mercoledì 15 aprile 2015

Ad ovest di Santa Barbara


 

di Valter Marcone

"Santa Barbara amore mio" è il titolo della mia prima raccolta di poesie, pubblicata tanti anni fa.
Quando negli anni ottanta dello scorso secolo sono venuto a vivere a L'Aquila, dopo un breve soggiorno a via Acquasanta ho trovato casa a Santa Barbara. E lì, pur con qualche spostamento, sono rimasto ad abitare fino al giorno del terremoto. Un quartiere che per me è divenuto, nel tempo, il territorio dell'anima, l'immagine speculare di una città.

Il primo insediamento moderno, popolare, a ridosso del centro storico, con esigenze, bisogni e necessità che erano quelli di chi ci abitava. Mezzi di trasporto pubblici, verde attrezzato, traffico da controllare, servizi. Ma anche un incontro di umanità alla periferia di un centro storico (passando per via Roma si raggiungono a piedi i Quattro Cantoni in dieci minuti), una periferia con storie di periferia che possono apparire a volte di confine.

Il blog http://osservatoriodiconfine.blogspot.it/ è nato molti anni dopo grazie però a quella esperienza, nel tentativo di recuperare un mondo che andava scomparendo. Dopo trenta anni, alla fine del primo decennio del duemila, Santa Barbara era un altro quartiere.

Dopo il terremoto sono tornato più e più volte a Santa Barbara e nel silenzio delle finestre buie dei suoi edifici e delle sue strade, a volte ingombre di suppellettili abbandonate, ho riascoltato tante volte quelle voci, quei suoni, quei rumori che ne avevano fatto un quartiere vivo, ricco, una terra alle soglie del cuore, una terra a volte disarmonica eppure piena di accordi ancora vibranti, malgrado lo sconsolato sfacelo operato dal terremoto sui suoi muri, le sue porte, le sue finestre, i suoi giardini inselvatichiti, i suoi pavimenti e tetti schiantati.

Oggi Santa Barbara è stata quasi interamente ricostruita. Dalle voragini degli abbattimenti sono risorte quelle abitazioni, quelle piazzette, quei luoghi che parlano però un altro linguaggio. Sono in sostanza l'immagine anticipata di quello che sarà il centro storico ricostruito dell'Aquila.

Io non tornerò a vivere a Santa Barbara, come molti aquilani non torneranno a vivere a L'Aquila. "Ritorno a Santa Barbara" è dunque un ideale cammino, seppure per momenti e per immagini, per arrivare, con le poesie che saranno pubblicate nelle prossime settimane, ad un nuovo anniversario della data del terremoto nella speranza che siano semi e radici per guardare avanti ma anche per voltarsi indietro e aiutare chi si è attardato, chi non ce la fa, chi ha paura e chi è sfiduciato a riguadagnare il cammino. Che la strada si fa camminando.

Ad ovest di Santa Barbara

Ad ovest di Santa Barbara
ci sono le colline e poi le montagne;
sono venute anche qui
a visitarci le nuvole di Santa Barbara
e mentre mandiamo baci all'aria
diventano un'anima bianca
vestita di bianco con la sua profonda
profonda solitudine dentro.
Sono tornato a Santa Barbara
con una preghiera dentro al cuore,
diceva: dove posi i piedi tu
possa germogliare il colore dell'aria,
il sapore del vento, il calore
della nostra utopia. Se non disegni
la storia oggi non avviene domani.
Santa Barbara è tutta illuminata
nel recitativo delle cose
trattenute come le note dal pedale
d'un pianoforte e se la vita
mi ha trasformato in un vagabondo
a Santa Barbara ritorno
per camminare le alte montagne
le lune e il sole e imparare
a scrivere di nuovo le parole
prato, verde, cicale
per far entrare il giardino nel cielo.
Santa Barbara ti senti forse
una città, una strada?
Tu sei una soffice vela
qualcosa di rosa nei muri
ora raddrizzati, vestita da sposa
da sposa vestita,
smetti però di trasalire dentro, dentro
di te un brivido
per le parole senza tremito
dentro di te deprecazioni di scoperte,
quelle del cuore. Il cuore
sa lui di me
e di te Santa Barbara.

sabato 4 aprile 2015

Dario Antiseri Il sapere umanistico salverà le democrazie




Nonè vero che gli ingegneri possono fare a meno di filosofia, arte e letteratura:a volte un romanzo fa capire più cose di una formula scientifica

Ben pochi, ai nostri giorni, abbracciano ancora il pregiudizio del più rozzopositivismo, stando al quale le discipline umanistiche, diversamente dallescienze naturali, non sarebbero affatto in grado di offrire autenticheconoscenze, nel senso che esse consisterebbero unicamente in cumuli di vuotaretorica o in espressioni di passioni scritte al verbo indicativo. E, tuttavia,come è apparso anche dai recenti «processi al Liceo classico», un’altrainsidiosa e apparentemente convincente accusa è stata sferrata contro lediscipline umanistiche e, di conseguenza, contro una presunta e dannosainattualità del Liceo classico: certo, le discipline umanistiche offronoconoscenza, solo che si tratta di «conoscenza superflua».


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L’accusaè pur grave, ma è essa anche valida? Nel suo recente lavoro Non per profitto.Perché le democrazie «hanno bisogno» della cultura umanistica, Martha Nussbaumfa presente che «non c’è nulla da obiettare su una buona istruzionetecnico-scientifica». Ma subito dopo confessa di sentirsi preoccupata per ilfatto che «altre capacità altrettanto importanti stiano correndo il rischio discomparire nel vortice della concorrenza: capacità essenziali per la salute diqualsiasi democrazia al suo interno e per la creazione di una cultura mondialein grado di affrontare con competenza i più urgenti problemi del pianeta». Etali capacità – ella prosegue – «sono associate agli studi umanistici eartistici: la capacità di pensare criticamente, la capacità di trascendere ilocalismi e di affrontare i problemi mondiali come "cittadini delmondo"; e, infine, la capacità di raffigurarsi simpateticamente lacategoria dell’altro ».

Da qui, l’imprescindibilità, nella formazione dei giovani, dell’insegnamentodella filosofia, della storia e della letteratura. «Ciononostante – annotaamaramente la Nussbaum – gli studi umanistici, l’arte e persino la storiavengono eliminati per lasciar spazio a competenze che producono profitti chemirano a vantaggi a breve termine». Solo che, «quando ciò avviene, le stesseattività economiche ne risentono, perché una sana cultura economica ha bisognodi creatività e di pensiero critico, come autorevoli economisti hannosottolineato». E tra questi – e non è il solo – c’è il premio Nobel perl’economia Edmund S. Phelps, il quale soltanto pochi mesi fa ha ribadito che«le economie oggi mancano di spirito di innovazione.

I mercati del lavoro non hanno solo bisogno di maggiori competenze tecniche, marichiedono sempre più soft skills come la capacità di pensare in modo fantasioso,di elaborare soluzioni creative per risolvere problemi complessi, di adattarsia circostanze mutevoli e a vincoli nuovi». Ed ecco, allora, che «un primo passonecessario è quello di reintrodurre le materie umanistiche al Liceo e nei corsidi studi universitari. Studiare letteratura, filosofia e storia saràd’ispirazione ai giovani che aspirano a una vita ricca, una vita che permettaloro di offrire dei contributi creativi, innovativi alla società». Viene qui dachiedere a tutti gli scientisti e a quegli economisti nostrani con toga dapubblici ministeri nei processi al Liceo classico: è in errore Phelps? Sonosulla cattiva strada Stati come la Cina e Singapore, dove sono state attuatevaste riforme dell’istruzione tali da conferire maggiore centralità agli studiumanistici sia nell’istruzione di base che in quella superiore? «L’arte e lastoria – ha scritto Ernst Cassirer – sono gli strumenti più validi perun’indagine sulla natura umana. Senza queste due fonti di informazione, checosa si potrebbe conoscere dell’uomo? [...] Sia la storia che la poesia sonoorgani per la conoscenza di sé, strumenti indispensabili per la costituzionedel nostro universo umano».

E, con Cassirer, Noam Chomsky: «Si imparerà sempre di più sulla vita dell’uomoe sulla sua personalità dai romanzi che non dalla psicologia scientifica». Ladispotica dicotomia tra "cognitivo" (o scientifico) ed"emotivo" (o artistico) è, come ha mostrato Nelson Goodman,semplicemente inconsistente: «L’esperienza estetica e quella scientifica hannoentrambe un carattere fondamentalmente cognitivo». Ebbene, di questo ingentepatrimonio di "conoscenza artistica", della portata formativa della"disputa filosofica", della consapevolezza offerta da quel saperestorico senza del quale non sappiamo chi siamo e come siamo diventati quelloche siamo, ebbene, di tutta questa umana ricchezza intellettuale e moraledobbiamo forse defraudare i nostri giovani e soprattutto quelli che, lasciandoil Liceo scientifico, frequenteranno corsi universitari ad esclusiva improntatecnologica e naturalistica?

È fuor di dubbio vero che non si può essere ricchi e stupidi per più d’unagenerazione, per cui è pienamente giustificata l’attenzione alla ricerca e allaistruzione tecnico-scientifica. Ma poiché «nulla vi è di più pratico che unabuona teoria», sarà bene tener presente quanto ammoniva John Dewey, e cioè che«non ci si guadagna molto a tenere il proprio pensiero legato al palo dell’usocon una catena troppo corta». Da qui una doverosa e attenta riflessione sul dibattutoproblema dei rapporti scuola-lavoro, nel preciso senso che dalla scuola nondovrebbero uscire giovani che abbiano appreso un mestiere, ma giovani che sianoin grado di poter cambiare mestiere. D’accordo, potrà, a questo punto, forsedire anche più d’un incallito "scientista"; solo che costui siaffretterà ad avanzare la proposta che i giovani del Liceo classico venganoalmeno liberati da quella antica e mai scongiurata tortura costituita dalle"infinite" e "inutili" versioni di greco e di latino. Eppure,guarda caso, fu proprio un matematico ed epistemologo come Giovanni Vailati adaffermare che l’insegnamento del latino nelle scuole secondarie italiane«rappresenta una opportunità unica, e della quale avremmo gran torto di nontrarre tutto il possibile partito».

Ma, a parte questa autorevole testimonianza, quanto sull’argomento va fattonotare è che, se sono nel giusto Popper e Gadamer (e non solo loro,ovviamente), allora pratiche didattiche tradizionalmente legate alle disciplineumanistiche come il tema argomentativo, il riassunto, tentativi di storiografialocale e soprattutto le versioni di greco e di latino sono autentico lavoro diricerca, lavoro scientifico in quanto soluzioni di problemi e non esecuzioni diesercizi. E se l’esercizio addestra, è il problema che forma. E, allora, nonsarà che – laddove gli esercizi, per esempio di matematica o di fisica, vengonotante volte camuffati da problemi – in qualche Liceo scientifico della nostraPenisola, l’unica pratica scientifica resta la versione di latino? (D.Antiseri)

Fonte: Avvenire, 5 febbraio 2015

EremoRocca S.Stefano sabato 4 aprile 2015