nùmmere, piénze a luvò

na serie ’i zzere pe’ puté arrivò

a n’ata storia. ’I nùmmere

so’ nùmmere e cchiù cirche

’i t’ ’i lluvò ra tuórno e cchiù

isse te mètteno paura.

I numeri

Togli questo e metti

quello: una casa per un giardino,

un fondale per uno specchio,

tutto l’oro del mondo

per l’amore. Ciò che spunta fuori,

infine, è un pugno

di sassolini che ti pungono

la carne, una lunga fune

lunghissima

che non sai più dove finisce.

E per il gran contare

dài i numeri, pensi a togliere

una serie di zeri per poter giungere

a un’altra storia. I numeri

sono numeri e più cerchi

di mandarli via e più

loro ti fanno paura.

Eremo Via vado di sole ,L'Aquila, venerdì 1 aprile 2011