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lunedì 1 febbraio 2016

ET TERRA MOTA EST :dopo il sisma più cannabis, meno suicidi e aumento di alcool





All'Aquila, nei due anni successivi al sisma del 6 aprile 2009, si sono verificati meno suicidi e più nascite, e si è registrato un abuso di alcool, con particolare riferimento alle donne che hanno aumentato l'uso del doppio rispetto agli uomini. Ci sarebbe stata, rispetto al periodo precedente al terremoto, un'impennata nell'uso di cannabis e tabacco tra i giovani.
La "foto" della situazione emerge da una "lunga e complessa ricerca", condotta nel biennio successivo al terremoto del 2009, del servizio psichiatria dell'ospedale San Salvatore del capoluogo abruzzese, diretto da Alessandro Rossi: "l'articolata analisi verrà pubblicata nel prossimo numero della rivista scientifica Epidemiologia & Prevenzione", specifica l'ufficio stampa della Asl 1.
Quelli relativi a nascite, suicidi, uso di droghe leggere e alcool non sono gli unici dati interessanti emersi: ci sarebbero stati, infatti, miglioramenti nell'immediato delle funzioni motorie dei malati di Parkinson - forse generate da una "fuga" da situazioni pericolose - e anche le persone affette da disturbi psichici sarebbero state meno colpite perché l'emergenza post-sisma ha fatto venir meno la loro condizione di 'diversi' sul piano sociale.
Ci sono state più nascite e meno suicidi, le donne adulte (rispetto agli uomini) hanno abusato molto più di alcol, i giovani anche di cannabis e tabacco, sono aumentate malattie cardiovascolari e cefalee.
Il lavoro, che comprende più di 30 articoli, frutto di una analisi che porta la firma del professor Alessandro Rossi, professore ordinario di psichiatria dell'università dell'Aquila e direttore del servizio psichiatria dell’ospedale San Salvatore, del suo gruppo di ricerca e di Paolo Stratta, psichiatra del dipartimento salute mentale.
Nel prossimo numero speciale della rivista scientifica Epidemiologia & Prevenzione verrà pubblicata un'ampia rassegna di tutti gli studi condotti all'Aquila nel post-sisma. Studi che si muovono su un terreno molto difficile: "in alcuni casi forniscono risposte e in altri le ipotizzano o le suggeriscono, cercando di far luce su conclusioni in parte sorprendenti.
L'aumento delle nascite, per esempio, si spiegherebbe parzialmente con quello che gli autori dello studio chiamano capitale sociale", si legge nella nota della Asl. In parole semplici, un fenomeno di solidarietà collettiva (tutti aiutano tutti) innescato dal terremoto. L'atto della procreazione, in questo contesto, avrebbe inoltre avuto la valenza di un'auto-guarigione dopo un'esperienza devastante. E' anche verosimile un cambiamento delle priorità e dei valori di fronte ad un evento che ha messo in serio pericolo la vita. Il numero di suicidi, nei due anni successivi al sisma, è stato inferiore rispetto al periodo antecedente all'evento tellurico. Non è del resto la prima volta, osservano gli studiosi, che ciò si verifica durante eventi catastrofici e guerre; anche la riduzione dei suicidi potrebbe in parte spiegarsi col descritto fenomeno della solidarietà reciproca di massa che si mette in moto dopo eventi devastanti.
Il disturbo post traumatico da stress ha avuto le maggiori ripercussioni sulla popolazione considerata impropriamente "normale" (oltre 37%) rispetto a quella che aveva già problemi psichici. La ragione? I soggetti con malattie psichiche sarebbero stati più protetti dal sistema di cure in atto e probabilmente da un venir meno, in una situazione di emergenza, della loro condizione di emarginati e diversi sul piano sociale. Più vulnerabili le persone con oltre 50 anni, tendenzialmente più il gentil sesso. Nelle donne adulte si è registrato un abuso di alcol in misura doppia rispetto alla popolazione maschile. Per quanto riguarda i giovani, in un campione di 1.078 soggetti (età 16-30 anni, di cui il 40% già con sofferenza mentale) è stato rilevato un abuso di alcol, cannabis e tabacco. Si è inoltre osservato che la religione ha aiutato ad affrontare meglio il post trauma.
"Benché questi studi possano avere una certa rilevanza, presentano alcuni limiti dovuti alle precarie condizioni in cui si sono trovati gli operatori della sanità ed i ricercatori aquilani - sottolinea Rossi - I professionisti della salute mentale sono di solito poco coinvolti nei processi di triage immediatamente dopo un disastro naturale per l’ovvia precedenza delle cure fisiche e mediche. Inoltre mancano evidenze nel lungo termine cosicché, anche se sono passati sei anni dell’evento, i riscontri sono limitati a due anni o poco più".
Eremo Rocca Santo Stefano lunedì 1 febbario 2016

mercoledì 13 gennaio 2016

ET TERRA MOTA EST : Giustino Parisse su Il Centro riflette sul post sisma (seconda parte )



 
 


"Una vergogna infinita a cui si potrebbe ancora mettere riparo con gesti semplici e significativi, ma ormai all’Aquila quando si parla delle vittime del sisma alla gran parte delle persone viene l’orticaria." di  Giustino Parisse su Il Centro 13 gennaio 2016

 
Il tessuto sociale da circa cinquant’anni si regge sull’intervento dello Stato. Oggi si continua a sperare in un soccorso “dall’alto” per dare un futuro alla città.
Per il rilancio economico si punta sui fondi pubblici


W L’AQUILA La questione L’Aquila “Vendesi e affittasi” pone interrogativi inquietanti. Non solo perché la città, in mancanza di alternative, nel suo futuro vede come principale obiettivo il “vivere di rendita”, quanto per una domanda che nessuno sembra ancora porsi: ma chi affitterà o comprerà le belle case rifatte a spese dello Stato? Nella seconda metà del secolo scorso l’economia aquilana (stiamo parlando degli ultimi 50 anni circa) è stata fondata su poche cose. Semplificando al massimo: vagonate di pensioni, burocrazia (uffici pubblici), industria di Stato o parastato (che ha dato lavoro fino a 5.000 persone), terziario (negozi che a lungo hanno sfruttato il monte stipendi dell’industria di cui sopra), cultura (con molte eccellenze che nel tempo non sono riuscite a restare con i conti in equilibrio e che anche oggi fanno fatica a reggersi), tessuto di microimprese sempre in bilico, sedi di grandi gruppi (farmaceutici soprattutto) sempre pronti a mollare se dovesse cambiare il vento (tanto che per farle restare, dopo il sisma è stato deciso che una bella fetta dei soldi per il rilancio produttivo – una quarantina di milioni – fosse dirottata proprio al settore farmaceutico).


I COLOSSI “AFFONDABILI”. 
Per un periodo l’impresa di costruzioni Irti sembrava un colosso inaffondabile. Si è visto come è andata. In tempi più recenti anche il colosso Edimo sembrava marciare senza paura. La cronaca del 2015 ci ha raccontato un’altra storia. Se si fanno due conti si scopre che l’economia aquilana ha galleggiato sui soldi degli altri (dello Stato soprattutto). E questa è stata ed è la sua grande debolezza (l’alta tecnologia di cui tanto si parla si nutre anch’essa in gran parte di fondi pubblici: Gssi e Infn).


GLI STUDENTI. Negli ultimi venti anni era entrata in gioco un’altra variabile: gli studenti universitari fuori sede con gli affitti pagati da papà e mamma. Un fenomeno diffuso, per gran parte in nero, e in abitazioni per lo più ai limiti della fatiscenza. Il terremoto del 2009 ha scoperchiato il pentolone: 55 ragazzi e ragazze rimasti sotto le macerie e altre decine feriti. Non ci si è mai interrogati fino in fondo sul perché di quelle morti. Si è parlato molto della Casa dello Studente ma meno di tante altre abitazioni (in città) che si sono rivelate delle trappole. Nessuno, a partire dalle autorità politiche locali ha chiesto scusa – e qui non c’entrano le responsabilità penali – a quei ragazzi e ai loro parenti. La città li aveva sfruttati fino alla fine e poi se ne è semplicemente dimenticata. Se qualcosa in futuro resterà del terremoto aquilano è il marchio di infamia che quest’angolo d’Abruzzo si porterà addosso per sempre. Una vergogna infinita a cui si potrebbe ancora mettere riparo con gesti semplici e significativi, ma ormai all’Aquila quando si parla delle vittime del sisma alla gran parte delle persone viene l’orticaria. Per affittare le case nuove, o venderle, bisognerebbe convincere i giovani della città a restare, gli studenti universitari a tornare, e inventarsi attrattori per chi qui potrebbe trovare lavoro. Ma come si crea lavoro? In una città fondata sul parastato si continua a perseverare con il parastato.


I FONDI PUBBLICI. Per cui tutte le speranze sono concentrate su: 300 milioni dallo Stato per la ripresa produttiva, venti milioni circa _ dallo Stato _ da dare a una società per rottamare computer e cianfrusaglie tecnologiche, altri milioni _ dallo Stato _ al Centro turistico per risanarlo e poi venderlo. Poi ancora contributi _ dallo Stato _ più o meno a pioggia per un fantasmagorico turismo di nicchia nei comuni del Cratere, contributi su cui i valorosi sindaci dei borghi “minori” si azzuffano da tempo: tutti ne vogliono un pezzetto per il proprio focolare elettorale e nessuno guarda alla complessità.
LA CLASSE DIRIGENTE. E qui entra in gioco anche la “immutabilità” della classe dirigente. Fate mente locale: nei posti di “comando” della città e dei paesi del circondario, ci sono più o meno le stesse persone (o i lori epigoni) da trenta anni a questa parte. E non solo nella politica, anche nelle organizzazioni sindacali, nelle associazioni di categoria, nel mondo del credito, nei vertici delle aziende comunali, nei mille rivoli di una burocrazia che non si vede ma pesa, e tanto. La traduzione vera di “Immota Manet” è: la poltrona non si molla. Nemmeno se è quella da presidente della bocciofila. A questo si aggiunge un altro elemento.
GLI ALLOGGI. Nel post sisma con i piani Case e i map la disponibilità di alloggi nel capoluogo e circondario è quasi raddoppiata. Presto (3 o 4 anni) avremo la città dei ricchi (pochi) nei loro sontuosi palazzi e quella dei meno ricchi nelle casette rifatte alla meglio, cosa che finirà per creare anche plasticamente l’immagine che già si vede nelle aree metropolitane: luoghi sfavillanti da un lato e miseri ghetti dall’altro. Questo accadrà soprattutto se non si troverà un’idea su come manutenere e gestire Case e map e dare un senso al “nuovo” nato dopo il 2009, “nuovo” che è stato il vero piano regolatore “imposto” agli aquilani e che ha ri-disegnato la città. Ma le idee come al solito scarseggiano e ogni giorno che passa spuntano problemi sempre più complessi: i piani Case fra balconi cadenti, sequestri da parte della magistratura, tetti colabrodo, materiali che si sbriciolano, scarsa manutenzione, menefreghismo di molti (basta chiedere agli uffici comunali come vengono trovati gli alloggi quando vengono lasciati dagli inquilini della prima ora), sono destinati a perire dopo una lunga agonia. A volte per curiosità e per verificare lo stato dei luoghi faccio un giro in alcuni piani Case. Alla desolazione e al silenzio quasi spettrale si aggiunge un senso di abbandono – e a volte di degrado– che è tutt’altro che l’ordinata periferia di una città di provincia. Già oggi tanti alloggi sono vuoti (il Comune rende noto col contagocce i numeri dell’assistenza alla popolazione), ci sono problemi enormi anche per cambiare una lampadina, la cura delle aree verdi o è affidata alla buona volontà di qualche residente o non si fa proprio. E, nello sfacelo che si allarga a macchia d’olio, la chicca finale. Per il Comune dell’Aquila la gestione di piano Case e map è un salasso che peserà per decenni. Persino se si decidesse di abbattere tutti gli edifici ci sarebbero costi enormi, maggiori persino dei 700 e passa milioni di euro spesi per costruirli. (2/continua)
 
Eremo Rocca Santo Stefano mercoledì 13 gennaio 2016 
(Lei anche post precedente prima parte della riflessione "ma queste cose nelle cene di Sant'Agnese non si dicono )

domenica 29 novembre 2015

Terre Memori, terre sorelle







Riportiamo la testimonianza di Barbara Vaccarelli pubblicata sul volume Territorio e Democrazia: un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano (L’Una, 2012 – a cura di Lina M. Calandra). Il volume è stato presentato nell’ambito del Seminario itinerante sui luoghi del cratere aquilano (3-5 maggio 2013) promosso dalla Società Geografica Italiana e tra le varie iniziative è stato coinvolto anche l’Osservatorio sul Doposisma.

Non credo che ci sia, oggi, un’altra maniera di salvarsi l’anima. Si salva l’uomo che supera il proprio egoismo d’individuo, di famiglia, di casta, e che libera la propria anima dall’idea di rassegnazione alla malvagità esistente. Cara Cristina, non bisogna essere ossessionati dall’idea di sicurezza,neppure della sicurezza delle proprie virtù: Vita spirituale e vita sicura, non stanno assieme.
Per salvarsi bisogna rischiare.
I. Silone, Vino e pane, 1975
Terre Memori, terre sorelle
A dicembre 2011 si apre all’Aquila Terre Memori: dall’Irpinia all’Aquila. I luoghi dei diritti negati, una rassegna letteraria e di studi sulle comunità del dopo sisma organizzata dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università dell’Aquila in collaborazione con L’Aquila e-Motion e l’Osservatorio permanente sul dopo sisma di Auletta-Pertosa. Tutti i libri e documentari presentati fino a oggi hanno concentrato l’attenzione su quanto sia importante non ripetere, qui e ora, gli stessi errori delle ricostruzioni decise 32 anni fa; su come si possa ripristinare (e forse reinventare) un nuovo senso di appartenenza che tenga unita la ricostruzione materiale a quella sociale; sul dovere di vigilare e impegnarsi per scrivere un nuovo capitolo nel territorio aquilano anche attraverso l’apertura verso quelle comunità che nei passati decenni hanno subito decisioni dall’alto.
L’Aquila e-Motion nasce nel 2010 come sito da un gruppo di amici decisi a creare un contenitore di idee, di spunti di riflessioni e anche un raccoglitore di memoria sulla scossa del 6 aprile 2009. Tra i tanti obiettivi del sito c’è quello di favorire lo scambio, la condivisione e il confronto delle idee. È questa nuova vita da terremotata che mi ha portato ad aprire orizzonti di confronto. Gli spunti sono infiniti se vai alla ricerca di chi ha vissuto un terremoto e se costui/costei sa indicarti come sarà tra una settimana, un mese, un anno la tua vita; cosa ti puoi aspettare e cosa ti sarà negato. Dopo aver subito la perdita della mia città il 6 aprile 2009, è stato inevitabile associare ciò che anni prima avevo visto in tv e sentito da tanti amici sulle conseguenze di quel 23 novembre 1980, a ciò che ora vivevo io. Ho capito che vivere un terremoto è fondamentalmente diverso dal sentimento di compassione e dolore  che si prova quando lo si guarda da “fuori”. Con tutto l’impegno possibile non si riesce a comprenderne la portata e quanto ne possa essere travolta la vita, tua e della tua comunità. E la perdita di tutti i punti fermi che la sostengono.
All’inizio di questo percorso “emozionale” ho avuto la fortuna di conoscere all’Aquila  Antonello Caporale in occasione della presentazione del suo libro Peccatori che dedica il capitolo “non uccidere” al sisma del 6 aprile 2009 con la testimonianza aquilana di Rossella Graziani. Da questo momento vengo coinvolta per il sito dell’Osservatorio permanente sul dopo sisma (di cui è direttore Antonello Caporale) che nel tentare di riannodare il filo della memoria dei luoghi colpiti dal sisma del 23 novembre 1980, si allarga agli altri terremoti italiani. L’Osservatorio, finanziato dalla Fondazione MIdA che destina allo scopo, in coerenza con gli obiettivi statutari, parte dei proventi derivanti dalle proprie attività, indaga e analizza le trasformazioni sociali, ambientali, economiche successive al sisma, promuovendo l’analisi e la ricerca scientifica in diverse discipline. È in questo contesto che ho la fortuna di conoscere i “figli del terremoto irpino”, impegnati nella ricerca sul territorio colpito dal sisma del 1980 per capire e ricostruire la storia del “prima” e della ricostruzione non ancora finita; per raccogliere testimonianze; per trovare un modo per ripristinare il meglio del passato proiettandolo in un nuovo futuro che promuova la cultura e le peculiarità dei territori che ancora vivono i segni del loro sisma, nel bene e nel male. È un gruppo di giovani ricercatori e giornalisti impegnati su tantissime tematiche riguardanti il territorio irpino, da quelle sociali a quelle economiche, con particolare attenzione a tenere sempre il filo che lega la memoria dei luoghi. Scrivono, pubblicano, documentano, filmano, denunciano, raccontano quello che non c’è più, quello che servirebbe a correggere – se possibile – le scelte sbagliate della ricostruzione sul loro territorio, stravolto per sempre insieme alla vita, ai paesi della Campania e della Basilicata.
Io sono nata e vivo all’Aquila, terra sorella dell’Irpinia anch’essa su quell’Appennino che ci unisce nel destino delle avversità e della voglia di rinascere dalla distruzione. Per noi qui sono passati poco più di 3 anni da quando abbiamo perduto i nostri luoghi, per gli irpini più di 30 anni.Non ho mai pensato di fare paragoni sui danni materiali, sulle vittime che questi due terremoti hanno provocato.  Ho imparato a non competere su nessuna disgrazia e a pensare che dagli errori e dalla sofferenza provocata da uno Stato “distratto” verso le vite umane, dalle classificazioni sismiche sbagliate della dorsale appenninica, non possono che nascere dialoghi e scambi perché invece, rispetto agli sprechi, alle inefficienze è bene dire le cose come stanno. Nel giro di pochissimi mesi, nel terremoto dell’Aquila si sono spese enormi risorse come sul libro-inchiesta Terremoti S.p.A. di Antonello Caporale è chiaramente messo in evidenza con dati alla mano.Conta il contesto storico: 1980, periodo storico di grande impegno politico ma anche dell’economia che si avvia a declino; 2009, periodo che raccoglie gli esiti di 20 anni di berlusconismo.

Da la Repubblica, 11 febbraio 2010: “… Alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno”. “Lo so”, e ride. “Per carità, poveracci”. “Va buò”. “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”.  Colloquio telefonico all’alba del 6 aprile 2009 tra gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli, direttore tecnico dell’impresa Opere pubbliche e ambiente Spa di Roma, associata al consorzio Novus di Napoli e il cognato Gagliardi.
E conta il ruolo dei media: 1980, gli albori di Mediaset; 2009, l’impero di Mediaset. Ho imparato a capire in questi tre anni cosa riesce a fare la differenza sui trent’anni che separano le due “catastrofi”. Non è la tecnologia a fare la differenza visto che non c’è stata prevenzione né nell’uno né nell’altro caso e visto che il terremoto dell’Irpinia non ha insegnato nulla, o quasi, a questo paese. Negli anni ’80 non c’erano le intercettazioni telefoniche, in questi anni sì. In Irpinia subito dopo il sisma sono nati i comitati, anche all’Aquila. In Irpinia i sindacati furono molto attivi, qui no. Lì si occupò l’autostrada (“Terre in moto” documentario di Citoni, Siniscalchi, Landini 2006) e in alcuni centri storici si proposero ricostruzioni dal basso; qui, le 19 new town sono la prova concreta di una grande mangiatoia, dell’inganno di noi abitanti, dei massimi guadagni per alcune imprese del Nord: sembra che gli isolatori non siano antisismici! Ecco che di nuovo abbiamo toccato con mano che non siamo altro che carne da macello (Il fatto quotidiano, 23 luglio 2012). Dopo il terremoto del 1980 nasce la Protezione civile, quella che nel primo intervento sul cratere aquilano ha salvato moltissime vite, ma per il resto i terremoti restano campo privilegiato del malaffare: così è stato in terra irpina, così è in terra aquilana. Dall’Irpinia nasce, appunto, la Protezione  civile organizzata, dall’Aquila parte una proposta di legge di iniziativa popolare “Legge di solidarietà nazionale per i territori colpiti da disastri naturali” centrata sulla prevenzione, attenta alla gestione dell’emergenza e alla questione dei fondi per la ricostruzione. La legge, se mai fosse stata approvata dal Parlamento (siamo ancora in attesa!), avrebbe avuto utilità e impatto su tutto il territorio nazionale. Equamente per tutti. Perché vorremmo che quello che sta accadendo a noi non accada più. Sono state raccolte 45.000 firme da tutta l’Italia e nell’attesa che qualcosa si muova, abbiamo dovuto assistere ad altre catastrofi registrando la morte di 37 persone a Messina, 6 a Genova e 26 in Emilia. Le conseguenze sono le solite, le misure di emergenza differenti e nulla insegna.
Tre anni fa tanti italiani sono stati convinti che L’Aquila non avrebbe avuto la stessa sorte dell’Irpinia, e devo ammettere che anche tanti miei conterranei si sono ostinati a crederlo. Un messaggio martellante: L’Aquila sarà interamente ricostruita. L’unica cosa certa, invece, è che anche qui la decisione di svuotare i centri storici e di allargare le periferie è stato deciso dall’alto. Nella sostanza, dunque, nessuna differenza. Neanche la presa di coscienza che questo è un paese fatiscente. Vanno giù scuole e ospedali, adesso come trent’anni fa, abitazioni nuove e interi palazzi costruiti nel 2000. In Emilia vengono giù capannoni industriali e migliaia – troppe – risultano essere le abitazioni inagibili. Muoiono operai, quasi tutti migranti in cerca di migliori condizioni di vita.
Nel mio viaggio a Romagnano al Monte “nuovo”, in Irpinia, tocco con mano quello che sento da 3 anni accadere qui: famiglie che vivono in prefabbricati di legno, da oltre 30 anni. Come afferma Antonello Caporale, l’Irpinia durante il post sisma ha avuto un riscatto storico dall’isolamento e dalla povertà, anche grazie alla messa in opera di infrastrutture e vie di collegamento, ma lì come qui si è sacrificato il patrimonio agricolo per la (ri)costruzione al costo dell’identità territoriale e della storia (Convegno-mostra, L’Aquila, 18 dicembre 2011).
Di geografia e paesi mi attira e mi conforta la lettura delle tante pubblicazioni di Franco Arminio, scrittore e poeta dell’Irpinia d’Oriente. Dentro la sua produzione letteraria si trova tutto il significato del terremoto: parla e narra del “post”, dei valori sui quali si dovrebbero basare le comunità tutte, in particolare le nostre duramente colpite dai terremoti, ricercandone le origini attraverso i luoghi e i paesaggi snaturati dalle più scellerate ricostruzioni. Nelle tante riflessioni che Franco Arminio generosamente regala ai suoi lettori, anche sul web (Comunità provvisorie), ritrovo tutte le preoccupazioni che invadono il nostro vivere nel cratere aquilano vittima della stesso destino irpino: “Se vesti la taglia 42, perché compri una 52?” (F. Arminio, Scuola di paesologia).
Cosa raccontare dei miei luoghi? Se è vero che esistono, allora io ne ho vissuti tanti, siano essi fisici o mentali. Ogni luogo col suo ricordo associato a un odore o a un suono, colorato o scolorito, luminoso o buio, distante o vicino. In condizioni di normalità uno stesso luogo può ricordarti quando eri giovane, oppure di averlo vissuto prima della nascita di un figlio e non esserci più tornato da lungo tempo, scoprendo però che in fondo quel luogo non è cambiato troppo; a volte semplicemente anche i luoghi invecchiano lentamente, e solo in certi dettagli si può vedere l’usura o l’incuria; invece a volte sono solo le stagioni a fare la differenza, ma nella sostanza restano immutati. Quel luogo del “prima” di un particolare evento lo trovi sempre là, nella stessa posizione, invecchiato o rinnovato, magari solo trasandato, o al contrario tirato a lucido e se riesci a tornarci, riconosci e rievochi ricordi di volti ed emozioni. È rassicurante tornare nei luoghi che hanno tracciato un vissuto e raramente  queste terre le ho pensate rivolte al futuro, perché per esempio la mia è una città medioevale, almeno fino a 3 anni fa.
Della storia dei luoghi, dei luoghi della mia città, in realtà, ho avuto occasione di occuparmi tredici anni fa, quando  sull’Aquila inizia un percorso editoriale promosso dall’associazione culturale  “Territori” che nel 1999 pubblica il volume Sulle ali dell’aquila dedicato alla scuola primaria e distribuito gratuitamente alle classi IV e V. L’operazione si proponeva l’obiettivo di offrire un supporto per ampliare le conoscenze dei ragazzi sulla loro città. Oggi, è il caso di riprendere quel percorso per offrire uno strumento che, partendo da alcuni punti di riferimento spaziali e temporali, aiuti a maturare la consapevolezza storica e ambientale sul proprio territorio fatto di rotture e continuità. Fino al 6 aprile 2009, quando il terremoto ha segnato in modo indelebile la geografia e la socialità del territorio aquilano. Questo strumento didattico vedrà nella seconda edizione un coinvolgimento diretto dei bambini anche perché “Le situazioni d’emergenza e di post-emergenza causate da catastrofi interrogano l’orizzonte pedagogico e didattico su quali strategie attivare a fronte delle criticità che esse generano sugli individui” (Isidori, Vaccarelli 2012). Gli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere alla fine di questo nuovo percorso sono, da un lato, fornire uno strumento didattico per insegnanti e alunni, che ripercorra la storia della città, teatro nel passato di avvenimenti che la memoria ha il dovere di trasmettere; dall’altro, rispondere all’esigenza di ricostruire il senso di appartenenza a un territorio che da secoli ha dovuto fare i conti con la ricostruzione di un doposisma.

Eremo Rocca Santo Stefano domenica 29 novembre 2015

sabato 19 ottobre 2013

ET TERRA MOTA EST : E’ inutile cercare di svuotare

ET TERRA MOTA  EST : E’ inutile cercare di svuotare



È inutile cercare di svuotare
i palazzi imbottiti d’amianto:
meglio buttarli giù, rifarli da capo.
Come vuoi che mi spurghi dall’ira,
questa lana di vetro, pulviscolo
di materiale altamente tossico,
questo franare di pagliuzze
che mi compone, che io sono,
impagliata creatura,
pelle cucita su una massa letale,
involucro appena, pellicola
su una sostanza infetta.
Valerio Magrelli  “Disturbi del sistema binario”
(amianto = metafora d'un male, del corpo dell'anima e anche delle case)

Eremo Rocca S. Stefano sabato 19 ottobre 2013

sabato 2 marzo 2013

ET TERRA MOTA EST : Il popolo delle carriole, un orgoglio aquilano,

ET TERRA MOTA EST : Il popolo delle carriole, un orgoglio aquilano,


ET TERRA MOTA EST :  Un Il popolo delle carriole, un orgoglio aquilano,

Un brevissimo scritto di Giustino Parisse ,esemplare perchè  nella essenziae brevità  riesce  a dire  la sofferenza di unacittà e dei suoi cittadini :"E’ iniziato ieri in tribunale il processo nei confronti di 5 persone che nel marzo del 2010 insieme ad altre migliaia diedero vita alla protesta delle carriole. Sono accusate di violazione della zona rossa, dove c’erano ancora montagne di macerie da rimuovere. La “stagione” delle carriole – che si aprì nel febbraio 2010, continuò nel luglio con la manifestazione a Roma durante la quale i terremotati furono picchiati dalle forze dell’ordine schierate dal governo e si chiuse a novembre con un corteo sotto la pioggia per le strade della città distrutta – è forse la sola cosa di cui gli aquilani possono andare orgogliosi fra le tante vicende miserevoli che stanno caratterizzando la penosa, lenta, offensiva per la dignità dei cittadini, ricostruzione. Il popolo delle carriole per un momento rappresentò la voglia di riconquistare il centro storico, togliersi di dosso la dittatura di un commissariamento asfissiante, gridare la rabbia per un immobilismo che purtroppo dura ancora. Poi la politica, gli interessi delle lobby, un sottobosco di personaggi interessati solo a far soldi facili, hanno messo a tacere quel “popolo”. Oggi le carriole andrebbero prese di nuovo ma per togliere il marcio da tanti palazzetti della politica dove si pensa solo a speculare sulla tragedia del terremoto."

Eremo Rocca S. Stefano sabato 2 marzo 2013

sabato 2 giugno 2012

ET TERRA MOTA EST : A che punto è la notte…

ET TERRA MOTA EST  :  A che punto è la notte…

A lungo, troppo a lungo  e con troppa sovrabbondanza caotica ho inserito in questi post la documentazione relativa al dopo terremoto di L’Aquila.
L’interesse personale era dettato dall’affanno angoscioso di guardare le cose , di conoscere di avvenimenti , di apprendere  nella vana speranza di riuscire a  sedare  quel forte dolore che tutto a volte  stratifica . Riuscire a sedare con l’illusione di riuscire a controllare.
Di riuscire a partecipare , ad inserirsi per controllare quei processi di cambiamento  che  vedono  tutto il problema della ricostruzione sotto un duplice aspetto. Quella della ricostruzione materiale della città e quello della ricostruzione  del cittadino e del tessuto  sociale di cui è parte fondante.
Ogni notizia, ogni accadimento,  ogni iniziativa, ogni idea  ha trovato spazio in questo “canovaccio  della sopravvivenza” che almeno è servito a  a farmi sentire vivo insieme a quelle persone  che portavano quelle idee, erano  protagoniste di quelle iniziative  e condividevano con me analisi e riflessioni. Si vedano i numerosi blog  i cui post ho spesso ospitato  o condiviso.
Siamo così giunti sfibrati, malconci , dolenti, incazzati , esautorati  a 1145 giorni  dal terremoto.  Dunque 1145 albe e tramonti, 27 mila ore, migliaia di chilometri percorsi  con le nostre macchinine da una town ad un’altra da un alloggio del piano case ad un centro commerciale., migliaia di caffè bevuti, centinaia di imprecazioni .
E la ricostruzione? La ricostruzione attende ! Come ? Che attende ? Non si sa. Dico volutamente non si sa perché io lo so. “Non si sa “ ( forma impersonale di quello che purtroppo personalmente e a proprie spese si sa molto bene ),scrivo non si sa  per mettere l’accento sul lungo scaricabile tra un commissario e l’altro, tra un ‘autorità e l’altra, tra una istituzione e l’altra.
So dunque che è ora  di fare  una riflessione  un po’ più compiuta da parte di tutti . Specialmente dopo le recenti  elezioni amministrative che  hanno riconfermato , per bocca del sindaco, una continuità. Una continuità di che?
Una riflessione che però non può occupare  all’infinito questi nostri post e i blog che parlano  del dopo terremoto. Una riflessione che dica subito presto e bene qual è il punto della situazione, dove stanno le responsabilità se ci sono, qual è il percorso che è stato  seguito fino ad oggi e che cosa occorre fare.
Questo è un invito, un appello  perche  io non posso soddisfare a tutte queste condizioni in questo breve scritto  e del resto rimarrebbe sempre e solo la mia opinione.E sarebbe inutile.
Per esempio viene in evidenza, ma è la mia opinione,  che quel poco di ricostruzione che c’ è stata è stata  mediatica.
Mediatica. Solo sotto  la luce dei riflettori  e davanti ai diaframma degli obiettivi  L’Aquila ha visto avviarsi un processo.  Ogni volta che si spengono le luci tutto si ferma. Anche il confronto elettorale è stato solo mediatico e il cambiamento invocato  forse anche quello mediatico.
Ricostruzione. Quale ricostruzione dunque? Decisa da chi e in che modo. Sicura fino a quale percentuale. Decisa forse  dalla struttura della protezione civile  ( pure meritevolissima per il suo compito : aiutare immediamente la gente  ma solo immediatamente )che con le ordinanze governative ha esautorato gli enti locali che si sono fatti esautorare  imprimendo al processo di ricostruzione  non solo modalità ma esisti intermedi  rispondenti  solo ad alcuni bisogni  degli aquilani e consegnando  non all’ente locale la prosecuzione del lavoro bensì ad un intermediario : il commissario. . . Una ricostruzione che sarà decisa e guidata da un’amministrazione eletta da appena il 40 per cento degli aquilani. ( ma gli aquilani dove sono  ). O piano della ricostruzione adottato dall’amministrazione  e pagata a consulenti che si scopre, leggendo  quanto ne  dice uno dei candidati sindaci della città Giorgio De Matteis , ricalcata  su uno studio di una università  sulla città di  Firenze, adottata e mai approvata. .
Il  finto singhiozzo mediatico  ha coperto il singhiozzo vero  di chi  ha pianto e continua a piangere  i suoi morti , la perdita di una casa , del suo ambiente , della frequentazione delle amicizie , della pace e della serenità. Ovvero la perdita di se stesso. Di sé stesso  se è vero, come ho letto,  che anziani  alloggiati nei progetti casi davanti ad un questionario che chiedeva di indicare i loro fabbisogni e le priorità hanno saputo indicare solo la richiesta di panchine.
La vita per una panchina.  E sì che quello invocava e proclamava shekespearianamente parlando : “ Il mio regno per un cavallo “
Con un pianto dunque inascoltato  dalla brutalità delle istituzioni  che come dicevo con un perverso gioco di ping pong  si giocano la pallina della ricostruzione gettandola spesso , troppo spesso , fuori campo.
Un comportamento che fa pensare, per completare il discorso  e chiudere la riflessione ( finora solo ricostruzione mediatica ) anche alla instaurazione in questa città di una democrazia mediatica .
Dunque non è questo lo spazio per affrontare più a fondo e più a lungo  tutti gli  aspetti della
Ricostruzione e , ahimè, della mancata o lenta  ricostruzione fino ad oggi . E’ solo un accenno.  Dunque per i prossimi sei mesi tacerò su questi post  e non pubblicherò più  notizie e post sul dopo terremoto.   Se l’invito a fare il punto della situazione sarà raccolto  metterò insieme quelle analisi  e quelle voci  in una specie di breviario individuale  e tenterò di restituirlo  ma non prima di  mesi.
Invece  miei post  occuperanno un altro spazio quello dell’anima  dove ogni cosa si sublima  e anche il discorso   del dopo terremoto passa in secondo piano  perché il vero punto della situazione , dopo il terremoto, è  resistere  e sopravvivere anche a causa di una  ricostruzione lenta e pregiudizievole .
Sarà dunque una lunga ricerca sull’antropologia del  dopo terremoto e di come  l’adattamento  abbia iniziato a fare il suo  lavoro  che appunto ha aspetti positivi e negativi che probabilmente non sono in equilibrio sui piatti della bilancia.
Un resistere e  un sopravvivere  che hanno bisogno si della ricostruzione  ma come si vede , stando la ricostruzione al punto in cui è ,  hanno bisogno di ben altre cose che ognuno ha trovato dentro di sé, nei suoi ricordi , nei suoi affetti , nel suo vivere comune e quotidiano.  E un aiuto verrà dalla poesia,  del quotidiano, quella che salva la vita e non è  candidata a nessun premio letterario.
Alla faccia di chi sta facendo del dopo terremoto  un business, una ricerca smodata di potere ,un lungo rosario di comportamenti  inadeguati quanto non truffaldini, spocchiosi  , insomma sta usando il terremoto  per sé appropriandosi del dolore .Alla faccia di chi  non sae non vuole occuparsi , anche mediaticamente parlando , dell’individuo, della persona unica e irrepetibile in se stessa e per se stessa.
Per non dire poi  su che bocche e  in che mani è finita  per esempio la problematica delle prervisioni del terremoto e della rappresentazione delle problematiche della ricostruzione  sempre parlando da punto di vista mediatico.
Dunque stop per quello che mi riguarda su questo argomento  per sconfiggere il rumore di fondo che tutto copre e far emergere il vero urlo . A che punto è dunque la notte ….?

Eremo Via vado di sole,  L’Aquila  sabato 2 giugno  2012