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venerdì 26 febbraio 2016

SILLABARI :“PETALOSO” PORTA FORTUNA






Petaloso appare scritto la prima volta in James Petiver, Centuriae Decem Rariora Naturae, 1703. Trattando del pimenta (peperoncino) lo definisce fiore petaloso. In realtà l'autore faceva gran grammelot tra italiano e latino. Da ricordare piuttosto la pubblicità FIAT Uno di Forattini 1984

E’ bello,mentre il mondo va a picco,pensare a “petaloso”.Una nuova parola inventata da un bambino e che la sua insegnante ha segnalato all’Accademia della Crusca per il suo inserimento nel vocabolario italiano. Gli auguriamo di sì. Perché sicuramente “petaloso “ porta fortuna. Non ci sono molte cose sulla faccia della terra  e nel nostro paese per le quali stare allegri. E non è certo catastrofismo dire  che tra qualche decennio, per i problemi climatici all’orizzonte , coltiveremo  solo datteri perché quello sarà,da nord a sud, da est a ovest del pianeta terra l’unico ambiente compatibile  con le trasformazioni ambientali  che molti problemi ambientali di oggi irrisolti determineranno. E non è esagerato dire  che sulla faccia di questa terra  il cinque per cento  degli uomini possiede  tutte le risorse disponibili .Che tradotto significa che chi è ricco diventerà sempre più ricco e chi è povero sempre più povero. E non è uno scandalo che Papa Francesco  predichi a questo proposito come una voce nel deserto perché nessuno è profeta in patria. E venendo alla nostra  infinitesima condizione,  a tutti sono note le bizzarrie ( a dir poco ) del Consiglio comunale di L’Aquila : le scie chimiche di Giorgi ,i crocifissi sfrattati e riportati indietro dalla passione di Cioni  ( ma ci aveva pensato già Padre Quirino a dare una casa al crocefisso sfrattato dall’aula consiliare ), i map da buttare giù ( ma che si autodistruggono da soli  come  certi meccanismi  secondo quando dice Francesca Marchi in un puntuale post su fb o destinati a diventare pellet come dice sempre su fb Raniero Pizzi  mandando così in fumo i soldi dei contribuenti )le liti sul nuovo manager della Asl…

Storie di impudicizie ma storie vere .E dunque di fronte a queste catastrofi ( catastrofi che  per la nostra vita, qui ed ora ,appaiono schiaccianti, (abbiamo una sola vita e un breve lasso di tempo ma che l’evoluzione geologica ridimensiona in piccoli contesti ambientali di nicchia dinanzi all’immensità del creato ,vedasi la nuova fisica  della relatività),qualcuno dirà stiamo a pensare a “petaloso “?. Ma sì,  pensiamoci un attimo  perché “petaloso” porta fortuna perché come scrive Paul B. Preciado, sul francese  Libération,  che si può leggere su http://www.internazionale.it/opinione/beatriz-preciado/2016/02/24/lingua-greca-transizione-corpo, petaloso   “per dirlo in maniera più nietzschiana,potrebbe appartenere  alla storicità del linguaggio, al modo in cui un suono o una grafia racchiudono una successione di gesti e contengono una serie di rituali sociali. Ogni lettera è il movimento di una mano che disegna nell’aria, un segno tracciato sulla sabbia, un toccare. Una parola non è la rappresentazione di una cosa. È un pezzo di storia: un’interminabile catena d’usi e di citazioni. Una parola è stata in principio una pratica, l’effetto di una constatazione, uno stupore, oppure il risultato di una lotta, il sigillo di una vittoria, che si è convertita in segno solo molto dopo.L’apprendimento della parola durante l’infanzia induce un processo di naturalizzazione del linguaggio che ci rende impossibile ascoltare il suono della storia quando risuona nella lingua madre.  Paradossalmente, in termini pragmatici, diventare locutori di una lingua significa smettere progressivamente di percepire la storia che vibra in essa e quindi di poterla enunciare e sentire come suona qui e oggi. Dunque, usare le parole significa ripetere la storicità che esse contengono, a patto d’ignorare i processi di dominazione politica e di ripetizione sociale che hanno forgiato i loro significati.”
Perchè è una bella storia. Matteo un bambino della terza elementare della scuola "Marchesi" di Copparo (Fe)  crea una nuova parola .La  maestra Margherita Aurora segnala  la parola all'Accademia  della Crusca che inaspettatamente  risponde anche se sottolinea che  "PETALOSO per essere inserito nel vocabolario italiano dovrà essere utilizzato da più persone possibili."
Perchè grazie alla segnalazione via Twitter da Victor Rafael Veronesi, trentenne appassionato di arte e storia si viene a scoprire che l'aggettivo del piccolo di 8 anni del Ferrarese che l’ha scritto in un compito in classe esisteva già. Infatti è stato usato in un antico testo del botanico e farmacista inglese James Petiver in cui definisce "petaloso" il fiore del peperoncino, la pimenta. Il testo in questione è Centuriae Decem Rariora Naturae. Tratta di specie animali, vegetali e fossili ed è stato scritto tra il 1693 e il 1703, utilizzando termini latini e italiani.
Perché la risposta dell’Accademia della Crusca al piccolo Matteo, inventore dell’aggettivo “petaloso”, è diventata virale nel giro di poche ore e anche i ragazzi di The Jackal non sono rimasti indifferenti di fronte a quella vicenda, al punto da condividere una versione modificata dell’ormai famosa lettera, indirizzata stavolta ad Antonio Banderas, testimonial di Mulino Bianco che ormai da mesi ci parla di biscotti “inzupposi”, altro aggettivo inventato per l’occasione.Parafrasando la lettera originale, questa versione recita: Caro Antonio Banderas, la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano così come sono usate parole formate nello stesso modo.Tu hai messo insieme inzuppo + oso = inzupposo, con tanta zuppa, pieno di zuppa.
Perché appunto la maestra è stata intelligente di quell’intelligenza che Gianni Rodari a lungo ha dato dimostrazione nei suoi scritti  in particolare in quello in cui riferendo sulla grafia con cui un suo alunno aveva scritto “L’ago di Garda” per dire “lago di Garda “.Rodari di fronte a tale strafalcione è combattuto se indicarlo con un segnaccio blu oppure considerare con attenzione  che cosa si riflette sulla punta dell’ago o sulla cruna dell’ago e via di questo passo
.
Ma soprattutto perché la maggior parte  dei vocaboli che terminano in “oso” evocano sentimenti, o emozioni ,azioni positive.Infatti  “oso” (come  dice il Battaglia ) è un suffisso presente in parecchi aggettivi  derivati dal latino  o formati  in epoche posteriori come arioso, formoso,generoso, poderoso,i quali denotano per lo più presenza o abbondanza della qualità o della condizione  espresse dal sostantivo da cui derivano come aria, fama, ecc. Qualità  e condizione che subito assumono un segno positivo o negativo .Nella maggior parte dei casi positivo.Perchè “oso” fa “pensare positivo”
Ad una breve indagine ( ma tutti possiamo farla e anzi tutti sono invitati a farla proprio in riferimento al proprio sé ,alla propria quotidianità ,al proprio impegno  personale, familiare ,sociale) molti vocaboli che terminano in “oso “ evocano nella nostra vita sentimenti ,emozioni azioni  positive gioioso,ardimentoso, volenteroso ,grandioso. Per non dire  del più bell’appellativo che si usa nelle forme parlate, leggero e altruistico “Ehi coso  !!” dove coso sta per una identità concreta  della persona a cui ci si rivolge ma anche astratta all’ennesima potenza perché a volte “sconosciuta” o per meglio dire “ c he crediamo di conoscere ( con le sorprese positive o negative che ne conseguono . Si può così stilare un elenco di parole in “oso “da usare come vogliamo con segno postivo e negativo e anche metà e metà. Ecco dunque alcuni esempi per il segno positivo :curioso, gioioso,ardimentoso,luminoso.Negativo :permaloso,faticoso,pericoloso. Metà e metà : vanitoso,puntiglioso,geloso.
E allora di “oso” in “oso” ,buon “petaloso “ a tutti 

Eremo Rocca Santo Stefano venerdì  26 febbraio 2016









martedì 2 febbraio 2016

SILLABARI : Carità





Fratelli, 31 aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte.13,1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità niente mi giova.

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutte spera, tutto sopporta.

La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.

11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!


Eremo Rocca Santo Stefano  martedì 2 febbraio 2016

sabato 16 gennaio 2016

SILLABARI : Solitudine



«E’ necessaria una cosa sola: solitudine, grande solitudine interiore. Volgere lo sguardo dentro sè e per ore non incontrare nessuno: questo bisogna saper ottenere.
L’amore consiste in questo, che due solitudini si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano: » (Rilke)
«E’ importante avere sempre un contenuto da portare in un rapporto, e spesso lo si trova nella solitudine.» (Jung)

“La solitudine è per me una fonte di guarigione che rende la mia vita degna di essere vissuta. Il parlare è spesso un tormento per me e ho bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarmi dalla futilità delle parole.”
(Carl Gustav Jung)

«…il trovarsi soli con il proprio Sé, o qualsiasi altro nome si voglia dare all’oggettività dell’anima. Essi devono esser soli, non c’è scampo, per far l’esperienza di ciò che li sorregge quando non sono più in grado di sorreggersi da sé. Soltanto questa esperienza può fornir loro un fondamento indistruttibile.»
(Jung in “Psicologia e Alchimia”)

«La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell’inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri.»
(C.G.Jung – Ricordi, Sogni, Riflessioni)

«Il soggetto umano è cambiato: l’intimità e la solitudine hanno perduto il loro valore, le qualità individuali sono divenute sempre più di tutti, il singolo ricerca la collettività, la moltitudine, spesso parossistica musica, l’espressione del noi invece che espressione dell’io.»
(Roland Barthes)

«Quindi nella solitudine c’è una percezione maestra che ci indica la via. Nella nostra cultura, la solitudine non è più vista come una saggia maestra che ci indica la via.
Nella nostra cultura, la solitudine non è più vista come una saggia maestra di vita, non è più un’alleata, ma una facile occasione per imitare modelli come quello del Grande Fratello. Per noi la solitudine è una maledizione, quando dovrebbe essere invece accolta come una buona notizia.
Che ci aiuta a indagare e a scoprire chi siamo.»
(Raffaele Morelli – La felicità è qui, Mondadori p.39)

«L’uomo cosmico non può temere la solitudine, perché nel cosmo non si è mai soli. […] Quando gli antichi, per capirsi bene, parlavano dei genitori, si interrogavano così: “Ma tu hai perso la mamma?” o “Hai perso la mamma che hai conosciuto?”; “Ma hai perso tua madre, o hai perso la madre che hai conosciuto?”. Ebbene la mamma del mondo, quell’energia che genera l’essere che sei, non si perde mai. E’ sempre lì è sempre stata lì. Quindi anche nella solitudine più totale il signore o la signora del mondo ti stanno guidando…Non siamo mai soli.»
(Raffaele Morelli – La felicità è qui, Mondadori p.36)

«Pensiamo che la nostra solitudine nasca dall’assenza di relazioni o da relazioni sbagliate. Abbiamo perso di vista la parola “solitudine” e il suo vero significato perché ci siamo identificati esclusivamente nelle relazioni che intratteniamo. E una volta compromesse ci ritroviamo nel deserto.»
(Raffaele Morelli – La felicità è qui, Mondadori p.34)

«I veri grandi spiriti costruiscono, come le aquile, i loro nidi a grandi altezze, nella solitudine.»
(Arthur Schopenhauer)
«Tutti coloro che prendono seriamente se stessi e la vita, vogliono stare soli, ogni tanto. La nostra civiltà ci ha così coinvolti negli aspetti esteriori della vita, che poco ci rendiamo conto di questo bisogno. Eppure la possibilità che offre, per una completa realizzazione individuale, sono state messe in rilievo dalle filosofie e dalle religioni di tutti i tempi. Il desiderio di una solitudine significativa non è in alcun modo nevrotico; al contrario, la maggior parte dei nevrotici rifugge dalle proprie profondità interiori, ed anzi, l’incapacità di una solitudine costruttiva è per se stessa un segno di nevrosi. Il desiderio di star soli è un sintomo di distacco nevrotico soltanto quando l’associarsi alla gente richiede uno sforzo insopportabile, per evitare il quale la solitudine diviene l’unico mezzo valido.»
(Karen Horney “Our Inners Conflicts)

«…e tradire la propria solitudine può rivelarsi estremamente pericoloso (…). Si cerca un altro, un punto esterno a noi, per soffocare la tristezza, per avvolgere la solitudine: prevalgono la paura e l’ansia… […] Non c’è nulla di patologico nel cercare incoraggiamento nell’amicizia e nell’amore degli altri, direi anzi che si tratta di una manifestazione di piena salute; è di altro, però che stiamo parlando, dell’incapacità totale di fondare la propria esistenza intorno a un centro interiore e della compulsione a riempire sempre il proprio vuoto con punti di riferimento esterni, siano essi gli altri, il lavoro, le droghe e ogni altra forma di ‘addiction’. Il tradimento che questo modo di vita sottende si caratterizza come duplice: in primo luogo viene tradito il pianto dentro di noi, il pianto che si sforza penosamente di comunicarci qualcosa, proprio come un bambino inascoltato; in secondo luogo vengono traditi gli altri, quelli cui ci rivolgiamo per farci “riempire” un po’: in questo caso infatti per noi interessante è non tanto l’altro, con la sua umanità, ma il fatto che egli ci posa gratificare con la sua prestazione di presenza. (…) Ci interessa soltanto (…) soverchiare la tristezza con il rumore.»
(Amare Tradire: Quasi un apologia del tradimento, di Aldo Carotenuto, Edizioni Bompiani, p.65)
«Cerca la solitudine: in essa troverai te stesso, e alla natura leverai l’immenso inno dell’amore.»
(Ambrogio Bazzero – Scrittore italiano dell’800)
«Ma io ho bisogno di solitudine, cioè di guarire, di tornare in me, di respirare un’aria libera, leggera, gioconda…» (F.Nietzsche – Ecce Homo)

«Comincia sempre da te; in tutte le cose e soprattutto con l’amore.
….amore è portare e sopportare sè stessi. La cosa comincia così. Si tratta veramente di te; tu non hai ancora finito di ardere; devono arrivarti ancora altri fuochi finchè tu non abbia accettato la tua solitudine e imparato ad amare.»
(C.G.Jung – Libro Rosso)

«In ognuno, c’è qualcosa che non sarà mai compreso da nessuno. Questo qualcosa è la causa stessa della nostra solitudine, della solitudine che ci è connaturale. È questa solitudine rudimentale che dobbiamo accettare in primo luogo.»
(Madeleine Delbrêl)

«C’è una solitudine dello spazio
una solitudine del mare
una solitudine della morte, ma
sono tutte compagnia
paragonate a quell’altro spazio più nel fondo,
quella privatezza polare:
un’anima sola con se stessa
finita infinità.»
(E.Dickinson)

«L’opposto di solitudine non è stare insieme. È stare in intimità.» (Richard Bach)
‎”Odio quelli che mi tolgono la solitudine senza farmi compagnia.”
(Friedrich Nietzsche)

“Sentire la solitudine dei re, senza il potere che consente loro di portare una corona.” (Byron)
“La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice.”
(L’anno della morte di Ricardo Reis – JOSE’ SARAMAGO)

La padronanza esige solitudine: solo qui la vita tocca l’anima del mondo. Che ognuno sia a guardia della solitudine dell’altro  (1)


«La padronanza esige solitudine. Può esserci un periodo, durante i primi anni dell’apprendimento, nel quale si sta molto con gli altri, ma via via che il lavoro assume il suo vero significato, l’artista chiude la porta alla società ed entra nel santuario del suo studio, o dei suoi studi, ad ascoltarvi i comandi dell’anima e a lottare con la grande opera.
Rilke descrive questo molto bene in una lettera a Clara (moglie) del 1903:
“Ciascuno di noi deve trovare nel suo lavoro il nucleo centrale della propria vita e da lì riuscire a espandersi in ogni direzione il più possibile. E durante questo, nessun’altra persona dovrebbe guardarlo…nemmeno lui stesso.”
[…] Una delle più comuni lamentele che vengono portate nello studio dell’analista è quella della solitudine. Come se essere soli fosse o una punizione o un delitto. E abbiamo escogitato innumerevoli modi per evitare di essere soli, di stare in solitudine. […] Invece la padronanza esige solitudine. […]
Come dice James Hillman:
“Quando in sentimenti di solitudine vengono considerati archetipici, diventano necessari; non sono più segno di peccato, di terrore, di male. L’incomprensibile autonomia del sentimento può essere accettata e la solitudine può essere liberata dall’identificazione con l’isolamento letterale.”

Senza solitudine, come avrebbe potuto, Schubert, scrivere i suoi 600 Lieder, per non parlare delle sinfonie, i trio, i quartetti, le sonate e le opere? Come avrebbe potuto, Edvard Munch, dipingere 1.100 quadri e realizzare 18.000 opere grafiche? Come avrebbe potuto Picasso creare quell’enorme numero di disegni, incisioni, sculture, libri, collages e dipinti che riempiono le pareti di così tante gallerie d’arte in così tanti paesi? Come avrebbe potuto Gustav Mahler comporre dieci sinfonie mentre era direttore a tempo pieno dell’Opera di Stato di Vienna? Come avrebbe potuto Rodin creare quell’ “esercito di opere” che riempivano gli atelier di Meudon e i giardini e le stanze dell’Hotel Biron?
Se vogliamo davvero padroneggiare un po’ la materia, dobbiamo passare delle ore, dei giorni, dei mesi, soli con essa. Questa non è una “incapacità schizoide a mettersi in relazione”, non è una patologia che dobbiamo analizzare, ma un momento raro e prezioso della nostra umanità, un momento in cui la nostra vita dell’anima tocca l’anima del mondo, e possiamo prendere parte, se siamo fortunati, alla “grande natura creatrice”.
[…] Non è che l’esperienza della solitudine escluda l’esperienza della comunità, di far parte del mondo. In molti casi può perfino rafforzare l’impegno comunitario e rendere più profondo il senso di appartenenza. Ma come prerequisito della maestria, la solitudine chiede il nostro rispetto.
E non è indispensabile che l’artista viva senza compagnia. Semplicemente, la solitudine deve far parte integrante della sua vita, e se qualcuno condivide quella vita, allora la solitudine di ciascuno deve essere rispettata. Scrive Rilke:
“Credo che sia questo il compito maggiore di un legame fra due persone: che ciascuno sia a guardia della solitudine dell’altro. Perché, se è nella natura dell’indifferenza e della folla non apprezzare la solitudine, l’amore e l’amicizia ci sono proprio allo scopo di offrire continuamente la possibilità di solitudine. E sono vere condivisioni soltanto quelle che interrompono periodicamente periodi di profondo isolamento…”»

(1) Noel Cobb – Maestri per l’anima – Edizioni Moretti e Vitali, 1999, p.52

Eremo Rocca Santo Stefano  sabato 16 gennaio 2016


lunedì 16 novembre 2015

SILLABARI : Noia



Ipomeriggi assolati dove non c'era «neanche un prete per chiacchierare», elevati da Paolo Conte alla dignità metafisica di un caracollare esistenziale senza «né fine, né meta», hanno dipinto per molti di noi estati dove le città erano davvero deserte e la solitudine di chi restava davvero esposta all'esperienza assoluta dell'assenza. Il nostro tempo non conosce più quelle sane oasi di noia: l'imperativo della connessione perpetua ha frastornato sia il prete che colui che ne ricercava invano la parola. Adesso, anziché tagliare le rose nel giardino per resistere ad un tempo che non passa mai, siamo a rincorrere un tempo in fuga perpetua che cancella tutti gli spazi vuoti.
Ogni interstizio temporale deve essere riempito da un febbrile attivismo o dalla violenza rabbiosa di chi, in modi diversi, non si trova immerso nel grande fiume dell'esistenza iperattiva, in permanente "mobilitazione totale". Li ricordiamo ancora i ragazzi delle pietre lanciate dai cavalcavia delle autostrade? Il loro teppismo sciagurato non denunciava forse l'impossibilità di sostare nel vuoto, nel deserto di una vita di provincia che probabilmente non era così diversa da quella cantata da Conte? Ammazzare per gioco, non era forse un modo (assurdo) per ammazzare il tempo? Non accade anche oggi? In disuso, se Dio vuole, il gesto orrendo della pietra scagliata al passare anonimo delle automobili, la noia continua a foraggiare passaggi all'atto erratici che segnalano quanto insopportabile essa sia divenuta per noi occidentali: la violenza gratuita e vandalica, l'abbruttimento del consumo delle droghe, l'abuso compulsivo degli oggetti tecnologici, l'incentivazione di sensazioni sempre più inebrianti e assordanti hanno spazzato via l'immagine pastorale dell'oratorio deserto di Paolo Conte.
La noia non accompagna solamente il vuoto d'essere di chi si sente tagliato fuori dalla corsa all'affermazione della propria vita, ma anche chi in questa corsa si è affermato come primo. È quello che Kirkegaard, in pagine sublimi, descrive come l'ombra melanconica dello sguardo di Nerone che, nella leggenda, proprio per noia brucia la città di Roma. Anche il nostro tempo che sembra ipnotizzato dal culto del Nuovo rivela la stessa melanconia inquietante: tutto deve restare sempre acceso (I Phone, I Pad, social networks, televisione, ecc.), così freneticamente acceso che, come direbbe Didi-Huberman lettore di Pasolini, la flebile luce delle lucciole — che alludevano ad un tempo dove la noia non era ancora vissuta come un demone cattivo ma come un momento necessario alla vita -, si è definitivamente estinta.
Se la noia è divenuta oggi solo esperienza del tempo che gira su se stesso in una ripetizione priva di vita, i primi prigionieri di questa gabbia sono innanzitutto coloro che vivono facendo di tutto per sfuggirgli: l'euforia del Nuovo ricercato a tutti i costi svela, infatti, sempre la stessa identica insoddisfazione. Tuttavia, come sa bene lo psicoanalista, il Nuovo che vorrebbe evitare la noia non è mai realmente Nuovo, ma solo un suo cattivo antidoto che finisce, in realtà, per potenziare quella stessa noia che vorrebbe invece contrastare. Lo psicoanalista raccoglie dietro alle quinte dello spirito libertino del nostro tempo fatto di Aperi-cene e di Feste, la delusione annoiata che accompagna inesorabilmente i suoi protagonisti felliniani di cui La Grande Bellezza di Sorrentino ci ha dato un ritratto irresistibile. Non è questa una lezione della quale si dovrebbe tenere conto? Se al fondo della grande giostra dell'Occidente ritroviamo lo spettro della noia non è forse perché abbiamo frainteso profondamente il suo significato? Può la noia non essere solo l'esperienza soggettiva di qualcosa che si è semplicemente esaurito, che ha finito di essere vivo spegnendosi inesorabilmente, come in un rapporto di coppia sfiancato dal tempo o come nell'ascoltare un vecchio comico che ripete sempre lo stesso, ormai logoro, repertorio?
Nella noia, è vero, tutto si appiattisce, diventa grigio, ripetitivo, scontato. I padri della Chiesa, non a caso, la reclutano tra i sette vizi capitali sotto il nome di "accidia": è il peccato della caduta del desiderio e del suo sfinimento, è il peccato che fa venire meno il miracolo stesso del mondo. L'annoiato, infatti, sembra non riesca più a fare alcuna esperienza "religiosa" del mondo perché niente lo colpisce, lo entusiasma, lo scuote più. Tutto appare piatto, prevedibile, già visto, già saputo, già fatto. È il carattere evenemenziale del mondo che viene meno e riduce la vita stessa a un ingranaggio anonimo che non riserva più alcuna sorpresa. L'annoiato sa che non ci sarà più niente capace di toccarlo, di farlo vibrare, di sorprenderlo; la noia accompagna il disincanto ipermoderno (cinico-materialistico) per il mondo. Il quartetto perverso che organizza il godimento più depravato e anarchico nel Salò di Pasolini è, innanzitutto, annoiato dal mondo. La loro apatia inquietante traduce la caduta verticale del senso autenticamente erotico della vita: nel nostro tempo non c'è più spazio per la meraviglia nei confronti dell'apparizione miracolosa del mondo.
Ma la noia è davvero solo il nome di questa malattia? La sua lezione non ci insegna forse anche qualcos'altro? La noia è il "desiderio dell'Altrove", ha affermato una volta Lacan associandola stranamente alla rivolta, alla preghiera e all'attesa. Perché? Cosa hanno in comune queste esperienze apparentemente così diverse? Esse indicano la necessità della vita umana di allargare sempre l'orizzonte del proprio mondo, di spostare in avanti i propri limiti. L'annoiato è a prima vista colui che incontra il mondo come un orizzonte chiuso, ristretto, soffocante. Ma la noia non registra solo la chiusura del mondo; essa agisce anche come una spinta a riaprire, a rinnovare il suo orizzonte. L'annoiato è esausto del mondo così com'è, è sfinito dalla presenza oppressiva di questo mondo, ma non del Mondo come tale! Egli è come chi si rivolta ai padroni del mondo, come chi attende l'arrivo dell'Altro che gli porti un annuncio di vita nuova, come chi si inginocchia pregando e invocando l'Altro.
La noia mostra che questo mondo, il mondo visibile, il mondo come pura presenza, non è mai davvero tutto il Mondo. Essa trapela nello sguardo del bambino che per resistere al sapere asfissiante che la maestra gli propina non può che sbadigliare senza scampo. La sua testa cadrebbe pesantemente sul banco, se la sua noia, anziché ripetere sempre lo stesso mondo, come accade per la maestra, non ne invocasse l'esistenza di un altro. Lo sguardo del bambino si stacca dal banco e dai suoi quaderni, dalla lavagna tetra e dallo sguardo vuoto della maestra per rivolgersi finalmente Altrove. Dove? Fuori, via da lì, all'aperto, verso un altro mondo, Altrove; verso il glicine viola, il campo di calcio, la bambina che cammina con la sua veste rossa per strada, la neve che copiosa scende sul cortile. Non è forse questa la lezione più positiva della noia? La noia del bambino è sempre una rivolta, una attesa, una preghiera.
Massimo Recalcati  Repubblica .it 15.11.2015