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martedì 10 gennaio 2012

LA LUNA DEI LUNATICI :La luna di Andersen (seconda parte )

LA LUNA DEI LUNATICI :La luna di Andersen  (seconda parte )


Vengo da Roma, disse la luna. Sopra uno de' suoi colli si scor­gono gli ultimi avanzi del palazzo dei Cesari: tra le mura diroc­cate crescono i fichi selvatici che coprono con le larghe foglie d'un verde grigiastro quelle nudità dolorose. L'asino passa tra le rovine, calpesta i cespugli d'alloro e si rallegra degli aridi cardi.
Là, da dove l'aquila romana spiegò il largo volo, e là dove ri­sonò il grido «venni, vidi, vinsi », si scorge una viuzza che con­duce ad una misera casa rovinata che s'innalza fra due colonne di marmo infrante: i tralci della vite pendono, come una corona mortuaria, al di sotto delle finestre a sesto acuto.
In quella casupola abita ora una vecchia femmina con la nipotina: esse dominano nel palazzo dei Cesari e ne mostrano ai forestieri i tesori distrutti: una muraglia nuda è ciò che resta della splendida sala del trono e nel punto in cui questo sorgeva proietta ora la sua ombra cupa un cipresso: il pavimento scompare sotto uno srrato di rottami alto un palmo.
Nel crepuscolo, quando risuona per l'aria lo squillo delle campane, la piccina, che si potrebbe quasi chiamare la figlia del palazzo imperiale, siede spesso su di uno sgabello presso la porta sgangherata e mira attraverso al largo foro della serratura buona parte di Roma e la superba cupola di San Pietro ..
Stasera, come sempre, tutto colà era silenzio: la bimba apparve nella mia luce reggendo sul capo un'antica anfora di terracotta piena d'acqua: camminava a piedi nudi ed indossava una camicina dalle maniche a brandelli: io le baciai le spalle bianche e rotondette, gli occhi neri, i capelli lucenti. La piccina salì lenta gli scalini davanti alla porta, che erano di marmo finissimo, e costituivano un tesoro, e non provò ribrezzo alcuno nello scorgere una lucertoletta guizzare spaventata presso i suoi piedi nudi.
Una zampetta di lepre appesa ad una funicella formava il campanello del palazzo imperiale: la bimba alzò la mano per tirarla, ma ristette un momento: perchè? a che pensava? Forse al bambino Gesù dalla veste d'oro che c'era nella chiesetta dove le sue piccole amiche cantavano gli inni sacri che ella pure sapeva? ...
Fece un movimento, ma incespicò e l'anfora le cadde dal capo spezzandosi sugli scalini dalle fini scannellature,
Povera piccina! Scoppiò in lacrime. La bella figlia del palazzo dei Cesari piangeva immobile, coi piedini ignudi sopra un povero vaso di terracotta infranto ... piangeva, piangeva, chè le mancava ormai il coraggio di tirare il campanello del palazzo imperiale L ..
La luna non si mostrò per quattordici sere: finalmente riapparve bella, rotonda, luminosa tra poche nuvole vaganti pel cielo. Udite ciò che mi narrò.
Seguii una carovana che proveniva dalla città di Fezzan e la vidi sostare davanti al deserto, sopra una di quelle pianure di sale che brillano come piani di ghiaccio e che non sono ricoperte che da un leggerissimo strato di sabbia.
Il più vecchio della carovana, il quale portava una bottiglia d'acqua appesa alla cintura ed un sacco di pane àzzimo in capo, disegnò sulla rena, col bastone, un quadrato e vi scrisse alcuni versetti del Corano: ognuno passò sopra quel breve tratto di terra consacrata.
Un giovane negoziante, figlio del sole (io lessi ciò nei suoi occhi neri e nelle sue forme slancia te), cavalcava pensoso un de­striero pieno di fuoco. A chi era rivolto il suo pensiero? Forse alla sua donna tanto giovane e tanto bella? Erano due giorni appena che l'aveva condotta in isposa e portata intorno alle mura della città, sopra un cammello riccamente bardato di pelli e di scialli preziosi: i sona tori di tamburo e di zampogna le facevano corteo, le donne cantavano e per l'aria echeggiavano 'spari di gioia! ed ora ... ora egli se ne andava mesto con la carovana attraverso il deserto.
lo seguii quegli uomini per molte notti: li vegliai mentre ripo­savano presso le fonti, tra i palmizi ancor più radi; li vidi cacciare il coltello nel petto dei cammelli sfiniti ed arrostirne le carni. Coi miei raggi smorzai l'arsura della sabbia infocata, mostrai i neri blocchi di roccia sperduti nell'infinito mare sabbioso.
E andavano i poveretti, andavano senza incontrare alcun es­sere vivente, senza che sul loro capo vagasse una nuvola, ruggisse la bufera.
Presso il focolare domestico, la sposa soave pregdva intanto pel marito e pel padre.
- Sono morti? - chiedeva alla mIa falce d'alo. - Sono morti? - chiedeva al mio disco luminoso.
Finalmente hanno compiuto la traversata del deserto, e que­sta sera essi riposano sotto le palme attorno alle quali vola, in larghi giri, la gru, mentre il pellicano, appollaiato tra i rami delle mimose in fiore, guarda la scena.
Alcuni elefanti calpestano con la pesante zampa gli arbusti rigogliosi dei tropici.
Chi s'avanza? E' una schiera di negri tornanti dal rnercato che ebbe luogo nell'interno del paese: le donne portano una veste color indaco ed hanno tra i capelli bottoni di rame: esse spronano i buoi su cui dormono i bimbi accanto agli acquisti fatti: un negro conduce al guinzaglio un li ancella comperato in quel dì ... S'avvicinano alla carovana ... Il giovane mercante siede immoto, silenzioso e pensa alla sua donna lontana: nella terra del negro egli sogna quel bianco velo profumato che palpita di là dal deserto; alza il capo ...
Una nube passò davanti alla luna e poi un'altra ancora. lo non vidi più nulla.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 10 gennaio 2012

LA LUNA DEI LUNATICI : La luna di Andersen (prima parte )

LA LUNA DEI LUNATICI : La luna di Andersen (prima parte )

Ieri sera - prese a raccontare la luna - in un cortiletto, rinchiuso tra alte case vidi una chioccia con undici pulcini; una bella bimba saltò loro in mezzo e la gallina si diede spaventata a crocchiare, coprendo coll'ali i suoi piccoli.
Il padre sgridò la fanciulletta ed io proseguii il mio viaggio senza più curarmi di loro.
Stasera, per l'appunto pochi minuti fa, ho guardato ancora giù nel cortiletto. Tutto era silenzio, quando scorsi la stessa bimba camminare adagino adagino rasente il pollaio, tirarne il catenaccio e dirigersi verso la gallina ed i pulcini, che si sparpagliarono tosto pigolando e starnazzando; la piccina li rincorse ... lo vedevo chiaramente la scena, spiando per un foro praticato nel muro:
quella bimba mi faceva proprio stizzire, e provai un senso di sod­disfazione quando il padre, afferrandola per un braccio, la sgridò ancora più aspramente della sera innanzi.
Ella chinò il capo: grosse lacrime le imperlavano gli occhi azzurrI.
- Che facevi qui? - le chiese il babbo.
- Volevo baciare la gallina e chiederle perdono per ieri sera mormorò piangendo la bimba; - ma non osavo dirtelo ...
Il padre baciò commosso in fronte la piccola innocente: io la baciai sugli occhi e sulla bocca.

                                                           ***    ** *     ***
La luna così narrò. Sul sentiero che mena alla foresta sorgono due povere case di contadini: la porta è bassa assai, le finestre pic­cole e poste in alto, ma queste e quella sono incorniciate dai rami del biancospino ed il tetto è ricoperto di museo.
Nell' orticello attiguo non crescono che cavoli e patate: in un angolo però stende le verdi fronde un sambuco superbo. A piè dell'albero siede una bimba: i suoi occhioni stellanti guardano la vecchia quercia semi incenerita che sorge tra le due casette: là in alto la cicogna ha costruito il suo nido e se ne sta appollaiata su di un ramo glotterando col lungo becco.
Un ragazzo appare sull'uscio, s'avvicina alla sorella e - Che guardi? - le chiede.- Guardo la cicogna - ella risponde. ­Non sai;' la vicina mi ha confidato che essa ci porterà stasera un bambino ed io sto attenta per vederla entrare.
- Macchè! non è la cicogna che porta i bambini, - esclamò il ragazzetto. - Puoi credermi. La vicina raccontò a me pure la stessa storia, ma nel dirmelo rideva. lo allora le chiesi se ciò era vero come è vero che Dio esiste: ella non seppe dir di sì e quindi capii che tutto questo è una fiaba per noi bimbi.
- Ma e allora, chi li porta i piccini? - chiese la fanciulletta.
- Dio - rispose il ragazzo. - Egli li reca sotto il suo gran mantello. Ma nessuno può vederlo, e quindi noi pure non lo ve¬dremo quando verrà. - In quel momento s'udì un lieve stormir di fronde: i due fanciulli giunsero le manine: si guardarono in volto era certo il Signore che veniva col pargolo ... Si presero per
mano         .
La porta dell'umile casetta s'aprì.
- Entrate - disse la vicina - a vedere ciò che vi ha portato la cicogna! E' un bel fratellino!
I bimbi assentirono col capo: essi sapevano già che egli era giunto!

                                                    ***   ****    ****
Vidi, disse la luna, una povera bimba piangere per la catti­veria degli uomini. Pensa: ell'aveva ricevuto in dono una bam­bola tanto bella, piccola, graziosa, fatta per essere felice: ma i suoi fratellini glie l'avevano presa e collocata sui rami dell'albero più alto del giardino: poi se l'erano data a gambe, i piccoli monelli ...
E la bimba era lì con le braccine tese verso l'alto ma invano: ella non poteva giungere sin lassù, nè poteva aiutare la sua pupat­tola a discendere, e continuava a piangere. La bambola pure pian­geva: aveva un'espressione cosÌ dolente, con le braccia abban­donate tra i rami verdi. Ah! quest' era certo il brutto destino di cui parlava spesso la mamma!
Povera bambola! Già cominciava a farsi sera, presto sarebbe scesa la notte e lei doveva dunque rimanere là tutta sola sino al nuovo glOrno? No, alla bimba non reggeva il cuore d'abban¬donarla.
- Resterò presso di te! - disse, benchè non fosse punto co¬raggiosa. E già le sembrava di veder occhieggiare fra i cespugli piccole streghe dall'alta cuffia appuntita, già le pareva di veder danzare sul nero cammino gli spettri, che si facevano sempre più vicini sino a stendere le lunghe braccia verso l'albero e sogghi¬gnavano accennando a lei «Che paura, Dio mio! ».
- Ma quando non si è fatto alcun peccato, lo spirito cattivo non può farci nulla di male - pensò la bambina; - forse che io ho commessa qualche colpa? - E stette un po' a riflettere. ¬Ah sì! - disse - ho deriso la povera anitra che portava una fettuccia rossa alla zampa   ma zoppicava in un modo cosi buffo!. ..
 Solo per questo ho riso  . E' poi una colpa cosÌ grande deridere una bestia?
Volse gli occhi in alto, verso la bambola:
-E tu, dimmi - le chiese, - non hai mai deriso gli animali?
E le parve che quella la guardasse scotendo il capo.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 10 gennaio 2012

domenica 4 dicembre 2011

LA LUNA DEI LUNATICI :La luna di Giacomo Leopardi

LA LUNA DEI LUNATICI  : La luna di Giacomo Leopardi

 ALLA LUNA
O graziosa luna io mi rammento
Che or volge l’anno , sovra  questo colle
Io venia pien d’angoscia r imirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai , che tutta la rischiari:
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio , alle mie luci
Il tuo volto  apparia, chè travaglliosa
Era mia vita : ed è, né cangia stile.
O mia diletta luna.E  pur mi giova
La ricordanza ,e il noverar l’etade
Del mio dolor . Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil , quando ancor lungo
La speme  e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose ,
Ancor che triste ,e che l’affanno duri!

IL TRAMONTO DELLA LUNA
Quale in notte solinga,
sovra campagne inargentate ed acque
là ‘ve zefiro aleggia,
e mille vaghi aspetti
e ingannevoli obbietti
fingon l’ombre lontane
infra l’onde tranquille
e rami e siepi e collinette e ville;
giunta al confin del cielo,
dietro Appennino od Alpe, o del Tirreno
nell’infinito seno
scende la luna; e si scolora il mondo;
spariscon l’ombre, ed una
oscurità la valle e il monte imbruna;
orba la notte resta,
e cantando , con mesta melodia,
l’estremo albor della fuggente luce,
che dianzi gli fu duce,
saluta il carrettier da la sua via;
tal si dilegua, e tale
lascia l’età mortale
la giovinezza.

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE
ERRANTE DELL’ASIA
Che fai tu, Luna, in ciel’ dimmi, che fai
Silenziosa  Luna ?
Sorgi la sera,  e vai ,
Contemplando i deserti; indi ti posi
Ancor  non sei tu paga
Di riandar i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli ?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore ,
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi,fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera,,
Dimmi,  o Luna: a che vale
Al pastor la sua vita
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale ?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestitot e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti,  ed alta rena,  e fratte,
Al vento, alla tempesta, e a quando avvampa
L’ora, e quando poi gela
Corre via, corre, e anela ,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge,e più e più s’affretta
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva Coà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso ,
Ov’ei precipitando , il tutto oblia.
Vergine Luna, tale
E’ la vita mortale .
Nasce l’uomo a fatica ,
Ed è rischio di morte il nascimento .
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e3 in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato:
Poi che crescendo viene ,
L’uno e l’altro il sostiene , e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core, E consolarlo dell’umano stato:;
Altro ufficio più grato
Non si fa dai parenti alla lor prole:
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura, Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale,
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei , tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro , il sospirar che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante ,
E perir dalla terra e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito  andar del tempo .
Tu sai , tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera ,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri ,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano.
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano  a mano;
E quando miro in ciel arder le stelle ;
Dico fra me pensando:
A che tante favelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? Che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e dalla stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia ;
Poi di tanto adoprar,di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse :
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so.Ma tu per certo,
Giovinetta immortal , conosci il tutto:
Questo io conosco e sento ,
Che degli eterni giri ,
Che dell’esser mio frale ,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata ,
Che la miseria tua, credo, non sai !
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno
Ogni estremo timor subito scordi ;
Ma più perché giammai tedio non provi ,
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ quieta e contenta,
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato .
Ed io pur seggio sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente;ed uno spron quasi mi  punge
Sì che,  sedendo,  più che mai son lunge
Da trovar pace e loco.
E pur nulla non bramo ,
E non ho fino a qui cagion di pianto :
Quel che tu goda o quanto ,
Non so già dir ; ma fortuna sei
Ed io goodo ancor poco,
O greggia mia , né di ciò sol mi lagno .
Se tu parlar sapessi , io chiederei:
Dimmi : perché giacendo
A bell’agio,  ozioso,
S’appaga ogni animale,
Me, s’io giaccio in riposo , il tedio assale?
Forse s’avess’ io l’ale
Da volar su le nubi ,
E niverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei , dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero ,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma , in quale
Stato che sia , dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il  dì  natale.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, domenica 4 dicembre 2011

domenica 23 ottobre 2011

LA LUNA DEI LUNATICI La luna del mese di Ottobre. Dalla luna piena al primo quarto: miti, storie e aspettative…

LA LUNA DEI LUNATICI La luna del mese di Ottobre. Dalla luna piena al primo quarto: miti, storie e aspettative…

- Governa, conduce e regola con la sua forza attrattiva le acque terrestri, i cicli delle stagioni, il modificarsi della natura e indica persino i suoi rimedi, secondo antiche consuetudini primigenie; rappresenta la fertilità, opposta al sole, è segno di alchimia, tratteggia il divenire, il mutare: cicli mensili, ritmi biologici e le fasi della fertilità. La luna. Fecondatrice dell’universo con il suo volto livido e spettrale, così immaginato, accompagnava alla porta dei morti. Signora degli inferi, “scendeva”, calava con il suo moto, conduceva e scortava in basso, si scompariva con lei, senza speranza, e poi la luna ricominciava… da sola.

Da sempre, indicata, “segnata”, mostrata ”irraggiungibile” nei desideri, è simbolo di altre culture della conoscenza riflessiva, dell’inconscio, dell’anima, della memoria che proprio sulla terra, e su tutto quello che vive, trova una sua ragione: uomini, piante, animali sono prigionieri della sua funzione mnemonica, della sua reminiscenza platonica, volubilità e mutevolezza, instabilità, come se esistesse un’azione magica, con poteri straordinari, un’azione incantata, ammaliatrice tra il corpo celeste e il pianeta terra. Allora diventa Signora della notte e delle stelle, ordina gli incantesimi, dispone la magia, decreta la stregoneria, e procuratrice di sortilegi, trasforma a suo piacimento gli uomini in immortali e gli animali in orchi, esseri orrendi.

La donna è luna. Così è intesa nelle credenze e in un certo tipo di medicina, per i suoi ritmi biologici: dai flussi mestruali, gravidanza e concepimento concatenati al satellite, in un mondo secolarizzato, magico, fa scendere sulla terra gioie e speranze, tristezza e dolore, poiché dalle macchie della luna piena si traggono auspici per il futuro, interpretati ancora oggi, si concordano alleanze, accordi e patti, guardando il suo chiarore i feti saranno maschi se concepiti prima del plenilunio, e femmine, dopo, in quel calendario del computo del tempo.

La luna d’ottobre, calante (luna piena 7 ottobre, ultimo quarto 14 ottobre, luna nuova 22 ottobre, primo quarto 29 ottobre) nelle ore che precedono l’alba del giorno 16, si troverà sopra Saturno, nei pressi della costellazione del Cancro e del Leone per rinnovare narrazioni e leggende sulla terra. Rossa, sanguigna d’ottobre, facile all’ira, “cala e cresce” secondo la letteratura popolare che sopravvive, ed è ancora proiettata nel futuro, quando alziamo la testa al cielo, quei miti diffusi, apparentemente sepolti, tornano, come le macchie dell’unico satellite della terra, i profili di Adamo ed Eva mandati lì da Gesù, per punirli, e girano, vagano, con un mazzo di spine, la loro penitenza. Gli alberi non si potano con la luna crescente altrimenti la frutta marcisce, il vino si travasa alla “mancanza”, insieme alle semine, gli innesti delle piante, la falciatura del grano, la tosatura degli animali, l’uccisione del maiale e la preparazione delle sue carni, mentre con la luna nuova si possono preparare le conserve, altrimenti si guastano. Infine, la chioccia non deve covare la prima fase lunare: i pulcini morirebbero, attaccati prima dal torcicollo della luna, l’archetipo dei nostri sogni in fondo, delle nostre visioni oniriche, irraggiungibile…

22/10/2011 La luna del mese di Ottobre. Dalla luna piena al primo quarto: miti, storie e aspettative… di Vincenzo Battista pubblicato su http://www.ilcapoluogo.it/Blog/Viaggio-Viaggi/La-luna-del-mese-di-Ottobre.-Dalla-luna-piena-al-primo-quarto-miti-storie-e-aspettative-67985

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, domenica 23 ottobre 2011

venerdì 18 febbraio 2011

LA LUNA DEI LUNATICI : Garcia Lorca

LA LUNA DEI LUNATICI : Garcia Lorca

1.

Danza da lùa en Santiago

Fita aquel branco galàn,

olla seu transido corpo !

E’ a lùa que baila

na quintana dos mortos.

Fita seu corpo transido

negro de somas e lobos.

Nal : A lùa està bailando

na uintana dos mortos.

Quén fire potro de pedra

na mesma porta do sono?

E’ a lùa .E’ a lùa

na Quintana dos mortos!

Quén fita meus grises vidros

cheos de nubens seus ollos?

E’ a lùa. E’ a lùa

na Quintana dos mortos !

Déixame morre no leito

sonando con froles d’ouro.

Nai : A lùa està bailando

na Quintano dos mortos.

Ai filla ,co ar do cèo

volvome branca de pronto!

Non è o ar, è a triste lùa

na Quintana dos mortos.

Quèn brùa co-este xemido

d’imenso boi melanconico ?

Nai : E’ lùa, è a lùa

Na Quintana dos mortos.

Sì a lùa,a lùa

coronada de toxos,

que baila, e baila, e baila

na Quintana dos mortos?

Guarda quel bianco galante,

guarda il suo corpo gelato!

E’ la luna che danza

sulla piazza dei morti !

Guarda il suo corpo gelato ,

nero d’pombre e di lupi.

Madre: la luna danza

sulla Piazza dei morti

Chi ferisce un puledro di pietra

alle porte stesse del sogno ?

E’ la luna! E’ la luna

sulla Piazza dei morti !

Lasciamo morire nel letto

sognando fiori dorati.

Madre la luna sta danzando

sulla Piazza dei morti !

Ah, figlia con l’aria del cielo

ora divento tutta bianca!

Non è l’aria, è la luna triste

sulla Piazza dei morti .

Chi grida con questo lamento

triste d’immenso bue ?

Madre : è la luna, la luna

sulla piazza dei morti.

Sì, la luna, la luna

incoronata di giunchi

che danza, danza, danza

sulla Piazza dei morti !

2.

La luna y la muerte

La luna tiene dientes de marfil.

Quèveja y triste asoma!

Està los cauces secos,

los campos sin verdores

y los àrboles mustios

sin nidos y sin hojas.

Dona muerte, arrugada,

pasea por sauzales

con un absurso cortejo

de illusiones remotas.

Va vendiendo colores

de cera y de tormenta

como un hada de cuento

mala y enredadora.

La luna le ha comprado

pinturas a la Muerte

En esta noche turbia

Està la luna loca!.

Yo mientras tanto pongo

en mi pecho sombrìo

una feria sin mùsicas

con las tiendas de sombra.

La luna e la morte

La luna ha denti d’avorio .

Come è vecchia e triste!

I fiumi sono secchi,

la campagna senza verde

e gli alberi appassiti

senza nidi e senza foglie.

Donna Morte, piena di rughe ,

passa tra i salici

col suo assurdo corteo

di remote illusioni .

Vende colori

di cera e di burrasca

come una fata leggendaria

cattiva e ingannatrice.

La luna ha comperato

quadri alla morte.

In questa notte buia

La luna è pazza!

Nel mio cuore cupo

aspro

una fiera senza musica

con le baracche d’ombra .

Eremo Via vado di sole , L'Aquila,
venerdì 18 febbraio 2011