
MIRABILIA URBIS . L’Aquila : la fontana delle 99 cannelle
Il FAI ,Fondo Ambiente Italiano , nel suo programma di restauro di monumenti e di valorizzazione di ambienti ha proposto per l’anno 2010 due suggestivi paesaggi : Il bosco di S. Francesco in Umbria e la fontana delle 99 cannelle a L’Aquila. In quest’ultimo caso l’attenzione su questo monumento vuole essere proprio un auspicio e un augurio perché l’intero centro storico di L’Aquila possa tornare alla sua vita originaria con un’accorta opera di restauro e ridefinizione degli ambienti

Mi è sembrato utile allora condividere la pagina che qui trascrivo e che è stratta dal mio “Il chiostro e le mura” volume dedicato alla storia di L’Aquila pubblicato qualche anno fa con l’editrice Qualevita di Torre dei Nolfi vicino Sulmona.

“L’acqua, le fonti nella fantasia della gente della città è il mito della fondazione ,ricostruito dalla storiografia cittadina in testi cinquecenteschi di Pandolfo Collenuccio e Giuseppe Caccio che maturano le esperienze dei cronisti tre-quattrocennteschi. “
Nel ‘Compendio’, che è degli anni 1527-1539, Collenuccio dice che la città fu fondata dopo la distruzione di Amiterno e vi si cominciò a tenere il mercato “ per essere luogo commodo per fertilità dei pascoli e comodità dell’acque per le molte fonti “
Lo stesso toponimo Acculè, ad Aquas , indica dov’è l’origine della città: presso l’odierna Rivera, vicino al fiume. Le acque della Rivera, del fiume Aterno, serviranno alla città per i mulini , per la lavorazione della lana, per le conce.

Ed è Buccio di Ranallo che ci fa sentire questo elemento della città con la sua descrizione palpante, carica e allo stesso tempo scorrevole e godibile:
Tanta era la gente che in quillo loco stavano
dell’omini e de femmine che roba ci portavano ,
de prete e calce e rena a quelli che cavavano
e delli manuali a quilli che muravano.
Non se potria contare per null’anima vivente,
non se vendia in L’Aquila nulla cosa niente;
tutta già ne li colli a vennere la gente;
stavano come l’oste che stesse ascisamente.
Loco erano panicocole e multi tavernari,
pizzicarole assai, saturi e calzulari;
tromme ed altri soni co’ multi giullari,
de ciò che tu volivi se avivi denar.
Tanto d’adoperaro ch’ecco l’acqua menaro,
de cannoli de lino che da piedi li ferraro
e con le funti fatte de lino comenzaro
a modo de tinaccio e multi anni duraro.


Le reformazioni del 1504 definiscono l’acqua “ il primo gioiello della città”
Una città di fonti e di acqua dunque che diventa oggetto di culto e simbolo rituale di rinnovamento
[ Come dunque sta per accadere secondo il progetto di restauro da parte del Fai della Fontana delle 99 cannelle ]
Già la fontana . Quella fontana rappresentò e rappresenta il rinnovamento della città su un patto di solidarietà .. Ideata e costruita da Tancredi da Pentima nel 1272 per ricordare l’unione dei 99 castelli con il tipico rivestimento bianco e rosso, i colori araldici della città, compendia nel suo immaginario fisionomico , uomo , natura e società.


Tutto come ricorso e rincorsa verso l’identità del giuoco di raccontare e raccontarsi, di proiettarsi fuori , nell’universale senza parole, attribuendo al mascherone valori individuali e sociali.
Ma anche valore apotropaico come al mascherone di Via Roma (attuale) ,mascherone in pietra che mostra la lingua che sta ad indicare il pene ,organo capace di scongiurare il “ negativo esistenziale”

A guardia della purezza dell’acqua , della purezza di un elemento che sgorga da una cannella chiaro riferimento ad un fallo stilizzato , chiaro riferimento alla vitalità di un elemento prezioso, essenziale alla vita.
E poi anche un po’ di mistero. Nel contesto della Fontana delle 99 cannelle l’acqua diventa anche un simbolo di mistero per quella sua provenienza segreta che ne costruisce un altro fascino “
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