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mercoledì 26 febbraio 2014

HISTORICA :Manca certificatoagibilità

HISTORICA :Manca certificatoagibilità



Amministrazione comunale e Confartigianato  di Chieti non riescono  a realizzare unaconvenzione con  la Soprintendenza deibeni  monumentali  di L’Aquila per l’utilizzazione dell’anfiteatro romano della Civitella in Chieti .Perchèmanca  CERTIFICATO DI AGIBILITA’.
Così ho consultato alcuni storici come Cordo (Annali guerratra  Cesare e Pompeo),Seneca ilVecchio  (Storia della guerra civile),C.Rufo (Storia della guerra civile del 68-69,Patercolo (Storia romana),V.Massimo  (Fatti e detti memorabili)S.Italico(Punica),M.Massimo (Vite dei Cesari iniziate da Svetonio )F.Giuseppe  Guerregiudaiche,Antichità giudaiche),Appiano(Storie etnografiche. Tutti richiamano una AGIBILITA’ data dagli imperatori delperiodo  che rimane valida  ancora oggi .BENEDETTA BUROCRAZIA. Ci vuoletanto a  prendere quelle steli che riportanol’autorizzazione.stanno proprio all’ingresso dell’anfiteatro, spostate a destradietro il podium. Fotografarle portarlein Soprintendenza .Chi dei nostricontemporanei potrà negare il certificato  di agibilità in contrasto con cesari  della dinastia Flavia,Vespasiano,Tito,Domiziano,e della dinastia Antoninia,Traiano, Adriano,Antonino Pio, Marco Aurelio che sapevano come rilasciare un risibile  certificato di agibilità avendo  realizzato ben altre cose grandiose.



L'anfiteatro romanodell'antica città di Teate Marrucinorum, odierna Chieti, è situato sullafascia collinare vicino al centro abitato. La struttura venne edificata, nellametà del I secolo d.C., alle pendici dell'acropoli in una spianata naturale pervolere di Marco Vettio Marcello, Procuratore imperiale della città, e di suamoglie Elvidia Priscilla, ricordati da numerosi storici, tra cui Plinio, comeartefici del teatro e di uno dei templi rivolti verso il foro, tesi confermataanche dall'iscrizione inserita nella trabeazione dello stesso edificio diculto. Nel XIX secolo, durante il regno borbonico, la spianata vennerimaneggiata per ospitare Piazza d'Armi ed in epoca moderna l'IstitutoMagistrale con palestra e campo da calcio. Nel 1982 gli scavi condotti per lacostruzione di un serbatoio idrico hanno riportato alla luce resti dell'anticoedificio e di una fossa di scarico di materiale protostorico. Da tale data sinoal tutto il 1994 iniziò un duro lavoro di scavo da parte della SoprintendenzaArcheologica che ha, prima tutto, liberato dalle moderne strutture e poi hariportato alla luce gran parte dell'edificio romano. L'anfiteatro (60x40 m.circa) presenta una pianta ellittica e segue l'andamento naturale del terreno,lungo le pendici del colle Civitella. Esso era direttamente collegato,attraverso gli accessi allineati lungo l'asse maggiore dell'edificio, con ilsistema viario urbano a nord ed extraurbano a sud. Gli scavi hanno riportatoalla luce le strutture dei due sistemi di acceso nord e sud del muro chedelimita l'arena ("podium") e la tribuna d'onore("suggestum"), oltre alla struttura in muratura, posta sul latooccidentale dell'ellisse, rivestita in "opus reticolatum" bicromo conricorsi in pietra e laterizio. L'arena dell'anfiteatro è in terra battutamentre la cavea posa in parte direttamente sul terreno e in parte su un muro in"opus reticolatum". Le indagini archeologiche hanno messo in evidenzail crollo dell'ingresso meridionale ed il cedimento fondale dell'edificio acausa dell'instabilità del terreno e a causa delle infiltrazioni d'acquaprovenienti dalla cima della collina. La zona nel corso dei secoli è statasottoposta a numerosi spogli. Oggi l'anfiteatro è parte integrante del parcoarcheologico della Civitella.


Eremo Rocca S.Stefano  mercoledì 26 febbraio 2014




sabato 1 giugno 2013

HISTORICA :L’Italia del miracolo sfiorato, cinquant’anni dopo


HISTORICA  :L’Italia del miracolo sfiorato, cinquant’anni dopo

Donzelli editore

di Michele Mezza
Il vero ’68 italiano? In anticipo di cinque o sei anni – è questa la tesi che attraversa il libro di Mezza.
Furono gli anni tra il 1962 e il 1964 la vera stagione in cui le prospettive di un cambiamento di ruolo e di status del paese potevano realmente mutare. Sulla scena internazionale si affacciava Kennedy che spostava il confronto con il mondo comunista. Il sapere cominciava a diventare leva e motore del progresso economico. L’Occidente assisteva al primo sorgere di ceti metropolitani che davano corpo a fenomeni culturali eccentrici. Nel 1962 nascevano i Beatles e i Rolling Stones, destinati a cambiare il mondo della musica e le relazioni fra le generazioni.
E in Italia? Mezza individua cinque scenari che videro in quell’anno aprirsi – e subito chiudersi – una prospettiva strategica per il nostro paese e li ricostruisce con una tecnica innovativa basata sull’uso del Quarcode, che consente un rinvio immediato, tramite smart-phone o iPad, alle fonti visive e sonore sul Web.
Ma quali sono i cinque ambiti messi a fuoco nel libro?
1) La Politica, con il primo governo di centro sinistra e la speranza di una stagione di riforme subito rivelatasi illusoria e velleitaria. Il passaggio dal governo delle convergenze parallele di Fanfani al successivo governo di centro sinistra di Moro vide in pochi mesi ardere e poi spegnersi la fiamma riformatrice.
2) La Politica industriale, con le ambizioni italiane in due campi fondamentali: la pianificazione petrolifera, grazie all’intraprendenza del presidente dell'Eni Mattei, e il nascente settore informatico, sviluppatosi ad opera del gruppo Olivetti. Speranze destinate entrambe a essere stroncate proprio nel corso di quei fatidici anni, con la morte sospetta di Mattei, e la vendita della divisione elettronica dell’Olivetti agli americani della General Electric.
3) Il Mondo cattolico, con le aperture a sinistra della Dc che promuoveva l'estensione del governo ai socialisti, e soprattutto con la straordinaria stagione di rinnovamento ecclesiale realizzatasi sotto la spinta di Giovanni XXIII e del Concilio vaticano II.
4) Il Mondo comunista, con la sua inedita ambizione di modernità, che in Italia si identificava con i primi tentativi di autonomia del Pci e del sindacato e l’ipotesi di un dialogo con il mondo cattolico.
5) La Comunicazione, con l’irrompere di una nuova leva di quadri che tentarono una modernizzazione della società civile con esperienze come «Il Giorno» a Milano, e i «corsari» di Bernabei alla Rai. In entrambi i casi si coglieva il tentativo di dialogare con pulsioni sociali (la critica del consumismo, le prime forme di edonismo metropolitano, il ruolo del mondo del lavoro) ancora in vitro.
Ad arricchire le prospettive di analisi suggerite dal libro, Mezza chiude ciascun capitolo con un’intervista a un testimone privilegiato – Giuseppe De Rita, Franco Ferrarotti, monsignor Giuseppe Bettazzi, Alfredo Reichlin, Claudio Martelli – e tira le somme in una conversazione finale con Giuliano Amato.

Eremo Rocca S.Stefano sabato 1 giugno 2013



giovedì 31 maggio 2012

HISTORICA : Scienza e storia

HISTORICA :  Scienza e storia


CHE COSA E' UN EVENTO ESTREMO?
E CHE COSA E' UN DISASTRO?
Un "EVENTO ESTREMO" è qualsiasi evento di origine naturale fuori dalla norma misurata per quel determinato ambiente geofisico in un determinato spazio di tempo. Un "DISASTRO" è l'interazione distruttiva fra un evento estremo e i caratteri del contesto abitato in cui esso accade.

PERCHE’ IN GENERE NON SI RICORDANO I DISASTRI?
IL PESO INSOSTENIBILE DELLA MEMORIA “DISASTROSA”
I disastri sono sentiti come una sconfitta nel rapporto uomo-natura, o peggio si fa leva sul vittimismo delle comunità e degli individui, in un rapporto spesso di dipendenza con i decisori (quasi sempre poteri statali). Ma proprio nei momenti di crisi si possono aprire nuove prospettive, in un rapporto istituzionale equilibrato, dove la responsabilità individuale può diventare un perno di decisioni diverse. Ricordare per imparare.

SCIENZA E DISASTRI: QUALCOSA NON TORNA?
Oggi le scienze lavorano tutte sul presente: tecnicamente si sa benissimo come difendersi dai terremoti, come consolidare versanti, come evitare che le acque di piena travolgano case ecc.  Eppure i disastri non flettono in frequenza, anzi negli ultimi decenni è aumentata la propensione ai disastri. Eppure siamo più ricchi, più colti, più bravi di cinquanta o cento anni fa. I saperi scientifici e tecnici non fermano speculazioni e interessi individuali, anzi sono spesso utilizzati per soluzioni–tampone. Serve una cultura diversa e diffusa, basata su conoscenze e consapevolezza. Serve una conoscenza delle pericolosità ambientali ben radicata. Serve sapere cosa chiedere a chi amministra un territorio e serve che il rispetto delle norme divenga una priorità nazionale inderogabile.

PERCHE’ CONIUGARE SCIENZA E STORIA?
E’ possibile conoscere con molti dettagli e per un lungo arco di tempo la sismicità, l’attività vulcanica, la piovosità o la propensione alle frane di intere aree abitate. L’interazione di questi eventi di origine naturale, con la vita delle persone e dei luoghi abitati, significa conoscere quanto i disastri abbiano pesato sulle generazioni che ci hanno preceduto e le risposte che siano state date o meno a quei caratteri ambientali. Addentrarsi in questa storia consolida l’identità culturale e rafforza la consapevolezza che a quegli stessi rischi siamo ancora esposti, se non si interviene adeguatamente.
I fenomeni naturali geodinamici (terremoti, eruzioni vulcaniche) e quelli di origine atmosferica o climatica (alluvioni, siccità), anche se non sono eventi estremi, divengono disastri in un contesto abitato reso fragile e vulnerabile dalle azioni umane.
La conoscenza scientifica e storica degli eventi distruttivi già accaduti è in grado di mostrare, senza distorsioni catastrofiste o paure, la pericolosità e la sua stabilità nel tempo, quasi mai nota.  Alla pericolosità sismica e vulcanica sono esposti paesi e città. Conoscere la storia di queste interazioni con i centri abitati è la base per non temere la pericolosità della natura, ma cercare risposte corrette.

E IL DESTINO? CI SONO AREE “MALEDETTE”?
Atteggiamenti fatalistici e irrazionali favoriscono la perdita di consapevolezza della pericolosità ambientale e dei rischi connessi. Perché affidare le nostre prospettive di futuro a un “destino” ancorato a fantasiose cabale e coincidenze? Gli elementi di pericolosità sono noti all’ambiente scientifico degli addetti ai lavori. La possibilità di trovare soluzioni corrette dovrebbe essere valutata dai cittadini, così come si valuta l’eliminazione dei rifiuti urbani o la circolazione delle merci, o lo stato di efficienza delle automobili. Occorre attivare sempre più la comunicazione fra ambienti della ricerca e società. Se si conoscono i rischi a cui si è esposti, si accettano in modo responsabile norme di tutela e vincoli. Queste sono le basi di una nuova cultura della sicurezza abitativa.

POSSIAMO FERMARE I DISASTRI DI ORIGINE NATURALE?
SENZA ILLUSIONI
Non cerchiamo rassicurazioni – Non vogliamo allarmismi

Questo titolo SENZA ILLUSIONI poteva essere quello della giornata di Studio del 12 dicembre 2011, organizzata a Roma dal Centro EEDIS, nella prestigiosa sede storica dell’Accademia di San Luca, a due passi dalla fontana di Trevi.
La giornata atmosferica è stata fedele al tema: nella mattina un potente acquazzone ha mandato in tilt i trasporti di Roma, dando una pallida idea di quello che succede quando non si è pronti a sopportare eventi climatici, ben lontani dall’essere estremi!
All’insegna quindi della nostra debolezza di sistema, per così dire, hanno preso la parola oltre venti specialisti presentando uno spaccato inedito della storia d’Italia dal punto di vista dei disastri di origine naturale, e dei problemi connessi. Terremoti, frane, alluvioni, eruzioni vulcaniche hanno segnato la vita del Paese appena unificato, come d’altra parte era già successo nei secoli precedenti, negli antichi stati italiani, e come – non facciamoci illusioni – continuerà a succedere nei prossimi anni e secoli. Senza allarmismi, ma con le idee chiare, si è aperta una riflessione a più risvolti. Perché la scienza non riesca a comunicare correttamente e con convincimento i rischi che stiamo correndo, la cui conoscenza è invece alla base di ogni strategia di difesa? Perché rendere responsabile chi abita nelle aree a rischio sembra così difficile, come se si trattasse di bambini da rassicurare, anziché di adulti da responsabilizzare? Perché i beni culturali, la nostra ricchezza italiana, continuano ad essere erosi dai terremoti e da altri eventi distruttivi? La verità è che l’Italia, paese sviluppato e industrializzato, non è ancora riuscita a dare una risposta condivisa e di lungo periodo al problema dei disastri, ossia a formare una cultura della sicurezza, per la quale non sono sufficienti le conoscenze scientifiche e tecniche. Cosa possiamo fare fra i due poli portanti del problema, istituzioni e decisioni individuali?
Da questo incontro, ricco di dati e di riflessioni multidisciplinari, volto a un pubblico non specialistico, si farà nel corso del 2012 un libro, una sorta di manuale di sopravvivenza per il futuro, in cui la memoria storica e la consapevolezza dei danni subiti saranno la base da cui trarre gli orientamenti.
Fonte  : Centro EEDIS     http://www.centroeedis.it/articoli/casa_antisism.html


Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 31 maggio 2012

mercoledì 16 maggio 2012

HISTORICA : «Ore plangamo de lu Siniore» Una Passione giullaresca aquilana dal Codice di Celestino V

HISTORICA  :  «Ore plangamo de lu Siniore» Una Passione giullaresca aquilana dal Codice di Celestino V


Ore plangamo de lu Siniore», una Passione giullaresca aquilana dal Codice di Celestino V è il nuovo allestimento che vede lavorare  in sinergia importanti enti culturali abruzzesi, un evento teso a valorizzare lo ricchezza culturale del territorio abruzzese ed aquilano.
Alcuni mesi or sono il musicologo Francesco Zimei ha identificato - riuscendo anche a decifrarla - lo melodia che accompagna il frammentario planctus volgare della Passione di Montecassino, databile alla metà del XII secolo. Si tratta della più antica intonazione di un testo in lingua italiana. La scoperta, già annunciata in un convegno internazionale, ha permesso di ricostruire, con lo musica originale, la sua versione integrale, pervenuta sotto il titolo di Lamentatio beate Marie de filio in un codice dell'ultimo quarto del Duecento appartenuto a Pietro del Morrone e attualmente conservato con lo segnatura manoscritto l nell'Archivio Capitolare dell'Aquila.

Il testo, un componimento strofico di carattere giullaresco in quartine monorime di doppi quinari, narra gli episodi che vanno dall'arresto di Cristo alla sua sepoltura ed è sostanzialmente ripartito tra voci narranti e la Vergine, mentre l'esiguo ruolo assegnato al Protagonista (un solo verso dalla cattura alla morte oltre al racconto, pur in prima persona, della sua discesa agli inferi) suggerisce che all'epoca - considerando anche il fatto che l'esecuzione era affidata a dei giullari - non si facesse ricorso a un attore vero e proprio, ma a un Crocifisso con le braccia snodabili adattabile alle posture richieste dai vari momenti della Settimana Santa, come testimoniato da numerose sculture prodotte nell'Italia Centrale fra XIII e XIV secolo.

Di qui l'idea di portare in scena, con tutti gli elementi originari, lo più antica Passione italiana. La realizzazione, curata dallo stesso Zimei, da anni attento studioso della drammaturgia medievale, è una coproduzione fra Teatro Stabile d'Abruzzo, I Solisti Aquilani, l'Accademia di Belle Arti dell'Aquila, l'Istituto Abruzzese di Storia Musicale e con il patrocinio della Curia Metropolitana dell'Aquila. Si tratta anche, probabilmente, del primo spettacolo in tempi moderni a recuperare l'uso di un crocifisso snodabile nelle sue valenze sceniche originarie, per l'occasione realizzato dallo scultore Paolo Iacomino, docente all'Accademia di Belle Arti dell'Aquila, su modello aquilano del
XIII secolo.
La stessa coerenza storica è applicata ai costumi, realizzati da Giovanna Di Matteo sui modelli del ciclo di affreschi dell'oratorio di San Pellegrino a Bominaco, ai gesti e alle movenze dei personaggi, ugualmente ricavati dall'iconografia e da antiche tradizioni popolari (come il lamento delle prèfiche per le Pie Donne o l'incedere della processione conclusiva con il passo "a cunnulella") e perfino all'uso di alcuni strumenti musicali, lo cui presenza - del tutto estranea ai Vangeli - appare suggestivamente documentata nelle scene della trecentesca Via Crucis della chiesa di Santo Stefano a Castelnuovo, per le quali l'anonimo pittore locale dovette ispirarsi a una sacra rappresentazione cui aveva personalmente assistito.
Lo spettacolo, della durata di circa un'ora, ha una geometria di tipo cruciforme: aperto e concluso da una processione - recante, nella scena finale, il feretro del Cristo morto, con la partecipazione del pubblico -, sfruttando dunque lo navata centrale in senso longitudinale, sarà ambientato, secondo il tipico anacronismo medievale, davanti all'altare centrale, avendo come fulcro il Crocifisso e gli altri personaggi disposti ai suoi lati, sempre secondo l'iconografia del periodo.
L' esecuzione è affidata agli eccellenti musicisti-attori della Compagnia "Hora Decima". Fondata all'Aquila nel 1996 da Francesco Zimei, "Hora Decima" costituisce il coagulo di due precise e complementari esperienze: quella medievistica e quella popolare. La fusione dei due generi, rappresentati rispettivamente dall'ensemble Micrologus e da Lucilla Galeazzi  entrambi nomi di consolidata notorietà internazionale -, ha portato al concreto recupero di sonorità a gesti di un medioevo molto differente da quello oggi eseguito nelle sale da concerto: a partire dagli strumenti utilizzati, ricavati non già - come di solito avviene - da modelli pittorici, rilevanti spesso solo sul piano estetico, ma dalla viva tradizione orale, laddove sia ancora in grado di fornire modelli attendibili e incontaminati. Ospite di numerosi festival in Italia e all'estero, nonché delle frequenze di Rai International, di Radio 3 e della Radio Vaticano, "Hora Decima" ha inciso due CD: per lo Warner Fonit le Laude Celestiniane della tradizione medievale aquilana (1997) e per lo Multimedia San Paolo O amor de povertate. Canti francescani del XIII secolo (2002), riscuotendo sempre unanimi successi di pubblico e di critica.
Lo spettacolo nasce nell'ambito di "Progetto Abruzzo", la nuova attività che vede il TSA promotore ed incubatore delle più vitali iniziative culturali del nostro territorio in collaborazione con le Amministrazioni Provinciali di L'Aquila, Chieti, Pescara e Teramo.


Ricostruzione musicale e drammaturgia di Francesco Zimei (dal manoscritto 1 dell'Archivio Diecesano Aquilano "Codice di Celestino V") Con Lucilla Galeazzi, Marta Ricci, Nora Tigges, Goffredo Degli Esposti, Luca Della Casa, Gabriele Russo, Enea Sorin;

Scultura scenica: Paolo 'acomino Costumi: Giovanna Di Matteo Movimenti scenici: Lorenzo D'Amico Assistente alla realizzazione della scultura scenica: Antonello Antico Collaborazione alla realizzazione dei costumi: Sora Cecchini Consulenza storico-artistica: Germano Boffi Consulenza linguistica: Enrico Zimei

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì 16 maggio 2012

domenica 5 febbraio 2012

HISTORICA : Nevicata eccezionale a L’Aquila

HISTORICA  :   Nevicata eccezionale  a L’Aquila


L'Aquila e i centri del suo ampio circondario sono sepolti dalla neve: la stragrande maggioranza delle persone è bloccata in casa senza avere una prospettiva di quando potranno uscire considerando che le strade non sono percorribili perché ancora ricoperti da una copiosa coltre di neve. Sono pochissimi, oltre agli addetti ai soccorsi - presenti in un numero insufficiente secondo i cittadini - coloro che si avventurano. Si può circolare sia pure con grandi difficoltà, solo con mezzi equipaggiati per la neve e con auto con le catene. Sotto accusa le istituzione preposte alle emergenze.

Da stamani sta montando la protesta contro il mancato passaggio dei mezzi spartineve del Comune e della Provincia dell'Aquila e per il fatto che quando sono passati non hanno sparso sale. Le polemiche sono riferite soprattutto alla disorganizzazione della macchina degli interventi. Molti cittadini protestano perché i numeri delle emergenze non funzionano oppure non rispondono alle chiamate ancora e rispondono con il nastro "errore chiamata". Proprio per questa situazione molti cittadini chiedono aiuto via e-mail. Denunce arrivano da tutti gli insediamenti del progetto Case per il fatto che da ieri non passano mezzi antineve e spargisale.

Tanto che  un  imprenditore, Luciano Ciancarella, che tra l'altro si occupa del noleggio di mezzi edili e stradali, è bloccato dalla neve nella sua casa di Cansatessa, quartiere del Comune dell'Aquila: con una mail ha chiesto aiuto a nome di circa 200 famiglie inviando una mail nella quale sottolinea che "siamo completamente bloccati dalla neve qui a Cansatessa da più di 20 ore, chiediamo invano soccorsi. Non possiamo nemmeno aprire i cancelli. Occorre che passino gli spazzaneve. Tutto l'abitato è isolato. Completamente. Vedi se puoi aiutarci". Raggiunto al telefono Ciancarella ha spiegato di aver telefonato senza successo a tutte le istituzioni. "Tra le altre cose i vari enti e anche le autostrade mi chiedono mezzi e assistenza, ma se non posso uscire di casa e andare nella mia sede, come posso fare a mettermi a disposizione?".

L'autostrada A25 Roma-Pescara continua ad essere chiusa a tutti i veicoli così come l'A24 L'Aquila-Teramo. L'autostrada A14 per il momento resta aperta ma con il divieto di transito per i mezzi pesanti e per le auto sprovviste di catene o gomme termiche. L'unica alternativa per andare da Pescara a Roma è rimasta la statale 5, ma la Polizia stradale sconsiglia di mettersi in auto se non per motivi urgenti.

Disagi e rallentamenti dunque  su tutte le strade dell'Aquila con centro storico chiuso per disposizione del sindaco e interi quartieri isolati. Difficoltà di circolazione al quartiere Banca d'Italia con alcuni residenti costretti a spalare neve anche solo per uscire di casa. Interi quartieri Map e del progetto Case, da Bazzano e Sant'Antonio e Camarda sono molto difficili da raggiungere. Decine di persone abitanti nel progetto case di Bazzano, una delle new town più grandi costruite dopo il terremoto per far fronte all'emergenza abitativa, sono uscite di case e stanno lavorando per liberare la strada dalla neve al fine di permettere alle auto con catene di uscire per far fronte alle necessità più urgenti. «Ci hanno tagliato fuori dal resto del quartiere», spiega Maria Paola Ianni, «nutilmente abbiamo contattato il numero verde per l'emergenza maltempo e neve ma non risponde nessuno. Non è raggiungibile neanche il numero urbano della sala operativa». I numeri verdi della sala operativa della protezione civile regionale sono: 800.860146 oppure 800.861016. A questi si aggiunge il numero messo a disposizione dal Comune dell'Aquila 0862-645590. «Devo ringraziare il gruppo alpini Rossi di Paganica», aggiunge la signora Ianni, «che ha permesso a mia madre, rimasta bloccata nella sua casa di raggiungermi». In attesa degli spazzaneve la gente si sta organizzando con il fai da te, spalando alla buona per liberare la strada. Il sindaco Massimo Cialente, data l'eccezionalità del fenomeno nevoso, hainvitato nuovamente i cittadini a non uscire di casa se non per necessità urgenti.
«Considerando le previsioni per la giornata odierna»,( 4 febbraio 2012 n.d.r.) ha dichiarato il sindaco Cialente, «e le crescenti difficoltà a mantenere pulite le strade invito tutti i cittadini a rimanere a casa. Chiedo alla cittadinanza di usare i mezzi propri solo per stretta necessità. Dobbiamo infatti favorire i mezzi spazzaneve e spargisale nello sgombro delle strade, permettere ai volontari di raggiungere le persone dializzate e consentire il passaggio di mezzi per ogni tipo di emergenza». Difficoltà si registrano a causa di alcuni supermercati rimasti chiusi.

(Fonte Il Centro.it)

L’eccezionale evento di questi giorni riporta la memoria all’anno 1956 .

"Natale 1955, così come tutto il mese di dicembre, era trascorso con pioggia e temperature superiori alla norma: la temperatura media del mese risultò superiore di ben 3 °C alla media del periodo. L'anno nuovo, il 1956, si aprì ancora con pioggia sino al 4 del mese: pioggia che si ripresentò a metà mese accompagnata da temperature miti, con minime tra i 4 e i 6 ° C e minime tra gli 8 e i 10 °C.
A partire dal 26 gennaio qualcosa nell'aria iniziò a cambiare: nei famigerati giorni della merla caddero quattro centimetri di neve, il 29 e 30 furono due giorni di ghiaccio, la temperatura non superò mai lo zero: minime intorno a -5 °C e massime a -2 °C.
Si arrivò così a febbraio, che come dice il proverbio "è corto e amaro". Sarà il mese più freddo della storia aquilana. Ancora pochi centimetri di neve l'1 e il 2 febbraio, ma il dato più impressionante è la diminuzione netta della temperatura che dal 5 al 22 del mese si attestò quasi sempre su valori inferiori ai dieci gradi sotto lo zero e con temperature massime che raramente superano lo zero. Dopo una piccola pausa, 3 e 4 del mese, riprese a nevicare dal 5 quasi ininterrottamente sino al 14. Ma la prima vera vera e intensa nevicata ci fu l'8 di febbraio: nevicò durante tutte le 24 ore della giornata; il 10 febbraio in città si misuravano 24 cm di neve. L' 11 ci fu un'altra intensa nevicata che durò fino al 14, ma con intensità via via minore. Ci furono tre giorni di pausa che lasciarono campo libero al gelo: il 17 la colonna di mercurio arrivò a -18 °C.

7 e 9 febbraio 1956

Il freddo si fece sentire in tutta Italia; in particolare nella nostra provincia ricordiamo i -21 °C di Campotosto, i -21,5 °C di Rocca di Mezzo, i -19 di Sulmona e addirittura i -25 di Castel di Sangro. L'intenso freddo fu il preludio ad una nuova violenta nevicata che seppellì la città dell'Aquila nei giorni del 18 e del 19, con quasi un metro di neve. Il 20 febbraio il manto nevoso misurava in città ben 84 cm. Nello stesso giorno i paesi di montagna dell'aquilano si registrarono questi impressionanti valori: sul passo delle Capannelle ci sono un due metri e venti centimetri, i due metri si superano anche a Santo Stefano, 1 metro e 70 cm a Campotosto, 1 metro e 50 cm ad Assergi (funivia), a Termine di Cagnano, a Rocca di Mezzo e a Casamaina di Lucoli e addirittura più di due metri e mezzo a Civitella Alfedena, nel parco nazionale d'Abruzzo
Il resto dell'Abruzzo non è in condizioni migliori: 60 cm a Chieti, 1 metro e mezzo a Guardiagrele, 70 cm Castelli, 30 cm a Teramo e infine 20 cm a Pescara. Non è escluso tuttavia che la neve raggiunse, nei giorni precedenti, valori superiori a quelli sopra riportati.

13 febbraio 1956

Tra il 20 e il 25 le temperature continuarono a rimanere su valori polari, ma il peggio era passato. Il 25 caddero ancora alcuni fiocchi di neve, ma le temperature andarono aumentando e la neve lasciò spazio, il giorno seguente, alla pioggia. Dopo 30 giorni con temperature medie sempre sotto lo zero, finalmente si tornò alla normalità. Il 28, nonostante la pioggia, il manto nevoso raggiungeva ancora gli 8 cm. Dopo questa ondata di gelo il tempo sembrava imboccare con decisione la via della primavera ma un'altra nevicata si verifica tra il 10 e il 12 marzo, il 15 e 16 marzo il termometro scese rispettivamente a -14 e -13 °C! Fu la rovina per molti raccolti.Anche ad aprile, come per non voler sfigurare caddero 3 cm di neve tra il 7 e l'8."

Febbraio 1956 con una temperatura media di -3,3 °C ossia sette gradi in meno rispetto al valore normale, è in assoluto il mese più freddo registrato dall'inizio del secolo a L'Aquila. Anche la neve accumulata che ha sfiorato il metro, è un record, come la permanenza della neve al suolo, 24 giorni su 29; così il numero di giorni di ghiaccio, ben tredici e la temperatura registrata il 17 febbraio, -18 °C, terzo record di sempre (il primato è del 16 febbraio 1929 con -22,3 °C).

[Fonte  Carlo Fiorenza e Gabriele Curci (CETEMPS - L'Aquila)]


Eremo Via vado di sole, L’Aquila, domenica  di neve  5 febbraio 2012

mercoledì 16 febbraio 2011

HISTORICA : Coriolano

HISTORICA : Coriolano


Sembra la storia di un “voltagabbana” di quelli che ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno. Un “voltagabbana” dell’antichità che ti fa pensare che la storia si ripete, che è forse sempre la stessa in un infinito eterno fluire sempre simile a se stesso anche se apparentemente diverso. Probabilmente la “storia di ripete” anche se per uscire fuori dal luogo comune si potrebbe dire che sì si ripete ma che ogni volta propone gran finali che comunque aggiungono qualcosa alla versione precedente. E quindi per accumulazioni successive la storia fa progressi. Ma è un discorso difficile e lungo da fare.

Sto qui semplicemente parlando di Coriolano. Questo generale romano che passò dalla parte degli Unni e che con l’esercito di quel popolo arrivò vincitore fino alle porte di Roma . Fu dissuaso dal sacco della città dalla moglie e dalla figlia che uscirono dalle mura e gli andarono incontro per scongiurarlo di non invadere la città.

Ne parlano Livio e Tacito , due storici di Roma . Ma la notorietà alla storia di Coruiolano fu data da Shakespeare che scrisse una tragedia in cinque atti databile al 1607-1608


La tragedia è ambientata a Roma, poco dopo la cacciata dei re etruschi della dinastia dei Tarquini. La città è in preda ad una sommossa dopo che le scorte di grano sono state negate al popolo. I rivoltosi sono particolarmente arrabbiati con Caio Marzio, un valoroso generale che incolpano della sparizione delle scorte alimentari. Incontrano dapprima un patrizio di nome Menenio Agrippa, quindi Caio Marzio stesso. Menenio tenta di placare i rivoltosi,mentre Coriolano si mostra sprezzante e dice che i plebei non meritano il grano perché non hanno servito l'esercito. Due tribuni della plebe, Bruto e Sicinio, denunciano personalmente Caio Marzio che lascia Roma quando giunge la notizia che l'esercito dei Volsci è pronto a dare battaglia.

Il capo dell'esercito dei Volsci, Tullo Aufidio, si è varie volte scontrato con Caio Marzio e lo considera un nemico giurato. L'esercito romano è guidato da Cominio, mentre Caio Marzio è il suo secondo. Mentre Cominio conduce i suoi soldati contro l'esercito di Aufidio, Caio Marzio guida una sortita contro la città volscia di Corioli. L'assedio di Corioli è inizialmente infruttuoso, ma Marzio riesce poi ad aprire con la forza le porte della città e a conquistarla per Roma. Anche se esausto per la battaglia, Marzio raggiunge velocemente Cominio e si batte conto le rimanenti forze dei Volsci. Lui e Aufidio si sfidano ad un duello che termina solo quando i soldati di Aufidio lo trascinano via dalla battaglia.

In segno di riconoscimento per il suo incredibile valore Comino concede a Marzio il soprannome onorifico di "Coriolano". Quando tornano a Roma Volumnia, la madre di Coriolano, incoraggia il figlio a candidarsi alla carica di console. Coriolano esita ma alla fine cede ai desideri della madre. Grazie al sostegno del Senato vince senza difficoltà e sulle prime sembra avere la meglio anche sugli oppositori della fazione popolare. Tuttavia Bruto e Sicinio tramano per distruggerlo e aizzano un'altra rivolta contro la sua elezione a console.

Di fronte di tutto ciò Coriolano si infuria e critica duramente il concetto di governo del popolo. Paragona il permettere ai plebei di esercitare il potere sui patrizi al concedere "ai corvi di prendere a beccate le aquile". Per queste parole i due tribuni lo condannano come traditore e ordinano che sia mandato in esilio.

Dopo essere stato esiliato da Roma Coriolano si reca da Aufidio nella capitale dei Volsci e gli propone di guidare il suo esercito alla vittoria contro Roma. Aufidio e i nobili volsci abbracciano Coriolano e gli concedono di condurre un nuovo assalto contro la città.


Roma, in preda al panico, cerca disperatamente di convincere Coriolano di abbandonare i suoi propositi di vendetta, ma né Cominio né Menenio riescono nell'intento. A questo punto viene mandata ad incontrare il figlio Volumnia, insieme alla moglie e al figlio di Coriolano: la donna riesce a dissuadere il figlio dal distruggere Roma. Invece di muovere battaglia conclude un trattato di pace tra i Volsci e i Romani. Quando però Coriolano torna nella capitale dei Volsci, dei congiurati guidati da Aufidio lo uccidono per il suo tradimento.

ll Coriolano non ha avuto fortuna sulla scena, forse anche per il fatto che le passioni che danno vita al dramma non emergono dal quotidiano, o comunque non sono universalmente estensibili, ma sono piuttosto connesse alla particolare condizione di uomo politico del protagonista. La sorte del dramma fu talmente infelice che neppure i rifacimenti secenteschi ebbero successo.


Beethoven nei primi mesi del 1807 scrisse una ouverture dal titolo Coriolano che Arrigo Quattrocchi così descrive «Dell'intera tragedia Beethoven puntò su un'unica scena, certamente la più decisiva. Egli vi concentrò la vera sostanza sentimentale, puramente umana di quel soggetto. Questa è la scena tra Coriolano, sua madre e sua moglie nel campo avanti alle porte della città. Tutta la forza d'odio che spingeva l'eroe alla distruzione della patria e le mille spade e frecce del suo risentimento, egli le afferra con mano potente e terribile, ne forma una punta sola e se ne trafigge il cuore. Sotto il colpo mortale che si e infiltro, il colosso cade e ai piedi della donna che implora la pace ed esala, morendo, l'ultimo respiro».( …) “La pagina beethoveniana (dura complessivamente circa sette minuti) si impone per la stringata e intensa carica drammatica, sin dal Do iniziale in fortissimo, sfociante nel vigoroso accordo di tutta l'orchestra. Segue la frase ascendente degli archi, ritmicamente inquieta e spezzata in una continua alternanza fra gruppi di due crome staccate e due legate. Questo episodio caratterizzato da accenti sincopati di incisiva espressività conduce ad una melodia in Mi bemolle maggiore, affettuosamente distesa e sentimentale, a mò di implorazione della madre e della moglie sull'animo orgoglioso dell'eroe. Il discorso si sviluppa con varietà di figurazioni ritmiche e la frase melodica si affaccia nella coda, prima del ritorno al tema iniziale. L'atmosfera tesa e sanguigna si dissolve in un impercettibile pianissimo, con cui si conclude la possente Ouverture, che ha sempre incontrato il favore del pubblico e gode di una vasta letteratura interpretativa da parte di musicologi di diversa estrazione culturale.”

Sembra però che questo generale Coriolano non sia mai esistito. E’ stato inventato dagli storici di Roma che nel riferire le sconfitte subite dalle legioni romane ad opera degli Unni trovarono una giustificazione interessante : i romani furono sconfitti dagli Unni perché a capo del loro esercito c’era appunto un generale romano.


Eremo Via vado di sole , L’Aquila,
mercoledì 16 febbraio 2011