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mercoledì 4 aprile 2012

COTTO E CRUDO : De re coquinaria

COTTO E CRUDO : De re coquinaria


Agli albori della civiltà romana la base dell'alimentazione era rappresentato dalla "polta" o puls, semplice farina di farro cotta in acqua salata, paragonabile come consistenza alla polenta, a cui si aggiungeva un po' di tutto: fave, lenticchie, cavoli, cipolle. I romani non' erano soltanto grandi "mangiatori di erbe", come affermava Plauto, adoravano le uova ed il latte, consumato fresco, cagliato, o trasformato in formaggi. Diffusa era la carne di maiale, di cui Plinio vanta i 50 diversi sapori, oltre al coniglio, il pollame e la selvaggina. I Romani si nutrivano anche di pesce: un condimento molto gradito era il garum, una salsa ottenuta dalla macerazione di alcuni pesci azzurri e delle loro interiora. Insieme al mosto e alla frutta secca, il miele, usato nella preparazione di dolci e di bevande, compare anche nelle pietanze. La vittoria di Roma nelle guerre puniche nel Il sec.a.c., con il conseguente afflusso di immense quantità di prodotti provenienti dalle zone conquistate, crea le premesse per un cambiamento epocale in termini di preferenze alimentari. I trattati di cucina come il De re coquinaria, attribuito a Marco Gavio Apicio, insieme ai trattati di agronomia di
Columella, Varrone, Catone o i testi di scienze naturali come quello di Plinio il Vecchio, offrono informazioni preziose sulle pietanze e sui modi di conservare le provviste alimentari. Alle fonti letterarie l'Archeologia consente di aggiungere significative testimonianze, sulle modalità di cottura degli alimenti o la diversa tipologia di vasellame in uso in cucina e sulla mensa. AI Museo Archeologico Nazionale Villa Frigerj i ragazzi possono seguire un laboratorio di cucina, nel quale, partendo dalle ricette tramandate dalle fonti storiche, possono preparare antiche pietanze con ingredienti veri o figure che li riproducono, scegliendo altresì il contenitore più adatto per cucinare o per servire a tavola. Un percorso didattico estremamente interessante in quanto offre approfondimenti su diverse aree tematiche dall'uso delle fonti, alle tradizioni culturali, dalle conquiste di Roma all'evoluzione dei commerci, alla numismatica, alla lingua latina. Sembra proprio che la conoscenza passi anche dal cibo!
Info: Ass. Culturale Oltremuseo 333•6405713  Iunedì-sabato 9.00-14.00
Museo Archeologico Nazionale Villa Frigerj

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì  4 aprile 2012

venerdì 23 marzo 2012

COTTO E CRUDO : I padroni del cibo


 
 
 
 
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COTTO E CRUDO  : I padroni del cibo 
LA TERRA E’ UNO STRANO POSTO  Se la guardate con gli occhi di Raj Patel. Le persone in sovrappeso sono un miliardo, mentre 800 milioni sono quelle che soffrono la fame. Ogni anno le multinazionali del cibo mettono sul mercato 15-20 mila nuovi prodotti alimentari, ma nei paesi in via di sviluppo è in corso un’epidemia di suicidi tra gli agricoltori che vanno in rovina per via dei mercati globali.”Per ogni dollaro speso per promuovere alimenti naturali si spendono 500 dollari per pubblicizzare junk food”, spiega Patel. Ma chi è Patel? E perché è diventato famoso? La risposta (minimalista) è: è un sociologo che si occupa del cibo, globalizzato e non, che mangiamo. Ed è egli stesso un prodotto della globalizzazione.Sua madre viene da una famiglia di impiegati pubblici del Kenya, suo padre dalle miniere delle isole Fiji. Lui è nato a Londra, ha studiato a Oxford, ha lavorato alla Banca mondiale e al Fondo monetario di Washington, esperienza che lo ha trasformato in uno dei più agguerriti critici delle due organizzazioni. Un uomo che conosce l’universo mondo, compresi i sapori e i profumi di quel che si mangia.Oggi Patel insegna a Berkeley, in California, e il libro che ha pubblicato, ‘Stuffed & Starved’ (rimpinzati e affamati), in uscita in Italia da Feltrinelli con il titolo ‘I padroni del cibo’, è un bestseller, ed è diventato un testo chiave, lodatissimo anche da Naomi Klein, per tutti quelli che indagano su che cosa sta succedendo al cibo che mangiamo. O meglio, per tutti coloro che sono convinti che è il cibo la chiave del potere (economico, culturale, politico) nel XXI secolo.
L’INTUIZIONE CHE HA PORTATO PATEL A UN TALE SUCCESSO E’ SEMPLICE
Il peccato capitale della nostra economia è avere dimenticato che il cibo non è una merce come le altre . Il cibo è prima di tutto cultura, e lo è per diverse ragioni tutte ugualmente importanti: perché al cibo sono legate tradizioni culinarie antiche, sapori e odori che fanno parte del sentire collettivo, dell’identità e della geografia stessa, ma anche perché l’agricoltura è il necessario complemento di questa tradizione e rappresenta il motore fondamentale delle economie regionali, specie nei paesi poveri.Già il movimento dei no global, di cui Patel fa parte, fino dagli esordi, aveva provato a lanciare questa operazione culturale alla fine degli anni Novanta. Quel movimento, in Occidente, è stato spazzato via dall’11 settembre, dopo una fiammata tra il 1999 e il 2001, da Seattle a Genova. Ma quelle idee hanno continuato a scavare, e in questi ultimi anni la discussione sul ruolo del cibo ha assunto importanza centrale.E non si tratta solo di militanti. Per capire il ruolo che il cibo, dalla sua produzione e fino al nostro modo di stare a tavola, ha assunto nel nostro immaginario, basti citare alcuni film di questi anni: da ‘Supersize Me’, denuncia del fast food di Morgan Spurlock, a ‘Sideways’ di Alexander Payne in cui fare e gustare lentamente il vino è associato all’idea dell’amicizia, a ‘Couscus’ di Abdel Kechiche dove l’ottima cucina rende possibile l’integrazione di una famiglia di immigrati in una cittadina francese in crisi.
E POI CI SONO I LIBRI DENUNCIA
Nel 2001 fece scandalo Eric Schlosser con il suo ‘The Fast Food Nation’, che metteva a nudo le miserie delle grandi catene di ristorazione americane. Poi Paul Roberts, con ‘The End of Food’, ha svolto un’inchiesta sulla fragilità della catena produttiva che porta cibo scadente sulle nostre tavole. Michael Pollan (’In Defence of Food: An Eater Manifesto’) si è scagliato contro una cultura alimentare più attenta alla chimica che alla qualità. E Taras Grescoe, in ‘BottomFeeder’, ha raccontato la crisi ecologica del pesce negli oceani.La novità è che Patel mette insieme tutti i pezzi di questo mosaico in una visione unitaria che comprende gli affamati del Terzo mondo e gli obesi di casa nostra, cercando di capire che cosa è andato storto in un mondo in cui la tecnologia potrebbe consentire a tutti di mangiare decentemente e di mantenere la propria identitàl libro di Patel è stato al centro dell’attenzione anche perché ha previsto con anticipo l’aumento dei prezzi degli alimenti dell’inverno scorso. Quell’evento ha indotto molti economisti a ripescare le previsioni catastrofiste di Thomas Malthus sulla possibilità che la produzione di cibo non fosse in grado di tenere il passo della crescita demografica. Malthus scrisse il ‘Saggio sul principio della popolazione’ 210 anni fa e nel frattempo tutti hanno pensato che quel suo testo fosse stato superato dall’innovazione tecnologica e dalla rivoluzione dei trasporti.E invece, all’inizio del XXI secolo, eccolo tornare alla ribalta come il tema centrale dell’umanità. Patel ci rassicura: Malthus aveva torto. Il cibo non manca, a soffrire di fame sono i poveri che non possono procurarselo, dice, ma per affrontare la questione della miseria bisogna incoraggiare i governi a difendere l’agricoltura anziché obbligarli a distruggerla. Per farlo basterebbe invertire le priorità: capire che il libero mercato dei prodotti alimentari è “una menzogna che ci viene venduta per ragioni propagandistiche”.
IN REALTA’ NEGLI STATI UNITI E IN EUROPA
Le grandi aziende agricole hanno accesso a enormi sussidi da parte dello Stato. Così, quando la Banca mondiale e la World trade organization obbligano i Paesi poveri a liberalizzare i loro mercati, intere culture e modi di vita vengono spazzati via. A maggio Patel, nel corso di un’audizione al Congresso Usa, ha definito lapolitica della Banca mondiale “ignominiosa”. E ha ricordato il caso del Ghana, dove negli anni ‘90 la produzione di riso copriva l’80 per cento dei consumi interni e quella di pollame il 95 per cento. Dopo la liberalizzazione imposta dalla Banca mondiale le produzioni locali sono crollate rispettivamente al 20 e all’11 per cento.E qui si arriva all’altro corno del dilemma: se ci sono tanti affamati, come mai ci sono anche tanti obesi? Semplice, perché la politica che porta una parte del mondo alla fame è nata nell’unico paese dell’universo, gli Usa, che non ha una tradizione alimentare e considera un’assurdità passare troppo tempo a tavola.
SI E’ INSOMMA OBESI PER MANCANZA DI CULTURA
Di identità, perché si ignorano quei gusti che altrove sono l’espressione del territorio e della geografia. Oltre un terzo degli americani non ha la più pallida idea della provenienza di ciò che mangia. Il 20 per cento delle decine di milioni che ogni giorno si nutrono di fast food lo consumano in automobile. Quella cultura ha fatto proseliti e nel mondo la grande M della McDonald’s è oggi un simbolo più conosciuto della croce cristiana.Fame e obesità sono due fenomeni contigui e persino negli Stati Uniti questa prossimità è evidente. Qui ci sono 35 milioni di persone che talvolta nel corso dell’anno non hanno i soldi per comprarsi da mangiare. Ma in maggioranza sono obese, perché quando hanno i soldi si nutrono di alimenti di scarsa qualità: “E questo accade perché sono subornati da una cultura alimentare che incoraggia a mangiare cibo dannoso, che provoca diabete e malattie cardiache”. Le quattro maggiori multinazionali dell’alimentazione controllano il 50 per cento del mercato alimentare. La sola Unilever controlla il 90 per cento del mercato mondiale del tè.Patel ricompone in un’unica logica le battaglie diVandana Shiva, la militante indiana che non vuole cedere alle multinazionali la sovranità sulle sementi, e quelle di Carlo Petrini, il fondatore dello Slow Food che invoca il controllo delle comunità locali sulla qualità del cibo. Sono passati 20 anni da quando il Nobel Amartya Sen pubblicò il suo memorabile saggio su ‘Libertà e cibo’, sostenendo, contro i liberisti alla Milton Friedman, che la possibilità di procurarsi alimenti decenti va considerata una delle libertà fondamentali dell’uomo. Allora Sen parlava del Terzo mondo. All’inizio del nostro secolo la battaglia economica e culturale per il cibo ci riguarda tutti.
fonte : http://www.ilnuovomondo.it
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio
Eremo Via vado di sole, L'Aquila, venerdì 23 marzo 2012 
 

mercoledì 29 febbraio 2012

COTTO E CRUDO : L’imperialismo cambia nome: «land grabbing»

 COTTO E CRUDO  : L’imperialismo cambia nome: «land grabbing»


Qualche giorno fa si è letto che un tribunale della Nuova Zelanda, dando torto al governo, ha fermato la vendita a una società cinese di 16 aziende agricole per 166 milioni di dollari. Episodi come questo si vanno moltiplicando. Si è calcolato che negli ultimi 5 anni siano Stati acquistati, o comunque negoziati fra privati o governi di stati diversi, territori per 30 milioni di ettari: pressappoco la superficie delle Filippine.
Cominciamo col chiederci chi sono i protagonisti. Per i protagonisti passivi, e cioè coloro che vendono, l’elenco è fatto abbastanza presto. Sono, in primo luogo, i Paesi più poveri, quelli che non hanno nient’altro da vendere; e quindi, prevedibilmente, la maggior parte dei Paesi africani (anche se ce ne sono, come il Sudafrica o Gibuti, tra i compratori). Ma a vendere pezzi di territorio sono anche (tra gli altri) Filippine, Pakistan, Indonesia, Laos, Ucraina, Cuba.
Ci sono persino due importanti «Bric», cioè Paesi che stanno diventando potenze economiche mondiali, come Brasile e Russia. Dunque ra i venditori non ci sono solo Paesi poveri, ma anche Paesi che hanno molta terra da vendere.
Passiamo agli acquirenti. Il lettore penserà subito alla Cina, perché della Cina si conosce la fame crescente di materie prime, oleodotti, porti (a cominciare dal Pireo), contratti all’estero per infrastrutture (strade, raffinerie) e così via. Anche di territori da coltivare. Il grande Paese ha bisogno di alimentare la propria crescita, ma anche di attrezzarsi per nutrire i suoi abitanti: quasi un quinto della popolazione mondiale, che vive sul 7% delle terre coltivabili del pianeta. Non a caso, il Documento n. 1 del 2007 del Comitato Centrale del Pcc insisteva sulla necessità per l’agricoltura cinese di «uscire dalle proprie frontiere»: una direttiva che si è tradotta nell’uscita di capitali, tecnologie, manodopera. Non si sa con esattezza quanti cinesi lavorino oggi in Africa nei vari settori: le valutazioni vanno da
200mila a un milione.

Tuttavia la Cina occupa per ora solo il terzo posto nella speciale classifica degli acquirenti, nell’ordine: Corea del Sud, India, Cina, Arabia Saudita ed Emirati, Giappone (più indietro ci siamo anche noi, con presenze in Africa e in Europa Orientale). Anche se la forza e l’attivismo internazionale della Cina sembrano destinarla a scalare, molto presto, la testa della classifica. La quale è comunque incerta: sia perché i governi (e i protagonisti in genere) non forniscono volentieri i dati; sia perché non sono chiari, ma ambigui e vaghi, i confini che separano la piantagione gestita da un vecchio colono dal tradizionale investimento di una multinazionale, fino agli acquisti di cui parliamo (e ai quali ci avviciniamo per approssimazioni successive), che sono un fenomeno degli ultimi anni.
Si sarà già capito, dall’elenco qui sopra, che cosa spinge a comprare terreni agricoli in altri Paesi. La prima preoccupazione è di riuscire a fronteggiare, in prospettiva, ulteriori aumenti del prezzo della materie prime agricole, tali da mettere in pericolo la sicurezza alimentare. Della Cina si è detto. La Corea del Sud produce solo lo 0,2% del grano e lo 0,8% del mais di cui ha bisogno. Quanto all’India, è fin troppo nota una povertà che continua ad accompagnarsi a settori in sviluppo assai rapido. Del Giappone si sa invece che ha un’agricoltura progredita ma su una superficie limitata, ben lontana dal garantire il fabbisogno alimentare di una popolazione la cui densità è di 339 abitanti per chilometro quadrato (contro i 201 dell’Italia).

Sulle ragioni che spingono alla ricerca di terreni coltivabili e fertili i Paesi della penisola arabica non occorre insistere più di tanto, se si pensa ai deserti e alle steppe su cui si estendono. Ma naturalmente, per spiegare questo elenco di compratori manca ancora un elemento, e cioè i capitali. Della Cina si sa che è il Paese che ne ha più di ogni altro. Gli Stati arabi trasudano ricchezza. La Corea del Sud avanza tra i ricchi del mondo, mentre il Giappone, pur dovendosi curare le ferite dell’economia e della natura, resta uno dei Paesi più avanzati. Le motivazioni economiche sono, naturalmente, decisive: ma un po’ sempre, e in maniera vistosa nel caso della Cina, le accompagnano ragioni geopolitiche, di prestigio e di strategia mondiale.
È bene aggiungere, tuttavia, che ci sono anche delle eccezioni, e non poco curiose. Un tipico caso di anomalia è quello delle isole Maldive, minacciate di essere entro pochi anni ricoperte dall’oceano a causa del riscaldamento del clima. Si può capire che persino questo piccolo stato, non ricco, ma con buoni proventi dal turismo, compri sulla terraferma (africana, ovviamente) terreni da coltivare o sui quali – perché no? – rifugiarsi.
Quali sono le caratteristiche specifiche del fenomeno di cui stiamo parlando? La prima è quantitativa. Qui non si tratta più di tenute sia pur vaste, piantagioni o appezzamenti di terreno di medie dimensioni: si tratta invece di territori molto estesi, quanto una provincia italiana o anche più. Territori che sono, quasi sempre, i più fertili di Paesi la cui superficie coltivabile è in genere insufficiente. La propaganda ufficiale di venditori e compratori li descrive come terreni incolti o abbandonati, che l’arrivo di stranieri renderà fruttuosi.
In realtà, sono quasi sempre terreni sfruttati, sia pure con metodi primitivi, da un’agricoltura di sussistenza, ad opera di popolazioni spesso costrette ad abbandonare la terra perché possa essere consegnata, chiavi in mano, ai nuovi proprietari. I quali ultimi portano con sé, in molti casi, non solo tecniche più avanzate ma anche la manodopera. Questo vale soprattutto nel caso dei cinesi, che arrivano spesso sulle nuove terre portando con sé migliaia di lavoratori (molte volte carcerati cui viene condonata una parte della pena), che conducono per qualche anno una vita da reclusi, senza contatti con la popolazione locale. Si può capire che le reazioni di quest’ultima siano in molti casi ostili, anche se poco in grado di trasformarsi in vera opposizione. I governi tendono invece, molto spesso, a favorire le vendite (o gli affitti, o le joint-venture): è il caso, più di altri, del Brasile, dell’Etiopia, o del Pakistan nei confronti dei paesi arabi del Golfo. A Papua, per fare un altro esempio, sono i politici e gli amministratori locali a contattare i sauditi offrendo loro delle terre.
Alle dimensioni dei territori va aggiunta la durata dei contratti, che raggiunge spesso i 99 o 100 anni. Molti osservatori parlano di un’agricoltura «delocalizzata». Altri sottolineano che una volta territori così estesi si ottenevano con conquiste militari e si chiamavano colonie, mentre ora si comprano. Non solo: certi insediamenti stranieri, soprattutto cinesi, sono organizzati e diretti sulla base di una specie di silenzioso (quando non ufficiale) diritto di extraterritorialità. A parti rovesciate, qualcosa di molto simile a quanto accadde nella Cina dell’Ottocento dopo le guerre dell’oppio.

Un episodio tra i più significativi delle contraddizioni prodotte dall’acquisto di terre nei paesi del Sud è quello che si è verificato nel 2008-2009 nel Madagascar. La multinazionale sudcoreana Daewoo è entrata in trattative con il governo per ottenere per 99 anni il 40% delle terre coltivabili di tutto il paese (all’incirca la superficie della Campania) per produrvi granoturco e olio di palma. Daewoo non pagava praticamente nulla allo stato malgascio, ma si impegnava a costruire infrastrutture, a creare 45mila posti di lavoro e a rendere coltivabili terreni in buona parte usati in altro modo (per esempio coperti da foreste). Le proteste sono partite dalle popolazioni danneggiate ma si sono poi estese e radicalizzate, fino a determinare la caduta del presidente Ravalomanana, accusato di avere “svenduto” buona parte del Paese. Il suo successore, Rajoelina, ha detto: «Non siamo contrari all’idea di collaborare con gli investitori, ma se vogliamo vendere o affittare la nostra terra dobbiamo modificare la Costituzione, bisogna consultare la popolazione. Per questo, ora l’accordo viene cancellato».
Un episodio analogo si è verificato nel 2011 in Islanda, protagonisti un miliardario cinese e il governo di Reykjavík, timoroso che un progetto turistico nascondesse un disegno espansionistico nell’isola, che fa parte della Nato e vuole entrare nella Ue. Per un contratto cancellato, cinque nuovi contratti vengono firmati e altri dieci negoziati. Lasciamo al lettore di giudicare se fenomeni come questo, o come il silenzioso passaggio di cinesi in Siberia (fino a modificare l’assetto demografico di questa regione), non siano tali da esigere, in qualche modo, un ripensamento delle teorie vigenti del colonialismo e dell’imperialismo.


 Fonte :  l’Unità 28.2.12 L’imperialismo cambia nome: «land grabbing»E la Cina è il Paese-guida

Accaparramento di terre: il processo iniziato negli ultimi anni in Africa Ora interessa anche potenze come Brasile, Russia. E tra chi compra, le Maldive dove a causa del cambiamento climatico il mare erode il suolo dove vivere di Gianni Sofri

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì 29 febbraio 2012

giovedì 9 febbraio 2012

COTTO E CRUDO : La terra a chi la lavora !

COTTO E CRUDO  : La terra a chi la lavora  !

Definire  l’automobile come  un motore a scoppio  su cui poggiare il culo  per farsi trasportare da un posto all’altro  è una innocua impertinenza.
Non può certo essere  un’impertinenza ed è forse una irriverenza  quella che considera il motore a scoppio applicato ad una abitacolo  (dicesi automobile, camion  ecc.) di volta in volta come la causa  e l’effetto di fenomeni  individuali e collettivi  che hanno segnato e  segnano la nostra vita ormai da quasi un secolo , nel nostro paese.
Mi riferisco al problema del trasporto  e della produzione di mezzi di trasporto  visti per esempio  nell’ottica delle infrastrutture di questo  paese, delle politiche industriali  ( da Valletta a Marchionne ), degli azionisti o delle famiglie azioniste delle case  costruttrici  di autoveicoli,  dei  concessionari con i loro saloni automobilistici, per arrivare ai così detti padroncini del trasporto su gomma  ( che in questo paese ha scarse alternative in quello ferroviario, cabotaggio e canali  ) ,ai benzinai e alla mancata liberalizzazione delle loro pompe, alle compagnie petrolifere , alle famiglie italiane che ad ogni  rincaro del carburante spendono sempre più per spostarsi.
Un lungo elenco per mettere nel problema  tutti o quasi tutti gli elementi di  analisi  per chi voglia esaminare il problema.
In realtà  voglio però affrontare un solo problema: quello del trasporto   su gomma delle derrate alimentari  che causa  ansie per l’approvvigionamento  ( sciopero  dei trasportatori ), rincaro di costi  ( per l’aumento dei carburanti , per l’inclemenze  atmosferiche ) ,spreco della produzione agricola ( che a certi prezzi viene lasciata sul campo  e anche per altre cause ,vedi politiche di incentivi all’agricoltura da parte dell’Europa ) . Ma soprattutto voglio affrontare il problema della concentrazione delle produzioni agricole che rendono necessarie il trasporto delle derrate da un luogo all’altro del nostro paese.
In alternativa con costi minori  per esempio occorrerebbe dare spazio ai mercati  con derrate alimentare a chilometro zero  preferendo dunque queste iniziative alla grande distribuzione. Che non solo fa il prezzo delle derrate ma  fa anche la politica della imposizione delle derrate stesse. A chi non è capitato di entrare in un supermercato con la lista della spesa fatta a casa guardando nei ripostigli e nei pensili e di uscire dal supermercato con un carrello pieno di tutt’altri  prodotti ,guidati nell’acquisto dal filo del risparmio per le offerte che  il supermercato suggerisce facendo implicitamente una politica di   affermazione di certi prodotti. Molte volte che stanno per scadere.


In un paese come il nostro, la cui logistica dei trasporti – ricorda Coldiretti -  si affida per l’86% alla rete stradale,a schizzare all’insu’ – per reazione naturale –  quando aumenta il prezzo dei carburanti e’ il prezzo dei generi alimentari che, per l’appunto, viaggiano tutti su gomma. Basti pensare, a titolo d’esempio, che benzina, trasporti e logistica incidono complessivamente per circa un terzo sui costi della frutta e verdura e dei prodotti alimentari e delle bevande in vendita nei supermercatiSecondo Federconsumatori e’ ipotizzabile che per la sola spesa alimentare le famiglie italiane dovranno mettere, alla voce uscita, sul piatto della bilancia € 1.000,00 in piu’ rispetto al 2011. La benzina, in definitiva , infiamma la vita e, purtroppo, in particolare il costo della stessa per le famiglie italiane.

Qual è la situazione  delle aziende agricole ?In   Italia il processo di concentrazione delle terre ha ripreso vigore: l’1% delle aziende controlla il 30% delle terre agricole. Circa 22.000 aziende, con una taglia superiore ai 100 ettari, si spartiscono oltre 6,5 milioni di ettari di superficie agricola, e negli ultimi 10 anni c’è un crollo del numero delle aziende con una taglia sotto i 20 ettari. L’agricoltura familiare, quella con una taglia inferiore ai 20 ettari che è il cuore dell’agricoltura italiana, viene decimata.

Sono i dati analizzati dall’ong CROCEVIA, da oltre 50 impegnata nella difesa dell’agricoltura contadina, che lancia il rapporto ‘Terra e agricoltura. Il caso italiano- Land grabbing: case studies in Italy’ (Scarica il Rapporto)

A partire dal Censimento agricolo del 2010 prende in esame i processi di concentrazione, controllo, integrazione, espropriazione delle terre. Sottolineando i limiti delle politiche pubbliche e l’erosione della capacità produttiva agricola. E’ di fronte a questa fotografia dell’agricoltura italiana che bisogna analizzare le norme relative alla dismissione dei terreni agricoli demaniali varate dal Governo Monti‘

La nuova versione del pacchetto agroalimentare è migliorata rispetto a dicembre scorso, ma non affronta i nodi cruciali della crisi della agricoltura italiana’ spiega Antonio Onorati, presidente Crocevia ‘non ci sono misure contro la concentrazione e a favore delle piccole aziende, che per poter resistere e sopravvivere alla crisi devono poter allargare la superficie coltivabile.

Non serve vendere la terra, bisogna facilitare l'accesso alle risorse’.

Come si legge nello studio, infatti, l’accesso alla terra attraverso il mercato fondiario non solo non favorisce l’ingresso dei giovani in agricoltura ma – considerando che di fatto quasi tutta la terra agricola è vicina ad insediamenti urbani – finisce per favorire la speculazione edilizia e il radicamento nell’economia legale di capitali di origine illegale o, comunque, non d’origine agricola.

Finora con le politiche agricole italiane e con la PAC europea è stata favorita l’agricoltura industriale di grande taglia intensiva in capitali, le piccole aziende familiari che hanno resistito nonostante tutto invece sono intensive in lavoro, spiega ancora Onorati, ‘

A differenza di qualunque altro settore produttivo, in agricoltura la qualità dei prodotti è direttamente legata alla qualità e alla quantità del lavoro umano impiegato e solo le piccole aziende agricole hanno la capacità di proteggere e mantenere la produzione delle eccellenze Made in Italy’.

Per riprendere la via dello sviluppo e dell’occupazione, come il Presidente del Consiglio continua a ripetere, sottolinea il presidente di Crocevia ‘ si dovrebbe contare sulle aziende medie piccole e piccolissime – che sono un milione e costituiscono il cuore produttivo del cibo in Italia - sono loro che potrebbero reagire più rapidamente alla crisi se appoggiate con misure strutturali e legislative, che non comportano maggiore spesa per lo Stato. Ad esempio, favorire l'affitto agrario a un equo canone, dare priorità ai giovani e alle donne, e all’agricoltura familiare di piccola taglia, al di sotto di 30 ettari’.

Centrale nello studio ‘Terra e agricoltura. Il caso italiano’ è l’analisi del sequestro del diritto a produrre:

la concentrazione delle terre e del diritto a produrre attraverso il suo sequestro è stato il risultato di politiche e non di una ineluttabile decadenza del settore agricolo. L’Italia, una delle 2 grandi agricolture europee, è oggi ostaggio delle proteste dei camionisti grazie alla innaturale concentrazione solo in alcune regioni di produzioni agricole come latte, carne, frutta e verdura. Fino agli anni 80 queste erano ancora largamente decentralizzate su tutto il paese e distribuite localmente, oggi la dipendenza dal trasporto sulle lunghe distanza testimonia il fallimento della concentrazione del diritto a produrre necessario all’industrializzazione dell’agricoltura.

Garantire un accesso facilitato all’uso della terra per i contadini e proteggerne prioritariamente l’uso che questi ne fanno.

Di questo abbiamo bisogno anche per dare un contributo alle crisi che attanagliano il paese, quella economica, quella finanziaria e quella ecologica. Le aziende che sono scomparse non possono rinascere e la sofferenza di quei fallimenti non sarà compensata, ma almeno si può immaginare di consolidare le piccole aziende contadini e di crearne delle nuove per fermare il processo di desertificazione agraria che ai più sembra ormai inarrestabile. Sono queste le stesse preoccupazioni oggetto della campagna La Terra a chi la lavora! promossa da Crocevia insieme a Terra Nuova e con le organizzazioni contadine dei paesi del sud del mondo.

Fonte   : Il Centro Internazionale Crocevia è un’Organizzazione Non Governativa di Cooperazione Internazionale e Solidarieta’, senza fini di lucro, nata nel 1958 e riconosciuta Ente Morale nel 1962. Da oltre 50 anni Crocevia lavora, insieme alle comunita’ locali e le organizzazioni sociali, nei settori dell’educazione, della comunicazione e dell’agricoltura, promuovendo e realizzando progetti di cooperazione internazionale in Medio Oriente, Asia, Africa e America Latina. Dal 1996 sostiene ed assicura il coordinamento globale dello IPC – Comitato Internazionale Sovranita’ Alimentare - che è lo strumento che supporta la partecipazione autonoma delle organizzazioni dei piccoli produttori di cibo alle attivita’ ed ai negoziati presso la FAO e le altre agenzie internazionali che si occupano dell’alimentazione e dell’agricoltura con sede a Roma.

Per informazioni: Centro Internazionale Crocevia Mob: 3385066806 – mail: crocevia@croceviaterra.

Dunque quanto costano le zucchine, le verdure  e i pomodori  da insalata. Viene da chiedersi  se il  rincaro  del prezzo dipende solo dalla nevicata , dal costo del carburante per il trasporto, dalla speculazione . O anche da qualcos’altro?

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 9 febbraio 2012

sabato 8 ottobre 2011

COTTO E CRUDO : A L'Aquila Eurochocolate festeggia in anteprima i suoi 18 anni

COTTO E CRUDO : A L'Aquila Eurochocolate festeggia in anteprima i suoi 18 anni

Grande festa del cioccolato l'8 e il 9 ottobre

Era stato promesso in occasione della prima edizione dell'Anteprima di Eurochocolate all'Aquila che i fondi raccolti con la vendita delle Cazzuole firmate da Costruttori di Dolcezze sarebbero stati destinati in beneficenza per il post terremoto. La conferenza stampa di presentazione dell'edizione 2011 è stata, dunque, occasione per la consegna ufficiale dei 3.500 Euro raccolti nel 2010 che sono stati devoluti al Progetto Piazza d'Arti, iniziativa che raccoglie diciotto diverse associazioni culturali, artistiche e di volontariato della città.

Sabato 8 e Domenica 9 ottobre, quindi, la più grande festa del cioccolato ritorna all'Aquila per un'edizione bis con un calendario ricco di animazioni firmate dalle principali aziende cioccolatiere, degustazioni guidate e laboratori per valorizzare la cultura del cioccolato e spazi golosi per conoscere e apprezzare le specialità abruzzesi.

Grazie al patrocinio della Regione Abruzzo, del Comune dell'Aquila e al patrocinio e contributo della Provincia, il centro storico si ravviverà dei colori e dei profumi del cioccolato.

Due le novità più importanti dell'edizione 2011: in Piazza Duomo aprirà, infatti, la Spalm Beach, l'insolita spiaggia dove, riposando comodamente sulle sdraio sotto gli ombrelloni, si potrà gustare l'ottimo pane del Consorzio Prodotto all'Aquila con la golosa crema spalmabile F.lli Nurzia. Inoltre, grazie alla Provincia dell'Aquila, ci si potrà prendere anche una Pausa Salata dal gusto inconfondibile, tipico dei prodotti abruzzesi che si potranno acquistare nell'apposito spazio. Un modo per prolungare il piacere della vacanza all'Aquila anche a casa.

Ricco anche il calendario delle degustazioni realizzate in collaborazione la Choco Taster ufficiale di Eurochocolate, Monica Meschini che vedranno protagonisti i prodotti, dolci e salati, dei produttori locali aderenti al Consorzio Prodotto a L'Aquila, il gelato al torrone, altra specialità aquilana ed, infine, latte e cioccolato e il tipico dolce di ricotta e cioccolato preparati con il latte e la ricotta della Centrale del Latte dell'Aquila, fornitore ufficiale del latte della manifestazione. L'acqua ufficiale delle degustazioni e dell'intera Anteprima sarà Acqua Surgiva, che con la sua leggerezza e la sua raffinatezza, ben si sposa al piacere del cioccolato.

Tra gli appuntamenti da non perdere, Sabato 8, quello con la grande scultura di cioccolato firmata Scuola del Cioccolato Perugina che verrà realizzata in diretta in Piazza Duomo a partire da un blocco unico di cioccolato di 1 metro cubo e 11 quintali di peso, che il pubblico potrà gustare nel corso della lavorazione. A scolpire l'opera sarà l'artista aquilana Licia Galizia, docente presso il Liceo scientifico della città, che coinvolgerà nella realizzazione dell'insolita scultura anche alcuni dei suoi giovani allievi.

Inoltre, per l'intero week end, Piazza Duomo sarà letteralmente invasa dai colori e dagli aromi del cioccolato grazie alla presenza delle principali aziende cioccolatiere.

I Maestri della Scuola del Cioccolato Perugina, infatti, mostreranno al pubblico come si fanno degli ottimi cioccolatini e, per esserne sicuri, li faranno anche assaggiare appena preparati.

Caffarel porterà a L'Aquila i suoi golosi Gianduiotti, tipici piemontesi, mentre Motta, invece, vi aspetta nel cuore della kermesse con golosi assaggi gratuiti dei suoi prodotti più celebri, come l'esclusiva pralina Tartufone, l'originale ConoCioc, il cono che non è un gelato e la divertente barretta MiniRì che rende irresistibile la merenda dei più piccoli. Allora... Cioccolatiamo con Motta!

Anche Carispaq ha scelto di essere ancora presente ad Eurochocolate a L'Aquila con i suoi Euro di cioccolato distribuiti gratuitamente durante i due giorni della manifestazione per un carico di dolcezza...

Insomma, tanti appuntameni e la possibilità di gustare e acquistare tanto buon cioccolato all'interno del Chocolate Show, dove saranno presenti anche i prodotti dolciari della Provincia dell'Aquila e gli originali Chocogadget firmati Eurochocolate, oltre agli immancabili prodotti al cioccolato e ad esso ispirati di Costruttori di Dolcezze, come la nuovissima ChocoCornice, in cioccolato fondente (confezione da 200 gr), il gadget ufficiale di Eurochocolate 2011, da personalizzare con le proprie foto e perfettamente commestibile grazie all'innovativo packaging e la Choco Lamp, la lampada che simula una voluttuosa cascata di cioccolata fusa, oggetto insolito d'arredamento.

Media partner di Eurochocolate Anteprima L'Aquila è Radio L'Aquila 1, che trasmetterà in diretta dalla Piazza del Duomo e farà interviste a tutti i protagonisti della manifestazione.

[Fonte Abruzzo 24 ore on line Foto V.M. ]

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, sabato 8 ottobre 2011

giovedì 29 settembre 2011

COTTO E CRUDO : Il pane portoghese

COTTO E CRUDO : Il pane portoghese

Fernando Pessoa trascorreva molto tempo alla Brasileira do Chiado, il caffè di rua Garrett a Lisbona, seduto al tavolino dove adesso immortale campeggia la sua statua di bronzo. Oppure sorseggiava Porto e limonate al Caffè Orquidea o degustava omelette alle erbe al Café Martinho da Arcada nella piazza del Commercio. Lo scrittore era cliente assiduo di osterie e ristorantini rustici (tascas).

Ne è testimone Antonio Tabucchi, conoscitore e traduttore dell'opera di Pessoa: ai gusti del tormentato autore portoghese, lo scrittore toscano dedica pagine gustose nel suo libro Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa. Ma soprattutto lo testimonia Il libro dell'inquietudine, «un'autobiografia senza fatti», quaderni e fogli in prosa poetica per esplorare dietro la finestra il mondo che si apre fuori, nelle strade, e quello "dentro", seguendo tormenti, vaneggiamenti, sinfonie dell'anima. In una parola: sensazioni. Perché sono quelle che suscitano i ricordi, «sono una delle maniere con cui l'umiltà del mondo esterno mi può parlare, mi può dire cose del passato». Ecco la metafisica del quotidiano, come l'odore del pane che cuoce «nella panetteria fonda» e riaccende la memoria.

Il pane portoghese tradizionale è preparato con la farina di mais. Sbriciolate il lievito nel latte e mescolate. Aggiungete l'acqua. Formate una fontana con la farina gialla, quella bianca e il sale, versatevi il lievito e l'olio. In una terrina lavorate l'impasto fino a ottenere un composto liscio. Copritelo e lasciate lievitare per mezz'ora. Tornate a lavorare l'impasto, lasciatelo riposare prima di dargli forma tonda. Sistematelo su una placca da forno, copritelo e lasciate lievitare per un'ora. Spolverate il pane con la farina di mais e cuocete in forno per 45 minuti.

Ingredienti 2 cucchiaini di lievito di birra secco, 125 ml di latte, 200 ml di acqua, 200 gr. di farina di mais, 300 gr. di farina bianca, sale, 1 cucchiaio di olio di oliva.

Il pane di Pessoa di Donata Marrazzo La Domenica del Sole 24 Ore 4 settembre 2011

EEremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 29 settembre 2011

martedì 20 settembre 2011

COTTO E CRUDO Il progresso navigava con la noce moscata

COTTO E CRUDO Il progresso navigava con la noce moscata

La Via delle Spezie. Dall'antichità a Vasco de Gama fino all'800, tra commercio e innovazioni tecnologiche

ROBERTO DUIZ

Fin dagli inizi del ’400, dalla Fortaleza de Sagres a Cabo de São Vicente, nel Sud del Portogallo, Enrico il Navigatore scrutava l’oceano e immaginava terre da esplorare oltre l’orizzonte che il suo sguardo non riusciva a superare. Organizzò una scuola di navigazione perché si mettesse a punto, in segreto, un tipo di nave capace di sfondare quel limite. Un vero e proprio laboratorio, in cui chiamò a cooperare geografi, matematici ed esperti di tecnica velica. Fu lì che nacque la caravella, prima nave tecnologicamente capace di dimostrare che il mondo non finiva lì dove cominciava il mare. Le imbarcazioni portoghesi presero ad avventurarsi lungo la costa occidentale africana, spesso tornando cariche di schiavi da scaricare e mettere in vendita nel porto di Lagos. Ma bisognò attendere quasi la fine del secolo perché Vasco de Gama arrivasse fin dove l’Africa finiva e scoprisse che si poteva continuare a navigare virando verso Est, oltre quello che fu chiamato Capo di Buona Speranza: andò così incontro agli aromi delle spezie d’Oriente lungo una via tutta liquida, navigando al largo, in questo modo liberando il lungo percorso da tutti gli ostacoli che dovevano superare le spedizioni via terra.

Perché non è che avventurandosi sempre più a fondo nel mondo ignoto grazie allo sviluppo della tecnologia marittima l’uomo occidentale scoprì le spezie. Furono piuttosto l’inseguimento delle spezie e la ricerca della via più scorrevole per commerciarle a stimolare l’esplorazione del pianeta. Di questo si dichiara convinto John Keay, autore di una recente e ricca ricostruzione storica e geografica ( La via delle spezie , Neri Pozza). «La scoperta delle Americhe, la circumnavigazione dell’Africa e l’individuazione del collegamento mancante nella circonferenza del mondo che fu il Pacifico - ribadisce deciso Keay - furono tutti rinvenimenti incidentali rispetto alla ricerca di odori forti e fragranze». Beni di lusso, le spezie, inessenziali, il cui fascino consiste proprio nella loro «gloriosa irrilevanza». Ma poiché la storia, per dirla con Keay, ama il paradosso, ecco che «le spezie diedero impulso allo sviluppo dell’ingegneria navale, della scienza della navigazione e di quella balistica che, con il tempo, conferirono alle potenze marinare dell’Europa occidentale la superiorità sulle altre nazioni consentendo loro di assurgere alla supremazia e all’impero».

Almeno due millenni prima di Vasco de Gama già le civiltà più evolute si spingevano avventurosamente verso i punti dove si poteva intercettare il passaggio di sostanze come la noce moscata, il chiodo di garofano e la cannella. Percorsi tortuosi via mare e via terra, infilandosi lungo ampi spezzoni terrestri della Via della Seta, che partiva dalla Cina. Il periodo greco-romano ha preceduto quello indo-arabo. E i cinesi, dal lato opposto, arrivavano a fornirsi alla stessa fonte. Plinio, Erodoto e Seneca ne fanno ampi cenni. Navigatori temerari e anche un po’ inaffidabili come il persiano Burzuk raccontano storie più fantasiose di quelle delle Mille e una notte . Diaristi di bordo e visionari di varie specie, come Mandelville, già viaggiante, stando ai suoi racconti, all’epoca di Ibn Battuta. A Oriente delle Indie affermava d’aver visto gente con la testa di cane o di uccello, quando non addirittura senza testa e con gli occhi piantati sulle spalle, e altre mostruose stranezze.

Descriveva isole lontane in cui cresceva ogni tipo di spezie, Mandelville. Già, ma quali isole? Quando Vasco de Gama trovò il varco liquido per l’Oceano Indiano, le isole Molucche e le Banda, galleggianti ancora più a Est, oltre il Mar della Cina, dove l’Oceano diventava Pacifico, non erano ancora state calpestate da piedi europei mossi da brama di Conquista, sostantivo che anche nelle bolle pontificie aveva sostituito quello di Esplorazione. Era lì, appena superato il Borneo e appena sopra l’ultimo sottile lembo d’Indonesia, il cuore della produzione delle spezie più pregiate e appetite. Ci arriverà un po’ più tardi Antonio d’Abreu, nominato comandante come premio per l’eroismo manifestato durante l’ultimo cruento assalto portoghese a Melaka, strategico porto della Malesia. Ma ormai la rotta per arrivarci da Nord-Ovest era tracciata. Scavallato il Capo di Buona Speranza si risaliva al largo della costa orientale africana, fino ad attraversare il Mare Arabo e raggiungere i porti di Goa, Calicut e Cochin nel Malabar, sulla costa occidentale indiana. Una volta poste lì le basi si circumnavigava l’India e Ceylon per attraversare il Golfo del Bengala e infilarsi nello Stretto di Malacca, tra Malesia e Sumatra, e procedere lungo tutta l’Indonesia fino ad approdare alle «isole delle spezie», su tutte Ambon, Timor e Ternate.

Ci si poteva arrivare anche dall’altra parte, come dimostrò Magellano trovando il passaggio a Sud-Ovest che dall’Atlantico immetteva nel Pacifico, ma fu sulla rotta di Vasco de Gama, tracciata a forza rivelando indole sanguinaria e carattere irascibile, che si svolse il più della lotta colonialista per il dominio sul commercio delle spezie, al cui primo periodo portoghese-spagnolo seguì quello olandese-inglese. Sfide sanguinose per il controllo delle basi necessarie al controllo di quel traffico: ne fecero le spese soprattutto i nativi, con un’attenzione particolare per quelli delle isole Banda, i più recalcitranti alla sottomissione e riguardo i quali le potenze europee condividevano un’opinione sintetizzata nelle istruzioni impartite ai capitani inglesi che definivano i bandanesi «irascibili, perversi, diffidenti e perfidi… perfino disgustosi, in certe occasioni, e quando si muovono sono più fastidiosi delle vespe». Un’opinione che «giustificò» torture, riduzione in schiavitù, deportazioni. E una soluzione finale chiamata «il massacro di Ambon».

L’egemonia lungo la «via delle spezie» passava di mano, ma il commercio rimase florido fino all’800. Il fascino di quei prodotti esotici non è però evaporato, anche se oggi irretisce prevalentemente i pacifici gourmet.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 20 settembre 2011

mercoledì 3 agosto 2011

COTTO E CRUDO : Acqua :Contenere gli sprechi

COTTO E CRUDO : Acqua :Contenere gli sprechi

Una bella fiorentina al sangue da 3 etti costa 4.650 litri di acqua. Per il contorno di patate arrosto che l' accompagnano ce la caviamo con 25 litri.Un piatto di ciliegie fa 373 litri .E la tazzina di caffè 140.A tavola non contano solo le calorie: senza accorgercene divoriamo un fiume di acqua che è servita a coltivare e ad allevare i prodotti che finiscono nel nostro piatto. E, quando buttiamo via il cibo, buttiamo anche l' acqua che contiene.

Se ci fermiamo al singolo pasto, i numeri appaiono limitati. Ma se prendiamo le 177.479 tonnellate di mele rimaste sul campo nel 2009 perché raccoglierle non era più conveniente, scopriamo che per farle crescere c'erano voluti 124 milioni di metri cubi di acqua: gettati via, Per i pomodori è andata peggio:3,5milioni di tonnellate equivalgono a 644 milioni di metri cubi di acqua. E per le olive non utilizzate (3,4 milioni di tonnellate) si arriva a 6,5 miliardi di metri cubi di oro blu. In totale in Italia nel 2010 sono stati sprecati 12,6 miliardi di metri cubi di acqua per colpa di 14 milioni di tonnellate di prodotti agricoli non raccolti.

Per arginare questa emorragia, il Parlamento europeo ieri ha chiesto ufficialmente di proclamare il 2013 anno europeo contro lo spreco alimentare. "E un percorso che abbiamo iniziato nel 2010 con il Libro Nero contro lo spreco alimentare promosso da Last Minute Market e che continua quest'anno con il Libro Blu contro lo spreco idrico», spiega il presidente della commissione agricoltura europea Paolo De Castro. "Ora, con il rapporto Caron, siamo passati a una fase operativa: dobbiamo mettere a punto misure concrete per vincere questa battaglia».


Anche se la Terra è avvolta per i 70 per cento dall'acqua, solo una piccola quota degli 8 milioni di chilometri cubi di acqua dolce è effettivamente utilizzabile e la pressione congiunta di crescita demografica, aumento dei consumi pro capite e inquinamento stanno rendendo la risorsa idrica un bene sempre più prezioso. E sempre più conteso, come dimostra la moltiplicazione dei

conflitti per il controllo dei fiumi in un mondo in cui 1,4 miliardi di persone non ha accesso all' acqua potabile. .

«La favola a lieto fine che ci avevano insegnato a scuola, con l'acqua che arriva al mare, poi sale sotto forma di nuvoletta e torna a scendere con la pioggia in un ciclo infinito che permette a tutti di bere, non è più vera», spiega Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria a Bologna e animatore della campagna contro lo spreco, «I conti non tornano perché stiamo usando più acqua di quella disponibile senza impoverire le riserve e, soprattutto, ne utilizziamo una quantità incredibile per produrre alimenti che poi buttiamo via al momento della raccolta, della distribuzione o del consumo: in Italia ogni anno si spreca una quantìtà di cibo che basterebbe a sfamare, nello stesso periodo, tutti gli spagnoli».

La dieta mediterranea aiuta a contenere il consumo idrico (500 metri cubi di acqua pro capite all'anno contro i 900 della dieta anglosassone), ma l'equilibrio tra zone assetate e zone capaci di acquistare acqua virtuale,importando i cibi che la contengono si fa sempre più precario.

Nella campagna Last Minute Market contro lo spreco idrico sostenuta da Eni e Unicredit e presentata il 14 luglio 2011 a Roma, si precisa che 1'88 per cento delle risorse idriche è consumato dall' 11 per cento della popolazione mondiale. Un abitante di un paese povero sopravvive con 20 litri al giorno, in Italia si arriva a 213, negli Stati Uniti a 600. L'Italia, che ha il record europeo dei consumi idrici domestici, è in testa alla classifica anche per il consumo di acqua minerale. che, secondo i dati di Last Minute Market, incide per il 9 per cento sul costo della dieta tipo di un uomo adulto che scelga questa opzione.

Antonio Cianciullo su La Repubblica 13 luglio 2011

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, mercoledì 3 luglio 2011

lunedì 20 giugno 2011

COTTO E CRUDO : Cibi adulterati

COTTO E CRUDO : Cibi adulterati

Lo scrittore Massimo Carlotto , autore con Francesco Abate di “ Mi fido di te “ pubblicato da Einaudi compie, un viaggio negli orrori del cibo adulterato.

Per Carlotto che afferma : “ Causa mancanza di leggi le mafie hanno deciso d’investire nel settore della sofisticazione alimentare perché non ha rischi e porta forti guadagni “ il danno per la salute è altissimo e il cittadino per difendersi ha solo due strade : il biologico certificato e la filiera corta.

Continua Parlotto “ Ma anche le multinazionali legate al cibo sono responsabili della cattiva qualità di quello che mangiamo. “


Da alcuni dispacci del giugno 2008 del console americano a Napoli diffusi da WikiLeaks si è appreso che sembra che le cosche abbiano fatto affari introducendo in Italia mele della Moldavia cariche di pesticidi o sale del Marocco infestato da batterio escherichia coli.

E se la Procura di Napoli frena su queste indiscrezioni affermando che comunque non ha notizie su queste importazioni dei clan camorristici afferma invece un problema nella panificazione consistente in alcuni forni abusivi anche se è un errore ritenere che tutti i forni abusivi sono controllati dalla camorra.

Il Procuratore Caffiero de Raho, aggiunto alla Procura di Napoli, afferma : “ Nel Casertano sono emersi casi di aziende attive nel settore caseario che sono risultate legate o comunque condizionate dalle organizzazioni camorristiche , così anche nel caso del mercato del latte . Non possiamo parlare di prodotti avvelenati ma più correttamente , adulterati perché con caratteristiche diverse da quelle previste dalle norme “.

Nel 2009 le ispezioni effettuate dai Nas sono state 34.675, più 18,7% del 2008 . Le infrazioni rilevate sono state 23.342 più 9,1% del 2008.

Le infrazioni più diffuse tra quelle penali sono la frode in commercio ( 19%), gli alimenti in cattivo stato di conservazione ( 29% ), e tra quelle amministrative carenze igienico strutturali ( 51% ) , irregolarità sulle etichette degli alimenti ( 6 % ) .


Alle dogane sono stati sequestrati 200 mila unità di prodotto pari a 600 mila chilogrammi e 40 mila litri per un valore di circa 2,6 milioni.

Tra i prodotti sequestrati ci sono barattoli di pomodoro San Marzano falsamente etichettati per 25 mila confezioni; formaggio a pasta sfilata spacciata per mozzarella per 24 mila chilogrammi ; 2 mila confezioni di olio d’oliva Dop.


Ma sentiamo ancora Carlotto sul suo libro “Mi fido di te “.

“Il libro è nato dal fatto che davo regolarmente un prodotto a base di pappa reale al mio bambini che allora aveva quattro anni e lui non si ammalava mai. Poi è stato ritirato dal commercio perché era pieno di antibiotici e questo mi ha scatenato una grande voglia di capire che cosa c’era dietro .

Perché dove c’è sofisticazione c’è sempre corruzione dietro . Sono rimasto sconvolto dalla quantità di soldi che le multinazionali del settore alimentare usano ogni anno per inventare nuovi colori e nuovi sapori. Che sono in definitiva tutti prodotti chimici . In pratica le principali cause di malattie vascolari e tumorali.

L’organizzazione della sanità indica nel cibo la seconda causa di malattia. Ora WikiLeaks riassume esattamente quello che noi, anche per mitigare kla crudezza delle informazioni, avevamo scritto in forma di romanzo. La sofisticazione alimentare è il secondo business delle mafie dopo i rifiuti ma le leggi sono inesistenti. Quindi le mafie hanno deciso di lanciarsi in un business in cui rischiano molto meno che in quello degli stupefacenti .”

Senza leggi è difficile ottenere risultati per un cambiamento. Leggi che servono anche a determinare un comportamento trasparente delle multinazionali che sono parte non indifferente in questa problematica.

(Fonte VII Rapporto sulla sicurezza alimentare “Italia a tavola 2010 “ Mdc e Legambiente

Massimo Carlotto , Francesco Abate “Mi fido di te “ , Einaudi )


Eremo Via vado di sole, L’Aquila,
lunedì 20 giugno 2011


martedì 24 maggio 2011

COTTO E CRUDO : Le acciughe di Kafka

COTTO E CRUDO : Le acciughe di Kafka


La nostra epoca, denuncia James Hillman, è ossessionata dai piaceri della gola. Ma la sua ossession'e assomiglia più alle tentazioni combattute dagli eremiti che alle orge dei gourmet.

«Venìte a mangiare l'arrosto del re!», diceva Federico Il di Prussia. Il re filosofo amava avere molti ospiti ma, se la conversazione era brillante, la mensa risentiva dell'avarizia regale. Era buona; insinuava, Voltaire, come poteva sserlo,in un paese in cui non c’è selvaggina',né carne passabile, né pollì. Per morire d'indigestione a causa di un monumentale pastìccìo d'aquila ai tartufi, il filosofo La Mettrìe, membro della sua corte, dovette pranzare da uri diplomatico francese.


La sobrietà non esime dalla golosità. Per Stendhal il pasto ideale era: una bistecca e un cosciotto cotti al punto giusto, un, frutto, un gelato e un caffè. Ma proclamava: «Gli spinaci e Saint¬Simon sono state le mie sole passioni durature».

La tavola può favorire gli incontri, ma anche affondarli. Vigny, devoto ai Borboni, cenava da Luigi Filippo, osservando sospettosamente l'usurpatore .Era una cena intima; Luigi Fllìppo infatti voleva guadagnarlo alla sua causa. Nel nuovo stile della monarchia .borghese i domestici erano senza livrea e i presenti non indossavano l'abito di gala.


Se la regina Maria Amelia era piacevolmente simile a Maria Antonietta, il marito faceva un errore dopo l'altro. Era arrivato in ritardo, si disinteressava della conversazione generale, metteva i gomiti sulla tavola. Dopo aver lungamente girato lo zucchero nel caftè, aveva posato a tazzina senza toccarla, poi aveva inchiodato l'ospite in un angolo, sommergendolo di vane parole.

Congedandosi,Vigny disgustato, decise di ritrarsi .dalla sua epoca, per vivere «indipendente, inoffensivo e in disparte».

Un menu modesto può avere maggior successo, ma dipende da chi lo prepara. Quando era particolarmente povera, la principessa di Belgioioso cucinava per gli ospiti un'omelette direttamente nel camino. . ..... -.'

La Favette guardava incantato quella giovane donna snella ed elegante affaccendarsi con la pentola tra le bellissime mani scarne.

Non è sempre consigliabile alternare alle diete un'orgia culinaria. Abitualmente sobrio e astemio, Balzac si concedeva ogni tanto «un po' di gozzoviglia». Allora poteva scolarsì una serie di bottiglie di Vouvray, .un bianco fortissime e mangiare con appetito pantagruelico. Intanto trasformava i cibi in altrettanti romanzi.


L'origine delle bottiglie arretrava nei secoli, il rum usciva da una botte che aveva galleggiato per centoventi anni sul mare: per rompere la crosta di conchiglie c'era voluta un'accetta. Gli amici temevano .Ia terrìbile. purea di cipolle che faceva fabbricare su sua ricetta e apprezzavano le magnifiche pere, che lo scrittore divorava in quantità.

La golosità può provocare vivide emozìoni .A Zola tremavano le mani quando portava alla bocca un'ostrica o un frutto di mare freschissimo.


Proust era meno goloso, .ma più esigente in.fatto dì ernozioni .Al ristorante, si accontentava di spiluccare i piatti preferìti, dal boeuf à la mode al riso all'imperatrice, candido come gli abiti della moglie di Napoleone III.

Probabilmente, se invece dì un'ombra di madeleine ne avesse divorato tutto un vassoio, non avrebbe scoperto la memoria involontarìa.

Dumas, come testimoniava la sua pancia, cucinava e scriveva con la stessa facìlìtà anche se in entrambi il volte eccedeva in immagìnazione.come quando aveva compilato la ricetta per la

zampa d'elefante.

D'altronde, come diceva sempre lui: «L'uomo non vive di quel che mangia, ma di quello che digerisce». Certo, quando non si digerisce, è meglio prenderla con fiÌosofia. «La sera», confessa Kafka, «ero trìste pérché avevo mangiato delle acciughe. Il mattino il medico mi confortò. Perché essere triste? Dopotutto ho mangiato le accìughe, ma le acciughe non hanno . mangiato me»

Fonte Letterati a tavola. Giuseppe Scaraffia Le acciughe di Kafka e gli spinaci di Stendhal

Il Sole 24 ore, n17 24 aprile 2011.


Eremo Via vado di sole, L'Aquila,
martedì 24 maggio 2011