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giovedì 28 luglio 2011

EDITORIALI : Il ragionier V.P. uomo tranquillo ovvero il male oscuro


EDITORIALI : Il ragionier V.P. uomo tranquillo ovvero il male oscuro

Fino a un momento prima di arrivare a quel semaforo, il ragionier V.P. credeva d’essere un uomo tranquillo. Settantuno anni, dirigente in pensione, nessun precedente penale. Che cosa, in un pomeriggio di luglio, ha scatenato in lui una furia tale da spingerlo a inseguire e travolgere un motociclista, uccidendolo, solo per una lite su una precedenza non data? Le testimonianze concordano: volontariamente l’auto è passata sopra il ragazzo, già a terra. E tutto è successo in pochi istanti: una frenata, un insulto, uno sputo in faccia al vecchio; e una rabbia che monta improvvisa, feroce, come dal nulla; e ora è lei che tiene il volante, e preme sull’acceleratore, mentre gli occhi sono come accecati. Poi, è solo un giovane padre di una bambina di tre anni morto; e un uomo inebetito che dice: «Non volevo».

Cosa è stato dunque a Milano in via Andrea Doria, o a Roma, due anni fa, quando un padre di famiglia uccise per una banale lite su un parcheggio, o a Milano, ancora, l’autunno scorso, dove un tassista venne pestato a morte per avere investito un cane?

Restiamo attoniti davanti a queste tragedie, perché accadono fra gente fino a quel giorno inoffensiva. Per un nulla: una parola come ne vengono dette tante, senza che poi ne muoia nessuno. Sembra però che queste storie si ripetano con crescente frequenza. E senza arrivare al dramma, quante volte capita di assistere, alla cassa di un supermercato o in un ufficio pubblico, all’esplodere di una lite spropositata, se solo qualcuno non rispetta la fila. È come se un fondo di frustrazione, di rancore, albergasse in molti, benché a volte trattenuto dall’educazione; ma se improvvisamente qualcuno, con una parola o un gesto, abbatte questa sottile barriera, allora la rabbia viene fuori di getto, come dalla crepa di una diga. Come paglia, a cui venga avvicinato un cerino: e divampano le fiamme, dove tutto sembrava mansueto.

Cos’è?, ci domandiamo stupefatti. E da dove viene, questa cosa oscura che insorge e acceca uomini tranquilli? Guardiamoci: per la strada, sull’autobus, in una sala d’attesa. Non c’è nell’aria, fra molti di noi, come un’amarezza muta, un confuso malanimo verso tutti e nessuno, che appunto solo la buona educazione trattiene negli argini? Come una delusione, come se la vita non avesse mantenuto le promesse, e si fosse stati ingannati; come se gli "altri", attorno, da chi ci governa al capo ufficio, al vicino rumoroso, fossero insieme i responsabili di un’oppressione che schiaccia. E in questa frustrazione un rancore silenzioso si allarga. In mille restano arrabbiati, ma civili. Uno, a un semaforo, insultato, scatta; è un attimo, è il cerino nella paglia, la provocazione che infiamma quel fondo contenuto di rabbia.

Perché, però, sempre più spesso? Siamo forse più poveri o infelici di cinquant’anni fa? No. Siamo però molto meno educati a riconoscere, dentro l’amarezza per l’egoismo, l’indifferenza, la solitudine che avvertiamo attorno, la nostra personale responsabilità, accanto a quella degli altri. Nelle parole su un tram di Milano o di Roma cogli la stanchezza: i potenti rubano, le tasse opprimono, i medici sbagliano, i figli abbandonano. Mai però l’eco di una coscienza, in cui si riconosca che "noi" non siamo innocenti; che il male non è solo quello degli altri, ma anche il nostro. È la dimenticanza di quella vecchia abitudine che era l’esame di coscienza, la sera; l’ora in cui dire: «Anche io, perdonami».

Se il male è solo quello fatto dagli altri, il rancore sotterraneamente si allarga e preme. I più rimangono educati e equilibrati. Ma è un argine che può cedere. D’improvviso, a un semaforo. Un sorpasso, un anziano signore perbene sulla sua auto, due parole grosse. Come dal nulla, l’ira che sale, onda improvvisa da un mare piatto; e corre e acceca, e scoppia in una violenza antica.

Marina Corradi L’Avvenire 28 luglio 2011 La violenza che lascia attoniti .Quando cede l’argine

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 28 luglio 2011

giovedì 9 giugno 2011

EDITORIALE : Otto proposte per crescere

EDITORIALE : Otto proposte per crescere

Mario Draghi più che da Governatore uscente ieri ha dato la sensazione di aver iniziato a parlare da presidente della Banca centrale europea. L'analisi dei mali che affliggono la società italiana è stata impietosa e la denuncia della miopia della politica è risuonata altrettanto netta. Fino a far affiorare la delusione per essere rìmasto inascoltato pur avendo indicato a più riprese da Palazzo Koch obiettivi; linee di azione e aree di intervento.

Scelta la franchezza come leit motiv Draghi non ha risparmiato il ministro Giulio Tremonti, con il quale del resto in questi anni ha duellato (intellettualmente) svariate volte. Almeno tre i rilievi: l'analisi della crisi mondiale, i tagli lineari alla spesa e l'indipendenza delle authority. Non stiamo assistendo a un replay del '29, ha scandito, perché allora i danni causati all'economia reale dalla recessione furono assai più vasti, la prodùzione industriale crollò del 40% e la disoccupazione toccò quota 20%. Niente di paragonabile è successo dal 2008 ad oggi e quindi ogni allarmismo è . fuori luogo.


Piuttosto ii governo avrebbe dovuto continuare l'opera di Tommaso Pàdoa-Schioppa e portare a compimento la spending review, la radiografia completa della spesa pubblica voce per voce. Avendola snobbata, se il governo dovesse procedere alla cieca, con tagli uniformi, anche nella manovra correttiva prevista per il 2013-2014, sottrarrebbe alla ripresa circa due punti di Pil in tre anni. Invece una politica di tagli intelligenti, unita a recuperi di evasione, potrebbe essere compatibile con la scelta di ridurre le aliquote sui redditi di lavoratori e imprese. Morale: oggi dopo le amministrative il governo invoca la riforma fiscale ma. dovrebbe prendersela con se stesso se non sarà nelle condizioni di deliberarla. Tertium.!l’indipendenza .. Draghi ha ribadito la fiducia. nella tradizione di Via Nazionale, «fucina di quadri al servizio della nazione e dell.'Europa». capace di pescare al suo interno il prossime Governatore.

L’ ltalia che Draghi ha chiesto anche ieri deve tornare a crescere e la politica dovrebbe capire che «le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l'autorità, la rafforzano» (Cavour). La lista del Governatore è fatta di otto proposte e si apre con l'efficienza della giustizii civile, il sistema dell'istruzione,~ la concorrenza, il mercato del lavoro e gli investimenti nelle infrastrutture. Si tratta di riforme alcune delle quali, da sole, valgono un punto di Pil e che vanno realizzate pensando «a quale 'Paese lasceremo ai nostri figli».


Severo con i politici, il Governatore,non ha fatto sconti agli imprenditori. Le aziende Italiane sono troppo pìccole e restano fuori dai veri giochi dei mercati, ìntemazionali e dell'innovazione. Rinunciano a crescerè per la cultura familistica dei proprietari, contrari all'ingresso di esterni. Preso l'abbriivio il Governatore non ha ri sparmiato la socìetà :Autostrade,'che pure ha contribuito a privatizzareI costi medi per chilometro,e i tempi di realizzazione ( anche per la Tav) sono largamente superiori a quelli francesi e spagnoli. E non è tollerabile.

Se le considerazioni finali di ieri segnalano l'anticipato inizio del periodo francofortese di Mario Draghi, un'altra novità va segnalata in materia di crescita e lavoro femmiinile. È stata forse la prima relazione «rosa» di un Governatore, che ha voluto ricordare come «il tempo di cura della casa e della famiglia a carico delle donne resta in Italia molto maggiore che negli altri Paesì». Un altro ritardo che paghiamo.

ddivico@rcs.it

Dario De Vico Otto proposte per crescere Il Corriere della sera 1 giugno 2011

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 9 giugno 2011


lunedì 7 marzo 2011

EDITORIALI : L'ITALIA E IL FUTURO DELLA LIBIA

EDITORIALI : L'ITALIA E IL FUTURO DELLA LIBIA

Tre scenari per una crisi

Non bisogna mai mettere con le spalle al muro un dittatore che non ha ancora abbandonato il potere

L'ITALIA E IL FUTURO DELLA LIBIA

Tre scenari per una crisi


Non bisogna mai mettere con le spalle al muro un dittatore che non ha ancora abbandonato il potere

Per quanto essa sia elusiva, vaga e refrattaria a essere imprigionata in definizioni precise, dall'idea di «interesse nazionale» non si può tuttora prescindere. Nonostante i fiumi di inchiostro versati sui cambiamenti delle relazioni interstatali indotti dalla cosiddetta globalizzazione o, nel caso dei Paesi del Vecchio continente, dall'integrazione europea, l'interesse nazionale resta la principale bussola per coloro che devono decidere le politiche estere come per coloro che ne valutano gli effetti. Cruciali questioni di interesse nazionale, come tutti sanno, sono in gioco per l'Italia nella vicenda libica. A seconda degli esiti di quella crisi il nostro interesse nazionale verrà salvaguardato oppure gravemente danneggiato.

Allo stato degli atti, sembrano essere tre i possibili esiti della crisi libica. Nel primo scenario, Gheddafi viene sconfitto, abbandona il potere e gli subentra una nuova classe dirigente che, nonostante grandi difficoltà, si rivela capace di tenere insieme il Paese e di ristabilire normali relazioni con gli altri Stati. Nel secondo scenario, la guerra civile si protrae a lungo e la Libia sprofonda negli inferi, finisce nel girone riservato agli «Stati falliti», in compagnia di Paesi come la Somalia o l'Afghanistan. Nel terzo scenario, infine, Gheddafi riprende il controllo dell'intero territorio, Cirenaica compresa, al prezzo di un terribile bagno di sangue.Il primo scenario, ovviamente, è il migliore per la Libia ma anche per noi italiani. Si tratterà di stabilire relazioni con una nuova classe dirigente che, presumibilmente, avrà anch'essa interesse a un buon rapporto con l'Italia, che avrà bisogno dei legami economici con noi, tanto più nella fase della ricostruzione post dittatura. Avevamo, è vero, eccellenti rapporti con Gheddafi, il che ci renderà sospetti ai loro occhi, ma è comunque un fatto che, fra gli occidentali, non siamo stati i soli a coccolarlo. Il realismo imporrà ai nuovi dirigenti libici di non rinunciare a una cooperazione vantaggiosa per entrambi i Paesi.

Gli altri due scenari, invece, ci danneggerebbero grandemente. Se la Libia diventasse uno Stato fallito, si trasformerebbe in una piattaforma adibita al trasferimento al di qua del Mediterraneo di fiumi di disperati, di caos, di criminalità e terrorismo, ossia dei frutti avvelenati che crescono sempre negli Stati falliti. E noi saremmo in prima linea, i primi a subirne le conseguenze. In uno scenario «somalo» diventerebbe prima o poi inevitabile un intervento militare della comunità internazionale volto a frenare il caos. Nonostante le insidie e l'alto rischio di fallimento a cui un intervento militare andrebbe incontro.


Ma anche il terzo scenario, quello che prevede un Gheddafi di nuovo vittorioso in Libia, sarebbe pessimo per noi.

In politica internazionale l'ipocrisia è la regola. Fino a ieri tutti, non solo noi italiani, fingevano di non sapere che Gheddafi fosse un turpe dittatore che aveva sempre fatto strame di diritti umani. Lo fingevano i governi, i banchieri, il Consiglio dei diritti umani dell'Onu, persino la prestigiosa Lse (la London School of Economics and Political Science di Londra) destinataria di generosi finanziamenti libici, e tantissimi altri. Adesso però l'incanto si è rotto, adesso Gheddafi è un paria, un ricercato dell'Interpol, un possibile imputato del tribunale penale internazionale. D'ora in poi, fare affari con lui diventerà molto difficile. Se Gheddafi riconquisterà la Libia, per l'Italia saranno dolori, pagheremo un costo economico salatissimo. Per non parlare della difficoltà di ristabilire rapporti di cooperazione su materie sensibili come il controllo dell'emigrazione dall'Africa.

La questione dei rapporti economici Italia-Libia ha due facce. C'è, in primo luogo, il destino del centinaio di imprese che operavano fino a pochi giorni fa in Libia e il futuro ruolo dell'Eni. Adesso che anche noi abbiamo scaricato Gheddafi, un vendicativo dittatore di nuovo in sella potrebbe decidere di spazzarci via a vantaggio di meno scrupolosi concorrenti. La Cina, soprattutto, un Paese che non ha problemi a trattare con i peggiori dittatori, sarebbe certo lieta di subentrare alle nostre e alle altre imprese occidentali. E c'è poi la questione dei fondi sovrani, dei cospicui investimenti dello Stato libico in Italia (la presenza in Unicredit, Finmeccanica, Eni, il ruolo della Banca libica con sede a Roma, eccetera). Per ora, in omaggio alle direttive Onu, abbiamo congelato, come altri Paesi, i beni della famiglia Gheddafi e ci siamo dichiarati pronti, per bocca del ministro degli Esteri Franco Frattini, a congelare anche i fondi sovrani se ciò verrà deciso dall'Onu o dall'Unione Europea. Ma è un tema delicatissimo. Da un lato, sarà impossibile per noi non ottemperare alle eventuali richieste in tal senso degli organismi internazionali. Dall'altro lato, sarà di particolare danno farlo dal momento che i libici sono uno dei principali investitori sulla nostra piazza e, per giunta, un congelamento dei loro capitali sarebbe un pessimo segnale per altri investitori. In ogni caso sarebbe per noi una perdita secca e pesante.


Posto dunque che non solo ai libici ma anche a noi conviene che Gheddafi se ne vada, si può constatare quanto siano state improvvide le dichiarazioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu del 26 febbraio secondo cui Gheddafi va processato di fronte al Tribunale penale internazionale, l'apertura di un procedimento a suo carico da parte del Tribunale dell'Aja, l'allerta dell'Interpol per impedire che egli e il suo entourage possano espatriare. Non bisogna mai mettere un dittatore che non ha ancora abbandonato il potere con le spalle al muro. Serviva un salvacondotto, non un processo. Magari Gheddafi è davvero pronto, come ha detto, a morire con le armi in pugno. Ma un salvacondotto, come alternativa al bagno di sangue, doveva comunque essergli offerto. E dovrà essergli offerto. Conviene anche agli entusiasti della cosiddetta «giustizia internazionale». Per dimostrare che fra i suoi effetti perversi non ci sia anche quello di prolungare le sofferenze dei popoli.

[Angelo Panebianco 07 marzo 2011]


Eremo Via vado di sole , L'Aquila,
lunedì 7 marzo 2011

venerdì 18 febbraio 2011

EDITORIALI : Il saccheggio impunito dei predatori dell'arte

EDITORIALI : Il saccheggio impunito dei predatori dell'arte

«Vandali»: come il nostro Paese sta sperperando la sua ricchezza

Il traffico dei tesori artistici rubati, il degrado dei musei, il cemento abusivo che deturpa il paesaggio: è lo scempio che l’Italia sta facendo di se stessa raccontato in «Vandali», il libro-denuncia di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Un abbandono culturale, spiegano i due inviati del «Corriere della Sera», che penalizza pesantemente il turismo, altra risorsa che dovrebbe essere strategica per il nostro Paese. «Vandali», edito da Rizzoli, è in libreria al prezzo di 18 euro. Pubblichiamo qui alcuni stralci tratti dell’ottavo capitolo.

"Ma ce la meritiamo, la Venere di Morgantina? Ti torce le budella questo dubbio, leggendo ciò che diceva a metà novembre del 2010 l'assessore siciliano ai Beni culturali, Sebastiano Missineo, entusiasta per il ritorno dalla California della preziosissima statua: «Stiamo valutando se allestire una sala provvisoria...».

Che storia è questa? Quattro anni dopo l'annuncio che sarebbe tornata? Cinque dopo le manifestazioni di piazza per accelerare il rientro? Dieci dopo l'avvio ufficiale da parte del governo della procedura di restituzione? Dodici dopo l'indagine giudiziaria su una guerra mafiosa intorno al traffico dei reperti antichi che aveva visto anche l'assassinio di qualche «archeologo» clandestino? Ventidue dopo l'apertura di un'inchiesta sull'itinerario seguito dal capolavoro, trovato dai tombaroli nel 1977 in contrada San Francesco e finito al J. Paul Getty Museum di Malibu, e le prime richieste di riconsegna?


Eppure è così. C'è da vergognarsi a dirlo, ma è così. Un mese prima che la grande galleria d'arte californiana, sconfitta in tribunale e nella trattativa diplomatica, esponesse per l'ultima volta quella meravigliosa scultura comperata a un'asta nel 1988 per 18 milioni di dollari e da allora cuore ammiratissimo del museo visitato ogni anno da un milione e mezzo di persone, il Comune di Aidone nel cui territorio sono i ruderi di Morgantina, la Provincia di Enna e la Regione Sicilia non avevano ancora deciso dove mettere quel tesoro in arrivo dall'America.

Sulle prime pareva che dovesse andare, su consiglio anche di Vittorio Sgarbi, alto commissario della Villa Romana a Piazza Armerina («Sennò è meglio lasciarla in America»), nella chiesa sconsacrata di San Domenico ad Aidone. La Regione aveva anzi ottenuto dallo Stato per restaurarla un milione e mezzo di euro ricavati dal Lotto, ma ritarda oggi, ritarda domani, i soldi sono stati accreditati dallo Stato sul conto palermitano solo ai primi di novembre del 2010, due mesi prima del rientro. (...)

Sia chiaro: fin da quando la magistratura ha accertato che la statua in marmo (testa, braccia e mani) e in pietra calcarea (il resto del corpo) era stata trovata a Morgantina, nessuno ha messo mai in discussione i diritti di Aidone. Dove dal primo istante reclamano a gran voce la scultura: «È nostra! È nostra!». (...) Mettetevi al posto degli abitanti isolati da secoli in questo borgo fuori dal mondo: come è possibile non sognare, davanti all'arrivo dall'America («La Merica! La Merica!») di un capolavoro che a Los Angeles richiamava un milione e mezzo di visitatori l'anno? «I turisti! Arriveranno i turisti! A frotte! Con le tasche gonfie di soldi!».

Al di là dei principi, però, c'è modo e modo. E viene un groppo alla gola a scoprire (...) «come» il paese, arroccato sui monti Erei, 5.176 abitanti, zero librerie, zero cinema, zero teatri, zero Internet point, si prepara ad accogliere quell'opera meravigliosa alta due metri e venti centimetri, scolpita a quanto pare da un allievo di Fidia, che in origine era probabilmente policroma e rappresentava non tanto Venere (quello è solo il nome che le è stato appiccicato) quanto Demetra o Persefone. I turisti! I turisti! Mettetevi ora nei panni di un turista che cerca Aidone su Google maps: un albergo, quattro bed&breakfast, tre trattorie, una pizzeria, 98 chilometri dall'aeroporto di Catania, 195 da quello di Palermo senza un solo autobus diretto, nessuna informazione (tranne venti righe copia-incolla sulla statua prese da Wikipedia) sul sito comunale.


E meno male che gli americani hanno detto che no, loro non avevano alcuna intenzione di spaccare la statua in tre parti per il trasporto, così come era stata rotta da quei bastardi dei tombaroli, riportarla in nave in Italia, rimontarla per una mostra a Palermo (che sarebbe piaciuta tanto alla Regione), smontarla di nuovo, rimontarla per un'altra mostra a Enna (che sarebbe piaciuta tanto alla Provincia), per arrivare infine ad Aidone dopo un viaggio da incubo. (...) C'era il rischio che la dea si svegliasse come nel film "Il bacio di Venere" con Ava Gardner e che soavemente dicesse: «Scusate, ma con tutti questi casini, perché non avete lasciato che mi adorassero a Malibu?». (...)


Luigi Palma di Cesnola, un piemontese di Rivarolo che dopo avere combattuto per l'Unità d'Italia se n'era andato negli Stati Uniti dove era diventato comandante di vari reggimenti di cavalleria nella Guerra di secessione americana, non si poneva proprio il problema. Premiato da Abramo Lincoln con l'incarico di console a Cipro, tornò a New York con un carico di 275 casse, ognuna lunga nove piedi cioè quasi tre metri, piene di ogni ben di Dio: statue, statuette, vasi, bracciali, braccialetti d'oro massiccio, orecchini, anelli, spille, amuleti, spilloni, collane. (...)

Era il 1873 ed erano davvero altri tempi. Che l'ufficiale sabaudo-americano avesse approfittato degli anni ciprioti per saccheggiare tutto quello che aveva potuto saccheggiare sembrava, allora, del tutto normale. Fatto sta che ancora oggi sono tanti gli italiani che, in un contesto totalmente cambiato e con motivazioni assai più affaristiche di Palma di Cesnola, continuano a fornire «pezzi» artistici o archeologici a tutti i musei del pianeta. (...)


«La Razzia è immensa» scrive nel suo libro «I predatori dell'arte perduta» Fabio Isman. «Nel luglio 2000, un'indagine della Camera dei Comuni di Londra valuta che il traffico illecito di antichità e cultura superi i 6 miliardi di dollari all'anno. Per buona parte, oggetti italiani. E la Razzia coinvolge vari importanti, e spesso anche insospettabili, musei al mondo. Il Metropolitan di New York, che per primo ha restituito reperti trafugati al nostro Paese; e il californiano J. Paul Getty, pure autore di numerose restituzioni...» (...) In Giappone, senza scandalo, esiste un museo, il Miho, fondato dalla soave signora Mihoko Koyama con un investimento di 750 milioni di dollari, dove tutti ma proprio tutti i reperti antichi italiani sono ricettati da trafficanti di arte senza scrupoli.

Trafficanti ai quali ricorrono ancora, senza alcun problema di coscienza, molte altre gallerie sparse per il mondo. Le quali, visto che anche il pezzo più prezioso non varrebbe nulla senza le necessarie garanzie d'autenticità (dov'è stato trovato esattamente, a che profondità, cosa c'è intorno, cosa c'era sopra...), hanno potuto spesso contare sulla premurosa e interessata «collaborazione» di importanti storici e critici d'arte. (...)


Gli stessi tombaroli del resto, racconta Isman, si sono attrezzati. Vale per tutti la storia delle tre intere pareti di affreschi pompeiani staccati da chissà quale villa forse dalle parti di Boscoreale, vicino a Pompei, e trovati nel 1995 nel deposito ginevrino di Giacomo Medici, un trafficante d'arte italiano. C'erano le foto, quella volta. Scattate dai criminali nel ventre stesso della Domus. (...)

Cosa dovrebbe fare un Paese sottoposto a un tale saccheggio come il nostro? Ovvio: dovrebbe avere regole feroci contro predatori, trafficanti, ricettatori. È in gioco la nostra memoria, la nostra faccia, la nostra storia. Il nostro turismo. Eppure, non una sola sentenza di condanna, in questi anni, è mai arrivata fino alla conferma in Cassazione senza essere svuotata prima da un'amnistia, un condono, una prescrizione. Neppure una. (...)


Se possibile, poi, la situazione è peggiorata dopo l'approvazione, nel 2004, del codice dei Beni culturali che porta il nome dell'allora ministro Giuliano Urbani. Da allora, nemmeno in flagranza di reato i tombaroli rischiano l'arresto. La pena massima prevista è tre anni, e per quella c'è la denuncia a piede libero. Le manette possono scattare solo per danneggiamento, ma anche questa possibilità è spesso legata alla sensibilità del magistrato. E poi, vallo a dimostrare che i danni sono stati procurati dallo scavo clandestino. Esattamente come nel caso della Venere di Morgantina tagliata in tre pezzi perché era più facile da far sparire e portare al di là dei confini. Così fanno i tombaroli: amputano le statue, spaccano i sarcofagi, tagliano e sezionano i quadri per venderli a tranche, come accadde qualche anno fa a un dipinto di Lorenzo Lotto, i cui frammenti sono stati poi recuperati dalla Finanza. Solo facendoli a pezzi, in molti casi, i reperti archeologici si possono trasportare, nascondere, commerciare. In più, una volta venduto un frammento, il frammento successivo può essere proposto a un prezzo ancora maggiore allo stesso acquirente, invogliato a entrare in possesso dell'opera completa.


È successo a un meraviglioso monumento funerario decorato con bassorilievi che rappresentano scene di combattimenti fra gladiatori scoperto casualmente sbancando un terreno nel 2007 nella zona del sito di Lucus Feroniae, vicino a Fiano Romano: per farlo sparire lo ridussero e lo sotterrarono in 12 pezzi, troppo tardi trovati dalla Finanza. È successo al fantastico tetto in terracotta del tempio arcaico di Caprifico, fatto edificare intorno al 520 a.C. da Tarquinio il Superbo nel territorio di Cisterna di Latina. Ridotta in centinaia di pezzi venduti separatamente, l'opera è stata sparpagliata in mezzo mondo: 80 frammenti all'Ashmolean Museum di Oxford, 137 all'Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig di Basilea, 20 al Metropolitan di New York, 20 al British Museum di Londra, 20 al Fogg Museum del Massachusetts...

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella


Eremo Via vado di sole, L'Aquila,
venerdì 18 febbraio 2011