martedì 22 novembre 2016

Amanti



Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l’uno dall’altro. Non si può
certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a
essere insieme. È allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace
di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio
 (Platone, Simposio, 192 c-d.)


Indagando le pieghe della “sfera intermedia” tra gli uomini e gli dèi cui Eros, il daimon, appartiene, Umberto Galimberti in un libro pubblicato quasi dieci anni fa, Le cose dell’amore (Feltrinelli 2004), descriveva le molteplici manifestazioni dell’amore nell’esperienza umana, nel tentativo di risolvere l’enigma che, secondo Platone, con l’amore l’anima pone a se stessa, ma esprimendosi solo “con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio” (Simposio, 192 c-d).
Le “cose dell’amore” sono precisamente quei presagi: i volti e le figure che Eros assume nella psiche e nella vita dell’essere umano quando, per un incantesimo della fantasia, i frammenti dispersi che costituiscono la sfera emotiva profonda e che oggi, nell’era della tecnica, a volte sembrano quasi impronunciabili e indecenti, si coagulano e si rappresentano in una persona “speciale”.
Un atteggiamento cosciente votato in modo unilaterale al culto della cosiddetta ragione, o meglio l’adesione ingenua a una visione letterale e superficiale del reale, vissuta come unica realtà oggettiva, rende l’individuo assolutamente inerme di fronte alla propria complessità e lo espone alla possibilità che l’irragionevolezza, la “follia” cui Eros permette il transito (nel mito Eros è figlio di Pòros e Penìa: il passaggio e la mancanza)  dilaghi a proprio piacimento: come nel caso dell’amore-passione,  nel quale Eros costringe a patire, a cedere passivamente a un impulso che “vuole esprimere l’eccesso, l’insolito, lo sconvolgente, e non può farlo se non infrangendo le regole della ragionevolezza” (Galimberti, p. 144).
Ma la passione non permette alcuno scambio interpersonale, perché l’altro non esiste se non nell’immaginario; la passione non induce alla reciprocità ma solo a un desiderio di fusione con un’idea di perfezione, immaginata e proiettata nel volto dell’altro; si nutre dunque di irrealtà e impossibilità, perché l’idealizzazione che accende la passione non accetta il contatto col reale, non supera la prova di realtà e ha come suo rovescio la disperazione: quando l’oggetto della passione delude (e prima o poi inevitabilmente delude) o si sottrae, il soggetto che in esso si rispecchiava diventa vuoto e insignificante.
Se quello che viene chiamato amore si rivela soltanto un gioco di specchi sospinto dall’inconsapevole ricerca dell’altra parte di sé e diventa l’unico rifugio per tutto ciò che non ha dimora in un mondo dominato dalla cosiddetta razionalità, dall’efficienza, dalle leggi dell’economia e dell’apparenza, se questo “amore” non cerca e non vede realmente l’altro, perché il meccanismo della proiezione riduce l’altro a simulacro di ciò che l’individuo non conosce o non riconosce di se stesso, l’irruzione di Eros, il daimon di cui “l’Io non dispone, ma semmai è qualcosa che dispone dell’Io” (Galimberti, p. 153), diventa possessione e dissolve l’Io nell’indistinto, destituendolo di ogni potere di giudizio e di controllo. E le varie declinazioni dell’amore con la sessualità, il desiderio, l’idealizzazione, la seduzione, la passione, la gelosia, il possesso, il tradimento, l’odio e così via, appaiono come possibili aspetti di ciò che con l’amore per l’altro non ha nulla a che fare, fino ad approdare a un’inquietante contiguità con la follia. Non stupisce allora che suicidi o delitti consumati in nome di questo cosiddetto “amore” riempiano le cronache, oppure, senza arrivare a conseguenze tanto estreme (sia pure in preoccupante aumento), che le cosiddette “relazioni passionali” siano caratterizzate da tante sofferenze emotive, tormenti, assurdità.
Allontanandoci solo formalmente dalla vicenda umana personale, che il mito comunque raffigura nelle sue componenti fondamentali, la comparsa di Eros, del mediatore “tra la ragione che l’uomo ha costruito e la follia che ancora lo abita” (Galimberti, p. 153), potrebbe e forse dovrebbe essere l’occasione per dare voce a quella parte di sé che non ha ancora trovato spazio nell’assetto della personalità individuale, potrebbe offrire l’opportunità di tornare a creare parole nuove, capaci di spezzare gli automatismi di una coscienza che ripete parole divenute “dure come sassi” – direbbe Nietzsche – e dunque svuotate di significato.
Dal punto di vista psichico la cacciata dal “paradiso” esprime metaforicamente la rottura dell’Uno, quella lacerazione inaugurale tra coscienza e inconscio che ci rende umani, ma che nel tempo si è trasformata sempre più in una guerra tra fratelli nemici, tra ragione e sragione, dove il “nemico” inconscio, banalizzato e respinto, è costretto alla clandestinità, talora nelle pieghe di misticismi popolari inculturati, orientalismi di massa o pratiche di posture imbalsamate; mentre d’altro canto celebra la sua fantasia di vittoria la tracotanza (hybris) della ragione umana che “nell’illusione di possedere una conoscenza senza limiti […] rivendica a se stessa il potere di trascendere ogni limite” (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, Cortina 2010, p. 61). Senza neanche accorgersi che, perduto il limite che la definisce, la coscienza perde definitivamente anche se stessa e si disperde nella ricerca spasmodica di cose nel mondo esterno che rispondano al suo ineliminabile bisogno di integrazione. Ma si tratta di un bisogno interiore reso incontenibile e mai soddisfatto proprio perché esaurisce nel rincorrere e nell’appropriarsi di qualcosa di esterno il tentativo vano di colmare una mancanza a essere strutturalmente costitutiva. E così si scambia per “amore” (passione) l’intensità stessa del bisogno di riparare la propria personale frattura attraverso il possesso della persona “amata”, che diventa “qualcosa” di cui disporre, nel bene e nel male, perché a livello inconscio rappresenta una parte irrinunciabile di sé.
Quella frattura, tuttavia, non è mai sanabile, né inseguendo il miraggio di un ritorno al paradiso delle origini, abbandonandosi dunque alla seduzione di un’impossibile totalità e dissolvendosi in una pseudo-relazione caratterizzata esclusivamente da possesso e dipendenza; né quando ci si impegni a rafforzare proprio ciò che quella frattura ha radicalizzato, riaffermando con forza il primato dell’istanza egoica che solo con ciò che chiama “ragione” si identifica e che dunque si sottrae difensivamente a una reale partecipazione emotiva alla vita di relazione.
Il “disordine” e lo “stupore” che si producono “al passaggio di Amore” potrebbero diventare, invece, possibilità di incontro e confronto con “gli abitanti di quel mondo che sta prima dell’umana ragione e che offre alla ragione i contenuti da ordinare” (Galimberti, p. 152, corsivo mio), ma solo se l’Io, mantenendo i propri confini e la funzione che gli è propria di fare ordine e gettare luce, riuscisse a riconoscere l’alterità dell’emozione che lo attraversa quale possibile interlocutore di un dialogo interiore che inevitabilmente lo relativizza e proprio per questo potrebbe contribuire a un arricchimento della personalità: sottraendo il soggetto all’identificazione con quella maschera con un’unica espressione (Nietzsche) in cui ha creduto di riconoscere se stesso. E ciò permetterebbe anche il riconoscimento dell’altro della relazione come individuo separato e distinto, a sua volta alle prese con il proprio personale incontro con le profondità segrete della sua dimensione psichica.
Che ne è allora in questo quadro dell’amore tra due persone?
La crisi del matrimonio che percorre la cultura occidentale si fonda, come sostiene Galimberti, da un lato proprio su una concezione dell’amore che lo consegna esclusivamente alla passione e alla sregolatezza, e dunque all’imprevisto e all’impossibilità della durata; dall’altro sull’inefficacia degli strumenti tradizionali di “regolazione” su cui insistono tutte le morali: “la moderazione, il contenimento, la proibizione”. Ma l’altro polo della dialettica esistenziale non è la moderazione, ci avverte, bensì l’azione che non si accontenta di una felicità passiva:
Non si dà un amore che, invece di patire, agisce, che invece di declinarsi sul solo versante della passione […] decide in modo irrevocabile e, a partire da questa decisione, non subisce l’amore, ma lo crea? (Galimberti, p. 138).
Compare qui, sia pure in forma interrogativa, la figura ambigua dell’amore-azione, che non evade dal mondo, come fa invece l’amore-passione votato a una dimensione illusoria, ma “assume il proprio impegno in questo mondo” (Galimberti, p. 139). Ciò sembra implicare intanto l’invito a concepire l’amore non più come uno stato (la condizione di innamoramento, per esempio), ma come un atto che
invece di divinizzare il desiderio e la sua incontenibile brama che consuma la vita, invece di rendergli un culto segreto e di aspettarsi un misterioso accrescimento di gioia, sta alla parola data e, a partire dalla fedeltà al patto, prende a costruire scenari d’amore (Galimberti, p. 139).
La proposta è molto suggestiva, pur lasciando aperti alcuni interrogativi. In che modo, per esempio, questa “fedeltà al patto” non significa voltare le spalle alla passione e negarne il ruolo nella vitalità della relazione? In che cosa l’amore-azione si differenzia veramente da quel conformismo moralistico che, prima dell’avvento del divorzio, ma spesso anche dopo, ha tenuto in piedi relazioni senza amore, contribuendo a tutta la mitologia negativa nata intorno all’amore coniugale e all’idea di fedeltà?


Io credo che l’amore-azione di Galimberti, che rinvia nella mia percezione alla figura di Socrate musicista proposta a suo tempo da Nietzsche come superamento di un razionalismo unilaterale e borioso, contenga in sé, e non possa non contenere, il gioco dei contrari: ragione e irragionevolezza, impulso e riflessione, passione e volontà, intensità e durata, l’uno e l’altro impegnati in una tensione che arricchisce e alimenta entrambi i poli, perché fondamentalmente li sottrae all’obbligatorietà di un agito unilaterale e li spinge continuamente alla creazione di altri modi di manifestarsi, li costringe, in definitiva, all’assunzione di responsabilità, perché, come diceva Musil, solo “l’uomo responsabile può sempre agire anche diversamente, ma l’irresponsabile, mai!” (R. Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi 1957, p. 256).
Se l’atto che “crea” amore è responsabilità, e dunque possibilità di agire diversamente, non si possono prefigurare gli “scenari d’amore” che la “fedeltà al patto” dovrà costruire, perché quella responsabilità condivide la natura creativa della nuova figura: l’amore-azione, se non è un rigurgito di razionalità presieduto dal Super-io, come potrebbe sembrare a una lettura frettolosa, dovrà trovare espressione e realizzazione negli esiti sempre nuovi e imprevedibili del confronto con ciò che per la sua estraneità, dentro ciascuno di noi come individuo e fuori di noi nella relazione con l’altro, continuerà a spiazzarci, sorprenderci, interrogarci.
Amore, dunque, come apertura di un’area di incontro/confronto tra due soggetti che condividano lo stesso impegno individuale, forse la stessa passione, ad attraversare e accettare in modo radicale la reale condizione umana: strutturalmente plurale e irriducibilmente contraddittoria.
Forse di questa versione dell’amore non esiste ancora una fenomenologia da raccontare, e forse per questo Galimberti non ce l’ha raccontata, lasciandoci la libertà e la responsabilità di sperimentare in prima persona le nostre possibilità di amare diversamente.


L'autore: Luciana Riommi


Luciana Riommi (a Roma dal 1945) da oltre trent’anni ascolta esistenze altrui, che accompagna per un certo tratto; da sempre è impegnata ad affermare la dignità della persona, contro la banalizzazione e la volgarità imperanti, contro ogni forma di violenza culturale, psicologica e fisica. Ama l’arte in tutte le sue declinazioni.
Ha pubblicato con la Fermenti Editrice la raccolta di aforismi, poesie e racconti 3 d’union insieme a Giovanni Baldaccini e Antòn Pasterius. Suoi testi sono presenti in rete sulla rivista “l'EstroVerso” e sui blog: “Il giardino dei poeti”, “Neobar”, “Il blog di Miglieruolo”.
Cura il blog personale “leggere riflettere scrivere”.

lunedì 21 novembre 2016

VOCI SDRUCCIOLE

Voci sdrucciole è un'antologia di poesie.
Come viene ricordato nell'introduzione è un sogno.
Infatti si dice: …”Ci sono sogni nelle voci e sono voci di sogno.
Così un giorno a primavera, il primo giorno di primavera (21 marzo 2016 a Palazzo Fibbioni a L’Aquila) quelle voci cantarono i sogni. Una alla volta. Tutte insieme. Cantarono quello che muove la terra e il cielo, sulla terra il passo degli uomini e degli animali, nel cielo il volo degli uccelli e il movimento degli astri, nel mare il moto delle onde. Cantarono insieme. Il piacere e il dolore, il tormento e l’estasi, il riso e il pianto, la gioia, la frenesia, la pace e l’amore.
Così c’era un dono nelle lingue, nelle parole, nelle sillabe, il dono che l’uomo ha ricevuto per la sua esistenza sulla terra in cambio dell’immortalità adamitica sacrificata all'amore. La poesia dono dell’amore, fascino di libertà, fiore di innocenza…”
Leggendo, recitando, declamando, urlando, sussurrando versi da quell'incontro sono nate ipotesi di un comune lavoro che l'’Associazione Bambini di Ieri e di Oggi ha trasformato in iniziative e incontri che compongono l’articolazione di un progetto la cui realizzazione è affidata appunto a quel gruppo di poeti che, nel frattempo, ha voluto dare vita ad un’aggregazione, il cui fascino e senso sta proprio nel nome assunto: LA COMPAGNIA DEI POETI.

INVERNO AL PRATO DELLA VALLE -poesie-





1
Questa notte verranno i sogni
se non mi faranno soffrire
per avere gli occhi aperti
sarà perché
nei suoi viaggi, passando
e ripassando dal cuore
come un ricamo mai consumato
questa notte sarà capace
di bruciare i sogni
come le stelle di carta argentata.

2
E nella voce il pianto
disteso nel tempo
come un giorno lungo
d’agosto.

3
E con la prima stella
nel cielo fresco dell’inverno
il fumo si confonde con le ombre.
Sui tetti delle case
aggrappate ad anni solitari
e a colline pietrose
è tutto un silenzioso via vai
di carezze dentro sogni dispersi
che stasera  stentano ad addormentarsi.

4
Al termine di un giorno
restano a bagnarsi sotto
l’umida sera di settembre
un prato e un cuore:
solitudini alla luce lunare
e desolate terre
dei primi desolati sogni
che non riescono ad incuriosire
nemmeno più la vita.

5
Amami come solo tu sai amare.
Perduta questa dolcezza ormai
a me ignota,rimane
una casa con i vetri sporchi.

6
Era la prima luna
nella prima ora della notte
pura nel freddo puro
d’inverno:
sembrava il volto
della stagione nostra
lieve come l’aria
pure trafitta da un’attesa fatta
da un poco di pianto
da un poco di speranza.

7
Questa città che amo in segreto
senza mai  osare di confessarlo
è uno sguardo, una luce
un cielo riflesso dentro l’ombra
d’una finestra,calore di bocche
che scioglie il respiro.
Amo il respiro di questa città
lo porta il vento che asciuga
la terra e le ossa dei suoi morti.


8
Voglio vedere un altro tramonto
voglio vedere un’altra alba.
Per resistere vivo
ogni respiro può essere
un immediato pensiero
un pensiero di vita,
posato leggero come il volo
dei passeri,
come cuore d’un nido
in fondo al bosco,
leggiadra e dorata fiamma
come passione ostinata
e soffio d’ali nell’aria.

9
Brilla nitida l’Orsa.
Dondola la luna in cielo,
Tra i ciottoli che risuonano
come rintocchi  in un mare
di marmo
tra fili d’erba come lampi
di terra smossa
è tutto un camuffarsi di ombre:
fanno la fila per entrare
nel letto dell’alba
prima di svendersi al vento
d’un altro irrequieto giorno
che s’annuncia attorno,
attorno,
come l’inverno  al prato della valle.

venerdì 14 ottobre 2016

LA COMPAGNIA DEI POETI



LA COMPAGNIA DEI POETI un felice ed intenso incontro di persone che fanno e si occupano di poesia.
Narratori, cantastorie, aedi ,affabulatori ,lirici,ermetici, cantori “in improperium “,che vogliono raccontare il mondo realisticamente,  con passione, amore, sentimento,  e le cose che il mondo contiene  con uno sguardo  alle regole della poesia senza dimenticare le regole del mondo, impegnandosi  a contribuire  alla  costruzione  dei suoi  cambiamenti  nella complessità a volte problematica e nella modernità.
Visionari, realisti, utopisti, sentimentali, calcolatori, ammaliatori,
nella loro fragilità di uomini e donne  tentano di  offrire  gli strumenti alla mente e al cuore per traghettare il quotidiano , di ognuno di noi  fatto  di passato ,presente e futuro   verso un altrove .  
LA COMPAGNIA DEI POETI una specie di compagnia di girovaghi alla ricerca proprio di quell’altrove in un viaggio dell’erranza  in territori  aperti,sconfinati ,intensamente illuminati ,da percorrere con fede, speranza ,nella purezza della parola che ci fa vivere e morire.
Questo è per me LA COMPAGNIA DEI POETI  che nasce anche grazie all’Associazione Bambini di Ieri e di Oggi .
Grazie a Cinzia Leopardi ed Alessandra Prospero che mi hanno accompagnato per prime e dall’inizio  in questo progetto di vita ( ecco perché la poesia è vita ) e grazie  agli amici che già fanno parte idealmente di questa compagnia. Sono tutte quelle donne e quegli uomini che il 21 marzo 2016 si sono  ritrovati in un’aula di Palazzo Fibbioni per leggere, declamare, cantare, urlare, sussurrare proclamare, nel primo giorno di primavera , giorno dedicato alla festa della poesia,  i loro versi e i versi di quelli che in quel momento non potevano essere presenti .Con un grande slogan “Dare L’Aquila alla poesia, ridare la poesia a L’Aquila”.
Delle poesie lette in quell’occasione , come ha già annunciato su questa pagina Alessandra Prospero, è in via di ultimazione la bozza di stampa di un’antologia la cui presentazione sarà l’occasione per rivederci .Come già ci siamo visti durante l’estate in un recital Poeti per la natura che si è tenuto  a Rocca S. Stefano di Tornimparte .
Altre iniziative ci attendono , attendono GIROVAGHI CHE DUNQUE PORTANO iniziative, performance ,idee , e soprattutto poesia dappertutto.
Questa pagina   vuole essere una specie di Gazzetta letteraria ,un foglio d’almanacco, un ebdomedario ,un diario quotidiano,insomma  chiamatelo come volete per parlarci e parlare agli altri con le nostre poesie, con le notizie relative ai nostri ed altrui eventi di poesia ,per tenere insieme le fila  di un discorso che ci riguarda, che ci interessa, che vogliamo proporre. Confido che vorrete darle vita  con le vostre poesie perché sono loro vita.

Premio Volta La Carta




E’ stato  il Mediterraneo inteso come crocevia di storie, passaggi e migrazioni il filo conduttore della quarta edizione di Volta la Carta, la fiera delle letterature e dell'editoria indipendente  tenutosi  dal 7 al 9 ottobre all'Aquila alla Cartiera del Vetoio.In particolare il tema era  ispirato a una frase di Giovanni Verga: "...perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là, dove nasce e muore il sole".
La Giuria  presieduta  da Emiliano Poddi, docente alla Scuola Holden fondata da Alessandro Baricco, autore  per  Feltrinelli, del bellissimo Le vittorie imperfette per  il III Premio Letterario  Volta la Carta  ha voluto  assegnare per la “sezione poesia” il primo premio alla mia composizione  
IL MARE DI QUA E DI LA’

Al mare ancora non l’ho detto
forse non ce la farei oggi;
culla il mare la fine del giorno
e io della tua assenza
ancora non gliene parlo,con gli occhi
urto il tramonto
ed è la stessa salsedine che portò il vento
nei pensieri a dire
“ora dovrò essere custode,
custode delle vostre solitudini
perché sono io il mare” il mare  di qua e di là
del  paese del tuo corpo,
il mare che con le sue mani
ora carezza il tuo volto
che con le sue labbra bacia
le tue labbra,che con il suo sogno
culla il tuo sonno.
Non lo sa il mare
e io non gliel’ho ancora detto
e lui fa finta di non saperlo .

con la seguente motivazione “per aver trasformato un celebre verso di Alexander Pope – and seas  but join  the regions  they divide – ( il mare unisce i paesi che divide ) in una poesia intima, sofferta e crepuscolare  nel vero senso della parola : è il tramonto ,la persona amata è assente  e il mare ,annullando le distanze , custodisce  un segreto  che non c’è bisogno di esprimere a voce “.

Nel ringraziare la giuria e tutti  gli amici che mi hanno fatto gli auguri  per questo premio  voglio ripetere quello che ho detto al momento della premiazione. Sono un montanaro che ama il mare. Perché il mare  è come le valli e il deserto. Hanno la stessa intensità di materia  l’uno d’acqua, gli altri due di terra .Due elementi  di vita ma anche di morte .  E oggi che sul mare e in particolare su quel mare di cui stiamo parlando  ,il Mediterraneo, si danno  il cambio la vita e la morte come si legge nelle cronache dei migranti: Sui barconi della speranza nascono bambini e bambine ,muoiono uomini e donne .

Pensando al mare ho sempre pensato al racconto di Kafka “Davanti alla legge “ ovvero davanti alla conoscenza impossibile. Un uomo giunto davanti a una porta sorvegliata da un custode vorrebbe attraversarla ma il custode gli frappone delle difficoltà. Non è possibile, almeno non ora; forse dopo. L’uomo prova a convincere il custode, con mezzi leciti e illeciti. Questi lascia fare e accetta tutto, ma non promette nulla né lo lascia entrare. Così l’uomo comincia anche a dimenticare perché se ne sta lì ad osservare quasi ininterrottamente il custode. Passa il tempo di una vita . Alla fine l’uomo  muore, ma prima di morire chiede perché nessun altro all’infuori di lui ha chiesto accesso a quella porta . Ma quell’ingresso era destinato a lui, e a lui solo. Quando l’uomo muore, la porta viene definitivamente richiusa dal custode.
E così con il mare ,per la conoscenza del mare o ti ci tuffi dentro o rimani a guardare .

Ho una lunga dimestichezza con il mare e con il mare Mediterraneo fin da quando ho letto Breviario mediterraneo di Predrag Matvejevic. Il Mediterraneo di Matvejevic non mi ha mai lasciato solo; mi ha accompagnato fedele in molti viaggi ed è stato generoso di sempre nuovi stimoli di riflessione e di immagini tratte dal susseguirsi delle civiltà marittime, fuse e sovrapposte nella stratificazione secolare degli eventi e delle lingue. Come pure  Terra e mare di Carl  Schmitt .Nel 1942, totalmente isolato nella Berlino in guerra, Carl  Schmitt  decide  di  scrivere  per  la  figlia  Anima questo singolare saggio in  forma di racconto, in cui la storia del mondo viene riletta nella prospettiva di una  opposizione  fondamentale,  quella  tra  terra  e mare. Non si tratta soltanto di due elementi, di due forze naturali, di due spazi vitali che determinano la vita  dell’uomo:  Schmitt  intende  mostrare  come  la terra   e   il   mare,   nella   loro   polarità,   siano   le componenti di uno dei segreti motori della storia. In un abbagliante intreccio di interpretazione storica teoria politica, mitografia e teologia, filosofia ed esoterismo, il grande giurista si inoltra così in un affascinante territorio al confine tra speculazione e immaginazione, dove la ricerca dell’«elementare» si spinge «alle soglie dell’escatologia».
Mediterraneo dunque ,mare delle tempeste dei conflitti, ma soprattutto mare dei cieli limpidissimi delle culture che si sono incontrate e si sono sovrapposte tra loro come un groviglio di alberi o una mescolanza di dialetti  chiuso tra le sue coste, ma  mare più ricco e più libero del mondo. 
Nei miei post su facebook  ma soprattutto su  http://osservatoriodiconfine.blogspot.it/ ho molte volte parlato del mare mediterraneo appunto con una rubrica proprio dal titolo “Mediterraneo.Potrei continuare  questa riflessione con altre considerazioni su questo tema .Mi piace però  qui occupare un po’ di spazio inserendo alcune poesie  (rimandando  magari ad un altro post la riflessione sul mare e in particolare sul Mediterraneo  ) , e ringrazio  chi  ha letto fin qui e continuerà a leggere.
Quando ho scelto la poesia di inviare al concorso di Volta la Carta  sono stato  a lungo indeciso su quale inviare  Eccone alcune altre che mi sembravano di pari dignità:
DE PROFUNDIS CLAMAVI
Ho visto il mare
era come una semiminima
sul rigo di uno spartito
per un violino e una viola
ora in attesa ora in fuga.

Così  il mare attende con pazienza
e fugge presto e andante
e fugge con le sue onde
gonfie, andanti, veloci e precipitanti :
con le sue onde
quando poi si spengono.

E quando il mare si spegne
accogli tu il suo calare
come le stelle in una notte di S.Lorenzo,
accogli  tu nel tuo corpo inquieta 
quella sua vita,quella vita che cercavi
e che ora riposa in te.

Riposa in fondo al mare
e brutale è stato il suo acquietarsi.
Venivi dall’altra sponda
portavi a questa terra
quello che ti rimaneva
e cercavi una zolla dopo l’altra
la terra, la terra d’oltremare
per aggiungere zolla a zolla,
colori a colori ,profumi a profumi,
grida a grida.

Anche il mare  tra  le due sponde
si   aggiunge e suona con te
sopra di te, dentro di te ,
tu che riposi ormai laggiù
e non è più mare
il tuo ultimo altrove.
E non è più mare.

Anche il mare  suona come
l’ultimo strumento ,straziato strumento ,
solitario strumento
il suo de profundis clamavi
per te , solo per te.
  
TERRA E MARE
Mare al di là della terra
terra oltremare .
Terra e mare. Salpare.
Confuse onde di terra
zolle di mare al largo .
E un porto  attende
ancora .

VENNERO ED ERANO SOLI

Era il mare
che si scontrava con il tramonto
e portava a riva il suo colore
ed io sulla spiaggia
accesi un fuoco rosso
segnale per non confondere
oltremare l’approdo.
Vennero ed erano soli
senza sirene
lasciate a cantare
il colore del tramonto .

IO STESSO MI PORTO  DENTRO IL MARE

Io stesso mi porto dentro il mare
come mia madre schiava
sulla spiaggia mi portò in grembo
e sulla spiaggia attese
che io nascessi
e che il mare si facesse terraferma.

Maledetta, maledetta sorte
che giammai non vide sole
sul mare ,ma gocce di latte
annerito del suo seno  allo stremo,
il latte che non precorre ciò che sazia.

Ed ora eccomi qua.

Dalla mia terra io scappo
senza pace e senza soluzione
e ritorno.Ma è inutile.
Ora il mare sopra di me senza ritmo
e senza sosta
piange la mia morte, la mia morte,
sopra una spiaggia.

Su una spiaggia son nato,
su una spiaggia sono morto
nel mezzo solo il mare,
solo il mare

Altre poesia sul mare avrei voglia di continuare  a mettere qui .Ma concludo con una poesia che ora mi è molto cara. Sono un nonno. E proprio nella settimana in cui ho ricevuto questo premio è nato Francesco .Mentre lo aspettavo nel corridoio  davanti alla sala parto  ho continuato a scrivere quello che è stato in questi mesi di attesa appunto un “Canzoniere dell’attesa”.Proprio in quei momenti pensavo di scrivere :

IO TI ASPETTAVO

Io ti aspettavo.
Tu venivi dall’acqua
e io pensavo al mare
acquoso e lucente
il mare di Achab e Padron Ntoni,
di Ulisse e delle sirene
delle balene e dei delfini ,
l’oceano mare con il suo canto,
simile e valli e deserti
onde di mare e onde di terra simili ,
fino a quando  terra e mare
sono diventati
il pavimento di una stanza:
io ero là ed aspettavo.
Tu venivi dall’acqua
e io avevo nel cuore un’alta marea
lasciava relitti di emozioni e parole
salate,rigogliose, spumeggianti
di una unica gioia
e non avevo ancora sguardi
e carezze e suoni e colori;
tutto era ancora silenzioso .
Oh il silenzio che non è del mare
ma solo degli uomini
quando non riescono a parlare
al mare .
Io ti aspettavo,
tu venivi senza passi ,senza grida,
senza niente addosso o in mano
come viene il mare
e sulle labbra avevi il sorriso
di chi  arriva da un lungo viaggio
ed era per te un involontario sorriso
tra pensieri ancora d’acqua
e trasparenze di carne
e lo so amavi  già quella voce,
eri arrivato per amare quella voce ,
quella voce ormai conosciuta
che da tempo ti raccontava
già il mondo
ed era il mio mondo.