mercoledì 4 settembre 2013
martedì 3 settembre 2013
VOCI E STORIE DAL SILENZIO : Macchine per trebbiare
VOCI E STORIE DAL SILENZIO : Macchine per trebbiare

All’aia di Via delle Conserve di Madonna della strada diTornimparte Otello di Carlo , gestoreanche dell’Hotel Grazia ,ha ricreato unmomento di lavoro contadino ,latrebbiatura, esponendo e facendo funzionare delle macchine usate per talelavoro.
Una “cartolina” dal mondo contadino d’un tempo cheripercorrendo attraverso la memoria decenni di storia, porta fino a noi quell’esperienza di prima meccanizzazionedell’agricoltura nel nostro paese.
La storia in generale della meccanizzazione ci dice che :“Ilvero impulso alla diffusione delle macchine di motoaratura a trazione direttasi ebbe solo con l’introduzione e il perfezionamento dei motori a combustioneinterna, in tutte le sue molteplici varianti per tipo di carburante e persistemi di funzionamento. Il motore a scoppio era meno pesante di quello avapore, era dotato di un’autonomia molto maggiore e risultava di facileconduzione da parte di un solo operatore, mentre la locomobile ne richiedevaalmeno un paio se non di più. Sembra che il primo trattore (o trattrice)azionato con un motore a scoppio sia stato sperimentato nel 1892 negli StatiUniti, ma solo fra il 1900 e il 1903 furono immesse sul mercato le primemacchine di motoaratura a trazione diretta di questo tipo.
Più dense di risultati pratici furono – nell’era pioneristica dellameccanizzazione – le innovazioni nel campo delle macchine mietitrici,trebbiatrici e mietitrebbiatrici. La ragione è che, in questo caso, le macchinepoterono dare ottimi risultati anche quando si servivano della trazione animale.”

Le mietitrici sono fra le macchine più antiche utilizzatedall’uomo per aumentare la produttività del lavoro agricolo. Plinio il Vecchioricorda che i Galli usavano «una grande cassa portata da piccole ruote, con l’orloanteriore munito di denti», che veniva «spinta da un bue contro le biade e lespighe», le quali «strappate dai denti del pettine, cad[eva]no nel cassone».Questa soluzione, però, fu successivamente abbandonata e soltanto alla fine delSettecento la mietitura meccanica cominciò di nuovo ad attirare l’attenzionedegli agricoltori inglesi e americani.
I primi studi volti alla realizzazione dimacchine per la trebbiatura dei cereali risalgono al secolo XVIII, ma fu soloin quello successivo che esse si affermarono in Europa e soprattutto inAmerica. All’inizio, le trebbiatrici, munite di battitori a sbarre cheruotavano in presenza di una griglia fissa, erano azionate a mano o da animali.Ben presto, però, esse furono munite di ventilatori e vagli cernitori e venneroazionate dalla macchina a vapore.
Tutta americana è l’invenzione della mietitrice-trebbiatrice, che ben prestosoppiantò le semplici trebbiatrici. (1)In Italia all’inizio degli anni ‘50 compaiono i primisegnali di crescita nell’utilizzo di macchine agricole. Tanto per dire, nel1955 l’agricoltura nazionale era rappresentata da una miriade di piccoleaziende che potevano contare su una SAU (superficie agricola utilizzabile) diben 23 milioni di ettari (oggi siamo a poco più di 13 milioni di ettari). Siutilizzavano solo 27.000 trattori, oltre il 70% dei quali nell’Italia settentrionale. Ancorapiù scoraggianti i dati relativi alle macchine operatrici, in gran parte atrazione animale e, comunque, prodotte in poco più di 4.000 t/anno.
L’esiguità del parco macchine di allora è dimostrato anche dai consumienergetici in agricoltura, con costi inferiori allo 0,2% della produzione lordavendibile (oggi i valori sono 30 volte superiori).

A metà degli anni ‘50, i principali studi economici di settore ancora studianoil confronto macchine motofalciatrici,mietitrebbiatrici (trainate e, solo successivamente, semoventi), macchinesemplici per la raccolta di patate e barbabietole. All’epoca, la manodoperarappresenta in agricoltura la vera forza lavoro, con 10 milioni di addetti. A fiancodi altre case costruttrici la Fiat ha un granderuolo in questo settore. La storia di Fiat Trattori inizia nel 1918 quando lancia ilprimo trattore, il Fiat 702 con 30 cavalli[1]. Almodello 702 fanno seguito le varianti 702A, B e BN e i successivi 703Be 703BN[2].Con queste varianti, prodotte fino al 1925, Fiat Trattori raggiunge iltraguardo delle 2.000 unità prodotte.Nel 1929 la fabbrica vendeva trattori a unritmo annuale di oltre 1.000 unità.Nel 1932 viene lanciato il primo trattore a cingoli europeo, il Fiat 700 C. Nello stessoanno, la produzione dei trattori viene spostata da Torino a Modena, dove vienefondata l'OCI (Officine Costruzioni Industriali)[3]. Ilprimo trattore prodotto nel nuovo stabilimento è il 702C da 28CV anziché da35CV, molto più leggero della versione precedente[4].Questo trattore rimane in produzione fino al 1950 e viene prodotto in 4.000unità[

Dunque ben fa Otello Di Carlo con questa sua iniziativa tutta personalea richiamare l’ attenzione su un mondo ormai scomparso . Un mondo arcaico ma non molto lontano, sopravvissuto a due guerre mondiali a due emigrazioni epocali , pertraghettare una cultura che sta alleradici della così detta modernizzazione.Un mondo che sopravvive nelle forti identità di un territorio che esprime molte potenzialità .
Le foto che qui appaiono sono quelledelle macchine che Otello conservainsieme a molte altre e mentre lescattavo ho avuto modo di parlare con lui di questo patrimonio culturale ed esperienziale che intende valorizzare.
Si tratta allora, mi permetto di ipotizzare io, di recuperare e valorizzare un percorso, quello della “via del grano” che dal semplice gesto del seminatore arriva alla produzione di un alimento, il pane. Un alimento che istituisce una economia storico e geografica con tutti i suoi simboli e le sue usanze inun territorio vasto come può essere quello del Mediterraneo Un percorso che attraverso le fasi perprodurre il pane mette assieme tappe che illustrano il lavoro contadino, isaperi e le tecnologie passando dallemacchine come le trebbiatrici e i mulini al costruito come i forni fino alle rappresentazioni simboliche del pane nelle arti visive e nelletradizioni popolari.
Un’utile iniziativa per coinvolgere dunque i territori di Madonna dellaStrada, Rocca S..Stefano,Forcelle di Tornimparte.
(1). Ennio De Simone STORIADELLA MECCANIZZAZIONE AGRICOLA E INTERAZIONE CON IL PAESAGGIO AGRARIO(Intervento al Musa del 12.3.2010http://trattoripedia.wordpress.com/2012/02/13/storia-della-meccanizzazione-agricola-e-interazione-con-il-paesaggio-agrario-intervento-al-musa-del-12-3-2010/)
Eremo Rocca S. Stefano martedì 3 settembre 2013venerdì 30 agosto 2013
LINEA D’OMBRA : La penna e il tamburo
LINEA D’OMBRA : La penna e il tamburo
30 agosto 2013 alle ore 20.34
LINEA D’OMBRA : La penna e il tamburoGiorgio Mariani Lapenna e il tamburo Gli Indiani d'America e la letteratura degli Stati Uniti
il manifesto - 18 Aprile 2003
INDIANI RIBELLI AL CIECO DESTINO
Di felicità e di uguaglianza ci parla la gloriosaDichiarazione d'Indipendenza americana, che, però, contemporaneamente annunciala demonizzazione e lo sterminio degli indiani. L'ultimo libro di GiorgioMariani, "La penna e il tamburo", pubblicato da Ombre Corte
di ALESSANDRO PORTELLI

C'è
una curiosa e feconda ambiguità nel titolo dell'ultimolibro di Giorgio
Mariani, La penna e il tamburo. Gli Indiani d'America e laletteratura
degli Stati Uniti (Ombre Corte, € 13: in una collana
intitolata"Americane", diretta da Roberto Cagliero e Stefano Rosso -
tral'altro, tutti dell'equipe americanistica della rivista
"Acoma").Dunque: che cos'è il tamburo lo sappiamo, e sappiamo che
c'entra con gliindiani (Tamburi lontani...). Ma la penna? La penna,
ovviamente, è unostrumento di comunicazione che, come il tamburo, serve a
mandare messaggi. Inquesto senso, la penna è un'alternativa al tamburo,
e una sua continuazione conaltri mezzi generati dalla conquista, dalla
modernizzazione,dall'acculturazione. Ma riferita agli indiani d'America,
la penna evoca anchealtre associazioni: per esempio le penne che dalle
mie parti noi bambinistrappavamo alle galline per mettercele in testa e
giocare agli indiani (giàallora nessuno voleva fare il cowboy). In
questo senso, allora, la pennasuggerisce che anche quando si mettono a
scrivere - e con la frequenza einnovativa creatività che Mariani ci fa
vedere - gli indiani non dismettono gliabiti tradizionali e, con i
nostri mezzi, fanno i conti con l'immagine che noiabbiamo di loro. "La
scrittura", dice Simón Ortíz, grande poetaamericano del pueblo di Acoma
in Nuovo Messico, non è "un ponteattraversato, ma una parte del
sentiero, della strada, del viaggio, su cui giàcammini". Il libro di
Giorgio Mariani lo mostra con esemplare chiarezza,accompagnata ma non
offuscata da un rigore critico e da un aggiornato dialogocon la storia
della critica letteraria e le sue tendenze attuali. Ne vienefuori un
libro che è al tempo stesso militante e, nel senso migliore dellaparola,
accademico; un contributo non marginale alla nostra comprensione
dellacomplessità della cultura degli Stati Uniti.Il libro è sostanzialmente diviso in due parti. Come spiegaMariani nell'introduzione, la prima mette in luce il modo in cui l'identitàdegli Stati Uniti, non solo letteraria, "si è venuta formandocontrapponendosi a una identità indiana", peraltro "largamenteconcepita dal punto di vista della cultura dominante euroamericana, e legatadunque alle immagini più o meno stereotipate che quest'ultima ha proiettatosulle popolazioni indigene del Nord America". Qui Mariani riprendecriticamente una decisiva intuizione di Toni Morrison. In Giochi nel buio, lagrande scrittrice afroamericana ha dimostrato, infatti, che la "presenzaafricanista" incombe su tutta la letteratura degli Stati Uniti, non soloin quei testi in cui gli afroamericani sono presenti ma anche, forsesoprattutto, dove sono cancellati. Lo stesso vale, aggiunge Mariani, perl'altra fondamentale presenza sul suolo nordamericano, gli indiani (e il fattoche Morrison non ne faccia cenno fa capire quanto divisa, settorializzata, sial'identità americana anche nelle sue punte più alte di coscienza).
Il
margine, dunque, diventa centro: gli indiani, i neri, nonsono
un'alterità occasionale, un esotismo coloristico o una minaccia
incombente,ma una condizione istitutiva del discorso dominante stesso.
Un testo americanoin cui non esistono indiani o neri è un testo
americano che ha preliminarmentecompiuto il lavoro invisibile di
cancellarli. "Non a caso", scriveMariani, la Dichiarazione
d'Indipendenza, testo fondante della libertàamericana, "menziona i
nativi esclusivamente come quegli `spietatiselvaggi indiani', scatenati
dalla corona inglese contro le colonie"; eaggiungerei che la sacra
Costituzione degli Stati Uniti d'America menziona indianie neri solo
come "all other persons", "tutte le altrepersone", conteggiate per tre
quinti nella rappresentanza elettorale deibianchi ma privi essi stessi
di voto e cittadinanza. In un discorso recente, invista della guerra
all'Iraq, citando per intero il brano della dichiarazioned'Indipendenza
(che continua: "gli spietati selvaggi la cui ben notaregola di guerra è
un'indiscriminata distruzione di tutte le età, sessi econdizioni"), lo
scrittore indiano americano Sherman Alexie diceva:"dunque gli Stati
Uniti sono stati fondati, in parte, sulla demonizzazionedei Nativi
Americani, ed è dannatamente facile giustificare lo sterminio didemoni,
no?" Io aggiungerei: non è curioso che quella gloriosaDichiarazione sia
per noi "occidentali" la affermazionedell'uguaglianza e del diritto alla
felicità, e sia per gli indiani l'annunciodella loro demonizzazione e
sterminio? Della uguaglianza e felicità di chiandiamo parlando.
D'altra
parte, un testo americano in cui gli indianicompaiono è un testo
americano che ha fatto o sta facendo il lavoro dirappresentarli come una
proiezione di sé. Nel rapido ma convincente excursussulla storia della
critica americana sulle rappresentazioni letterarie degliindiani, da Roy
Harvey Pearce a Richard Slotkin, da D. H. Lawrence a LeslieFiedler,
emerge come anche la critica al genocidio mantenga una
decisivaambivalenza: da un lato, riconosce la presenza degli indiani e
la violenzaesercitata su di loro dal progresso della civiltà
euroamericana; ma,dall'altro, li legge solo come oggetto della
soggettività dei loro distruttori,come problema per la coscienza di
questi ultimi. Il senso di colpa è alimentatodalla proiezione
dell'indiano in un passato dal quale è destinato a nonemergere perché la
sua estinzione si è già consumata o è inevitabile.In realtà, come Mariani eloquentemente ci ricorda, gliindiani non erano e non sono estinti, e hanno continuato in tutto il corsodella conquista a parlare ai loro conquistatori, anche a costo di doverlo farenella loro lingua, nei loro termini, con i loro strumenti. Tra le grandi figurea noi sconosciute della storia e della cultura americana, per esempio, dobbiamoannoverare quel William Apess che sta alla storia degli indiani un po'comeFrederick Douglass sta alla storia dei neri. Indiano Pequot (è la tribù che dàil nome alla nave di Moby Dick) convertito al protestantesimo, in tutta laprima metà dell'800 Apess continua a ribadire ai bianchi la loro comune umanitàcon gli indiani, e a ricordare all'America le sue stesse leggi, le sue stessenorme morali e religiose, che viola brutalmente nel modo come tratta gliindiani.
Mariani insiste giustamente sul fatto che Apess (comeFrederick Douglass) e tutte le voci degli indiani d'America nell'800 nonrovesciano meccanicamente il discorso della cultura dominante: se per i bianchigli indiani sono "l'Altro", Apess, Black Hawk, George Copway, SaraWinnemucca rifiutano di riconoscere un'alterità essenziale nei bianchi mainsistono a rivolgersi ad essi come esseri umani simili a sé. Anche per questo,gran parte delle autobiografie indiane che ci sono arrivate - da Black Hawk aBlack Elk (Alce Nero) - sono in realtà dialoghi, fra un narratore indiano e unascoltatore, copista, interprete, traduttore, scrittore bianco. Come ha scrittoArnold Krupat e come sviluppa Mariani, questi testi non ci danno l'autenticitàincontaminata di una cultura ma l'incontro fra due culture, il dialogo, ilconfronto, lo sforzo di spiegarsi e di capirsi.
Questo
diventa ancora più vero in tempi più vicini a noi,quando - soprattutto a
partire dalla fine degli anni `60 - esplode una speciedi "rinascimento
letterario" degli indiani d'America, che producetesti ormai canonici per
qualunque storia della letteratura americana, da HouseMade of Dawn di
N. S. Momaday a Ceremony di Leslie Marmon Silko, da Winter inthe Blood
di James Welch a Indian Killer di Sherman Alexie. Proprio a
questoromanzo - un horror urbano intriso di rabbia politica e memoria
storica -Mariani dedica un'analisi ravvicinata,mostrando l'intreccio
complesso dellecategorie temporali tradizionali e occidentali, "tra
universo mitico eframmentazione postmoderna", come recita il titolo del
capitolo (e anchequi, un'ambiguità feconda: Indian Killer vuol dire sia
killer indiano, siakiller di indiani. E il romanzo si muove in questo
spazio, fra dolore per laviolenza subita e furore di violenta vendetta).Alla fine, il mistero dell'identità del killer restairrisolto. Ma il mistero vero, come scrive Mariani, è un altro: "unaresistenza indigena alla colonizzazione euroamericana che scompagina lestrutture temporali delle 'grandi narrazioni' nazionali degli StatiUniti". E continua a farlo: "In quanto Nativo Americano, conoscointimamente la storia delle menzogne americane in tempo di guerra e di pace. Inparole povere, gli organi esecutivi e legislativi degli Stati Uniti hannoviolato tutti i trattati firmati con tutte le tribù Native, e solo l'interventooccasionale e imprevedibile del ramo giudiziario ha restituito e protettooccasionalmente la sovranità tribale. Perciò, come Nativo Americano, trovoparadossale che gli Stati Uniti vogliano fare la guerra all'Iraq perché viola itrattati... Trovo gravissimo che l'Iraq violi da dieci anni le risoluzionidelle Nazioni Unite, ma sono altrettanto scandalizzato dal fatto che gli StatiUniti hanno il coraggio di prendere una posizione di superiorità morale aproposito di trattati violati".
"E' tutto nel passato, direte voi", canta lamusicista Nativa Americana Buffy Sainte Marie, a proposito di altri trattativiolati, "ma succede ancora, qui ed oggi". Insomma, possiamo dire -con le parole di un personaggio di Indian Killer che sono anche le parole concui Mariani sceglie di chiudere il suo libro: "Non è finita affatto".
Diario, 4 luglio 2003
Racconto degli indiani. La difficoltà di essere nativi
di Francesco Dragosei
Nel
suo noto saggio del 1992, Giochi al buio: il bianco e ilnero nella
letteratura americana, la scrittrice Toni Morrison rileva
comel’ossessiva e oscura presenza dei neri nella letteratura americana
abbiacostituito la pietra fondamentale su cui i bianchi hanno edificato
ladefinizione di se stessi, oltre che dei propri schiavi neri. Per
esempio, lasensibilità americana per la libertà e per i diritti umani
sarebbe stataparadossalmente stimolata dallo stato di schiavitù in cui
erano tenuti gliafro-american. Partendo da quel libro della Morrison,
Giorgio Mariani sipropone con questo suo bel saggio di dimostrare come,
assieme a quella delnero, sia stata la figura dell’indiano a essere
costantemente al centroprofondo della letteratura e dell’io americano.
Presenza fondamentale, ma alcontempo così spesso deformata da potersi
quasi parlare di un’invisibilità delNative American agli occhi
dell’America bianca. I gradi di invisibilitàvarieranno nel corso della
Storia. In una prima fase – al momento dellaconquista del continente –
il Native American si vedrà negare l’appartenenza algenere umano,
trasformato in creatura demoniaca e abietta, utile a
giustificarel’intervento «civilizzatore» dei conquistatori. In una
seconda l’indiano avràun riconoscimento di umanità, ma non quello della
propria soggettività:continuando a essere considerato un oggetto
dell’osservazione dei bianchi.Frutto di tale visione sarà, per esempio,
The Indian in American Literature: unclassico scritto da Albert Keiser
nel 1933, e che comincerà a gettare unaqualche luce di verità sulla
figura del Native American. Altre difficoltà sullavia del riconoscimento
dell’indiano sorgeranno dal doversi la sua culturaprettamente orale
inserire nella gabbia di scrittura (e altro) della tradizioneletteraria
europea. Difficoltà che saranno aggravate – per quanto riguarda iprimi
scrittori indiani – dal doversi essi esprimere in una lingua non
propria,e, in un secondo momento, dal non ricordare nemmeno più l’idioma
originario.Serie di ambiguità che si riassumono nel dilemma di uno
scrittore indianodiviso tra «la penna» della cultura di arrivo e «il
tamburo» della cultura dipartenza.
Per
fortuna, a riequilibrare un po’ la situazione, ci sarà aun dato momento
la presenza di un certo numero di nuovi scrittori indiani(dalla Leslie
Marmon Silko a Gerald Vizenor, a Sherman Alexie) che cercherannodi
restituirci una visione realistica dell’indiano e della sua cultura.
Dellaquale però – avverte Mariani – saranno parte talmente importante
eimprescindibile i vari gradi di allontanamento da sé (e di
assimilazione allacultura statunitense) che sarebbe un nuovo, grave
errore non riconoscerli, nonprendere atto di quello che è ormai un
complicato, stratificato (taloraambiguo) ibrido culturale. Un errore
che, a questo punto, rappresenterebbel’ennesimo atto di disconoscimento
dell’indiano. Di accettazione della suainvisibilità.Recensione di Matteo Sanfilippo sulla rivista telematicaIPERSTORIA
Eremo Rocca S.Stefano venerdì 30 agosto 2013 mercoledì 28 agosto 2013
mercoledì 21 agosto 2013
ARTE FACTUM : BRUCE STERLING SOPRAVVIVERE AI ROBOT
Recentemente c'è un ritorno di interesse per la vecchiateoria che vede i robot come nemici dei lavoratori manuali.
L'idea è che i robot possono portare via il lavoro agli esseri umani, chepossono perfino rendere irrilevante il concetto di classe operaia, perché chipossiede i capitali può usarli per crearsi un vantaggio politico permanenteattraverso l'high-tech.
Questa teoria pessimistica è vecchia quanto la parola robot, che apparve per laprima volta in un'opera teatrale di fantascienza nel 1920, R.U.R.
(che sta per Rossumovi univerzální roboti, cioè «I robot universali di Rossum»)e fu scritta a Praga da Karel Capek.
La sinistra leggenda sui robot è già presente in toto nell'opera originaria diCapek.I «robot» del drammaturgo ceco sono esseri umani artificiali, progettatiesplicitamente da «Rossum», un fanatico imprenditore high-tech, per sostituiregli operai umani nelle industrie.
La
storia va a finire male, perché gli infaticabili robotspazzano via la
razza umana, che ha perso ogni speranza e interesse per un futuro di
umanità.
C'è di peggio: l'autore stesso, Karel Capek, morì nella disperazione,e suofratello Josef, che aveva inventato la parola robot, fu eliminato dai nazistinel famigerato lager di Bergen-Belsen.
La storia dei robot è molto pesante, perciò appare un po' naïf cominciare apreoccuparsi del rapporto tra robot e posti di lavoro nell'anno di grazia 2013.
Non è mai stato un segreto che i robot sono creati per distruggere i posti dilavoro degli esseri umani.
È palese che i robot sono al servizio degli interessi del capitale, e non dellavoro.
Dal 2008 questa tendenza è quanto mai evidente.
I «robot» sono ben poca cosa a confronto degli attacchi ai sindacati, dellachiusura delle fabbriche, dell'esternalizzazione dei posti di lavoro, deisalari ridotti per decreto, delle proclamazioni unilaterali dello stato diausterity e delle enormi disparità di reddito fra chi possiede i capitali e lapopolazione fisicamente produttiva.
Sono realtà concrete, perciò preoccuparsi troppo dei «robot» in condizioni cosìdrammatiche in sostanza non è altro che superstizione popolare, una metaforaletteraria.
Non è il modello di robot proposto da Capek
novant'anni fa,una macchina in forma umana che toglie a un uomo i suoi
mezzi di sussistenza eusurpa il suo ruolo di cittadino, operatore morale
e specie, di cui dobbiamoaver paura.
Robot di forma umana e con nomi umani, come «Baxter» e «Asimo», sono solomanichini animati.
I «robot» avanzati dei giorni nostri sono una cosa diversa e più moderna.
Non sono macchine indipendenti e pensanti fatte con le nostre fattezze.
Sono le periferiche di enormi database wireless in banda larga, come peresempio la Google Car.
La Google Car non si guida da sola.
È fondamentale capire che la Google Car è un'automobile guidata da Google, che vienespostata con precisione attraverso lo spazio tridimensionale dalle smisurate esempre più accurate banche dati di Google Mappe.
Una Google Car non è un'entità indipendente e pensante.
È una macchina mobile che esegue un'enorme database composto dai movimentitridimensionali preregistrati eseguiti da molte altre auto prima di lei.
La Google Car è un'entità simile al traduttore di Google.
Il traduttore di Google non capisce l'inglese o l'italiano, ma ha un enormedatabase stocastico di testi tradotti dall'italiano all'inglese.
Il traduttore di Google non è in grado di scrivere niente dasolo, ma per certi testi che sono già stati tradotti migliaia di volte prima, èun ottimo traduttore.
Economico, efficiente e sempre disponibile.
Ne consegue che la Google Car può essere un autista eccellente su tragitti che sonostati percorsi da molti altri in passato.
Su certi percorsi molto trafficati, con mappe molto dettagliate, può essere unautista eccellente, probabilmente migliore di qualsiasi essere umano.
Perciò, se vi state chiedendo se una Google Car può togliere il lavoro a unessere umano che fa le consegne, la risposta è sì.
Non ci sarà un autista robot a forma di uomo dietro il volante.
La Google Car ideale non ha nemmeno un volante.
Il robot della Google Car è Google con le ruote.
Questa è automazione moderna in azione.
L'automazione non è una novità.
La domanda fondamentale è come saranno distribuiti tra gli esseri umani ibenefici di questa maggiore efficienza industriale.
E sappiamo già come vanno le cose in questo senso ultimamente: i benefici vannodritti ai più ricchi, mentre gli oneri ricadono sui poveri.
Karel Capek lo sapeva già nel 1920.
Nel tempo che è trascorso da allora, sembra che non abbiamo imparato quasinulla.
La Repubblica 21.08.2013 (Traduzione di Fabio Galimberti)
Eremo Rocca S.Stefano mercoledì 21 agosto 2013
Recentemente c'è un ritorno di interesse per la vecchiateoria che vede i robot come nemici dei lavoratori manuali.L'idea è che i robot possono portare via il lavoro agli esseri umani, chepossono perfino rendere irrilevante il concetto di classe operaia, perché chipossiede i capitali può usarli per crearsi un vantaggio politico permanenteattraverso l'high-tech.
Questa teoria pessimistica è vecchia quanto la parola robot, che apparve per laprima volta in un'opera teatrale di fantascienza nel 1920, R.U.R.
(che sta per Rossumovi univerzální roboti, cioè «I robot universali di Rossum»)e fu scritta a Praga da Karel Capek.
La sinistra leggenda sui robot è già presente in toto nell'opera originaria diCapek.I «robot» del drammaturgo ceco sono esseri umani artificiali, progettatiesplicitamente da «Rossum», un fanatico imprenditore high-tech, per sostituiregli operai umani nelle industrie.
La
storia va a finire male, perché gli infaticabili robotspazzano via la
razza umana, che ha perso ogni speranza e interesse per un futuro di
umanità.C'è di peggio: l'autore stesso, Karel Capek, morì nella disperazione,e suofratello Josef, che aveva inventato la parola robot, fu eliminato dai nazistinel famigerato lager di Bergen-Belsen.
La storia dei robot è molto pesante, perciò appare un po' naïf cominciare apreoccuparsi del rapporto tra robot e posti di lavoro nell'anno di grazia 2013.
Non è mai stato un segreto che i robot sono creati per distruggere i posti dilavoro degli esseri umani.
È palese che i robot sono al servizio degli interessi del capitale, e non dellavoro.
Dal 2008 questa tendenza è quanto mai evidente.
I «robot» sono ben poca cosa a confronto degli attacchi ai sindacati, dellachiusura delle fabbriche, dell'esternalizzazione dei posti di lavoro, deisalari ridotti per decreto, delle proclamazioni unilaterali dello stato diausterity e delle enormi disparità di reddito fra chi possiede i capitali e lapopolazione fisicamente produttiva.
Sono realtà concrete, perciò preoccuparsi troppo dei «robot» in condizioni cosìdrammatiche in sostanza non è altro che superstizione popolare, una metaforaletteraria.
Non è il modello di robot proposto da Capek
novant'anni fa,una macchina in forma umana che toglie a un uomo i suoi
mezzi di sussistenza eusurpa il suo ruolo di cittadino, operatore morale
e specie, di cui dobbiamoaver paura.Robot di forma umana e con nomi umani, come «Baxter» e «Asimo», sono solomanichini animati.
I «robot» avanzati dei giorni nostri sono una cosa diversa e più moderna.
Non sono macchine indipendenti e pensanti fatte con le nostre fattezze.
Sono le periferiche di enormi database wireless in banda larga, come peresempio la Google Car.
La Google Car non si guida da sola.
È fondamentale capire che la Google Car è un'automobile guidata da Google, che vienespostata con precisione attraverso lo spazio tridimensionale dalle smisurate esempre più accurate banche dati di Google Mappe.
Una Google Car non è un'entità indipendente e pensante.
È una macchina mobile che esegue un'enorme database composto dai movimentitridimensionali preregistrati eseguiti da molte altre auto prima di lei.
La Google Car è un'entità simile al traduttore di Google.
Il traduttore di Google non capisce l'inglese o l'italiano, ma ha un enormedatabase stocastico di testi tradotti dall'italiano all'inglese.
Il traduttore di Google non è in grado di scrivere niente dasolo, ma per certi testi che sono già stati tradotti migliaia di volte prima, èun ottimo traduttore.
Economico, efficiente e sempre disponibile.
Ne consegue che la Google Car può essere un autista eccellente su tragitti che sonostati percorsi da molti altri in passato.
Su certi percorsi molto trafficati, con mappe molto dettagliate, può essere unautista eccellente, probabilmente migliore di qualsiasi essere umano.
Perciò, se vi state chiedendo se una Google Car può togliere il lavoro a unessere umano che fa le consegne, la risposta è sì.
Non ci sarà un autista robot a forma di uomo dietro il volante.
La Google Car ideale non ha nemmeno un volante.
Il robot della Google Car è Google con le ruote.
Questa è automazione moderna in azione.
L'automazione non è una novità.
La domanda fondamentale è come saranno distribuiti tra gli esseri umani ibenefici di questa maggiore efficienza industriale.
E sappiamo già come vanno le cose in questo senso ultimamente: i benefici vannodritti ai più ricchi, mentre gli oneri ricadono sui poveri.
Karel Capek lo sapeva già nel 1920.
Nel tempo che è trascorso da allora, sembra che non abbiamo imparato quasinulla.
La Repubblica 21.08.2013 (Traduzione di Fabio Galimberti)
Eremo Rocca S.Stefano mercoledì 21 agosto 2013
Iscriviti a:
Post (Atom)

