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lunedì 19 marzo 2012

FRATELLI D’ITALIA : Tre questioni di cui una fondamentale :” né destra, né sinistra, meno tasse”

FRATELLI D’ITALIA  : Tre questioni di cui una fondamentale  :” né destra, né sinistra, meno tasse”


PRIMA QUESTIONE  :   Le ostriche del potere

C'è qualcosa di eccessivo, di sottilmente smodato, nel rapporto tra la classe dirigente italiana e la dimensione del denaro e del lusso che il denaro consente. È una sorta di incontinenza e di esibizionismo senza freno; di compulsività acquisitiva. Sembra che in questo Paese per banchieri e imprenditori, per alti burocrati, professionisti di grido e parlamentari, per chi insomma conta qualcosa, ogni retribuzione non sia mai abbastanza elevata, ogni privilegio e ogni prelibatezza non siano mai troppo esclusivi, ogni manifestazione di ricchezza mai troppo smaccata.


La classe politica fornisce gli esempi se non più clamorosi senz'altro più noti. Intercettazioni, cronache giornalistiche, atti giudiziari restituiscono l'immagine di un gruppo di persone spesso proprietarie di ville su remote spiagge oceaniche o di case con viste strepitose sui più bei centri storici della penisola, intente appena possono a trascorrere vacanze in costosissimi resort esotici, a consumare pranzi e cene in locali da nababbi. Al senatore Lusi capitava di ordinare al ristorante piatti di spaghetti con non so che cosa, del costo di appena 180 euro. Viene da chiedersi: «Era sempre solo? E ai suoi ospiti sembrava ovvio andare in un posto del genere?». Evidentemente sì. Certamente appariva ovvio al sindaco di Bari Emiliano (e nel capoluogo pugliese non solo a lui, a quel che sembra) ricevere come regalo un intero acquario commestibile. Ogni anno, con le scuse più inverosimili, decine di delegazioni di consiglieri comunali e regionali (quelli della Sicilia in testa, di regola) si regalano a spese dei contribuenti viaggi in prima classe nelle mete più lontane e negli alberghi più costosi.


Ma non sono certo solo i politici. Don Verzé e i suoi collaboratori trascorrevano piacevoli (e frequenti) periodi di relax in alberghi e località di gran classe messi naturalmente a carico dei bilanci di enti nati per tutt'altri scopi ma che si ritrovavano non si sa perché ad averne la proprietà. Di espedienti più o meno analoghi si servono migliaia di italiani ricchi per i quali lo yacht o l'aereo privato sembrano ormai diventati necessari come l'aria. Per qualunque medio industriale scendere in un hotel come minimo (come minimo) a 5 stelle è ormai un'abitudine irrinunciabile. Così come in hotel come minimo a 5 stelle, o in favolose ville su qualche lago, o a Capri, o a Santa Margherita, si svolgono i loro convegni. Mai, chessò, in una bella sala dell'«Umanitaria» o alle «Stelline», no. E se proprio deve essere un postaccio come Milano, almeno il «Four Seasons».


È tutta l'élite italiana che ha perduto il gusto aristocratico della sprezzatura che è il contrario dell'affettazione, il piacere e il senso dell'eleganza fondata sulla sobrietà. La famosa mela che il presidente Einaudi chiese durante una cena se qualcuno voleva dividere con lui, forse neppure compare più nei menu del Quirinale. Così come non ha trovato molti imitatori il supremo snobismo, vagamente venato di tirchieria, che portava il suo altrettanto famoso figlio editore a scovare sperdute osterie dal cibo squisito (a suo dire) ma economicissime.
La moda è lo specchio di questo tracollo. I giovani della haute lombarda di una volta, vestiti d'inverno con i loden e le alte scarpe di Vibram; i vecchi tweed inglesi, che un tempo indossavano con nonchalance i signori della buona borghesia napoletana, hanno fatto posto alla tetra eleganza acchittata degli attuali trenta-quarantenni in carriera, abbigliati rigorosamente in nero come bodyguard o necrofori.


Queste odierne esibizioni e possibilità, così vaste, di lusso ostentato, di superfluo, questa mancanza di misura, dicono molte cose dell'élite italiana. Ci dicono per esempio di un gran numero di redditi occulti, di guadagni privati protetti da leggi compiacenti, e naturalmente di evasione e più ancora di elusione fiscale su grande scala, che la caratterizzano. Ci dicono, ancora, di una sua complessiva, forte diversità rispetto agli altri grandi Paesi europei con cui amiamo confrontarci. Nei quali, tanto per dire, almeno un buon numero di parlamentari italiani sarebbe stata già da tempo, per una ragione o per l'altra, costretta a furor di popolo a dimettersi; dove difficilmente sarebbero tollerati i cumuli di incarichi e di prebende con cui in Italia alti magistrati e grand commis si permettono tenori di vita elevatissimi; dove i rapporti incestuosi tra molti di loro e il mondo degli affari privati (conditi spesso e volentieri di cene, viaggi e vacanze insieme) sarebbero oggetto di censure e di provvedimenti severi.

Ma il rapporto della classe dirigente italiana con il denaro e con il lusso forse parla di qualcosa di più profondo. La sfrontata pervicacia con cui troppe volte essa esibisce entrambi sembra rispondere più che altro, infatti, al bisogno di occultare un intimo senso d'insicurezza. Quasi che sentendosi inadeguata al proprio ruolo, ai contenuti reali e impegnativi di questo, l'élite italiana pensasse di mostrarsi superiore nel modo più facile che le è possibile: con i soldi. Ma così agi e guadagni, invece di rappresentare in qualche modo una conferma della sua superiorità, alla fine sono solo la riconferma della sua inadeguatezza. Della sua lontananza dal Paese reale, della sua inettitudine a capire il bisogno che oggi esso esprime di essenzialità e di misura.

Ernesto Galli della Loggia 19 marzo 2012  Il Corriere della sera


SECONDA QUESTIONE  :  Un presidente senza partiti

Sulla scena politica italiana del nostro tempo si confrontano partiti senza leader (autorevoli) e un leader senza partiti. Quest'immagine è emersa nei primi quattro mesi del governo guidato da Mario Monti. e appare largamente confermata  -  e precisata - dal sondaggio dell'Atlante Politico di Demos 1, realizzato nei giorni scorsi.

1. La fiducia nel governo Monti, anzitutto. Espressa (con un voto pari o superiore al 6) da quasi il 62% del campione della popolazione. Il dato più alto dopo la fase di avvio, in novembre. Insieme all'auspicio, condiviso da circa 7 italiani su 10, che la sua attenzione non si limiti ai temi strettamente economici ma si allarghi a tutte le questioni importanti del Paese. Riforma elettorale, giustizia e sistema radiotelevisivo compresi. Il 27% degli intervistati, inoltre, vorrebbe che Monti, dopo le prossime elezioni, succedesse a se stesso. Indipendentemente dal risultato.

2. Ancora più elevato è il grado di considerazione "personale" verso il Premier e i suoi ministri più conosciuti. Nella classifica dei leader, Monti è saldamente in testa, con il 67% di giudizi positivi (espressi con un voto pari o superiore a 6). Lo seguono (a debita distanza) i ministri Elsa Fornero (51%) e Corrado Passera (49%). Gli altri leader  -  istituzionali e di partito  -  sono dietro. Sensibilmente lontani. Bersani, Alfano, Di Pietro, Vendola, Casini e Fini. Tutti in calo, soprattuttogli ultimi due. (Un segno che il governo e Monti stanno occupando lo spazio del Terzo Polo.) In fondo alla classifica: Berlusconi e Bossi, i leader del precedente governo. Bossi, in particolare, è largamente sopravanzato da Maroni (40%). Nella popolazione. Ma anche nell'elettorato leghista. Tra gli elettori della Lega, infatti, il 50% valuta positivamente Bossi, il 73% Maroni. Segno che il peso di Maroni nella "Lega di opposizione" si è rafforzato ulteriormente.

3. Di certo, oggi è in crisi la legittimità del "politico di professione" mentre si rafforza la credibilità dei "tecnici". Come Monti, appunto. Insieme ai suoi ministri. Oltre il 60% degli italiani, infatti, ritiene i tecnici più adatti a governare rispetto a "politici esperti".

4. È interessante osservare come questi atteggiamenti risentano in misura - ancora - limitata delle valutazioni di merito, nei confronti di specifici provvedimenti. Che sollevano, in alcuni casi, grande insoddisfazione. In particolare, una larga maggioranza di persone si dice contraria a modifiche sostanziali dell'articolo 18. Ma ciò non è sufficiente a modificare in modo sostanziale il giudizio sul governo dei tecnici, sui tecnici e sul Tecnico per eccellenza. Monti. Almeno per ora.

5. L'impopolarità dei leader di partito riflette la  -  e si riflette nella - sfiducia nei partiti (solo il 4% del campione esprime "molta fiducia" nei loro confronti). Dal punto di vista elettorale, tuttavia, non si rilevano grandi variazioni negli ultimi mesi. Il PD si attesta circa al 27% e il PdL al 24%. Insieme arrivano al 50%. Venti punti meno che alle elezioni del 2008. La Lega si conferma al 10%, come l'UdC. L'IdV all'8%. Mentre SEL è più indietro, intorno al 6%. Avvicinata dal Movimento 5 Stelle di Grillo. L'unica opposizione davvero extra-parlamentare. Movimentista. La No Tav come bandiera. Forse anche per questo premiata, in questa fase. L'esperienza del governo Monti ha, dunque, congelato gli orientamenti elettorali, ma li ha anche frammentati. Complicando le alleanze  -  precedenti e future.

6. Il PD, che all'inizio aveva beneficiato dell'esperienza del governo Monti, ora sembra soffrirne. Più dei partiti della vecchia maggioranza di Centrodestra, in lieve ripresa, nelle stime di voto. Gli elettori del PD, d'altra parte, continuano a garantire un alto grado di consenso al governo Monti. (Ha il merito di aver "sostituito" Berlusconi). Tuttavia, nella percezione degli italiani, ha mutato posizione politica. Certo, la maggioranza degli elettori (57%) continua a considerarlo "al di fuori e al di sopra" degli schieramenti politici. Ma una quota ampia e crescente di essi (20%) lo ritiene prevalentemente orientato a centro-destra.

7. Il PD risente, inoltre, del conflitto interno fra i partigiani dell'alleanza con le forze di Sinistra e i sostenitori dell'intesa con il Centro. Ma i suoi elettori appaiono turbati anche dalla tentazione di tradurre l'attuale Grande Coalizione di governo in un progetto più duraturo. Un'ipotesi che, tradotta sul piano elettorale, si fermerebbe al 47%. Cioè, circa 13 punti in meno rispetto ai consensi di cui sono accreditati i partiti dell'attuale maggioranza. Per contro, la Lega salirebbe al 19% e la Sinistra oltre il 33%. A pagare il prezzo più caro di questa ipotetica intesa sarebbe, appunto, il PD. Visto che oltre metà dei suoi elettori si sposterebbe sulla coalizione di Sinistra oppure si asterrebbe.

8. Non sorprende, allora, che, una "ipotetica" Lista Monti in una "ipotetica" competizione con gli attuali partiti, nelle intenzioni di voto degli intervistati, sia accreditata di oltre il 24% dei voti. Il che significa: il primo partito in Italia. Davanti al PdL, che, in questo scenario, otterrebbe il 19%. Il PD, terzo con il 18%, risulterebbe il più penalizzato. Perderebbe, infatti, oltre un quarto della base elettorale a favore della lista Monti. La quale, peraltro, intercetterebbe consensi trasversali. Ma, soprattutto, convincerebbe quasi un terzo degli elettori ancora incerti oppure orientati all'astensione. Sul totale degli elettori: circa il 10%.

9. Naturalmente, si tratta di una simulazione. Influenzata, peraltro, dalla popolarità di Monti in questo specifico momento. Conferma, però, lo scenario delineato all'inizio. Evoca, cioè, una Terza Repubblica che oppone Presidenti e Partiti (come suggerì, alcuni anni fa, Mauro Calise in un saggio pubblicato da Laterza). Mentre il Berlusconismo aveva imposto il modello del "Partito personale", che oggi è in declino, insieme alla Persona che lo aveva incarnato.

10. Il Montismo ne ha modificato sostanzialmente il modello. In particolare, nello "stile personale": ha affermato la Tecnica e la Competenza al posto dell'Imitazione-della-gente-comume. L'aristocrazia democratica al posto della democrazia populista. Tuttavia, Monti non si può definire un Presidente "contro" i Partiti, perché i partiti (maggiori) lo sostengono. Anche se qualcuno scorge, alle sue spalle, l'ombra di un nuovo "Partito personale", egli appare, in effetti, un "Presidente senza partito". Legittimato dal "voto" dei mercati, dal "vuoto" della politica  -  e dalla conferma dei sondaggi. Ma anche dalla sua distanza dai partiti. Il che sottolinea l'ultimo paradosso post-italiano (per echeggiare Eddy Berselli). Una Repubblica dove coabitano due Presidenti forti, molti partiti deboli. E un Parlamento quantomeno fragile. Una Repubblica bi-presidenziale.
Ilvo  Diamanti 19 marzo 2012  La Repubblica




TERZA QUESTIONE  :  Né destra né sinistra: meno tasse

Ogni tanto se ne riparla. La settimana scorsa, poi, è stato un profluvio: quasi simultaneamente, Corte dei Conti, Banca d’Italia, Garante per la privacy l’hanno ripetuto: in Italia le tasse sono troppo alte, mentre le garanzie a tutela del cittadino onesto sono insufficienti, nonché in preoccupante declino.

Poi però, come è appena successo nei giorni scorsi, il tema rientra e si torna a dibattere delle solite cose, rimandando al futuro ogni intervento di riduzione delle aliquote.
Insomma, possiamo anche rallegrarci che ogni tanto se ne riparli, ma dovremmo essere coscienti che sono parole al vento. I governi hanno altre priorità, e i cittadini probabilmente anche.

Perciò, anziché lodare l’ennesimo effimero sussulto anti-tasse, vorrei cercare di rispondere alla domanda: perché, verosimilmente, non se ne farà nulla nemmeno questa volta?
Una prima ragione, a mio parere, è che il tema delle tasse ha un sapore ideologico troppo forte. Diciamolo brutalmente: se chiedi meno tasse sei bollato come uno «di destra», nella migliore delle ipotesi come un «vecchio liberale».

Sì, certo, c’è stato anche un tempo - dopo i successi delle rivoluzioni liberiste di Reagan e della Thatcher - in cui lo slogan «meno tasse» si era fatto strada nella cultura progressista, quantomeno nei paesi in cui la sinistra non era troppo conservatrice. Ma quel tempo ora è finito, e la sinistra di oggi è completamente rientrata nei ranghi: ridurre le tasse non è una sua priorità, e persino la destra - spaventata dalla crescita del debito pubblico - preferisce dedicarsi a temi meno scottanti. Ridurre le tasse è tornato ad essere uno slogan di destra, che - tuttavia - la destra stessa ha paura di agitare.

C’è però un’altra ragione, molto più importante perché più concreta, per cui i governi riescono solo a parlare di riduzione delle tasse, raramente passando dalle parole ai fatti: ed è che tutti i governi, quale che sia il loro colore politico, letteralmente vivono di tasse. È grazie alle tasse che possono spendere, ed è spendendo che si procacciano i voti degli elettori, ossia la base stessa del proprio potere. La macchina dei favori elettorali richiede sempre più soldi, e i soldi si possono trovare solo in due modi: facendo debiti e mettendo più tasse. Finita l’era dei debiti - perché i mercati hanno detto basta - restano solo le tasse.

Ma la ragione più insidiosa che rende permanentemente inattuale il programma della riduzione delle aliquote è, a mio parere, di natura culturale, per non dire teorica. Ed è che la teoria che dovrebbe stare alla base di un programma politico di riduzione delle tasse è oggi minoritaria, non solo in Italia ma nella maggior parte delle società avanzate. Non saprei dire perché sia così, ma è così.

L’unico argomento veramente forte a favore della riduzione delle tasse è che aliquote troppo alte soffocano la crescita e noi - con il debito pubblico che ci ritroviamo - non possiamo permetterci un altro decennio di stagnazione. Il problema è che questo tipo di analisi, che sarebbe parsa semplicemente ovvia anche solo una decina di anni fa, oggi non è più tale. Oggi il senso comune di osservatori, studiosi e analisti è completamente cambiato. Per molti vale l’ingenuo corto-circuito che collega le minori tasse alla rivoluzione liberista, e la rivoluzione liberista alla crisi degli ultimi anni: se il liberismo ci ha portati all’attuale disastro, pensano costoro, non è ripristinandolo che ne usciremo. Ma anche fra gli studiosi, che non si basano su impressioni ma su ricerche, le cose sono molto cambiate da allora. Oggi la teoria della crescita snobba le tasse, e punta tutte le sue carte su leve come capitale umano, innovazione, tecnologie informatiche, investimenti in ricerca e sviluppo, liberalizzazioni, concorrenza. Tutte cose che o non costano nulla (liberalizzazioni), o comportano più spese (capitale umano), non certo un minore prelievo fiscale.

Si potrebbe dire, semplificando un po’ per chiarire, che il pendolo ideologico della teoria della crescita si è spostato. La teoria della crescita ha avuto quasi sempre un’anima liberale, perché non ha mai smesso di credere nel ruolo cruciale del mercato, della concorrenza, del libero scambio, fino alla recente totale adesione al paradigma della globalizzazione. Ma accanto a questo nucleo teorico liberale (di cui molti esponenti dell’attuale governo italiano sono convinti assertori) nel dibattito sulla crescita degli ultimi cinquant’anni sono sempre stati presenti almeno due altri elementi portanti: l’idea della basse aliquote, e l’idea degli investimenti in capitale umano. Insomma un’anima che i più considererebbero di destra (meno entrate fiscali) e un’anima che considererebbero di sinistra (più spese per l’istruzione). Negli Anni 90 il pendolo della teoria oscillava verso destra, oggi oscilla verso sinistra.

Io penso però che sia sbagliato, in questo campo, scegliere secondo parametri ideologici. Non solo perché l’evidenza empirica disponibile suggerisce che tutti e tre i gruppi di fattori - istituzioni economiche efficienti, alta qualità dell’istruzione, basse aliquote sui produttori - hanno un impatto elevato (e di entità comparabile) sul tasso di crescita, ma perché un paese che vuole tornare a crescere dovrebbe partire - innanzitutto da un’analisi spietata dei propri ritardi. La prima cosa che un Paese dovrebbe chiedersi non è se preferisce una politica di destra o di sinistra, ma qual è la leva più potente che ha a disposizione, e quanto tempo ha di fronte a sé. Nel caso dell’Italia la risposta è che, se come termine di paragone si prendono le economie avanzate (Paesi Ocse), i suoi due ritardi fondamentali - e dunque le leve su cui ha maggiori margini di miglioramento - sono le mancate liberalizzazioni e l’elevatissima pressione fiscale sui produttori. Con un’importante differenza, tuttavia: che le liberalizzazioni non potranno produrre effetti apprezzabili prima di 5-10 anni, mentre una riduzione incisiva delle aliquote sui produttori può darci un 1% di crescita in più nel giro di 1-2 anni.

In breve, vorrei dire che sulla crescita sarebbe bello che si cominciasse a ragionare in termini più empirici e pragmatici. Si può essere di destra o di sinistra, ma si dovrebbero preferire le politiche di cui il proprio paese ha bisogno in un dato momento storico. Essere europei, forse, significa anche questo. Un cittadino europeo, oggi, dovrebbe preferire politiche «di sinistra» dove e quando la crescita è frenata dalla bassa qualità del capitale umano, politiche «di destra» dove e quando la crescita è soffocata dalle tasse che gravano su chi produce ricchezza. E l’Italia, che piaccia o no, non ha (ancora) il record dell’ignoranza, ma detiene saldamente quello delle tasse.

Luca Ricolfi  19 marzo 2012 La Stampa

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì 19 marzo 2012

mercoledì 1 febbraio 2012

FRATELLI D’ITALIA : Art. 49 della Costituzione italiana

FRATELLI D’ITALIA  :  Art. 49 della Costituzione italiana

La Costituzione Italiana riconosce esplicitamente il ruolo dei Partiti Politici quando scrive, all’art. 49, che «tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere in modo democratico a determinare la politica nazionale».
Da questa disposizione discendono quattro principi soprattutto:

1. La formazione dei partiti è libera: ogni partito ha diritto di cittadinanza nello Stato italiano qualunque ne sia l’ideologia. L’unico limite a tale libertà, scritto nell’art. XII delle disposizioni transitorie della Costituzione, è la riorganizzazione del partito fascista.
2. La repubblica si fonda sul pluralismo dei partiti. L’uso del plurale ("partiti") nell’art. 49 della Costituzione implica che sarebbe inammissibile un regime a partito unico.
3. Ai partiti è riconosciuta la funzione di determinare la politica nazionale, in concorrenza tra di loro.
4. I partiti devono rispettare il metodo democratico.

Laddove l'espressione «metodo democratico» definisce il principio per cui la minoranza deve rispettare le decisioni della maggioranza, ma ha la piena libertà di agire, con tutti i mezzi pacifici a sua disposizione, per diventare a sua volta maggioranza e assumere la guida del paese. È proprio del metodo democratico la possibilità dell’alternanza pacifica al potere tra maggioranza e minoranza.
Dal punto di vista giuridico i partiti politici in Italia sono organizzazioni private che si configurano come associazioni non riconosciute e godono quindi dell’ampia libertà d’azione che è prevista dal codice civile per queste associazioni. Non sono persone giuridiche e pertanto non sono sottoposti ai controlli statali che il codice civile prevede per tali enti.

I politici però con i loro comportamenti ( da ultimo la finta di  ridursi lo stipendio  che non è una vera e propria riduzione ma solo una sterilizzazione degli aumenti  che stavano per scattare) stanno minando alla base quella che era la visione della  democrazia   nel nostro paese secondo la Carta costituzionale. Carta che  riconoscendo con l’art. 49 la funzione dei partiti  annetteva loro un compito fondamentale  . Non solo quello della rappresentatività ma anche quello della partecipazione. Partiti come strumento per dare potere a chi non lo ha. Ovvero per far contare il cittadino .

La fiducia degli italiani  nei politici e nei partiti ha raggiunto in questi giorni una soglia bassissima  che speriamo  abbia un punto di ritorno.  In questa situazione fa bene il presidente  Napolitano a   richiamare l’attenzione  sulla importanza dei partiti. Attenzione che produce però una domanda: si può fare a meno dei partiti?
Lo scarso feeling tra cittadini e politici è stato prodotto , in parte,  dal sistema elettorale,  dall’inadempienza dei partiti ( fuga dal territorio )  e dal così detto berlusconismo  inteso  come fenomeno di delegittimazione della politica a favore di un singolo protagonista ( magari imprenditore danaroso che può pagarsi la politica )  che pensa a   tutto lui.

Così stando le cose però: il problema non è tanto quanto il berlusconismo abbia distrutto la politica . Piuttosto quanto conti la politica partitica nelle decisioni sulla vita della gente ammesso che  il potere sembra essere tutto in mano alla finanza , e alle banche  . I politici recitano un ruolo di burattini . Non decidono ormai più niente e sembrano essere sempre più “ mosche cocchiere “ che tra, l’altro leccandosi le mani  assumono comportamenti   immorali se non  penalmente rilevabili.
Esclusa dunque  l’azione della politica e dei politici, così fortemente inficiati  rimangono quasi a fronteggiarsi  da un lato banche, imprese  e finanza, dall’altra  i movimenti  (per esempio gli indignati ) .  Nessun ruolo dunque dei politici e dei partiti. Quindi la crisi di rappresentatività di quest’ultimi ,La democrazia è fatta di  delega e di partecipazione. Se lo strumento di queste due azioni, il partito non funziona, probabilmente ha scarse possibilità di funzionare anche una sana democrazia. Meglio una vera democrazia, non uno pseudonimo.

Le ultime evidenze di cronaca  ( distrazioni di fondi dal rimborso elettorale  alla Margherita  a favore del tesoriere di quel partito )  suscitano  la rabbia dei cittadini e  dimostrano la trasversalità di un fenomeno pericolosissimo.
Il rischio dell’antipolitica  dunque è che venga messo in discussione  la base della democrazia che  sono i partiti . La politica ha dei costi . Se lo stato non finanzia i partiti  cosa potrebbe
succedere ?Paradossalmente chi critica, spesso in modo forte, Berlusconi  , con questa marea di antipolitica , propone  proprio la figura di un imprenditore  che ha possibilità di parsi i costi della sua politica  a scapito degli altri.

Probabilmente la crisi dei partiti e dei politici   inizia  con tangentopoli.  Anche se  l’attuale rapporto  dei cittadini con la politica  è peggiore oggi  che nel 92/93 come afferma il sondaggio  della società diretta da Pagnoncelli  reso noto  nella trasmissione di rai tre Ballarò martedì 31 gennaio 2012.
Dunque  i partitit per svolgere il loro ruolo hanno  bisogno di recuperare credibilità e trasparenza.
L’art. 49 della Carta costituzionale  è la strada per raggiungere questo obiettivo .
Inoltre i partiti devono aprirsi  ai movimenti  e quindi dare appunto potere a chi non l’ha.  L’ha detto lo stesso Obama  nel suo discorso  di insediamento . Certo niente di rivoluzionario  in quanto appunto i partiti sono l’unico strumento . Non ci sono altri strumenti  per aiutare i cittadini  a contare  di più nella democrazia . E in questo senso bisogna  capire quanto i partiti siano disposti  a modificarsi . Modificarsi significa non essere più la sommatoria delle segreterie dei vari politici  e delle varie correnti ma veramente protagonisti di una lettura del territorio , delle esigenze e dei bisogni delle popolazioni che vivono quei territori . (V.M. )

Eremo Via vado di sole, L'Aquila , mercoledì 1 febbraio 2012

giovedì 12 gennaio 2012

FRATELLI D’ITALIA : Costi della politica: tutti i tagli che si possono fare subito

FRATELLI D’ITALIA  : Costi della politica: tutti i tagli che si possono fare subito

Vogliono la fiducia dei cittadini in questo momento nero? Se la guadagnino. Il governo, la maggioranza e la stessa opposizione non possono chiedere un centesimo agli italiani senza parallelamente (anzi: prima) tagliare qualcosa di loro. Conosciamo l'obiezione: non sarà un taglio di 1000 euro dallo stipendio reale (l'indennità è solo una parte) di deputati e senatori a risolvere il problema. Perfino se tutti fossero condannati a lavorare gratis risolveremmo un settemillesimo della manovra. Vero. Ma stavolta non hanno scelta: è in gioco la loro credibilità.
Per partire devono aver chiaro un punto: il perfetto è nemico del bene. In attesa di una ridefinizione generale dello Stato (campa cavallo) certe cose si possono fare subito. Alcune simboliche, altre di sostanza.


Sono stati presentati nove progetti di legge, dall'inizio della legislatura, per ridurre o addirittura dimezzare il numero dei parlamentari. Da destra, da sinistra... Dove sono finiti? Boh... Sono tutti d'accordo, a parole? Lo facciano, quel taglio. Senza allegarci niente. Sennò finisce come sempre finisce: la sinistra ci aggancia una cosa inaccettabile dalla destra, la destra ci aggancia una cosa inaccettabile dalla sinistra. E tutto resta come prima. Esattamente il giochino della riforma bocciata al referendum del 2006, che vedeva sì una modesta riduzione da 630 a 518 deputati, da 315 a 252 senatori (non il dimezzamento sbandierato: quella è una frottola) ma anche uno svuotamento dei poteri del Quirinale e un aumento dei poteri del premier. Dettagli che garantivano la bocciatura: la sinistra non l'avrebbe votato mai. Vogliono ridurre davvero? Trovino un accordo e lo votino tutti insieme: non servirà neanche il referendum confermativo. Sennò i cittadini sono autorizzati a pensare che sia solo propaganda. Come propaganda appare per ora la mega-maxi-super-riforma votata dal Consiglio dei ministri il 22 luglio. Se era così urgente perché non risulta ancora depositata e non se ne trova traccia neanche nel sito di Palazzo Chigi? Era sufficiente l'annuncio stampa? Forse erano più urgenti le vacanze.


Non si possono abolire subito le province senza ripartire parallelamente le competenze e i dipendenti? Comincino a toglierle dal tabù della Costituzione e a sopprimere quelle che hanno come capoluogo la capitale regionale destinata a diventare area metropolitana o non arrivano a un numero minimo di abitanti.


Vogliono inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione? Inizino col riconoscere, concretamente, che la cosa oggi più lontana dal pareggio sono le pensioni dei parlamentari: alla Regione Lazio i contributi versati sono un decimo di quanto esce per i vitalizi. Alla Camera e al Senato un undicesimo. Al netto dei reciproci versamenti addirittura un tredicesimo. Immaginiamo la rivolta: non si toccano i diritti acquisiti! Sarà, ma quelli dei cittadini sono già stati toccati più volte.
Deve partire una stagione di liberalizzazione? Partano introducendo una regoletta esistente nei Paesi più seri: un deputato pagato per fare il deputato può far solo il deputato. Un caso come quello di Antonio Gaglione, il parlamentare pugliese espulso dal Pd per avere bucato il 93% delle sedute e così assenteista («preferisco fare il medico»), da bigiare addirittura il passaggio chiave del 14 dicembre scorso che vide Berlusconi salvarsi per pochissimi voti dalla mozione di sfiducia, in America è impensabile. E così quelli dei tanti avvocati (uno su sette alla Camera, uno su sette al Senato) e professionisti di ogni genere che pretendono di fare l'una e l'altra cosa. Dice uno studio de «lavoce.info» che un professionista che continua a fare il suo lavoro anche dopo l'elezione «bigia» in media il 37% in più degli altri parlamentari. Basta.


Negano di intascare i soldi destinati ai collaboratori non messi in regola e pagati in nero? La riforma è già pronta e depositata: il deputato o il senatore fornisce al Parlamento il nome del collaboratore di fiducia e questi viene pagato direttamente dal Parlamento. Ed ecco che l'«equivoco infamante» su certe furbizie sarebbe all'istante risolto.


Il vero cambiamento, però, quella rivoluzionario, sarebbe la decisione di spalancare finalmente le porte alla legittima curiosità dei cittadini. Massima trasparenza: quella sarebbe la svolta epocale. Se un americano vuole vedere se «quel» deputato che si batte per la ricerca farmaceutica ha avuto finanziamenti, commesse, incarichi professionali da un'azienda di prodotti farmaceutici va su Internet e trova tutto. Se un tedesco vuol sapere se «quel» deputato ha guadagnato dei soldi fuori dal Parlamento e in che modo, va su Internet e trova tutto. Se un inglese vuole conoscere i nomi di chi quel giorno ha viaggiato su quel volo blu dal 1997 ad oggi o quanto spendono a Buckingham Palace per le bottiglie di vino va su Internet e trova tutto.


Da noi per avere le sole dichiarazioni dei redditi dei parlamentari un cittadino di Vipiteno o di Capo Passero deve andare a Roma, presentarsi in un certo ufficio della Camera o del Senato, dimostrare di essere iscritto alle liste elettorali e poi accontentarsi di sfogliare un volume senza manco la possibilità di fare fotocopie. Per non dire del Quirinale dove ogni presidente, per quanto galantuomo sia, pur di non smentire la cautela del predecessore, mantiene riservato il bilancio del Colle limitandosi a dare delle linee generali. Che magari sono sempre meno oscure ma certo sono lontanissime dalla trasparenza britannica.


Cosa risparmieremmo? Moltissimo. Un solo esempio: sapere che il passaggio dato su un volo di Stato a una ballerina di flamenco finirebbe all'istante sui giornali, spingerebbe automaticamente a ridurre se non a eliminare del tutto certi «piacerini». Lo stesso vale per certi voli elettorali vietati, come ricorda una dura polemica sui giornali, anche in Turchia. Il governo, la maggioranza e l'opposizione (per quanto possa incidere) ritengono di avere, sui costi della politica, la coscienza a posto? Pensano di avere tagliato il massimo del massimo e che non si possa tagliare di più? Mettano tutto online. Con un linguaggio non inespugnabile. Ma soprattutto, vale per la destra e per la sinistra, la smettano una volta per tutte di gettare fumo fingendo di fare confusione (confusione voluta, ipocrita, pelosa) tra il qualunquismo, la demagogia e il diritto di sapere dei cittadini. Che sudditi non sono.


Sergio Rizzo Gian Antonio Stella 08 agosto 2011 Il Corriere della sera

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, giovedì 12 gennaio 2012

lunedì 12 settembre 2011

FRATELLI D’ITALIA : Le città e non le province hanno fatto l'Italia

FRATELLI D’ITALIA : Le città e non le province hanno fatto l'Italia

Quando Roma cominciò a dominare territori estesi, in Italia o fuori d’Italia, vi inviò ad amministrarli un propretore o un proconsole: vale a dire un magistrato che avesse l’autorità di far valere su quei luoghi più o meno lontani la legge dell’Urbe. Erano regioni estese, praticamente delle nazioni, che ricadevano sotto l’ imperium romano e spesso erano controllate da legioni che avevano la funzione di presidio militare. Erano chiamate province. Sicilia, Sardegna, Spagna citeriore e ulteriore, Macedonia, Acaia, Africa, Bitinia e Cirenaica, e poi Gallia, Siria e Cilicia, l’area del Danubio, l’Egitto; quindi Britannia, Dacia e Cappadocia, Mauretania e Tracia: erano tutte province, cioè le terre diverse per geografia e costumi su cui dominava Roma. Grandi e piccole, sotto Diocleziano arrivarono al numero di 87, sparse fra tutto il mondo conosciuto. Di esse, con la dissoluzione del sistema imperiale romano, si perse traccia; e la frammentazione territoriale successiva mise in evidenza, soprattutto in Italia, il ruolo centrale della città. Luogo di più coese comunità, centro dei traffici e delle industrie, di arte e architettura, sede di cenacoli intellettuali e di scuole, crogiolo della ricerca tecnica e scientifica, terreno di sperimentazione giuridica e politica, retta da famiglie signorili o da regimi oligarchici repubblicani, la città divenne il perno attorno a cui ruotò tutta la storia italiana.


Furono città come Firenze, Genova, Milano e Venezia a far fiorire economia e cultura e a rendere celebre l’Italia in Europa; città come Roma a infiggersi nella storia mondiale come capoluogo della cristianità; città minori, come Ferrara, Mantova o Urbino, che magnificarono con le proprie corti uno stile di vita tutto italiano; e ancora città come Palermo e Catania, che a lungo si contesero relazioni mediterranee e col mondo arabo. L’Europa, e l’Italia in particolare, vissero per secoli la separazione e la differenza fra territori infeudati, più o meno periferici, sottoposti al dominio di duchi, marchesi, conti e baroni, espressione di un mondo conservatore e aristocratico, legato alla rendita fondiaria e ai valori antichi di una società rurale; e le città, sedi di corporazioni e di istituti di rappresentanza politica e sociale, animate da borghesie intraprendenti e portatrici di un’idea di ricchezza mobile svincolata dalla proprietà terriera. Erano campagne e non provincie quelle che stavano attorno alle città. La Campania, per l’appunto, costituiva l’entroterra della grande città, Napoli.

Fiorente e poi decadente, la città rappresentò, per dirla con Carlo Cattaneo, il principio di ogni storia italiana. Certo, già nel Trecento la città rappresentava insieme il punto alto della civiltà italiana, ma anche l’elemento di fragilità, di debolezza di fronte all’affermazione delle nuove entità statali europee. E’ noto che l’Italia fu molto ammirata, molto ambita e molto dominata dagli stranieri. E fu per secoli terra di razzie. Dire provincia era allora come ricordare un mitico passato in cui l’Italia, cioè Roma, dominava il mondo. Diceva Dante nel VI canto del Purgatorio: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!». L’Italia era diventata a sua volta una provincia di altri imperi.

Fu soltanto con l’unificazione politica e istituzionale che lo Stato si pose il problema dei distretti amministrativi periferici, cioè un sistema di mediazione fra governo centrale e governo locale. E, ovviamente, mutuò dall’esperienza piemontese, unico Stato italiano ad avere un solido impianto amministrativo, le sue prime leggi in materia, che esordirono nel 1865. Le leggi comunali e provinciali si succedettero numerose fino agli Anni Trenta del Novecento. Quindi, la Costituzione, con il titolo V, articolo 114, dichiarò che «La Repubblica si riparte in Regioni, Provincie e Comuni»: era chiara la preoccupazione che fossero salvaguardate le autonomie locali anche nel quadro di un tessuto istituzionale unitario. Ma l’eco delle parole di Dante non avrebbe cessato di risuonare. E proprio nel ciclo di una nuova globalizzazione e nel processo di integrazione delle istituzioni nazionali in una inedita quanto auspicata compagine europea, in anni cioè assai recenti, piccole patrie avrebbero ancora rivendicato spazi amministrativi autonomi, moltiplicando pletoricamente proprio le circoscrizioni provinciali. Esaltando la particolarità di esigui territori ed enfatizzandone tradizioni vere o anche semplicemente presunte. Con ciò ridando significato a quell’aggettivo, «provinciale», che ha connotato da secoli sagre paesane e mentalità campanilistiche, atteggiamenti attardati culturalmente e civilmente, tipici di abitudini periferiche lontane dalla modernità.

L’Italia delle province in un disegno di Stefano Frassetto

La storia dell'ente oggi più discusso: inventate dai Romani per indicare i territori di conquista, furono poi imposte dai Savoia di WALTER BARBERIS

Eremo Via vado di sole, L’Aquila, lunedì 12 settembre 2011

domenica 11 settembre 2011

FRATELLI D’ITALIA : L’Italia disunita

FRATELLI D’ITALIA : L’Italia disunita

Elogio dell'Italia disunita di Franco Arminio

La cosa più interessante dell'Italia è la sua disunità.

Sono i salti, le crepe, i vuoti che ancora allignano tra un luogo e l'altro. In certe zone il mondo sembra un panno di biliardo e anche dove è scosso e scosceso tutto è comunque in qualche modo omogeneo. Dell'Italia amo questa residua densità del suo passato che ti viene incontro all'improvviso con una faccia, con un muro. L'Italia del sud consente più facilmente di abitare questi anfratti, questi rilievi fuori scala rispetto alla livella della modernità.

Il mio paese, spezzato in due come un verme, mi dà ogni giorno questa dose salutare di disunità. Amo le cose sconnesse, amo le cose che si svolgono lontano dalle premesse con cui iniziano.

Oggi per voler bene all'Italia bisogna trovare i luoghi in cui è diversa e averne cura. Non avere la foga di metterli sotto gli occhi dei giornali e della televisione. Noi abbiamo bisogno di luoghi in cui la lingua non è imbellettata, in cui nessuno scalcia per passare avanti, riposa, luoghi attraversati dalla poesia e dalla morte, in cui nessuno si fa il nido, ma tutti inciampano dalla mattina alla sera, luoghi in cui un uomo ha lo stesso valore di una damigiana sfondata e si dà spazio e valore ai ragni, alle chiavi arrugginite, ai cani.

L'Italia io la sogno sempre più disunita, sempre più lontana nelle sue parti e dentro ogni parte sogno voragini, frane, smottamenti, un inferno di cose che non coincidono, un inferno di cose che non rimano. Mi piace vivere in un paese spaiato, un paese che somiglia a un calzino rotto appeso a un ramo in un giorno di vento. Non mi piace la manfrina dei discorsi che gli italiani fanno sull'Italia: le cose che non vanno, gli imbrogli, le furbizie che sono sempre degli altri. Mi piace un'Italia felicemente sconclusionata, mai compita, sempre un po’ indisciplinata ai doveri dell'epoca. Una nazione che si rompe felicemente, che si distrae dai suoi impegni, che disattende ogni promessa. Forse per questo dell'Italia mi piace più il sud, ma solo quando non si dà arie che non sono sue, solo quando il sud pensa se stesso, non si fa pensare da altri, quando il sud si dispone a giocare con l'assurdità della vita, con la sua instabilità costitutiva.

Una nazione non deve raccogliere, non deve proteggere, deve essere un tetto rotto, una finestra che cigola, una nazione deve essere un pavimento sfondato. L'Italia che amo è quella che non sa niente di sé, che non si sente ricca né povera, che non si vanta e non si lamenta, un'Italia che appare a lampi su strade periferiche, un'Italia rimasta viva per sbaglio, per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso. Mi piace l'Italia che trovo all'inizio di certi paesi, un paese in pigiama o in pantofole, un paese che non si è lavato i denti, senza moine pubblicitarie, un paese indisposto e indisponibile. In una nazione del genere, in una nazione profondamente sconnessa e disunita è ancora bello viverci perché la vita tiene ancora un suo sapore, una dolcezza da consumare senza colpe in luoghi dismessi o abbandonati, oppure un rancore acido con cui lottare gettando nella mischia un dolore che non si compiace di se stesso e non si arrende.

Fonte : http://www.doppiozero.com/dossier/disunita-italiana/elogio-dellitalia-disunita

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, domenica 11 settembre 2011

lunedì 8 agosto 2011

FRATELLI D’ITALIA : Mercati,democrazia e politica


FRATELLI D’ITALIA : Mercati,democrazia e politica

Scrive Guido Rossi su Il Sole 24 Ore di domenica 7agosto 2011 “Nell'intero mondo occidentale insieme. con un'economia abbacinata da falsi miti è crollata anche la politica, ormai sua ancella ridotta quasi in condizioni di schiavitù. È difficile sapere se il futuro sarà condizionato più dal disastro politico o da quello economico. Tra quei miti, nel linguaggio, sia comune, sia aulico, siede imperiosa l'onnipotenza dei mercati che spazzano la politica minacciano e distruggono gli Stati. La definizione concreta ed esatta di mercato non alberga più in quella di "luogo destinato allo scambio delle merci", ma si dilegua e svanisce in astratte e opache figure sacerdotali: società di rating, hedge funds, fondi sovrani, banche d' affari e banche ombra e grandi multinazionali, con tutti i loro strumenti e riti esoterici. I mercati si ergono a Pizia della modernità mentre il capitalismo, dalle Compagnie delle Indie ai nuovi sacerdoti, ha spesso mostrato un lato predominante di arrogante violenza e abusi, dal colonialismo alla schiavitù, alla tratta dei neri, alle selvagge speculazioni finanziarie a danno di popoli e di cittadini deboli. Non è un caso che anche le democrazie siano in crisi e debbano essere rivisitate, poiché si è aggravato il fatto che sia sempre una minoranza dei cittadini, direttamente o indirettamente i più ricchi, a governare. La forbice fra ricchi e poveri è diventata intollerabile, sicché se un quarto di tutti i redditi e il quaranta per cento della totale ricchezza degli Stati Uniti va all'uno per cento dei percettori di reddito risulta evidente la ragione per cui le scadenti recenti misure decantate da Obama non siano riuscite ad aumentare la tassazione dei ricchi. L'America, come ha scritto J. Stiglitz, non è più "la terra delle opportunità:'. In Italia come nel resto d'Europa parimenti aumenta la disoccupazione e nelle riforme inconsistenti proposte dal premier non v'è alcuna decisione né intenzione di colmare le iniquità economiche e sociali create dalla forbice e colpire seriamente l'evasione e la corruzione.

La politica rimane perciò schiava, come vogliono i mercati, del debito pubblico, della deregolamentazione e delle privatizzazioni ad ogni costo, dimentica della giustizia sociale, degli investimenti. pubblici, strumento di un'equità non solo fiscale. La democrazia deliberativa e non limitata a uno spesso inutile esercizio del diritto di voto non sembra essere arrivata con "il vento nuovo" che dichiaravadi voler cambiare le arcaiche strutture politiche asimmetriche ingiuste sia nell'America di Barack Obama sia in Italia Aveva allora ragione Gaetano Salvemini quando scriveya che in queste democrazie comunque "ogni elezione è solo una rivoluzione omeopatica". “

E se Guido Rosi continuando la sua analisi fa richiamo ai barbari cinesi e altri fuori dall’occidente dai quali potrebbe venire la salvezza da questa crisi è il nobel per l’economia Michael spence, economista da Harvard che afferma che questa cris è diventato un rompicapo.

Infatti Michael Spence, economista di Harvard, poi docente a Stanford, alla Bocconi e infine alla New York University, ha vinto il Nobel 2001 per i suoi studi sulle «informazioni asimmetriche» che arrivano sui mercati e loro effetti,la pensa così su questa crisi :

Professore, non suonerà sorprendente ma almeno preoccupante il downgranding (declassamento) del debito pubblico ameriacano -

«Sì. Come negarlo. Però era nell' aria, ed il già stata scontata da Wall Street, come spesso accade in casi del genere. La minaccia era stata formulata espressamente da tutte e tre le agenzie americane di rating (e da quella cinese Dagong): ora bisognerà vedere se Moody' s e Fitch vi daranno corso. Il problema non è la reazione dei mercati, è vedere quanto a lungo durerà questa condizione anomala di doppia anziché tripla A. Non sono affatto ottimista al proposito».

Perché?

«Perché è forte la sfiducia nella politica americana. L'ha detto S&P's, l'ha accennato persino Obama e l'esasperante trattativa sul debito l'ha dimostrato: non c'è misura rilevante di contenimento alla spesa o aumento delle entrate che possa passare senza incappare nel veto di una delle due parti. I due schieramenti sono divisi come non mai e lo resteranno fino alle. elezioni del 2012, ecco che siamo allo stallo .. Qualsiasi programma serio di rientro è oggi ben lontano anche dall' essere solo architettato. L'accordo sul debito è stato raggiunto perché Obama ha ceduto sulle tasse ai ricchi: ma alla fine l'intesa valeva 2,l miliardi contro i 4 richiesti dalle agenzie, malgrado le proteste interpretative dell' amministrazione. Inesorabilmente è scattato il dowgrading, che resterà in vigore fino a ben oltre le prossime elezioni. In Italia, a ben guardare, avete meno problemi di questo tipo, perché c'è una solida maggioranza che abbraccia l'intero ramo legislativo».

«Solida» forse è un po' troppo.

«Su questo, mi lasci osservare che il Berlusconi "seconda maniera" di venerdì è risultato ben più convincente. Evidentemente, è stato ben consigliato dai leader occidentali, - americani compresi, con i quali si è consultato. Vedete, il vostro governo è debole e incerto, non c' è dubbio, però va detto che la situazione internazionale è davvero spinosa. C'è una massa di debiti in giro per il mondo, generatasi con l'esplosione finanziaria pre-crisi, tale da creare un rompicapo globale quasi insolubile».

A proposito di crisi ,è vero,come dicono i repubblicani, che Obama porta la colpa dell'esplosione del debito Usa per i suoi massicci programmi keynesiani di stimolo?

«In una minima misura è vero, anche se molta dei fondi impegnati stanno già tornando indietro, dalle banche alle case auto. Però a questo punto c'è da ascoltare anche quello che dice la cosiddetta sinistra democratica, alla Krugman: visto che si è fatta la scelta keynesiana, si doveva farla fino in fondo, impegnando ancora più soldi, sempre scegliendo con cura i settori capaci di generare crescita, dalle infrastrutture alla ricerca».

Ma i risultati sul debito?

«Non è detto che sarebbero stati peggiori, perché avrebbero generato uno sviluppo in grado di trainare il mondo. Invece proprio qui si è inceppato tutto: la scarsa crescita, in America come in Europa e ora perfino in Asia, ha bloccato il «deleveragìng e il rientro dall'indebitamento, pubblico e privato. Solo i bilanci di alcune aziende sono buoni: ma appena possono vanno a investire in qualche altra località remota anziché inAmerica o in Europa».

Ci sono molti debiti in giro per il mondo ma come siamo riusciti in Italia ad indebitarci così?

Scrive Roberto Petrini su la Repubblica del 7 agosto 2011 :”La vetta dei 2 trilioni è vicina. Siamo, secondo i dati Bankitalia, a quota 1.890 miliardi, e per fine anno si salirà ancora più su. Come ora mai ripetono tutti: il 120 per cento del Pil. Un debito il cui costo cresce al crescere degli spread e che, con la solita ruvìdezza, Bossi ha paragonato a «cartastraccia». Che ci espone all' assalto dei mercati e ci costringe a cure, improvvise, quanto severe e dolorose.


Per Berlusconi, che non dimentica mai di ricordarlo, la colpa è «dei governi che ci hanno preceduto». E' così? Certo il passato è comunque gravido del presente, ma bisogna vedere come e perché. Fatto sta che nel lontano periodo 1961-1973 il debito Pil dell'Italia era solo al 50,3 per cento del Pil. A Maastricht mancavano trent'anni. E poi? Poi comincia l'esplosione. Nel periodo 1974-1985 raggiungiamo l'80,5 per cento del Pil,ne11990 siamo al 94,7 per cento, nel 1995 il picco storico è del 121,5 per cento. Toccò a Romano Prodì, affiancato da Ciampi, per raggiungere l'obiettivo dell' euro, stringere la cinghia e riportare il livello al 109 per cento nel 2000.

A dare la caccia alle responsabilità si rischia di non uscirne se si guarda alla storia. Senz'altro l'invecchiamento demografico ha gonfiato a partire dai primi Anni Novanta le pensioni (incidevano per un quarto nel 1980 e ora hanno superato il 32 per cento). E furono necessari i decisi interventi di riforma di Amato- Dini-Prodi. La sanità è stata inarrestabile: è passata, nello stesso periodo, dal 13,6% al 15,3%. A guardare le tabelle della recentissima Commissione Giarda, sembra che anche le spese per gli apparati burocratici dello Stato siano incomprimibili: la voce «servizi generali» incideva per il 12,3 nel 1980 e pesa il 13,8 per cento dell'intera spesa delle amministrazioni pubbliche nel 2009, a dispetto di tutte lecampagne di tagli annunciate dai vari governi.

La collezione delle norme che hanno acceso il boom del nostro debito è sterminata. Negli anni Settanta le pensioni italiane cominciarono ad. essere calcolate sugli ultimi stipendi (oggi non è più così), furono indicizzate all'inflazione, nel 1971 nacque la Gepi e vennero assunti 600 mila dipendenti pubblici. Tutta colpa dei «formidabili» Anni Settanta? Altrettante responsabilità vanno attribuite agli Anni Ottanta: l'economia cresceva mai governi; segnati da un alto tasso di corruzione, non ne approfittarono per risanare. Ma forse è agli ultimi dieci anni, dopo l'introduzione dell'euro che bisogna guardare per trovare le responsabilità del rischio default dell'Italia di oggi.

Nel periodo 2001-2006 con Berlusconi e Tremonti si evitò accurata'mente di affrontare il problema ricorrendo alle «unatantum»: 19,3 miliardi furono incassati con il condono tombale e furono cartolarizzati gli immobili pubblici senza però migliorare i conti dello Stato. Anzi, gìà nel 2005 la Ue estrasse il «cartellino rosso» e ci mise sotto accusa per deficit eccessivo (giunto al 4,3%). Dopo la parentesi di Padoa Schioppa, che nel 2007 ridusse il deficit - Pil al 2, 7%, siamo tornati nella tempesta: dovuta, in parte, alla crisi internazionale. Ma sono in molti a chiedersi se, ad esempio, i due miliardi destinati alla riduzione dell'Ici nel 2008 non potevano essere spesi per dare un po' di fiato all' economia e se, anche stavolta, si è persa l' occasione per risanare.

Tutto questo dunque nella tempesta di una crisi internazionale inevitabile per tutti e quindi anche per l’Italia ?

E’ Federico Rampini corrispondente de la Repubblica dagli States che ci illustra lo scenario di una nuova schiavitù di debiti incrociati che creano contagio globale

“Siamo tutti schiavi dei debiti.

Non solo del nostro debito pubblico, anche quello altrui. È una delle facce della globalìzzazione: i vasi comunicanti del credito non conoscono frontiere, la finanziarizzazione ha trasformato ciascuno di noi (spesso inconsapevolmente) in un debitore-creditore esposto ai giudizi dei mercati, l'interdipendenza avvinghia tutti. Ma questo è l'approdo finale di un' evoluzione voluta, che per lungo tempo abbiamo considerato positiva: la dipendenza dai mercati è stata teorizzata come un modo per rendere i nostri governi più oculati, meno demagogici e irresponsabili nella gestione delle finanze pubbliche. Se la Bee è costretta a "commissariare" il governo Berlusconi su mandato franco-tedesco e con la benedizione di Washington, è perché prima i mercati hanno sfiduciato la politica di bilancio italiana.

Angela Merkel, checché ne pensino i suoi elettori, non agisce per "altruismo europeista" quando deve farsi carico ob torto collo della crisi italiana, greca, spagnola: le banche tedesche detengono titoli pubblici italiani per l'equivalente di 190 miliardi di dollari, spagnoli per 238 miliardi, irlandesi per 184 miliardi, portoghesi per 47 e greci per 45 miliardi. In tutto superano i 500miliardi di euro. Questo significa chela sola esposizione delle banche tedesche verso gli anelli deboli dell' euro zona supera ampiamente le risorse del fondo speciale varato a Bruxelles per tamponare le bancarotte sovrane. Chi ripianerebbe quelle perdite, se non gli azionisti tedeschi, i risparmiatori tedeschi, i contribuenti tedeschi? La Francia sta peggio, per quantità di titoli pubblici italiani posseduti dalle sue banche: più del doppio rispetto alle banche tedesche. Ecco perché la sfiducia dei mercati verso l'Italia ha già lambito anche la Francia: attraverso le sue banche, la trasmissione del "male latino" sarebbe rapida e implacabile.

Questo si ripete, moltiplicato su scala ben più vasta, con il debito degli Stati Uniti. Il declassamento annunciato da Standard&Poor's è un problema globale, perché i titoli del Tesoro Usa sono nelle riserve di tutte le banche centrali del pianeta, nei fondi comuni d'investimento europei (soprattutto i più "sicuri", cioè i fondi monetari), nei fondi pensione, nel capitale prudenziale delle banche commerciali dove teniamo i nostri depositi. La dura reazione della Cina dopo il declassamento si spiega col fatto che la seconda economia mondiale è a sua volta vulnerabile: la sua banca centrale è pericolosamente squilibrata per il peso dominante dei Treasury Bond Usa nel suo bilancio. Qualunque perdita di valore - non parliamo di un default - sui titoli Usa si rifletterebbe nell'intero sistema bancario cinese. Rilanciando le critiche interne allo stesso partito comunista, dove un'ala nazionalista contesta da tempo il ruolo di "creditore" degli Stati Uniti.

Il debito americano è il più onnipresente nel resto del mondo. La Cina ne detiene quasi un decimo seguita da Giappone col 6,5%, Inghilterra col 2,4%, paesi Opec con 1,6%, Brasile 1,5%. Ma anche tutti gli altri paesi ne hanno la loro parte, il 10, 7% è suddiviso in un elenco interminabìle di altri creditori esteri "minori".

Sono frazioni percentuali per ciascun paese, ma sono frazioni pesanti perché misurate su un totale che si avvicina a 15.000 miliardi di dollari. In valore assoluto gli investimenti cinesi in titoli del debito Usa si avvicinano a 1.300 miliardi (inclusi quelli di Hong Kong), il Giappone supera i 912 miliardi. Alcuni paesi sono esposti anche attraverso investimenti in piazze finanziarie come Londra e Zurigo, il che spiega l'alta quota di debito americano in Inghilterra e Svizzera.


Come siamo arrivati fin qui? Per quanto riguarda il debito Usa, la sua diffusione globale è la confluenza di diverse evoluzioni. Da una parte c'è la dimensione assoluta di quel debito che cresce a gran velocità (era la metà di quello attuale, 7.800 miliardi, nel 2005) e non può essere tutta finanziata all'interno perché l'Ame rica non risparmia abbastanza L' altra faccia di questa carenza di risparmio domestico, è l'eccesso di importazioni che ha arricchito paesi come Cina, Giappone, Brasile: di qui i loro enormi attivi commerciali che vanno investiti in qualche modo. E i titoli del Tesoro Usa hanno il vantaggio di rappresentare la più grossa economia mondiale; inoltre sono molto "liquidi", si comprano e vendono molto facilmente nella più avanzata piazza finanziaria del pianeta. L'internazionalizzazione del debito americano aumenta al ritmo del 10% 'annuo. L'origine è antica: risale al fenomeno degli euro-dollari ai tempi dell'Amministrazione Nixon che doveva finanziare all'estero la guerra del Vietnam, prosegui con i petro-dollari quando l'Amministrazione Carter dovette fronteggiare il primo shock petrolifero. Il pensiero neoliberista, ma anche la sinistra ai tempi di Bill Clinton e Tony Blaìr, ha sposato l'idea che i mercati" disciplinano" gli Stati. Non è del tutto sbagliato: il debito pubblico italiano cresceva anche all'epoca delle restrizioni ai movimenti di capitali, ma veniva finanziato d'autorità dalle banche, cioè in ultima istanza dai risparmiatori.Senza che neppure se ne accorgessero.

E allora che bisognerebbe fare ?

Forse lo hanno detto Berlusconi ,Tremonti e Gianni Letta nel pomeriggio di venerdì 5 agosto 2011 , a mercati chiusi , in una conferenza stampa convocata dopo ampie consultazioni con governanti europei e americani.

Ed è Eugenio Scalfari che domenica 7 agosto così commenta

“La verità è che il governo italiano, dopo il nerissimo giovedì con Piazza Affari a meno 5,16 maglia nera delle Borse mondiali e lo "spread" a quota 389, è stato commissariato. In un paese normale il premier e il suo governo si sarebbero dimessi, ma poiché la maggioranza Scilipoti esiste

ancora, la soluzione dettata dall'Europa d'intesa con la Casa Bianca è stata il commissariamento.

Abbiamo ora un governo che deve eseguire gli ordini . che gli vengono dati da Berlino e da Parigi tramite Barroso da una parte e Trichet dall' altra. Soprattutto quest'ultimo perché la Bee è il solo braccio operativo che l'Europa può usare nel tentativo di raffreddare i mercati.

Del resto è ormai ufficiale che l'atto di commissariamento è stato scritto e inviato

al nostro presidente del Consiglio la mattina di venerdì con una lettera di Trichet controfirmata da Draghi che sarà a novembre il suo successore. In quella lettera sono fissate le condizioni: anticipare di un anno il pareggio del bilancio, iniziare da subito gli interventi per tagliare la spesa, avviare con decorrenza immediata interventi di stimolo per la . crescita del reddito e dell' economia reale.

Per questa ragione quei tre personaggi dietro quel tavolo la sera di venerdì sembravano burattini mossi da fili tenuti da altre mani; appena due giorni prima avevano esposto con sussiego una politica economica che non si spostava d'un centimetro dal rovinoso immobilismo d'una manovra che aveva rinviato tutto tra quattro anni. La maggioranza parlamentare aveva punteggiato di fragorosi applausi il discorso del premier. Il ministro dell'Economia, seduto alla sua sinistra, batteva anche lui le mani, felice della ritrovata armonia con il "boss"; il ministro degli Esteri, seduto alla sua destra, sottolineava gli applausi battèndo la mano sul tavolo dei ministri.

Dopo un giorno e mezzo tutto ciò è stato capovolto. «È passato un mese e il mondo è completamente- cambiato» ha detto Tremonti venerdì. È vero, è passato un mese, ma lui e tutta la banda mercoledì non se n'erano ancora accorti. Meno male che - non potendo dimissionarli li hanno almeno commissariati…..

Dal balbettio di Berlusconi e di Tremonti sì è capito che proporranno nei prossimi giorni alle commissioni competenti di Camera e Senato due disegni di legge di riforma costituzionale da essi ritenuti fondamentali: la modifica dell'articolo 41 e quella dell'articolo8I.

Il primo stabilirà, una volta modificato, che i cittadini sono liberi di assumere ogni tipo di iniziativa salvo quelle vietate dalle leggi. Si tratta di una pura ovvietà ma il veleno sta nella coda: spetta agli interessati autocertificare che non vi sono leggi che vietano le iniziative intraprese. La pubblica amministrazione farà controlli ex post. Dire che si tratta d'un potente incoraggiamento all'illegalità è dir poco.

Quanto all'articolo 81, si tratta di introdurre in Costìtuzione il pareggio del bilancio come principio inderogabile "salvo specifiche condizioni di emergenza". (terremoti, guerre, eccetera). Non si spiega però se il pareggio riguarda il bilancio preventivo o quello consuntivo o tutti e due. Ma c'è un'altra condizione non ancora detta però ventilata: che la spesa non possa superare il 45 per cento del Pil salvo un voto parlamentare a maggioranza qualificata,

Se passasse una riforma costituzionale del genere il tetto alla spesa che Obama ha a stento superato per evitare il default sarebbe uno scherzo: scomparirebbe ogni politica economica, ogni programma di investimento, ogni politica fiscale di redistribuzione del reddito, ogni politica estera, ogni politica della difesa ed ogni autonomia locale. Il governo sarebbe affidato non al Parlamento ma alla Corte dei conti e alla Ragioneria dello Stato.

Non credo che iniziative del genere troveranno appoggio nell'opposizione e faciliteranno coesione sociale. .Comunque ci vorrà un anno prima che l'iter parlamentare sia completato e ancor più se sarà necessario il referendum confermativo. Pensate che i mercati nei prossimi giorni si calmeranno per l'èffetto di annuncio di questi due sgorbi di riforma costituzionale?

Mario Monti infine attribuisce una precisa responsabilità ai governanti italiani : la perdita di tempo ,come scrive in un editoriale del Corriere della sera del 7 agosto 2011 :

“Nella diagnosi sull'economia italiana e nelle terapie, ciò che l'Europa e i mercati hanno imposto non comprende nulla che non fosse già stato proposto da tempo dal dibattito politico, dalle parti sociali, dalla Banca d'Italia, da molti economisti. La perseveranza con la quale si è preferito ascoltare solo poche voci, rassicuranti sulla solidità della nostra economia e anzi su una certa superiorità del modello italiano, è stata una delle cause del molto tempo perduto e dei conseguenti maggiori costi per la nostra economia e società, dei quali lo spread sui tassi è visibile manifestazione.

Crescita penalizzata . Nelle decisioni imposte dai mercati e dall'Europa, tendono a prevalere le ragioni della stabilità rispetto a quelle della crescita. Gli investitori, i governi degli altri Paesi, le autorità monetarie sono più preoccupati per i rischi di insolvenza sui titoli italiani, per il possibile contagio dell'instabilità finanziaria, per l'eventuale indebolimento dell'euro, di quanto lo siano per l'insufficiente crescita dell'economia italiana (anche se, per la prima volta, perfino le agenzie di rating hanno individuato proprio nella mancanza di crescita un fattore di non sostenibilità della finanza pubblica italiana, malgrado i miglioramenti di questi anni). L'incapacità di prendere serie decisioni per rimuovere i vincoli strutturali alla crescita e l'essersi ridotti a dover accettare misure dettate dall'imperativo della stabilità richiederanno ora un impegno forte e concentrato, dall'interno dell'Italia, sulla crescita.”

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì 8 agosto 2011