giovedì 29 dicembre 2011

SILLABARI : Politica uno .Una politica a corto di idee SILLABARI : Politica due .La debolezza dei partiti

SILLABARI  :   Politica  uno  .Una politica a corto di idee

Forse esagero, ma è da cinquant'anni che dalla politica italiana non nasce una sola idea. Siamo partiti con il Bipartitismo Imperfetto di Giorgio Galli, dove «imperfetto» stava per dire che non c'era alternanza al potere. È sì un difetto. Ma sin da allora facevo notare che i Paesi senza alternanza di governo erano parecchi, specialmente il Giappone, che pure è stato per lungo tempo un Paese di prima fila.

Poi si è affermata l'idea che se un Paese non aveva una struttura bipolare non poteva funzionare. Per anni ho cercato di spiegare che una struttura bipolare (tipo destra-sinistra) veniva di solito da sé, che era fisiologica. Chi si prova, ogni tanto, a dichiararsi «terzo polo» è un politico spiazzato dagli eventi. D'altronde, i sistemi bipolari hanno spesso bisogno di un piccolo partito intermedio di sostegno. Come in Germania.

Qual è, allora, lo scandalo italiano? È che non abbiamo il voto di preferenza. Lo avevamo, ma a furor di popolo venne cancellato da due referendum. Non era un secolo fa, eppure ce ne siamo dimenticati. E ci siamo anche dimenticati perché non funzionò allora, e perché funzionerebbe ancora peggio se ripristinato. In passato la prassi costante, tra gli scrutatori dei seggi, era di controllare attentamente i voti di lista ma di consentire a sé stessi di aggiungere crocette di preferenza ai raccomandati del proprio partito. Oggi siamo più smaliziati. Così è ancora più sicuro che il votante non riuscirà quasi mai a eleggere chi voleva. Eppure ci crede.

In questo cinquantennio la vera novità è invece passata inosservata. Nel 1918 Max Weber scriveva un saggio, La politica come professione, che è illuminante già nel titolo, e che stabilisce una volta per tutte qual è il problema. Questo: che si è man mano consolidata e moltiplicata una popolazione che vive di politica e che non sa fare altro. Se perde il posto o le entrature nella «città del potere», allora resta disoccupato: o politica o fame. È evidente che la politica come professione è una inevitabile conseguenza della entrata in politica delle classi povere. Finché l'accesso al potere era ristretto ai benestanti, il cosiddetto «politico gentiluomo», non si faceva pagare. Non ne aveva bisogno. Ma i nullatenenti, invece, sì.
Va da sé che il politico di professione esiste oramai un po' dappertutto. Ma da noi con una virulenza inedita che ci assegna tra i Paesi più corrotti al mondo (al 69° posto).

È che da noi mancano le controforze politiche, manca un vero pluralismo politico. Il fascismo ha favorito lo sviluppo di quelle che oggi ci siamo abituati a chiamare lobbies , ovvero corporazioni di interessi economici. Dopodiché il dopoguerra ci ha restituito un sindacalismo largamente massimalista. Mentre nel 1959 i sindacati tedeschi ripudiavano a Bad Godesberg il sindacalismo rivoluzionario e da allora collaborano con le aziende, noi continuiamo il rito di inutili e dannosi scioperi.

Il punto è, allora, che lo strapotere della nostra casta di politici di professione non si imbatte in vere controforze che lo combattono. Noi siamo precipitati nel momento in cui la stupidità della sinistra, allora di D'Alema e di Violante, ha consegnato il Paese a Berlusconi regalandogli tutta o quasi tutta la televisione.

Giovanni Sartori  Il Corriere della sera 27 dicembre 2011

SILLABARI  :  Politica  due    .La debolezza dei partiti

Ha ragione il presidente Napolitano: in Italia non c'è alcuna «democrazia sospesa». Chi lo dice non sa ciò di cui parla. Ma c'è, eccome!, una crisi gravissima della democrazia parlamentare: cioè di quella specifica forma di democrazia adottata sessanta anni fa dalla nostra Costituzione - sia pure con alcune modifiche non decisive (principale delle quali l'esistenza di una Corte costituzionale) - e che si sostanzia per l'appunto nell'assoluta centralità del Parlamento.

La realtà e il motivo primo di tale crisi sono presto detti. Stanno nel fatto che il Parlamento - il quale, è bene ricordarlo, resta pur sempre il solo organo del potere legittimato in via diretta dalla sovranità popolare - non solo non è più al centro del processo politico reale, ma non è più al centro di nulla: neppure del processo di formazione delle leggi, essendo perlopiù divenuto, ormai, solo una sede passiva di convalida e ratifica di decisioni prese comunque altrove.

Questo è quanto è più o meno accaduto, beninteso, in quasi tutte le democrazie. Ma con un'importante differenza. Mentre altrove, infatti, lo storico declino del Parlamento è andato sì di pari passo con un aumento del potere di fatto dei partiti, ma si è comunque accompagnato anche a un aumento delle prerogative del governo e/o del suo capo (dal dominio sull'agenda dei lavori parlamentari alla preminenza assoluta del premier nei confronti degli altri ministri, fino al potere di sciogliere le Camere o di essere sfiduciato ma solo previa indicazione da parte del Parlamento del suo successore) solo in Italia, invece, il suddetto declino parlamentare si è accompagnato a una crescita esclusivamente del ruolo e del potere dei partiti. Sarà pure da ricordare che proprio la crisi storica della centralità del Parlamento ha motivato altrove, in un gran numero di casi, l'adozione di sistemi di democrazia presidenziale o semipresidenziale. Solo in Italia, invece, come dicevo, siamo sempre rimasti formalmente in una condizione di classica democrazia parlamentare, ma con l'intero potere politico nelle mani dei partiti, di fatto padroni assoluti del Parlamento. E con esso del governo, alla completa mercé delle maggioranze partitiche.

È stata questa, per l'appunto, la stagione del lungo dopoguerra, della partitocrazia dominatrice della Prima Repubblica. Ma con la fine di quest'ultima, dopo il crollo del muro di Berlino e dopo le inchieste di Mani pulite, è accaduto che la forza e il prestigio dei partiti siano andati rapidamente declinando fino a diventare l'ombra di ciò che erano. È a questo punto - si tratta della fase nella quale siamo immersi da anni - che si è creato un vuoto gigantesco: con un Parlamento espropriato da sempre, con i partiti ridotti allo stato evanescente, con un presidente del Consiglio e un governo tradizionalmente privi di poteri propri significativi. Ed è a questo punto, e per queste ragioni, che ha cominciato a diventare sempre più centrale e incisivo il ruolo del presidente della Repubblica.

Fino a diventare assolutamente determinante nell'ultima crisi di governo allorché, mentre era ancora formalmente in carica il ministero Berlusconi che aveva preannunciato le proprie dimissioni, Napolitano, nominando senatore a vita il professor Monti - prima ancora che avesse inizio qualunque consultazione con i gruppi parlamentari, per il momento ancora detentori formali del potere di convalida - ha reso evidentissime le proprie intenzioni e la propria designazione. Ma mettendo così i partiti, ridotti ormai allo stato larvale, di fronte al fatto compiuto, nell'impossibilità politica di rifiutare il proprio sostegno a un governo destinato ad assommare in sé, in modo singolarissimo, la duplice natura di «governo dei tecnici» e insieme di «governo di unità nazionale» (cioè del governo più politico che ci sia, quello per esempio tipico dei periodi di guerra).

In una materia così delicata è bene essere chiari, anzi chiarissimi. Il presidente della Repubblica non ha certo commesso alcun atto contro la Costituzione, men che meno ha «sospeso la democrazia». Con ogni probabilità, la sua azione - dai tratti così oggettivamente «estremi» - è valsa a riacchiappare per i capelli una situazione del Paese che forse era a un passo dall'andare fuori controllo. E che proprio perciò ha reso inevitabile il ricorso a procedure così insolite. Ma ciò non muta la sostanza: e cioè che l'equazione reale dei poteri pubblici italiani, il quadro dei loro rapporti effettivi, sono ormai lontani dallo schema disegnato nella nostra Carta costituzionale. Solo un cieco potrebbe negarlo. Nell'ambito che stiamo qui discutendo, la Costituzione «materiale» ormai vigente, le sue regole che ormai cominciano ad avere valore di «precedente», hanno, per così dire, un rapporto sempre più problematico con la Costituzione scritta del lontano 1948. Secondo il mio umile parere sarebbe una degna conclusione del settennato del presidente Napolitano se, con un solenne messaggio alle Camere, proprio lui - che di quella Costituzione ha sondato come nessun altro tutta l'elasticità interpretativa, ma sempre servendone con lealtà lo spirito - proprio lui, dicevo, indicasse agli Italiani la necessità di apportarvi le necessarie e ormai improcrastinabili modifiche.

Ernesto Galli Della Loggia Il Corriere della sera  28 dicembre 2011

Eremo Via vado di sole ,L'Aquila, giovedì 29 Dicemebre 2011

martedì 27 dicembre 2011

ET TERRA MOTA EST : Demolizioni e crolli


video
ET TERRA MOTA EST  :   Demolizioni e crolli

Via XX Settembre 79, il video ci risulta del 12 luglio 2011.
La demolizione sembra procedere a rilento, quando improvvisamente tutto l'edificio crolla in una nuvola di polvere che circonda tutto.
Una telecamera riprende le immagini mostrate. Non si registreranno feriti, quantomeno non ne siamo a conoscenza.
Dalle immagini, e dalle poche informazioni a disposizione, viene da domandarsi quanto si sia andati vicini alla tragedia nel corso della demolizione. E se le modalita' previste siano state le più idonee, osservando quanto accaduto.
Fonte :  da 6 aprile.it

Eremo Via vado di sole , L'Aquila, martedì 27 dicembre 2011 

lunedì 26 dicembre 2011

BIBLIOFOLLIA : Mauritania. Le antiche Biblioteche nel deserto

BIBLIOFOLLIA  :  Mauritania. Le antiche Biblioteche nel deserto



Il tempo sta scadendo per le antiche città-biblioteche nel deserto della Mauritania. In queste oasi antichissime, dichiarate dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità, giacciono migliaia di manoscritti antichissimi, minacciati dalle termiti e dalle sabbie del deserto che avanza.
La Mauritania è stata, per molti secoli, un centro d’irradiamento culturale in cui la propagazione e l’acquisizione del sapere dominavano la vita degli uomini e costituivano un’attività di fondamentale importanza. Le vestigia storiche di città antiche come Chinguetti, Ouadane, Tichit e Oualata, classificate dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità, sono una delle espressioni visibili di questa enorme ricchezza culturale.
Posizionate nel cuore del Sahara occidentale, queste antichissime oasi nacquero inizialmente per servire le rotte carovaniere legate al grande commercio trans-sahariano, ben presto divennero centri d’insegnamento religioso, dove fiorirono moschee e mederse, scuole coraniche, la cui fama indiscussa si diffuse sino alla lontana Arabia.
In questo quadro particolare sorsero numerose biblioteche, le cui migliaia di manoscritti, riguardanti più campi del pensiero umano, dalla religione alla matematica, richiamarono per secoli intellettuali e studiosi da tutto il mondo arabo ed alimentarono la nascita di un’intensa attività editoriale. La generalizzazione della cultura consentì ai cittadini di ogni classe sociale l’accesso al mondo del sapere, tanto che intorno al XVI secolo, in ogni casa di queste città si trovava un erudito.

Attualmente, l’abbandono degli antichi traffici trans-sahariani, unito ad una siccità senza precedenti nel Sahara, hanno causato il declino e l’abbandono progressivo di queste capitali nel deserto. Ormai, in questi luoghi, non restano che poche anime ad abitare quello che è solo il ricordo di questo glorioso passato mentre le dune avanzano inesorabilmente minacciando la vita stessa degli uomini.
Andiamo alla scoperta di queste antiche città-biblioteche e lanciamo l’allarme di una civiltà assediata dal deserto.

Fonte  :  http://www.dakhlavision.com/Mauritania.html

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì 26 Dicembre 2011

Canzoniere . Due poesie

Canzoniere . Due poesie

1.
Lella è uno sballo

Lella  è uno sballo
dice sempre “ vaffanculo “
è innocente quando parla
delle visioni del mondo
degli ideali realizzati o creduti
non gliene frega niente.
Di Lella mi parlava un giorno
dentro la cella d’un carcere
un piccolo malvivente
piccolo perché frammento
d’un popolo di malviventi ,
quelli che vivono male
ma che mettono in discussione
il consueto  che conoscono
l’irrequieto  che sognano
quando dormono agitati. Di Lella
non ricordo  altro. Se non  il volto
di quel ragazzo dentro una cella
la sera che tentò d’impiccarsi
e non aveva voglia nemmeno
di morire.
Aveva voglia di Lella
ma era anche quello un trucco
della voglia di vivere
che si spegneva in quella cella
dove le carte celesti
del paese dell’amore per la vita
erano segnate  dai  riquadri
delle sbarre.
A ridare voce a quell’amore
oggi mi sono ricordato ,
mi sono ricordato di Lella .

2.
Sulla riva d’un giorno  

Sulla riva d’un giorno
fuori della vita ,dentro un sogno ,
al confine innocente
di irrequiete storie,
dramma  ora della  memoria
senza più pensieri da interrogare.
Ho visto una volta là dentro  il mare di cristallo
ma era tutta un’invenzione
come una fiaba, un albero colorato
una piuma che il vento sbatte
con il furore della sua forza
e c’eri anche tu.

Di te mi ricordo come in una miniatura  medievale:
il tuo volto bianco, i tuoi occhi celesti,
le labbra d’oro ,
eri la sola immaginazione che l’amore
poteva costruire
in un mare immaginario  d’amore
degli altri per te  .

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì 26 dicembre 2011

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI : Nazim Hikmet

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI  :  Nazim Hikmet


1.
"Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d' estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro."


2.
Il più bello dei nostri mari

è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello che vorrei dirti di più bello,

non te l'ho ancora detto.


3.
Ti amo come se mangiassi il pane
spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l'acqua con le labbra sul rubinetto
Ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi pieno di gioia
pieno di sospetto agitato
Ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
Ti amo come qualche cosa che si muove in me quando il
crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
Ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì 26 dicembre 2011

venerdì 23 dicembre 2011

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI : Tre poesie

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI :  Tre poesie

1.
Elementare
E c'è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra,il blu che vedi è il mare.
(Pierluigi Cappello)

 2.
Primo amore
Era una notte urbana
rosa e sufurea era la poca luce
dove,come da un muoversi dell'ombra,
pareva salisse la forma.

Era una notte afosa
quando improvvise vidi zanne viola
in un'ascella che fingeva pace.

Da quella notte nuova e infelice
e dal fondo del mio sangue straniato
schiavo loro mi fecero segreti.
[Giuseppe Ungaretti (1929)]

3.
Vola alta, parola cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza...

La cosa o la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?
(Mario Luzi)

Eremo Via vado di sole, L’Aquila, 23 dicembre 2011

Buon Natale con la cometa “Gioia d’amore “

Buon Natale con la cometa  “Gioia d’amore “

E’ apparsa per questo Natale 2011  la cometa  “ Gioia d’amore “ traduzione italiana del nome dell’astronomo che l’ha scoperta Lovejoy. Una cometa  visibile solo alle sonde . Una cometa che ha  riservato agli osservatori  una sorpresa.  Le comete  masse gassose fredde  nell’avvicinarsi al sole vengono inesorabilmente attratte dalla sua massa. Anche se il calore del sole ne scioglie una parte durante il viaggio  e  dà vita allo spettacolo astronomico  della coda  in polvere di stelle. Solo che Gioia d’amore  è riuscita a passare di lato al sole e  schivando la sua attrazione continua il viaggio negli  spazi infiniti.  Un buon auspicio dunque  per un viaggio  che continua .
La cometa Lovejoy, recentemente sopravvissuta ad un passaggio troppo radente al Sole, è stata catturata in spettacolari immagini dal comandante della Stazione Spaziale Internazionale. Dan Burbank ha visto la cometa da un punto di vista magnifico: da 386 chilometri sopra l’orizzonte terrestre.L’uomo ha descritto la cometa come ‘la cosa più incredibile che abbia mai visto nello spazio’. La cometa di ghiaccio larga 201 metri era scomparsa dietro la faccia posteriore del sole, riemergendo poi dall’altra parte.Nonostante un passaggio così radente col Sole, la cometa è sopravvissuta: a dare la buona notizia è stato il Nasa Solar Dynamics Observatory su Twitter, con il messaggio “Breaking News! Lovejoy vive! La cometa Lovejoy è sopravvissuta al suo passaggio intorno al sole per poi riemergere dall’altro lato”.Il corpo celeste è stato scoperto il 27 novembre ed è stato così rinominato dopo che un astronomo appassionato australiano l’ha scoperta. È stata classificata come ‘Kreutz sungrazer’, ovvero una classe di comete la cui orbita gira molto vicina al Sole. Queste comete sono state così rinominate in onore dell’astronomo Heinrich Kreutz del 19esimo secolo.
E un buon auspicio per questo Natale 2011.   Buon Natale,Buon Natale .

Eremo Via Vado di sole , L’Aquila, venerdì 23 dicembre 2011 

Una mattina d’autunno

Una mattina d’autunno

1.
Una mattina d’autunno  sull’Aniene

Una mattina d’autunno sull’Aniene
uno sguardo sognante negli occhi palpitanti ,
travestimenti e trasformazioni
si inginocchiano come mille visioni
con un solo palpito lungo e quieto;
le fantasticherie
immerse in un mare che batte sul davanzale
azzurro di una linea lontana
d’un paesaggio sotto il sole d’autunno
che riaccende i pastelli  scarabocchianti
alberi, case, campi , montagne
a grandi masse e contorni inespressi.
Tutto s’accende come un impasto timbrico
d’una sintassi tonale
che spreca le variazioni
e l’esplosione senza controllo alla fine
si cheta
è una mattina d’autunno  sull’Aniene
in una foto di Ida .

2.
E poi un giorno quando

E poi un giorno quando
penserai a me
dovunque io sarò
è come aver preso un treno
aspettato alla stazione per tanto tempo
con le valigie in mano
e la testa  piena di orari
e di coincidenze
per andare vicino  o lontano
non lo so ancora.
E’ come aver fermato il vento
che va e ritorna
e avergli chiesto un passaggio
per restare al mondo
anche quando la voglia è tanta
di andarsene.

Le foto sono di Ida Rossi

Eremo Via Vado di sole, L’Aquila, venerdì  23 dicembre 2011

giovedì 22 dicembre 2011

SILLABARI : Lettura

SILLABARI  : Lettura

L'atto della lettura è a rischio. Leggere, voler leggere e saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. Leggere libri non è naturale e necessario come camminare, respirare, mangiare, parlare o esercitare i cinque sensi. Non è un'attività primaria, né fisiologicamente né socialmente. Viene dopo. È una forma di arricchimento, implica una razionale e volontaria cura di sé. Leggere letteratura, filosofia e scienza, se non lo si fa per professione, è un lusso, una passione virtuosa o leggermente perversa; un vizio che la società non censura; è sia un piacere che un proposito di automiglioramento. Richiede un certo grado e capacità di introversione concentrata. È un modo per uscire da sé e dall'ambiente circostante, ma anche un modo per frequentare più consapevolmente se stessi e il proprio ordine e disordine mentale.

La lettura è tutto questo e chissà quante altre cose. È però soltanto uno dei modi in cui ci astraiamo, ci concentriamo, riflettiamo su quello che ci succede, acquisiamo conoscenze, ci procuriamo sollievo e distacco. Eppure la lettura è un singolo atto che ha goduto di un grande prestigio, di un'aura speciale nel corso dei secoli e ormai da circa tre millenni, da quando la scrittura esiste. A lungo e ripetutamente, per ragioni diverse, che potevano economiche, religiose, intellettuali e politiche, estetiche e morali, la lettura di certi testi ha avuto qualcosa del rituale. I testi di riuso, come i libri sacri, le raccolte di leggi e le opere letterarie, per essere riusati sono stati conservati e tramandati scrupolosamente. La società occidentale moderna ha trasformato e reinventato, in una certa misura, le ragioni e le modalità del leggere. Ma recentemente, negli ultimi decenni, l'atto di leggere, il suo valore riconosciuto, la sua qualità, le sue stesse condizioni ambientali e tecniche sembrano minacciate. Ne parla Italo Calvino in tono semiserio ma sinceramente allarmato nell'incipit dell'ultimo dei suoi romanzi: " Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: 'No, non voglio vedere la televisione!' Alza la voce, se non ti sentono: 'Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!' forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida…".

Si tratta dei rischi che corre la lettura. Ci sono d'altra parte i rischi che corre chi legge, soprattutto chi legge letteratura, filosofia e storia, in particolare quelle scritte in Europa e in America negli ultimi due secoli. Da quando esiste qualcosa che chiamiamo modernità – cioè la cultura dell'indipendenza individuale, del pensiero critico, della libertà di coscienza, dell'uguaglianza e della giustizia sociali, dell'organizzazione e della produttività, nonché del loro rifiuto politico e utopico – da allora leggere fa correre dei rischi. È un atto socialmente, culturalmente ambiguo: permette e incrementa la socializzazione degli individui, ma d'altra parte mette a rischio la stessa volontà individuale di entrare nella rete dei vincoli sociali rinunciando a una quota della propria autonomia e singolarità.
Società e individuo, autonomia personale e benessere pubblico sono due finalità non sempre conciliabili, a volte antagonistiche, fra cui oscilla la nostra cultura. Non possiamo fare a meno di dare il nostro assenso al bisogno di uguaglianza e al bisogno di singolarità. Ma questo duplice assenso crea un conflitto di desideri e di doveri, quando viviamo la nostra quotidianità personale e quando riflettiamo politicamente e scegliamo dei governi.

Ma è rischiosa anche la lettura dei classici premoderni, quelli che precedono, per intenderci, Shakespeare, Cervantes, Montaigne,che hanno reinventato generi letterari fondamentali come la prosa di pensiero, l'epica, il teatro. I problemi e i valori che caratterizzano la modernità occidentale, cioè libertà, creatività, rivolta e angoscia, si manifestano con chiarezza soprattutto con l'inizio del Seicento e cresceranno fino a travolgere distruttivamente la tradizione precedente, greco-latina e medievale. Un lettore attento e libero commentatore di classici antichi come Montaigne si dichiara provocatoriamente, con una sincerità forse enfatizzata, uomo senza memoria. Cervantes celebra e mostra impossibile l'eroismo antico, ormai nemico della realtà, del senso comune e follemente libresco. Shakespeare azzera e rimescola comico e tragico, alto e basso, re e buffoni, principi e becchini, eroismo e stanchezza malinconica.

Non per questo si è smesso di leggere i classici antichi: solo che la letteratura moderna non li imita più come era avvenuto fra gli umanisti e i sapienti neo-antichi fra Quatto e Cinquecento. Nel postmoderno New Age (una variante della postmodernità) il neo-antico è tornato per suggerimento di Nietzsche, in quanto polemicamente "inattuale". Quindi anche leggere gli antichi può ridiventare rischioso, almeno quando non è soltanto erudizione e archeologia: perché se è vero che per leggere, capire e interessarsi a un autore c'è bisogno di Einfühlung, di immedesimazione, anche se si tratta di Parmenide o Virgilio, è altrettanto vero che sentirsi contemporanei dei sapienti presocratici o di un classico latino può indurre una certa dose di follia anacronistica: almeno in Occidente, la cui storia ci ha spinto a elaborare e idolatrare appunto l'idea di Storia come progresso e rivoluzionamento, superamento incessante di condizioni precedenti e interruzione periodica di continuità. Non siamo in India, dove molti aspetti della tradizione si sono perpetuati così a lungo da aver inibito o reso poco interessante perfino la datazione precisa di certe loro opere classiche. Noi siamo animati, ossessionati, intossicati dall'dea di storia e dalla volontà di superare, demolire, scavalcare, dichiarare obsoleto il passato. Leggere ciò che quel passato ci dice è perciò diventato pane esclusivo per storici e filologi: viene studiato per essere tenuto a distanza, non per essere letto con immedesimazione. Alcuni neometafisici novecenteschi e attuali, restaurando continuità interrotte dalla nostra storia sociale, rischiano di mettersi in maschera, di recitare in costumi antichi antiche verità, attualizzando categorie ascetiche e mistiche di cui, nel presente, si riesce ad avere appena un'idea, in mancanza di pratiche e di esperienze adeguate.
I rischi della lettura di Alfonso Berardinelli  Il Sole 24 ore Domenica 27 Novembre 2011

Eremo Via vado si sole, L'Aquila, giovedì 22 dicembre 2011

mercoledì 21 dicembre 2011

CANZONIERE : Stornelli d’Italia

CANZONIERE :  Stornelli d’Italia


Leggere le canzoni è una questione d'accento. Perché a renderle leggere è la musica che le accompagna. Quella che fa cantare ai Baustelle «io vi amò / vi odio ma vi amo però» e ai Prozac+ «acidò acidà»; quella che porta Tiziano Ferro a spezzare la parola rima-nere con lo stesso stacco musicale che c'è tra sere e nere. Perché scrivere canzoni è una questione di ritmo, di ritmo e di rima: «è la più bella di tutte / si stacca piano dal cuore / è la più bella di tutte / ecco la rima: amore» (Stadio, Canzoni alla radio).
È per questo che i testi di canzone sono stati scritti a lungo in una lingua a parte, lirica in senso deteriore («lingua dell'opera, lingua del bel canto, che canta coi violini e gioca col suo accento», Cocciante, La nostra lingua italiana). E ancora oggi godono di una licenziosità poetica che alla poesia non è più permessa da almeno un secolo: «parla in fretta e non pensar / se quel che dici può far male / ... / tanto poi - tu lo sai - si scioglierà / come fosse neve al sol» (Negramaro, Mentre tutto scorre).
Eppure, almeno nella tradizione italiana, il cuore della canzone restano proprio le parole: «una nazione è fatta dai ritornelli che sceglie di canticchiare all'infinito», scriveva qualche anno fa Tiziano Scarpa. C'è chi dice che nell'amor le parole non contano, conta la musica; ma proprio quando pensi che sian troppe le parole, ti accorgi che sono gocce di memoria: parole, parole, parole per questo amore fatto solo di poesia (la citazione è il sintomo d'amore al quale non sappiamo rinunciare). Più che poesia popolare, i testi di canzone sono uno strano caso di poesia pop-orale. Anche messi su carta, si portano dietro la musica per cui sono nati, la loro intrinseca vocalità (mai come in questo caso, carta canta). Si portano dietro, come un codice genetico, la loro natura pop - cioè facile, diretta, leggera - di parole che spesso portiamo dentro di noi; parole che restano così, nel cuore della gente.
E Leggera è, non a caso, il titolo che Leonardo Colombati ha scelto per l'ultima sezione della sua monumentale antologia dedicata alla Canzone italiana. Storie e testi. Per chiudere quel canone (in origine una metafora musicale) che va da Salvatore Di Giacomo ad Alessandra Amoroso, e ha il suo centro nel capitolo dedicato a Fabrizio De André e Lucio Battisti. La strana coppia di cui si sottolinea la complementarità, in un parallelismo insistito che ne fa l'yin e lo yang della canzone italiana: uno «l'oracolo della sinistra», l'altro «il mito della destra»; uno autore soprattutto di testi, l'altro solo di musiche; uno che sceglie tardi di diventare un personaggio pubblico, l'altro che decide presto di non esserlo più; la morte che li coglie a pochi mesi di distanza uno dall'altro.
Fonte Il Sole 24 Ore Domenica 18 dicembre 2011

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì 21 dicembre 2011

LETTERE DALL’EREMO : Su i Meridiani gli scritti del Cardinal Martini

LETTERE DALL’EREMO  : Su i Meridiani gli scritti del Cardinal Martini


A differenza dei più numerosi colleghi laici in blu, i Meridiani celesti/celestiali dei «Classici dello Spirito» finora non avevano ospitato personaggi viventi. La regola è stata infranta con gli scritti e gli interventi del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, una sorta di mini-oceano testuale, circondato da sontuosi apparati introduttivi, esegetici e bibliografici, e capace di veleggiare verso le duemila pagine. Si è, dunque, presi da una vera e propria vertigine quando ci si affaccia su un simile paesaggio così frastagliato e sterminato, anche perché – come è noto – non pochi di questi scritti hanno avuto una genesi orale, un po' come era accaduto nei primi secoli cristiani a molti Padri della Chiesa: il loro insegnamento, la loro omiletica, le loro catechesi proclamate in pubblico venivano dai discepoli cristallizzate nelle righe dei codici.
Proprio per questa fluidità, versata su lunghi archi di tempo sia di magistero accademico o ecclesiale, sia di comunicazione a diversi livelli, balza subito all'occhio la difficoltà dell'impresa a cui si sono sottoposti i curatori Damiano Modena e Virginio Pontiggia, essendo sempre in agguato le critiche insite nelle selezioni. Altrettanto ammirevole è stato l'impegno di Marco Garzonio, il maggior "esperto" martiniano, che ha dipinto un ritratto biografico del cardinale di straordinaria acribia e di deliziosa fruibilità. A uno scrittore dalla penna felice, ma anche dalla viva sensibilità culturale, come Ferruccio Parazzoli è toccato di tracciare l'incipit della raccolta offrendo al lettore, forse smarrito, una guida che già si riassume nel titolo del suo saggio: «Martini, uomo di fede nella città dell'uomo».
Ed effettivamente il grande merito dell'insegnamento e dell'opera di questa figura che ancora incide nel nostro tessuto civile ed ecclesiale nonostante l'attuale fragilità fisica, sta proprio nell'essersi insediato nei crocevia della "città dell'uomo", srotolandovi la mappa della "città di Dio", non come antitetica ma come capace di interazione e persino di integrazione. È significativo, infatti, che scorrendo la fittissima sequenza delle pagine, attestate su registri, generi, simboli e narrazioni diverse, si riesca sempre a intuire come la fede cristiana proposta dal cardinale, pur conservando la purezza assoluta della trascendenza che le impedisce di scadere nell'ideologia o di impolverarsi nel moralismo, si fa immanente alle lacerazioni, alle controversie, alle sofferenze, alle attese, ai dialoghi della storia, anzi, della quotidianità.
In questa luce è felice il titolo del volume, pur nella sua apparenza di stereotipo. Le ragioni del credere – ammiccamento alle ragioni della speranza della Prima Lettera di san Pietro (3,15) – ci conducono, infatti, al verbo capitale della fede, "credere", sposato però con la razionalità che lo confronta con tutta la gamma delle realtà contingenti, dalla politica alla religiosità, dalla violenza al volontariato, dal disagio all'informazione, dallo scontro delle culture al dialogo sociale e interreligioso, dal lavoro alla spiritualità, dalle rilevazioni contingenti all'esegesi biblica e così via. Tutte queste tematiche fanno parte degli anni biografici di Martini, anni che coprivano un secolo tormentato e vivace come è stato il Novecento. Ebbene, egli è stato capace di intercettare questi filamenti culturali, sociali e spirituali, tentando appunto di ritesserli secondo il disegno della "città di Dio", un progetto che – lo ripetiamo – non è alternativo o antitetico, bensì pronto a incarnarsi, fecondando quella storia con cui si confronta.
È, allora, altrettanto felice in questo Meridiano non solo il titolo, ma anche l'articolazione strutturale dell'imponente massa testuale. Essa è impostata a trittico sulla base delle tre città biografiche, ma al tempo stesso simboliche del cardinale. Ecco innanzitutto Gerusalemme, la città della Rivelazione divina nelle parole delle profezie e nella carne di Gesù Cristo: qui, ad esempio, sfilano tre figure bibliche, oggetto di altrettanti testi, Abramo, Davide e Giovanni l'evangelista, e qui sono collocate quelle sorprendenti Conversazioni notturne a Gerusalemme col gesuita austriaco Georg Sporschill, apparse nel 2008 e destinate a produrre non poche reazioni critiche e fin scandalizzate. La seconda tavola del trittico vede ergersi Roma, il centro del corpo ecclesiale, ove protagonisti sono Pietro e Paolo, «le colonne della Chiesa», a ciascuno dei quali è dedicato un testo, frutto di altrettanti corsi di Esercizi Spirituali.
È in questo perimetro che entra in scena la famosa «Cattedra dei non credenti», una serie di incontri distribuiti tra il 1987 e il 2002, nei quali prendevano voce le riflessioni e le istanze di non credenti che interpellavano con domande radicali i credenti. «Ho pensato – affermava il cardinale – a coloro che non sono immediatamente presenti nel fanum, nel tempio, e ho sentito il desiderio di ascoltare altri, quanto più possibile diversi da noi. Diversi da noi, ma dotati di una tensione spirituale, carica di forza». Interessante, a questo proposito, è l'evocazione che egli fa di un apologo rabbinico citato da Martin Buber: «Un credente continua a sussurrare al non credente che è in me: "Forse è vero"; un non credente invece continua a sussurrare al credente che è in me: "Forse non è vero". E in questa tensione si svolge il nostro pensare e la nostra ricerca, qualunque sia l'approdo».

Fonte  Gianfranco Ravasi  Cardinale di tre città  il Sole 24 ore 18 dicembre 2011

Eremo Via vado di sole,L'Aquila,  mercoledì 21 dicembre 2011

martedì 20 dicembre 2011

SILLABARI : Antico e moderno . Per arrivare dove, per fare che ?

SILLABARI  :  Antico e moderno . Per arrivare dove, per fare che ?

Scrive Mario Perniola  : “È noto che il grande scrittore giapponese Mori Ōgai tradusse in giapponese il Manifesto del Futurismo di Marinetti, uscito sul giornale francese “Le Figaro” il 20 febbraio 1909,  poche settimane dopo la sua pubblicazione. Meno noto è invece che la sua versione adoperò caratteri d’origine cinese rari  già allora caduti in disuso. Più o meno inconsciamente, egli si attenne alla strategia di modernizzazione adottata dal Giappone nel 1868, secondo cui  questa deve avvenire attraverso una giustapposizione tra il nuovo e il vecchio, senza che i due termini opposti vengano mai a conflitto. Paradossalmente un testo estremamente iconoclastico e sovversivo, che anticipa lo stile spettacolare e violento della pubblicità e della comunicazione massmediatica attuale, era trasformato in qualcosa la cui comprensione richiedeva la conoscenza del passato.
    Questo curioso episodio è per noi molto significativo perché ci induce a riflettere sulla china autodistruttiva e devastatrice presa dalla mentalità occidentale, quando ha cominciato a credere che il nuovo fosse per definizione migliore del vecchio.”
Il nuovo dunque, il nuovo che si cerca di far avanzare nel nostro paese potrebbe avere caratteri  così arcaici che  non servirebbe assolutamente a nulla.
Un nuovo senza stile  , asettico e monetario  in una società in cui  l’economia , per esempio non ha più niente di reale ed è soltanto un puro atto di fede. Bisogna crederci nella crescita, nell’aumento del pil e si vedrà come questi crescono. Non una teologia economica ma una liturgia economica in cui il latino è stato sostituito da termini come “ spreed “  e via dicemdo.
Ma stavo considerando l’aspetto del nuovo  senza stile

Scrive ancora  Mario Perniola in un’altra sua nota :  “Difficile è oggi trovare che cosa possa corrispondere a quel modello di eccellenza estetica che Nietzsche definì con l'espressione di "grande stile". Certamente nelle varie arti continuano ad essere prodotte opere che rispondono alle caratteristiche di contenuta potenza, di classico rigore e di spregiudicata sicurezza; purtroppo esse si impongono all'attenzione dei conoscitori e del pubblico con molta maggiore difficoltà e più lentamente che in passato, a causa sia della sovrapproduzione letteraria, artistica e culturale sia del cinismo, della superficialità e dell'insensibilità dilaganti. Il "grande stile" infatti implica e sollecita cura, rispetto, memoria, in una parola, venerazione. Aspetti questi che mal si combinano con la tonalità generale dell'esperienza quotidiana contemporanea, ma che proprio per la loro rarità possono rendere il "grande stile" l'oggetto di una ricerca più diligente e di uno zelo più intenso che mai.
Molto più difficile è tuttavia non dico trovare, ma addirittura immaginare il "grande stile" come la qualità di un'azione, di un comportamento o addirittura di un'intera esistenza: in altre parole, come dice Nietzsche, considerarlo non più semplicemente arte, ma "realtà, verità, vita" (1895, §39). Del resto lo stesso Nietzsche ha insegnato a nutrire la più grande diffidenza nei confronti delle azioni e dei comportamenti che si attribuiscono qualità positive di un quasiasi genere, mostrando come esse siano per lo più occultamente animate da pulsioni di segno opposto: nel caso specifico, il filisteismo della marmaglia ricca ed oziosa, che porta in trionfo l'opera wagneriana, rappresenta proprio il contrario del "grande stile"; lo snobismo culturale infatti, come dice la parola stessa che vuol dire "sine nobilitate", costituisce una manifestazione di volgarità e di rozzezza, di ostentazione millantatoria che sta agli antipodi della semplicità e della purezza del "grande stile".
Azioni e comportamenti  per ritornare all’inizio di questa riflessione che poneva  il rapporto tra antico e moderno ,tra l’incapacità di far vivere il moderno e soprattutto il nuovo proprio in modo nuovo .
“C’è una innata tendenza a ridurre certe informazioni ad aneddoto, a ridimensionare la portata scientifica di un dato a qualcosa che ci riguarda poco, su cui non abbiamo più di tanto voce in capitolo.

Così quando ci dicono che una piccola batteria scarica buttata inquina un pezzo di terra grande come un campo di calcio o che le macchine potrebbero già andare ad idrogeno, ascoltiamo fino al limite del nostro eventuale coinvolgimento. Come se fare attenzione all’uso dell’energia domestica fosse la stessa cosa che assaltare una baleniera giapponese. Roba da esaltati, coraggiosi e lontani.

Primo passo di un cambiamento, per noi, sta nel sapere, nel capire, nel saper usare dei dati che quegli esaltati studiano e producono anche per noi. Allo scopo di vivere il nostro mondo, la nostra città consapevolmente e non passivamente. Imparando certe regole o dinamiche che a volte sfuggono o si saltano, tra cui al primo posto c’è proprio il dovere ad informarsi.”
Dunque informarsi , capire , saper usare il nuovo è  il vero senso del cambiamento .E’ il vero rapporto tra l’antico e il moderno, il vecchio e il nuovo .
Per arrivare dove? Per fare che ?
Per arrivare alla consapevolezza. Platone non avrebbe consentito di varcare la soglia di casa sua, a nessuno che non conoscesse la geometria. Intendeva dire che avrebbe frequentato uomini che conoscessero le ragioni della vita; oggi le chiameremmo colte, ma io preferisco definirle consapevoli. La consapevolezza è la preziosità più alta di un Uomo, è la matrice di tutte le felicità. E di tutte le intelligenze. La consapevolezza consente di acquisire conoscenza attraverso, attraverso la vista e i sensi, la mente e l’istinto, ci guida verso noi stessi.

Fonti : http://www.unacitta.net/2011/05/18/arte-come-architettura-del-pensiero/
http://www.unacitta.net/category/riflessioni/page/3/
http://www.marioperniola.it/site/dettagliotext.asp?idtexts=175
Mario Perniola ·  La società dei simulacri... Bologna, Cappelli, 1980. Nuova edizione, Milano, Mimesis, 2011, ISBN 978-88-5750-496-4
  • Dopo Heidegger. Filosofia e organizzazione della cultura, Milano, Feltrinelli, 1982.
  • Transiti. Come si va dallo stesso allo stesso, Bologna, Cappelli, 1985, introduzione alla 2ª edizione a cura dell'autore, 1989.
  • Presa diretta. Estetica e politica. Venezia, Cluva, 1986. ISBN 88-85067-25-5.

Eremo Via vado di sole, L’Aquila, martedì  20 dicembre 2011

lunedì 19 dicembre 2011

OCCHIO DI GIUDA : Detenzione domiciliare

OCCHIO DI GIUDA  :  Detenzione domiciliare


Il Consiglio dei Ministri ha appena approvato i provvedimenti per l'emergenza carceri, insieme ad alcune misure per velocizzare la giustizia civile, messe a punto dal ministro della Giustizia, Paola Severino. Il 'pacchetto' prevede diverse misure normative per affrontare l'emergenza dei penitenziari con ampliamento della possibilità di detenzione domiciliare. Approvate anche le misure per il processo penale e per quello civile, che erano all'ordine del giorno. "Quelli che abbiamo approvato sono provvedimenti di emergenza, misure doverose, necessarie e urgentissime, ma la soluzione definitiva non può venire da queste norme, che sono un tampone, bensì da una riforma del sistema carcerario" spiega il Guardasigilli. Che pronuncia parole destinate a far rumore: "'Io non ho mai escluso che l'amnistia e l'indulto siano dei mezzi che contribuiscono ad alleviare l'emergenza carceri, ma ho sempre detto che non sono dei provvedimenti di matrice governativa: se questa indicazione verrà dal Parlamento io non la contrasterò".

Tra i primi effetti del pacchetto, l'uscita progressiva dal carcere di circa tremilatrecento detenuti, per effetto del decreto che alzerà fino a 18 mesi la pena residua che si può scontare ai domiciliari. Inoltre sancisce l'uscita dal circuito carcerario per gli arrestati in flagranza di reato, e in generale di quanti alimentano il fenomeno delle cosiddette 'porte girevoli', entrando in carcere per la sola immatricolazione per poi essere scarcerati o inviati ai domiciliari.
In questo caso il beneficio sarebbe di circa 21mila detenuti 'di passaggio' in meno ogni anno negli istituti detentivi italiani.  Assegnati, inoltre, 57 milioni per l'edilizia carceraria. mentre per il ministro "occorre valutare se estendere il sindacato di controllo dei parlamentari" alle celle in cui si trovano le persone arrestate in attesa della convalida da parte del magistrato.

I numeri. Il Governo stima che con il decreto legge in vigore potranno esserci fra i 15 ed i 20mila detenuti in meno. Attualmente ci sono nelle carceri italiane circa 67mila detenuti per circa 45mila posti. "Non possiamo quantificare con esattezza - dice Severino - quanti detenuti usciranno. La norma che riguarda le 'porte girevoli' per coloro che vengono arrestati per soli tre giorni riguarda 15-18mila detenuti. La norma che consente di scontare gli ultimi 18 mesi di pena agli arresti domiciliari riguarda 3mila persone".

Basta "porte girevoli". "Nel giro di 48 ore una persona saprà se dovrà andare in carcere, agli arresti domiciliari o in libertà" dice il ministro della giustizia che si riferisce al "fenomeno delle porte girevoli: vi sono circa 21 mila detenuti che entrano ed escono dal carcere nel giro di 3 giorni. Abbiamo pensato ad una soluzione nella quale il soggetto arrestato, limitandoci a reati di offensività limitata e contenuta e quindi non di allarme sociale, vengano portati direttamente ai luoghi di custodia e nel giro di 48 ore dal giudice che convaliderà l'arresto". Poi, spiega, ci sarà la libertà, gli arresti domiciliari o il carcere senza però passare per quella "ritualità faticosa e umiliante del passaggio in carcere. E' una difesa sociale e dei diritti di chi viene arrestato". Oggi, ricorda, "il periodo è più o meno il doppio, ora il periodo è abbreviato e non v'è passaggio in carcere". Per Severino "entrare e uscire dal carcere in tre giorni vuol dire creare problemi umanitari, sociali e di sovraffollamento".

Più domiciliari. Per i reati con una pena massima fino a 4 anni sarà possibile a discrezione del giudice applicare la condanna alla "reclusione detentiva ai domiciliari" spiega Paola Severino. "Si passa dal sistema cautelare preventivo - spiega il ministro - al sistema penale vero e proprio, prevedendo accanto alla sanzione della reclusione la reclusione domiciliare, con la prescrizione di particolari modalita' di controllo: non dei mezzi elettronici, che non ritengo opportuno attivare perchè devono ancora essere sperimentati e dimostrare di avere costi inferiori alla detenzione carceraria". Stando alle previsioni con l'estensione dei domiciliari a chi ha davanti a sè ancora diciotto mesi di detenzione si risparmieranno 375 mila euro al giorno.

"C'è stata collegialità". Il criterio della assoluta collegialita' è stato pienamente mantenuto anche in questa importantissima occasione - ha detto il ministro della Giustizia, Paola Severino - E' stato approvato un pacchetto di riforme alcune per l'emergenza carceri", altre riguardano "diritto ed economia" ed "efficienza della giustizia". Rappresentano "le linee portanti che avevo avuto modo di illustrare nelle commissioni di Camera e Senato e che    costituiscono il contenuto di tre gruppi di provvedimenti". "Il sovraffollamento delle carceri è il primo dei miei pensieri ed è per questo che ho scelto lo strumento del decreto legge - continua il ministro della Giustizia - E' tempo di mettere mano ad una seria riforma del sistema penitenziario ma sarei una sognatrice se pensassi di poterlo fare con le forze che mi accompagnano e con i tempi brevi di questo governo".

Controllo sui fondi. "Sarà mia cura -afferma il Guardasigilli - garantire che questo denaro venga speso nel migliore dei modi. Dobbiamo completare delle opere a buon punto di realizzazione, vi sono carceri costruiti a tre quarti, padiglioni che dovrebbero consentire un ampliamento il cui completamento dovrebbe esse4e realizzabile con questo stanziamento. Sono pronta a dare conto di ogni euro che verrà speso, deve essere speso per soluzione problema edilizia carceraria, nei limiti di quello che si può fare con questi mezzi".

Circoscrizioni giudiziarie. "Una giustizia del giudice di pace che funziona meglio è una giustizia più vicina al cittadino e che ha una estrema importanza" continua Severino che ha dato il via libera alla "revisione delle circoscrizioni in attuazione della delega già conferita, iniziando dai giudici di pace, per non avere sprechi"

Le polemiche. "Non è concepibile un provvedimento in materia di custodia cautelare così come ipotizzato dal Governo Monti, significherebbe abbassare la guardia nei confronti del crimine ed uno schiaffo all'impegno delle forze dell'Ordine che già adesso è oltre il limite"afferma in una nota Filippo Ascierto, parlamentare del Pdl. ma dal partito di Berlusconi si alzano altre voci critiche: "Dal foverno provvedimenti inaccettabili" dicono i parlamentari del Pdl Alfredo Mantovano e Guido Crosetto. Per il leghista Sergio Divina il ddl è "un indulto mascherato". Disco verde dal Pd: "Apprezziamo innanzitutto l'approccio innovativo imperniato prevalentemente su un uso più esteso delle misure alternative alla detenzione, sull'indirizzo di depenalizzare quei reati che non rappresentano grave allarme sociale e sul principio di maggiore garanzia e legalità nell'uso della custodia cautelare".

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì 19 dicembre 2011