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lunedì 24 febbraio 2014

RICOGNIZIONE : Il realismo dei robot che verranno

RICOGNIZIONE  : Il realismo dei robot che verranno

Robots
Ray Kurzweil,  66 anni, tra i più noti personaggi dell'Intelligenza Artificiale, è il nuovo "Director of Engineering" di Google. Questo può apparire in contrasto col giovanilismo che contraddistingue l'azienda californiana, ma bisogna tener conto che Kurzweil ritiene di poter vivere molto a lungo, forse (perché no?) in eterno, e dunque, tecnicamente, è ancora nella sua infanzia. Crede infatti che, grazie  all'esponenziale andamento del progresso scientifico, farà in tempo a vedere il giorno in cui qualcuno (o qualcosa) inventerà l'elisir di lunga vita. Nel frattempo, assume quantità impresionanti di integratori alimentari e coadiuvanti chimici, nonché (per fortuna) qualche bicchiere di vino rosso.

Genio precocissimo, inventore tra i più prolifici (strumenti musicali elettronici, scanner, riconoscitori di caratteri e di parole, tanto per dare l'idea), sostenitore del 'transumanesimo' (la convinzione che l'umanità possa trascendere i propri limiti attraverso le tecnologie), preconizzatore della 'singolarità' (il momento in cui il progresso sarà così rapido che non gli staremo più dietro, e i robot ci rimpiazzeranno), Kurzweil ha collezionato 19 dottorati 'honoris causa' dalle università di tutto il mondo.

Un Übermensch praticamente onniscente e potenzialmente immortale al servizio di un'azienda dalle risorse informative e finanziarie di fatto illimitate. Per fare che? Per aiutare le macchine a comprendere il linguaggio naturale: "il mio progetto" - spiega - "è in definitiva quello di basare la ricerca sulla reale comprensione di quello che il linguaggio significa".

Nella sua estesissima competenza, sicuramente Kurzweil sa che "la reale comprensione di quello che il linguaggio significa" è questione alquanto controversa. Il linguaggio "significa realmente" qualcosa? Alla data, Google restituisce circa 22 milioni di pagine associate alla parola "skepticism". Queste includono notizie di coloro i quali, a più riprese nella storia della filosofia antica, moderna e contemporanea, da Pirrone, a Hume, all'ultimo Wittgenstein,  hanno dubitato che la realtà possa offrire solide fondamenta a cose come il linguaggio. Che vorrebbe dire allora "significare realmente"? Realmente per chi? A fronte di quale realtà?  Quella fisica? Quella psichica? Quella sociale? E osservata in quale modo? In qual modo discussa, se non, circolarmente, col linguaggio stesso?

Evidentemente, Kurzweil non è uno scettico: ha una risposta, e prima o poi, in un momento della sua eternità, quando i suoi robot avranno capito (o forse sancito) quello su cui noi umani ci interroghiamo da millenni, ce
 lo dirà.

 Da Il Sole 24 ore  24 febbraio 2014
                                          
Eremo Rocca s.Stefano  lunedì 24 febbraio 2014



martedì 16 agosto 2011

RICOGNIZIONI : Ingeniosa scientia naturae


RICOGNIZIONI : Ingeniosa scientia naturae

Il volto di santi,angeli e demoni. Uomini e donne . Plebei, potenti, chierici, nobili, contadini. Animali . Effigi. Iimpresse nella pietra . Tutto impresso nella pietra come un inventario fisiognomico, una lista nel tempo e del tempo che la pietra bianca di Poggio Picenze si è incaricata di tramandarci . Impronte di un viaggio nella storia e nel tempo di un territorio che la pietra, docile sotto lo scalpello, ci rimanda ogni giorno quando andiamo a vedere le fontane del complesso monumentale delle 99 cannelle a L’Aquila. Un accostamento tra acqua e pietra che è accostamento primordiale ma anche misterioso. Aria , acqua, terra e fuoco fusi nei volti di quei mascheroni scolpiti come «Ingeniosa scientia nature» come un'eredità della sapienza greca e araba.

Da Ruggero Bacone a Della Porta, da Le Brun a Lavater, da Gall a Lombroso: il racconto della fisiognomica coinvolge un numero rilevante di letterati e di artisti, di medici e di filosofi, coincide con un caleidoscopio di testi che rappresentano emozioni, diagnosticano talenti, prevedono destini. Dall'atelier al gabinetto scientifico e all'aula giudiziaria, la fisiognomica cerca di scrivere le incerte regole dei modelli umani, prima di essere soppiantata dai più scaltri paradigmi psicologici e biologici. E' stata una pratica esoterica? Una scienza? Una retorica?


Sicuramente un crocevia di importanti dibattiti nella cultura europea, un capitolo inconsueto della storia delle idee. Da questo alfabeto dimenticato si può forse ricavare qualche antidoto contro la menzogna e l'esasperante vanità dei divismi contemporanei.

Ma la fisiognomica delle 99 cannelle a L’Aquila è il suggello su quella pietra che canta, quella pietra che fiorisce nelle grandi cattedrali dei Cistercensi, disegnate, edificate, ornate da fregi, affreschi ,capitelli ,


Il sesto acuto dei maestri borgognoni e i costoloni dei lombardi rammodernano le costruzioni e scaricano sulla terra la lievità del cielo in un incontro tra cielo e terra che le guglie e le facciate delle cattedrali interpretano ed esaudiscono.

Così diventa essenziale l’opera dei cistercensi . Tutto cominciò in quel secolo

Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode, o Dio” e “Sette volte al giorno canterò le tue lodi” (Regola, cap. 16).

Ed è verso la chiesa quindi che converge tutta la vita del monaco: infatti in essa si giustifica, si realizza e si sublima la sua vita nel contatto con Dio mediante la sacra liturgia e l’ufficio divino o “Opus Dei”.

Ecco perché i Cistercensi pare che seguissero un ordine divino per creare il loro complesso monastico:si canalizzavano le acque stagnanti così che la terra si asciugasse;la si livellava e fissando con la corda le dimensioni del complesso monastico,si orientava la chiesa e gli altri edifici con la luce dell'alba. Si mettevano a coltura i prati,si piantavano alberi da frutto,verdure e fiori,abbandonando il disprezzo per il lavoro manuale e agricolo a cui si dava valore,al pari della preghiera.

San Bernardo non negava riferimenti al Vecchio Testamento o alla Gerusalemme Celeste ma poneva l'accento sul significato didascalico dell'architettura della Chiesa insistendo sugli aspetti di umiltà e di semplicità. Le chiese a pianta Bernardina terminano quasi tutte con un quadrato o un rettangolo, generalmente più basso della navata, derivato dalle piccole chiese e dalla tradizione degli oratori, è infatti un'espressione dell'umiltà monacale. La forma rettangolare era ritenuta più modesta di quella rotonda o addirittura la più modesta possibile, mentre l'abside tonda rappresenta una simbologia della tradizione imperiale.

L'interesse per il numero e per i rapporti numerici in San Bernardo, quindi, assume un'importanza fondamentale. Il concetto del numero come espressione della bellezza fu ereditato da parte dei Padri della Chiesa dalla più alta antichità, dai Semiti e dei Greci e non era comunque estraneo all'Antico Testamento. Si pensi ai 318 servitori di Abramo, ai 480 anni computati dall'uscita dall'Egitto alla costruzione del Tempio. Quanto alla metafisica di questo simbolismo, i Padri l'avevano ricevuta principalmente dalla tradizione pitagorica largamente diffusa da opere tradotte in latino da Apuleio.Seguendo questa tradizione, i numeri sono il principio, la fonte e la radice di tutto. Lo sforzo continuo degli autori cristiani e anche di San Bernardo, fu di purificare la scienza dei numeri da ogni riferimento alla divinazione astrale. Essi rinviano quasi sempre a una frase del Libro della Sapienza che e la più citata. Il versetto costituisce una specie di consacrazione di tale scienza: ma tu (cioè Dio)hai disposto tutto con misura, numero e peso e definisce il carattere fondamentale del bello e dell'estetica. Il percorso dal mondo greco verso la cultura occidentale fu segnata per primo da Agostino.

Alla metà del XII secolo il cistercense Odo di Morimond sostiene che i numeri sono superiori alle cose perché alcuni simboli numerici precedono le cose stesse. Per esempio, se l'uomo fu creato nella doppia natura di anima e corpo, ciò fu possibile perché già esisteva il concetto di due; tre inoltre ha sempre significato la Trinità, ed è simbolo di trascendenza, così che, secondo il pensiero di Odo i numeri sono digniores rispetto alle cose.

In quel secolo l'interesse per l'allegoria del numero si arricchì del rapporto esistente tra microcosmo e macrocosmo che fu espresso in termini numerici, ossia archetipi matematici. Il numero quattro per esempio rappresenta i punti cardinali, le fasi della luna, i sensi, le stagioni e che nella cultura classica è l'elemento costitutivo del tetraedro di Platone, o il numero costruttivo dell'uomo di Vitruvio, significa la perfezione morale (immanenza, cioè l'espressione della perfezione divina nel creato). Il numero otto nelle scritture si riferisce al giorno che segue l'ultimo della creazione e il giorno dopo la Resurrezione di Cristo;esso non si aggiunge al settimo, ma ne manifesta lo splendore, la pienezza della perfezione, perché ottavo è il giorno dopo il quale non vi sarà più inizio di nulla: è il primo e l'ultimo giorno della settimana senza fine, tempo che si compie nell'eterno. Questa una cor relazione tra 7 e 8 indica il ritorno definitivo della creazione nel seno di Dio. Il numero sei (2 x 3) è numero della creazione, il sette il numero della storia della salvezza o dell'Antico Testamento, l'otto è quello della consumazione della salvezza, o del Nuovo Testamento; il 12 (3 x 4) è il numero della durata.

Novantanove cannelle , dunque in questa filosofia del numero si iscrive la storia delle novantanove cannelle e dei novantanove volti della fontana.

Progettazione dello spazio quale identità che abita se stessa lasciandosi scorgere dall'altro, oltreché corrispondenza fra aspetto umano e comportamento. E', negli esiti,di quei piccoli mascheroni, maschere che non coprono ma rivelano, materia vibrante dei sogni. Superfici convergenti su un ovale antropomorfo che, come nelle fasi lunari, viene decostruito o accresciuto di una porzione ridondante - a seconda del punto di vista - in tempi congelati che ricordano la vita..

Dal ritorno all'oggetto pellicola, a volte dichiarato altre indirizzato verso una stratificazione, alle trasparenze polimateriche, dal positivo al negativo, nella ricerca dell'immagine della ''grande madre'' archetipica. Magma e quiete, perturbante e familiare ad un tempo, percezione di incongruenze suggerite e apparentate con il mistero che il volto, la persona nell'antica accezione di maschera teatrale, guscio vuoto, reca con sé queste immagini ti chiamano a riflettere sul mondo in un incontro nuovo.


Scrive Bruna Marcantonio: “ L’acqua che purifica e trasforma, che lava e redime. Tutto in questa fontana è volto a manifestare l’essenza della rinascita, non sono presenti croci, la morte è superata. E’ presente l’uomo nuovo.

Tra le varie maschere una si distingue, per la sua forma e per la posizione in cui è stata situata, la pietra angolare. Questa particolare pietra, che il tempo e l’acqua hanno consumato ma non tanto da renderla irriconoscibile, rappresenta il corpo di un pesce con la testa d’uomo e fa riferimento a “Cola Pesce”, personaggio mitologico che nel basso Medioevo ebbe un netto rimando al re di Sicilia Federico II.

E’la pietra filosofale della fontana, situata nell’unico punto che da la possibilità di controllare tutte le altre, un onore che solo a lei è concesso. Tancredi da Pentima lasciò così la sua firma, in quella che è l’icona del segreto delle società muratorie, da cui in seguito si svilupparono le massonerie.

Tutti questi ed altri ancora sono i segreti della Fontana delle 99 cannelle, ridotta a banale lavatoio dalla nostra cultura e privata di quel messaggio spirituale che per fortuna sta tornando alla luce.”

Il simbolo della maschera indica un bisogno di protezione, ma anche di trasformazione. E' il non-essere che vorrebbe farsi essere, l'occultamento che presume di farsi disvelamento. E' identificante di un'assenza, di una diversità, a volte di una patologia.

Nell'antichità le maschere rappresentavano le forze sovrannaturali della divinità; qui invece sembrano rappresentare le forze subnaturali dell'uomo, l'incapacità di essere e, insieme. la ribellione a questa incapacità, la volontà di superarla o di sfuggire a un giudizio che condanna a un ruolo prestabilito. La maschera serve per nascondere un vuoto e nel contempo per indicare che si vuole colmarlo con un pieno diverso.

Perché come scrive Shopenaur : «Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l'immagine e l'allegoria perfino dell'odio. (...) Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà.»

La maschera è un mezzo ambiguo, dietro il quale da un lato la verità ama nascondersi per salvaguardare la propria profondità; ma che dall'altro noi utilizziamo per non vedere la realtà, per sfuggire da essa.

Secondo Schopenhauer ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la soggettività della specie che impiega gli individui per il proprio interesse che è poi quello della propria conservazione e riproduzione, e la soggettività dell'individuo che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti che altro non sono se non illusioni per vivere e non vedere che a cadenzare il ritmo della vita è l'immodificabile esigenza della specie.

Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi dalle parole "Io" e "inconscio". Nell'inconscio è custodita la verità dell'esistenza, nell'Io e nella sua progettualità l'illusione concessa all'individuo per vivere. La psicoanalisi, quindi, strutturando il suo edificio sulla dialettica tra le due soggettività, è un evento del pensiero romantico.


Indossare una maschera rende tutto più semplice . Aiuta a nascondere l’identità e a renderla irriconoscibile. Le maschere ,nella fantasia e nella realtà, hanno da sempre permesso di fare ciò che ai volti è proibito.

Grazie ad una maschera Romeo riuscì ad entrare in casa Capuleti, a danzare con Giulietta e a non farsi sfidare da Tebaldo , con “the mask “ dei fumetti della Dark Horse chiunque poteva diventare invulnerabile pieno di poteri , violando così le leggi della fisica e della realtà, e solo mettendo la maschera il nobile Don Diego de la Vega riuscì a combattere , in nome della povera gente, contro la tirannia sotto la maschera di Zorro. Dietro una maschera si celano molteplici identità e al contempo la vera essenza dell’essere che ,in contrasto con la quotidianità , si confonde tra i sogni.

Il cubismo e le maschere del Congo di Picasso, la danza espressionista di Mary Wigman, Hugo Ball e il dadaismo, hanno messo in evidenza l’importanza della maschera, soprattutto nella sfera figurativa. La maschera è così riuscita, a dare voce alle catastrofi sconvolgenti e alla percezione di morte che le due guerre del 900 avevano disseminato nella cultura e soprattutto negli animi.

In latino la persona era la maschera che copriva il capo dell’attore in teatro, la quale era regolarmente diversa in base ai personaggi . Pirandello ,partendo proprio da questo presupposto ,sostenne la più grande verità : ogni uomo si serve di una maschera di volta in volta diversa per interagire con se stesso e con gli altri. Ma quando la maschera che si è creato o che gli hanno cucito addosso esplode, non gli resta altro che scontrarsi con la follia.

Si corre il rischio di restare intrappolati, di non saper riconoscere e scindere l’io dalla maschera che si porta, e così questa diventa l’ arma che copre gli occhi, che riveste l’ animo e che oscura l’indole . La si trascina dietro come una coperta di Linus per proteggere l’ entità che dietro si tenta di nascondere .

E’ possibile abbattere questi muri ed esporsi senza ostacoli?

Oscar Wilde, sosteneva: “ogni uomo mente ma dategli una maschera e sarà sincero”… Alle volte, la maschera, si trasforma in una muraglia, dietro la quale si ci nasconde per difendersi dalla paura che qualcuno possa attaccare il vero io .

E’ comoda, nasconde l’ identità, e fa dire quello che realmente si pensa. La maschera è ambigua, dietro essa si ama nascondere la verità, per salvaguardare la propria profondità e allo stesso tempo fuggire dalla realtà. Dietro ci si sente protetti, se ne porta al giorno una diversa in base all’occasione. E’ necessario per interpretare la realtà.

Internet è una maschera. Su internet nessuno conosce nessuno, un semplice nickname o un avatar diventano i costumi dell’identità, e gli inevitabili giudizi su ciò che si scrive, o su ciò che si mostra, non sfiorano più di tanto .Si ci può creare un io del tutto diverso, migliore di quello che si è .

Ma prima o poi iI trucco si sfalda e si scioglie; ed anche se dietro ogni maschera ce n’è un’altra e un’altra ancora prima o poi si arriva al niente. La verità è nascosta tra il velo sottile che divide la pelle dalla maschera … Solo da lì può venire fuori la vera essenza dell’anima.

Fonti :

http://www.dillinger.it/dietro-la-maschera-49200.html

http://www.homolaicus.com/arte/picasso/maschera.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Fisiognomica

http://www.medioevo.org/artemedievale/Pages/Abruzzo/99Cannelle.html

bruna.marcantonio@fastwebnet.it

Ferdinando Bologna, La Fontana della Rivera all'Aquila, detta delle novantanove cannelle, L'Aquila, Textus, 1997.

Alessandro Clementi; Elio Piroddi, L'Aquila, 4a ed., Bari, Editori Laterza, 1986.

Touring Club Italiano, L'Italia - Abruzzo e Molise, Milano, Touring Editore, 2005.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila ,martedì 16 agosto 2011

sabato 6 agosto 2011

RICOGNIZIONI : Agenzie di rating

RICOGNIZIONI : Agenzie di rating

Declassato il debito pubblico americano oggi sabato 6 agosto 2011 dall’agenzia di rating . America dietro Francia e Germania. Ma che cosa sono le agenzie di rating?Standard

Sono in tre e giudicano il debito di tutto il mondo. Una sorta di oligopolio perfetto per Moody's; Standard and Poor's e Fitch che ovviamente beneficiano di questa formidabile rendita di postzione. Lo evidenziano con chiarezza i conti delle «tre sorelle» del rating, come qualcuno ama chiamarle. Sia Moody's che S&P sono vere e proprie macchine da soldi. Entrambe nel corso de l2009 hanno visto i propri profitti operativi collocarsi al 38% dei ricavi. Ogni 100 dollari fatturati, 38 si trasformano in utili. E di mezzo c'è stata la crisi dei mercati. Nel 2007 il margine per Moody's toccava il 50% dei ricavi. Più distanziata, ma non meno redditizia l'europea Fitch con il 27% di margine sui ricavi.

MOODY'S

Moody's è presente pressoché ovunque nel mondo. Impiega 3mila persone, di cui un migliaio sono analisti del credito. Impressionante il grado di copertura del colosso quotato a Wall Street. I suoi rating sono appuntati su ben cento Stati; 12mila emissioni di bond societari; 29 mila emissioni di obbligazioni pubbliche e addirittura 96mila prodotti di finanza strutturata. Nel20091a società ha generato ricavi per 1,79 miliardi di dollari con un profitto operativo per 687 milioni con un margine sui ricavi pari al 38 per cento.

STANDARD & POOR'S

Standard & Poor's è la costola d'intelligence finanziaria del gruppo editoriale McGraw Hill, società quotata a Wall Street. La società che ha 150 anni di storia è attiva in 23 paesi e, oltre a fornire rating a singole società, e a sistemi paese, offre servizi aggiuntivi in termini di risk management, valutazione dei rischi, ricerca e analisi finanziaria, e analisi indipendente. Ha dato il suo nome a uno dei tre più importanti indici di borsa americani, lo Standard & Poor's 500, un paniere che contiene500 titoli azionari quotati.

FITCH

Fitch Group, che controlla le due società Fitch Rating e Fitch Algorithmics è la terza più grande società attiva nell'emissione dei

rati ng che vengono assegnati a emissioni obbligazionarie, a cartolarizzazioni, a singole società e interi paesi. La società è relativamente più giovane delle due sorelle maggiori Moody's e Standard and Poor's ma è . comunque presente in 150 paesi inclusa l'Italia. Fitch Group ha la sua sede principale a NewYork oltre che a Londra anche se il controllo del gruppo è detenuto dalla multinazionale francese Fimalac Sa che ha la sua sede a Parigi

Ecco i loro conti

5 miliardi .Il business delle pagelle

È il giro d'affari delle tre agenzie di rating realizzato nel corso dell'ultimo anno. E dire che c'è stata crisi nel 2009 anche per loro. Negli anni d'oro, pre-crisi finanziaria, il business era ancora più ricco, grazie alla forte I diffusione della finanza strutturata. Nel solo 2007 i ricavi complessivi delle tre società erano di 6 miliardi.

2,8 miliardi Profitti a go go Dare voti a Stati, società, singole eissioni di obbligazioni e un mestiere assai remunerativo. Nel periodo tra il 2005 e il 2009, solo per fare un esempio, Moody' ha generato utili netti per la bellezza di 2,8 miliardi di dollari.

13,4% La corsa a un posto al sole . Il 13.4% era la quota di capitale di Moody's posseduta a fine del 2009 dal fondo Berkshire ; Hathaway di Warren Buffett, l'oracolo di Omaha. Ma le società di rating non fanno gola solo a lui. Nel.capitale di Moody's si ritrovano veri e propri colossi

dei fondi di gestione del risparmio. Da Fidelitya BlackRock. Da Vanguard a Invesco e così via. Stessa sorte tocca a Standard&Poor's che pur avendo un azionista di controllo come Mc Graw-HiU, vede nel capitale la presenza dei fondi Usa. Spesso gli stessi che partecipano all'azionariato di Moody's.

70 milamld Un mercato colossale La cifra è formidabile ed è un piatto ricco per le agenzie di rating. Secondo le stime della stessa Moody's il mercato delle emissioni di debito a livello mondiale toccherà nel 2012 i 70mila miliardi di dollari. Su molte di quelle emissioni ci sarà il bollino delle tre sorelle che quindi vedranno crescere il loro business senza fare alcuno sforzo.

Qualcuno li ha definiti i "Padroni dell'Universo". Finanziario s'intende, che non è comunque poca cosa di questi tempi. Oppure chiamateli pure i signori del rating o le tre sorelle: Moody's, Standard & Poor's, Fitch,

Giudici inappellabili dei destini di Stati, mega-corporation, piccole società e persino di singoli mutui cartolarizzati. Loro danno un voto sul merito di credito a tutto e a tutti e una loro bocciatura, così come una promozione, ha vistosi effetti sui mercati come si è visto in questi giorni nel caso della Grecia, della Spagna e dell'equivoco sulle banche italiane.

Ecco perché i padroni dell'universo sono temuti. Loro del resto sono un oligopolio perfetto. Sono solo in tre e si spartiscono la torta di chi emette debito in tutto il mondo. E visto che tutti si indebitano il lavoro non manca. Se non vai da Moody's c'è S&p o Fitch.

Senza alternative di sorta. E così il mestiere delle tre sorelle diventa particolarmente remunerativo.

Utili giganteschi

Solo le società autostradali o gli . aeroporti guadagnano come loro. E non c'è di che stupirsi.

Sono tutti mono o oligopolisti, quindi con i ricavi pressoché assicurati. Se sei bravo a gestire i costi puoi solo fare un sacco di soldi.

Basti vedere Moody's che essendo quotata a WalI Street consente maggiore visibilità sui numeri. Ebbene Moody's, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38.

Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione quel 38% di reddìtività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. .

Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d'oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un'enormità: 1,26 miliardi di margine su due miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi.

Ma Moody's non è sola. Anche Standard&Poor's non è da meno. Non è quotata ed è posseduta dal gruppo editoriale McGraw-Hill che sta invece sul listino di Wall Street.

Più difficile in questo caso isolare il contributo dato dall'attività di rating dal resto dei business.

La divisione servizi finanziari è quella che opera con il marchio S&P. L'intera divisione ha fatturato, nel 2009, 2,6 miliardi di dollari con profitti operativi per circa un miliardo.

Come si vede un bel 39% di marginalità in linea con la rivale Moody's. E negli anni precedenti la redditività era ancora più elevata con punte nel 2002 del 45% sul giro d'affari. Ovviamente qui confluiscono i ricavi anche dalla gestione degli indici di Borsa e dei servizi informativi. La parte ghiotta del rating dovrebbe comunque contribuire per 1'80% ai volumi complessivi.

Resta Fitch, la più piccola delle tre, e l'unica europea. L'agenzia ha prodotto ricavi nell'anno 2009 o per 559 milioni di euro con profitti operativi per 151 milioni. Un po' più sotto, quanto a redditività, delle rivali a stelle e strisce. E così i padroni dell'universo non solo dettano i destini più o meno amari del costo del debito di Stati e società, ma sono anche più che remunerativi. Una sorta di gallina dalle uova d'oro in un mercato grande quanto il mondo e che non può fare a meno di loro. Un vero affa.re per gli azionisti. I fondi Usa i veri padroni

Già, e qui viene il punto. Chi comanda in Moody's e le sue consorelle? Chi sono i padroni dei padroni dell'universo? A parte l'europea Fitch che ha due azionisti di peso come il gruppo francese Fimalac e il gruppo editoriale Hearst, le altre due sorelle sono di tutti e di nessuno. Vere e proprie public company. In S&P c'è un azionista forte, cioé la McGraw-Hill, ma il resto dell'azionariato è diffuso come del resto in Moody's. E qui arriva la sorpresa. Che ci fa Buffett in Moody's?

Il primo azionista di Moody's, con il 13,4 % del capitale, risultava a fine dicembre del 2009 secondo rilevazioni Reuters, War¬ren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire.Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da , State Street a Blake Rock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody's. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor's: ecco nell'azionariato comparire in evidenza, a fi.ne 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity.Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende? La prima risposta è semplice: si sta lì perché si guadagna e perché i fondi in America sono dà sempre gli investitori istituzionali per eccellenza. La seconda è più maliziosa, ma indotta da questa strana presenza. Stare nel capitale di chi determina i destini di una miriade di società magari è utile per avere accesso a informazioni privilegiate. Se so che un'emissione verrà bocciata, vendo prima che sia resa pubblica. Certo è un'illazione, ed è vero che esistono i muri cinesi. Ma quei muri sono stati oltrepassati tante di quelle volte che un filo di sospetto rimane.

(fabio,pavesi@ilsole24ore,com)

In tre dunque si dividono il mercato miliardario di stati e aziende che chiedono voti sul debito Il business garantisce margini vicini al 40 per cento.

Ma, c’è un ma . Accusate per anni di svolgere un ruolo notarile, o peggio di arrivare male e tardi. Come dimenticare i casi Lehman o la crisi dei subprime con tutte quelle emissioni a tripla A, crollate nell' arco di pochi giorni?Ora l'accusa è di eccesso d'interventismo. Se non di favorire la speculazione con bocciature preventive dell'area debole dell' eurozona. Manca

però una risposta: da anni la politica parla di riformare il rating. Parla solo. Appunto.

Una riforma sarebbe per esempio l’istituzione di una agenzia di rating europea.

Investite dall'accusa di aver contribuito alla crisi finanziaria globale, aiutando a creare prodotti strutturati cui hanno assegnato una generosa tripla A e che poi si sono trasformati in titoli tossici. Nell' occhio del ciclone della crisi europea del debito sovrano innescata dalla Grecia, per aver declassato, nel momento più caldo delle turbolenze, Portogallo e Spagna.

Le agenzie di rating (oggi quelle più importanti sono tre: Standard&Poor's, Moody's e Fitch) sono state per oltre un secolo un ingranaggio quasi invisibile dei mercati finanziari, una utility cui si chiedeva, in cambio di una patente di "organizzazioni riconosciute", di assegnare una valutazione alla capacità di un debitore, sia esso uno Stato , un ente pubblico, un'impresa o una banca, di rimborsare il proprio debito. Il loro semplice giudizio faceva fede, tanto che ad alcune categorie di investitori istituzionali è consentito di acquistare solo titoli che le agenzie considerano "degni di investimento" e tanto che le regole di Basilea sui requisiti .patrimoniali delle banche poggiavano sui loro rating come uno dei suoi pilastri.

La doppia crisi degli ultimi tre anni ha cambiato tutto. Le agenzie sono nella bufera e non è un caso che, in uno dei weekend più difficili per la finanza mondiale, come quello in corso, tre eventi contemporaneamente si siano concentrati sulle agenzie di rating: l'intenzione dei leader dell 'Unione europea di «rivedere il loro ruolo», come afferma il comunicato diffuso ieri a Bruxelles, la pubblicazione di un "cartellino giallo" dell'organo di controllo dei mercati Usa, la Sec, a Moody' s per aver presentato informazioni ingannevoli al rinnovo della licenza nel 2007, la riunione del Financial Stability Board a New York, solo la presidenza del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, per coordinare le regole che stanno emergendo a livello internazionale.

Nel dopo crisi, gli economisti hanno puntato l'indice contro i conflitti d'interesse e le catatteristiche di oligopolio del sistema delle agenzie. I regolatori si sono mossi su diversi fronti, partendo da un codice di condotta dell'Iosco, che riunisce gli organi di controllo dei mercati nei maggiori paesi. La Sec ha approvato nel settembre 2009 regole più stringenti e tre mesi dopo la Ue ha a sua volta introdotto nuove norme sui controlli e la supervisione. Il Comitato dei regolatori europei dei mercati (Cesr) ha in preparazione i criteri per la registrazione e la vigilanza. L'Fsb, ha lavorato per evitare che emergano regole diverse in diverse giurisdizioni e possa emergere uno "shopping" del rating.

Ma il dibattito sulle agenzie di rating si è ormai spostato nel campo della politica. L'iniziativa più clamorosa e più controversa, che sta dietro la frase generica dei comunicati, è però quella per la creazione di un'agenzia europea, con o senza ìl coinvolgimento della Banca centrale europea, che peraltro appare riluttante. L'opinione della politica è che le agenzie abbiano oggi troppo potere e, soprattutto dopo gli annunci nel pieno della crisi su Spagna e Portogallo, e poi sulle prospettive delle banche, possano diventare elementi destabilizzanti. È oggetto di discussione anche se il mantenimento dei rating possa richiedere ai paesi misure che non tengono conto della sostenibilità sociale e politica del risanamento dei conti: un fattore che si potrebbe invece chiedere alla nuova agenzia europea. Dando alla luce insomma un'agenzia con caratteristiche ben diverse da quelle attuali. L'obiezione più forte alla sua creazione è il potenziale conflitto di interesse nel giudicare il debito degli stessi paesi che ne hanno promosso la nascita.

(Alessandro Merli Il Sole 24 Ore 9 maggio 2010 )

Le foto sono di Ida Rossi

Eremo Via vado di sole , L'Aquila, sabato 6 agosto 2011


venerdì 5 agosto 2011

RICOGNIZIONI : L’euro e i ritardi politici dell’Europa

RICOGNIZIONI : L’euro e i ritardi politici dell’Europa

L'euro rischia ma non è spacciato. La moneta unica non è più in cima ai desideri degli operatori finanziari soprattutto per colpa della politica: troppe incertezze nel gestire la crisi e mancanza di coraggio nel dare all'unione monetaria il sostegno di una struttura politica. Gli esperti sono concordi che sarebbe preferibile e meno costoso un passo avanti nella costruzione dell'Europa piuttosto che tornare indietro alle monete nazionali. I tempi delle svalutazioni competitive sono passati per sempre, ma anche quelli delle spese incontrollate, I pacchetti di salvataggio non danno sicurezza sulle strategie future e 1'accanimento contro gli speculatori probabilmente sta facendo sprecare denaro prezioso. Non solo una «crisi di crescita". ma un esame che non si può fallire.

Contro la speculazione «servono regole». Per aiutare l' euro ci vuole «l'unità politica e fiscale dell'Europa». Gli effetti della crisi sul lavoro? «Gravi. Alla disoccupazione si è prestata poca attenzione». I sacrifici? «Bisogna capire quanto un singolo taglio è dannoso per determinate libertà».

Parla così l'economista-filosofo Amartya Sen che esprime il suo pensiero rispondendo ad alcune domande postegli al Forum della Pubblica Amministrazione del maggio 2010 qui in Italia .

E'incorso un attacco speculativo contro la moneta unica. Come lo giudica?

«lo sono stato scettico verso l'euro perché è nato senza una vera integrazione delle politiche fi¬scali alle spalle. Adesso stanno venendo a galla proprio questi malesseri».

Come definirebbe la figura - dello speculatore?

«Un essere umano che cerca di fare soldi, senza preoccuparsi degli effetti anche sociali che le sue azioni producono. Ma non è necessariamente una bestia perché è il mercato che offre l'opportunità di guadagnare in fretta soldi veri. I problemi nascono quando si assumono rischi eccessivi e quando questo avviene sono anche di natura morale: c'è una mancanza di regole, è chiaro».

I governi Ue stanno adottando provvedimenti severi, che finiscono per colpire la gente. E' la strada giusta per uscire dalla crisi?

«Non bisogna pensare solo ai conti, ma anche al benessere delle persone. Se le misure sono troppo restrittive, si impedisce la crescita. Ci vuole equilibrio».

I tagli influiscono su quello che lei chiama le capabilities, la capacità e la potenzialità di fare le cose. Che fare, allora?

«Non bisogna concentrarsi solo sul reddito, ma anche sul tipo di vita che si deve condurre. Ci vuole una analisi diversa. Occorre capire come un singolo taglio può essere più o meno dannoso per determinate libertà umane».

La crisi è anche disoccupazione.

«Che non significa solo perdita del posto di lavoro ma pure di competenze e di dignità umana. Ci vuole una azione forte, incisiva per contrastarla. Invece i governi si sono occupati molto di più del salvataggio delle banche che dei senza lavoro».


Non dovevano?

«Certo che dovevano. Ma al, tempo stesso bisognava mettere in piedi politiche di sostegno all'occupazione per ridurre le conseguenze sulle persone povere, le più colpite».

Secondo lei, l'euro ce la farà?

«Non rispondo a una domanda che può turbare i mercati. Ma Sarkozy e Merkel dovrebbero fare qualcosa, oltre a telefonarsi. Ripeto: serve una integrazione fiscale e politica. Tuttavia sono convinto che con sforzi maggiori i paesi europei usciranno da questa crisi».

Questa l’opinione di analisti ed economisti :

Gian Maria Gros- Pietro docente della Luiss “ L’addio alla moneta unica non conviene “

1) Si fa presto a minacciare la fine dell' euro, ma realizzarla è molto più complesso e doloroso di quanto costi in realtà continuare a difenderlo. Quella che è in crisi è l'illusione che un'unione monetaria possa sopravvivere senza una cornice di politiche economiche e fiscali comuni. In una parola un'unione politica compiuta. Ora gli Stati devono fare il passo. successivo e rinunciare ad un altro pezzo di sovranità nazionale anche se ci sono delle ovvie resistenze.

2) La prospettiva di un ritorno llea valute nazionali precedenti all' euro dimostra come anche i paesi più ricchi hanno l'interesse a salvare l'euro. I paesi periferici svaluterebbero immediatamente e le aziende dei paesi forti, ad esempio la Germania, dovrebbero subire la concorrenza di chi ha una moneta più debole.

Jean Paul Fitoussi

1) L'euro non è in pericolo: il fatto che la Merkel agita questo spettro aggiunge un altro mistero ai tanti comportamenti inspiegabili dei tedeschi di questa fase. Dire che l'euro è in pericolo non solo è molto pericoloso per la moneta . stessa ma è un nonsense economico. E' in ribasso, ma è naturale che lo sia: quando un paese (in questo caso diverse nazioni del "paese" Europa) fa una politica restrittiva, la crescita scende, i tassi tendono al ribasso. Gli investitori non si sentono attratti al contrario di quanto avviene se un paese fa una politica espansiva e i tassi salgono con un po' d'inflazione.

2) L'euro non scomparirà: anzi il ribasso ridarà fiato all'economia europea perché l'export rimpiazzerà la scarsa domanda interna. La fine dell'euro non è pensabile significherebbe giocare al massacro e nessuno lo vuole.

Michele Boldrn insegna alla Washington University di Saint Louis “L’economia in mano ai governi

1) Gli unici pericoli che l'euro corre sono di natura politica. La moneta unica si regge su un accordo preciso fra i paesi: nessuno fa il furbo sul piano fiscale. Quello era l'intento di Maastrìcht. Il problema sono le deviazioni troppo forti. L'euro si regge su comportamenti cooperativi quando questi vengono a mancare l'euro evapora. Mi sembra questo il significato delle affermazioni della Merkel, che condivido.

2) Belgio, Francia, Germania ed Olanda si terrebbero comunque l'euro. Nel nostro paese avremmo le solite «svalutazioni competitive», che servono solo a ridurre un po' i salari senza cambiare nulla. Poi inflazione, maggiore spesa pubblica e maggiore debito. Se il ministro del Tesoro avesse preso due anni fa le misure che annuncia di voler prendere-ora, forse sarebbero state meno dure.

Michael Spence Nobel per l’economia nel 2001 Ha perso lo status di valuta forte

1) Beh, certo: qualche significativo rischio per l'euro in questo momento c'è. A scatenare il tutto è stata la vicenda greca, ma ormai è l'intera valuta in sé ad aver perso lo status di moneta forte, quella a cui si pensava addirittura come riferimento o riserva. È diventato volatile agli occhi degli investitori mondiali,e si può comprendere come stia passando dall'uno all' altro la parola d'ordine che è meglio scaricare le posizioni in euro anziché mantenerle. In vista di cosa dovrebbero tener duro?

2) Più che di scomparsa, dipingerei lo scenario dello sganciamento di qualche paese (non l'Italia che non corre rischi). Bene: potrebbe anche essere un' opportunità quella di svalutare e rimettere in ordine le propria economia. Ma la pesante contropartita è che ci sarebbe un'infinità di nuovi poveri.

Tommaso Monacelli ,economista , consulente della Bce E’ il momento di partire con nuove regole

1) L'euro è veramente in pericolo, manca l'architettura fiscale che non è mai stata costruita. Ora bisogna creare un'autorità centrale che garantisca la disciplina della spesa, compreso un meccanismo che preveda il default tecnico e la ristrutturazione del debito dei singoli paesi. Se si fosse fatto per la Grecia sarebbe costato sicuramente meno di questo ibrido di pacchetti di salvataggio e lotta alla speculazione, che poi è pura razionalità dei mercati.

2) Sembra un paradosso ma non sparirà mai a meno che tutti i paesi rinuncino ad utilizzare la moneta unica. Fintanto che un gruppo di Stati lo manterrà, chi al contrario dovesse tornare alla moneta nazionale, più debole, vedrebbe crescere da un giorno all'altro il proprio debito pubblico che rimarrebbe denominato in euro. Quindi a nessuno conviene uscire.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, venerdì 5 agosto 2011

RICOGNIZIONI : Le pagelle delle nazioni

RICOGNIZIONI : Le pagelle delle nazioni

L’indirizzo è 250Greenwieh Street a due passi da Ground Zero. Qui al ventesimo piano del grattacielo di Moody' s il visitatore è accolto da una targa d'oro: '.'Credito. La fiducia dell'uomo nell'uomo". Arturo Cìfuentes, ex dirigente di Moody's, la pensa diversamente. Oggi definisce «una vergogna il modo in cui le agenzie di rating stabiliscono le loro pagelle sul credito, i voti di solvibilità. Eric Kolchinsky, anche lui manager pentito di Moody' s, pronuncia la parola «frode». Frank Raiter che ha lavorato per Standard&Poor's parla .di «oligopolio che accumula profitti grazie al ruolo di arbitri». Delle e-mail circolate dentro Standard&Poor's descrivono il rapporto tra quest'agenzia e la Goldman Sachs come "la sindrome di Stoccolma". Cioè la complicità che si stabilisce tra ostaggio e rapitore. Quelle comunicazioni interne, dai contenuti esplosivi, le ha scoperte il Senato di Washington nell'indagine appena avviata sulle agenzie di rating. Un' altra e-mail di Standard&Poor's ammette che «certi numeri noi li massaggiamo prima di divulgarli». Questa «è gente che distribuisce passaporti falsi», secondo Paul McCulley di Pimco, il più grande fondo d'investimento mondiale in titoli di Stato. Eccoci.nell'universo delle agenzie di ratìng. Screditate, vituperate per il ruolo infame che hanno avuto nell'ultima crisi finanziaria. E tuttavia più potenti che mai.

E’ bastato mercoledì 28 aprile 2010 il declassamento del debito pubblico spagnolo da parte di Standard & Poor's per far cadere l’euro precipitando i mercati nella sfiducia. Fino a costringere Barack Obama a intervenire di persona su Angela Merkel, per convincere la Germania a togliere i veti sul salvataggio della Grecia. "E' inaccettabile "protesta il governatore della banca centrale austriaca Ewald Nowotny - che il destino dell'Europa dipenda dal giudizio di un' agenzia di rating».

Il destino dell'Europa? E non solo quello di Pierre Cailleteau, - il grande guru di Moody' s che ha l'ultima parola nelle pagelle sui rating "sovrani" (i voti di solvibilità dei debiti pubblici) lunedì 15

marzo fece tremare il Tesoro di Washington.

Quel giorno Cailleteau annunciò che gli Stati Uniti si stavano avvicinando a un declassamento» del debito pubblico. E' dal 1949 - il primo anno in cui queste pagelle si applicarono ai Treasury Bond americani - che la solvibilità di Washington sta a quota "Aaa", il voto massimo. Cailletèau fece sobbalzare Obama. "E' un dogma della fede”, commentò quel giorno il New York Times; che il governo degli Stati Uniti abbia la massima solidità. Un declassamento non significa 1'anticamera della bancarotta, soprattutto nel caso dell'America. Ma quasi automaticamente fa salire i rendimenti necessari per collocare buoni del Tesoro sul mercato. Quindi aumenta il costo del debito pubblico, in una situazione già delicata per gli equilibri di bilancio, Chi mai ha dato questo potere smisurato al signor Pierre Cailleteau della Moody's? "In breve – dìce l'economista Lawrence White della New York University -la risposta è: i governi stessi». Sorprendente, Perché queste agenzie sono società private a scopo di lucro.

John Moody inventa i primi rating nel 1909 con un' applicazione limitata. Il suo “Manual of Railroad Securities" è un annuario delle 200 compagnie ferroviarie americane, a ciascuna delle quali corrisponde un giudizio sulla solidità di bilancio. Una guida per i risparmiatori americani del primo Novecento che vogliono investire in obbligazioni ferroviarie.

L'idea piace, la imita nel 1916 Standard Company (poi fusa con Poor's), quindi Fitch negli anni Venti. Viene allargata ad altre categorie di obbligazioni. Dopo il crac di Wall Street del 1929, l' authority americana di vigilanza sulle banche (Comptroller of the Currency) nel 1936 per limitare la speculazione ordina che gli istituti di credito comprino solo obbligazioni dotate di un "voto d'investimento".Cioè un rating. E' il timbro ufficiale di un regolatore sul potere delle tre sorelle. Che aumenta ulteriormente negli anni Settanta quando l'organo di controllo della Borsa americana, la Sec, riconosce le tre agenzie come "Nationally Recognized Statistical Ratìng Organizations". Ne fa

gli arbitri della salute finanziaria. Da quel momento per la loro influenza è un crescendo irresistibile. Via via che si sviluppano i mercati finanziari globali, qualsiasi azienda che voglia piazzare sul mercato un'obbligazione per finanziarsi, va in cerca di quel "voto" magico. Perché molte categorie di investitori per legge possono comprare solo titoli che abbiano un rating. E' vero per le banche: dai ratìng dei titoli che possiedono in bilancio, dipende quanto capitale devono accantonare per sicurezza. E' vero per compagnie assicurative, fondi pensione. Tutti gli investitori istituzionali che manovrano grandi volumi di capitali, nell'acquistare obbligazioni si tutelano verso la legge esibendo "l'etichetta" che Moody' s, Standard & Poor' ,Fitch incollano su quei titoli. Compresi i titoli del debito pubblico. Così le tre sorelle diventano di fatto la massima autorità nel giudicare perfino gli Stati sovrani, misurano la fiducia che bisogna avere nella loro capacità di ripagare i debiti. Pochi sanno cosa accade" in cucina" ; finché le e mail segrete e le confessioni degli ex manager pentiti disvelano un panorama di incompetenza, collusione, conflitti d'interessi.

Oggi che i governi si accorgono di aver creato un "mostro", non è facile tornare indietro. Tutti sono alla mercè dei rating. Il procuratore generale della California Jerry Brown accusa Moody's di «distruggere questo Stato». A New York la minaccia di un declassamento da parte di Moody's costringe il governatore a licenziare insegnanti e tagliare fondi, agli ospedali. Nel maggio 2009 la minaccia che Standard&Poor's tolga una" a" alla Gran Bretagna, ha fatto precipitare del 3% in poche ore la Borsa di Londra. Eppure la credibilità delle tre sorelle è infangata nella crisi de1 2008. Nonè solo sindrome di Stoccolma, ma vera e propria corruzione, quella documentata dallo studio legale Grais&Ellsworth nella bancarotta di Lehman. «Dietro compenso, le agenzie di rating sceglievano i titoli tossici che la banca collocava sul mercato e poi a quei titoli davano loro il voto». Le "triple a" si sprecavano, anche se dietro quelle obbligazioni c'erano crediti irrecuperabili legati ai mutui subprime. «Il 93% dei titoli che ne12006 ebbero il rating Aaa denuncia il premio Nobel dell' economia Paul Krugman - in seguito sono stati declassati al rango punk, spazzatura».

Un altro economista, Sylvain Broyer, accusa le tre sorelle di andare al rimorchio dei mercati: nelle bolle speculative regalano voti alti a tutti, quando arriva la paura i rating crollano e amplificano le ondate di vendite. Perciò oggi lo stesso direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kàhn, invita a «non credere ciecamente al verdetto delle agenzie di rating». Per quanto riguarda i titoli del debito pubblico, c'è chi propone che sia la Banca centrale europea a dare i rating. Col rischio però di esporre la Bce a tremende pressioni da parte dei governi membri dell'Eurozona. E il piccolo risparmiatore si fiderebbe a comprare Bot, se il rating fosse oggetto di negoziati fra gli Stati?

Quella targa d'oro sulla "fiducia dell'uomo nell'uomo" nel grattacielo Moody' s oggi sembra una beffa crudele. Delegittimate, inquisite,le agenzie di rating continuano però a macinare profitti favolosi: La sola Moody's ha un margine di utile del 37%. Per istinto gregario, conformismo e paura, investitori e governi sono in loro ostaggio, le vere vittime della sindrome di Stoccolma.

Così ci informava Federico Rampini da New York un anno e più fa su la Repubblica ,esattamente il 30 aprile 2010., sulla storia , e l’attuale funzione e compiti delle società di rating che con le loro pagelle hanno messo ko la Grecia ,compromesso la Spagna e arrecato seri problemi all’euro. Sono le agenzie di rating che danno le pagelle sulla solvibilità degli stati . Anche loro sono spesso al centro di crac colossali ma continuano a macinare guadagni e giudizi

Arturo Zampaglione il manager di Llyod Blankfein, chief esecutive di Goldman Sachs scrive

Il procuratore generale dello stato dell'Ohio, Richard Cordray, ha trascinato in giudizio le tre grandi società di rating, Standard & Poor's, . Moody' e Fitch.

L'accusa: una frode ai danni di cinque fondi pensione dei dipendenti statali. Le tre società avrebbero fornito «informazioni distorte» sulla affidabilità di alcuni investimenti, provocando ai fondi pensione del Ohio un danno di 457 milioni di dollari. «E l'inchiesta del Congresso non fa altro che confermare l'ampiezza dello scandalo di cui abbiamo fatto le spese», spiega Cordray.

L'iniziativa del Ohio è tutt' altro che isolata.

Facendosi interpreti della rabbia degli elettori, vari stati americani e molte amministrazioni locali hanno promosso azioni giudiziarie contro i presunti colpevoli della tempesta finanziaria, mirando soprattutto alle agenzie di rating, Jerry Brown, procuratore generale della California, ha lanciato una inchiesta per stabilire l'eventuale violazione delle leggi statali nel dare il punteggi più alti ai titoli legati ai mutui subprime, poi rivelatisi "spazzatura". La contea di King, nello stato di Washington, ha fatto causa sia alle agenzie di rating che alla Ikb, la banca tedesca che era caduta nella "trappola" della Goldrnan Sachs .

«Sono tutte accuse campate per aria», risponde la S&P, la più grande delle tre agenzie, che insieme alle altre ha lanciato una vasta controffensiva giudiziaria assoldando i migliori avvocati americani.

Le tre agenzie rischiano, in caso di condanna, di dover pagare centinaia di milioni di dollari. Ma al di là degli aspetti processuali, lo scandalo della agenzie di rating rischia anche di portare a uno stravolgimento del "business model" su cui hanno operato finora. E lo si è visto chiaramente al Congresso quando, la commissione d'inchiesta presieduta dal democratico Carl Levin - il grande inquisitore del chief executive della Goldrnan Sachs, Uoyd Blankfein - ha convocato i dirigenti di S&P, Mòody' s e Fitch.

In quella occasione Levin ha reso pubbliche 500 pagine d documenti infamanti: da messaggi di posta elettronica in cui apparivano chiari i conflitti di interesse, ad analisi superficiali dei titoli sottoposti al loro giudizio. «Quello che hanno scoperto conferma i peggiori sospetti», ha commentato il premio Nobel per l'economia Paul Krugman, sollecitando una riforma profonda

Alcuni cambiamenti sono già presenti nelle bozze della riforma in discussione al Congresso. In particolare si prevede una vigilanza più severa da parte della Sec e si facilitano eventuali azioni giudiziarie contro le agenzie di rating. Ma di fronte all'indignazione dell' opinione pubblica americane e mondiale è anche possibile che i parlamentari vogliano andare oltre, affrontando il vero nodo: cioè l'intrinseco conflitto di interesse che deriva dal giudicare un'emissione di una banca e al tempo stesso essere pagati dalla banca per il servizio reso.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, venerdì 5 agosto 2011

venerdì 29 luglio 2011

RICOGNIZIONI : Emergenza Corno d’Africa

RICOGNIZIONI : Emergenza Corno d’Africa


La situazione è drammatica. Dieci milioni di persone colpite da siccità e carestia. Centinaia di migliaia i profughi. Le ong parlano di tragedia umanitaria e il papa ha chiesto una mobilitazione internazionale. .

Dichiarazione di Anthony Lake, direttore UNICEF, al meeting FAO di Roma per l’emergenza siccità in Corno d’Africa.

«Questa è una carestia infantile. La grandezza della sofferenza e le perdite sono enormi. Le immagini che abbiamo visto dal Corno d'Africa parlano da sole.

Oltre mezzo milione di bambini sono a rischio di morte imminente a causa di malnutrizione acuta grave. Tra Somalia, Etiopia e Kenya, sono circa 2,3 milioni i bambini già affetti da malnutrizione acuta.

Già prima dell’emergenza questi bambini erano tra i più svantaggiati del mondo. Vivono in bilico e diventano più vulnerabili giorno dopo giorno, privati di ogni bisogno umano e di ogni diritto fondamentale.

Si tratta di un doppio disastro. La situazione è terribile in Somalia e nei campi profughi in Kenya e in Etiopia, ma si estende ben oltre: alle comunità pastorali di tutta la regione minacciando le persone e il loro modo di vivere e sostentarsi.

Questa carestia non è solo questione di cibo. È una questione di scelte obbligate.

La comunità globale non si trova di fronte a una scelta circa la risposta da dare, perché, di fronte a un’emergenza così evidente, non ci può essere altra scelta se non quella di agire subito.


AFPPer salvare vite umane, la risposta umanitaria globale deve essere immediata. Stimiamo che il fabbisogno totale dell'UNICEF per gli interventi di emergenza è di circa 300 milioni di dollari fino alla fine del 2011.

Nonostante i contributi significativi ricevuti da parte di molti governi e donatori privati attraverso i nostri Comitati Nazionali, l'UNICEF deve ancora affrontare un deficit per i bambini e le famiglie di oltre 200 milioni di dollari.

La risposta deve anche essere mirata, raggiungendo prima di tutto chi ha maggiore bisogno e chi è più a rischio, ma deve anche mettere a regime operazioni di assistenza preventiva a favore delle persone che vivono nelle aree colpite da siccità e carestia.

E la risposta deve essere flessibile, applicando una serie di modalità in diverse circostanze e adattando la nostra risposta alle condizioni e alle esigenze locali.

L'unica cosa su cui dobbiamo essere inflessibili è l'urgenza di agire, e agire ora, sia per rispondere ai bisogni immediati, sia per ricostruire il futuro.

Per le sue stesse cause, è probabile che questa crisi umanitaria continui, e dobbiamo aiutare i bambini e le famiglie del Corno d'Africa a resistere.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha lanciato oggi un nuovo appello per fondi aggiuntivi necessari ad ampliare le proprie operazioni di assistenza umanitaria nei paesi dell’Africa orientale e del Corno d’Africa. L’appello giunge mentre una grave carestia e il protrarsi della violenza incrementano l’esodo di massa sia all’interno della Somalia che oltre i confini del paese.


La nuova richiesta dell’UNHCR per far fronte all’emergenza all’interno della Somalia e alla crisi di rifugiati che si è estesa a Etiopia e Kenya ammonta a 144,9 milioni di dollari USA, 8,6 milioni in più rispetto all’appello iniziale lanciato all’inizio di luglio di 136,3 milioni di dollari.

I finanziamenti aggiuntivi consentiranno all’Agenzia ONU per i Rifugiati di potenziare le proprie operazioni di assistenza in Somalia e di consegnare aiuti umanitari - tra cui teli di plastica, utensili da cucina, coperte, taniche per trasportare l’acqua e biscotti ad alto contenuto energetico - a circa 180.000 persone, la maggior parte delle quali costrette a lasciare le proprie case a seguito dell’effetto combinato di carestia, siccità e conflitto. L’Agenzia rafforzerà inoltre la propria attività di mappatura e monitoraggio degli spostamenti di popolazione attraverso una rete di circa 80 partner attivi sul territorio e accrescerà la propria presenza nelle aree interessate dalle migrazioni forzate - tra cui la capitale Mogadiscio, la Somalia centrale e le aree al confine con Kenya ed Etiopia.

“La popolazione somala - sia coloro che affrontano rischio, vulnerabilità e fuga all’interno del paese e sia coloro che hanno cercato rifugio all’estero - non ha mai avuto così bisogno di protezione e assistenza umanitaria come oggi” ha dichiarato George Okoth-Obbo, Direttore dell’Ufficio per l’Africa dell’UNHCR.

“È imperativo che l’Agenzia sia messa nelle condizioni di potenziare le proprie attività umanitarie - ha aggiunto - per fornire protezione e altre fondamentali attività di assistenza d’emergenza alle persone che si trovano in una situazione di rischio. Se contribuiremo ad evitare che le persone non siano costrette a cercare sicurezza in un’altra area del paese o fuori del paese, sarà solo uno sviluppo positivo”.

Finora per quest’operazione d’emergenza l’UNHCR ha ricevuto dai donatori contributi e promesse per 59 milioni di dollari. Con l’appello aggiornato lanciato oggi sono necessari - entro la fine dell’anno - ancora 86 milioni di dollari.

Quest’anno l’Agenzia ha distribuito finora kit di assistenza d’emergenza a oltre 100.000 persone nelle regioni meridionali e centrali della Somalia, dove la siccità produce i suoi effetti più pesanti. Ulteriori aiuti sono attualmente in corso di distribuzione ad altre 114.000 persone colpite dalla siccità.

“Complessivamente l’UNHCR mira a raggiungere 400.000 persone che si trovano in disperato bisogno di assistenza all’interno della Somalia - ha affermato Bruno Geddo, Rappresentante in Somalia dell’Agenzia. Ciò allevierà la sofferenza di alcune delle persone più vulnerabili che non dispongono dei mezzi per spostarsi in cerca di assistenza”.

A partire dal mese di gennaio una combinazione di siccità e insicurezza in Somalia ha costretto oltre 96.000 persone a riversarsi in Kenya, più di 74.000 in Etiopia e circa 2.500 a Gibuti - paesi anch’essi colpiti dalla più drammatica siccità nella regione da 60 anni a questa parte.

A Dadaab, in Kenya, il flusso è andato ad aggravare la pressione sul già sovraffollato complesso di campi di rifugiati. Questa settimana l’UNHCR ha avviato l’operazione di trasferimento di centinaia dei nuovi arrivati dagli insediamenti ai margini di Dadaab verso il nuovo sito di Ifo extension, dove potranno trovare una sistemazione e disporre di acqua, servizi igienico-sanitari e assistenza medica.

Grazie al ponte aereo organizzato dall’UNHCR è stato possibile trasportare a Dadaab migliaia di tende, che tuttavia non sono sufficienti per soddisfare le necessità dei rifugiati, il cui numero cresce di 1.300 unità ogni giorno. Anche la disponibilità di acqua desta preoccupazione. In alcuni pozzi l’acqua viene pompata per 18 ore al giorno e presto a Dadaab la risorsa potrebbe raggiungere la sua portata massima.

Nell’area di Dollo Ado, in Etiopia, continuano ad arrivare centinaia di somali ogni giorno. Il campo di Kobe, aperto nel mese di giugno, è già pieno per la presenza di ben 25.000 rifugiati. La malnutrizione continua a costituire una sfida. L’UNHCR e le agenzie partner hanno avviato la fornitura di alimentazione terapeutica a tutti i bambini con meno di 5 anni, che due volte al giorno ricevono razioni di porridge nutriente. L’Agenzia fornisce inoltre due pasti caldi al giorno a oltre 13.000 rifugiati somali che si trovano nel centro di transito. Nel campo di Kobe poi sono attive 6 cliniche, alcune delle quali aperte 24 ore su 24. Ai genitori viene detto che possono ricevere assistenza per i propri bambini in qualsiasi momento. Entro una settimana nell’area di Dollo Ado è prevista l’apertura di un nuovo campo per ospitare i nuovi arrivati.

Eremo Via vado di sole , L'Aquila venerdì 29 luglio 2011


giovedì 17 marzo 2011

RICOGNIZIONI UNO : APOCALISSE PROSSIMA VENTURA

RICOGNIZIONI UNO : APOCALISSE PROSSIMA VENTURA

Il disastroso tsunami asiatico viene a sommarsi al caro-petrolio e alla rivolta nordafricana, sconvolgendo gli equilibri dell’economia mondiale e irrompendo così anche nella vita delle famiglie italiane. E’ presto per valutarne le conseguenze, ma possiamo già dire che nulla sarà come prima. Dovremo fronteggiare, con insieme alle disuguaglianze sociali crescenti e la povertà in crescita, una sostanziale modificazione dei consumi e una mutazione del contesto internazionale in cui siamo collocati. La giornata di oggi acutizza le contraddizioni emerse nel crac finanziario del 2008 e mai risolte.

Le scelte nucleari del governo in carica possono essere tranquillamente riconfermate di fronte alla catastrofe giapponese, o sarà necessario un ripensamento? E in Libia, davvero qualcuno può sperare ancora nella vittoria di Gheddafi per garantire stabilmente i rifornimenti energetici e il blocco dell’immigrazione?

Se queste domande ci inquietano in questo momento probabilmente la riflessione su come si è arrivati a questa situazione risulta utile .

Cominciamo in questo iter con un contributo di Claudio Magris

Scrive Claudio Magris il 13 marzo 2011 su Corriere della sera

In queste ore si ha talvolta l'impressione di assistere alla fine del mondo in diretta; le voragini, l'acqua e il fuoco in furore che in Giappone stanno distruggendo tante vite umane e i loro luoghi ci arrivano in casa. D'improvviso, dinanzi alla natura - da noi così dominata, sfruttata, intaccata - ci si sente come i lillipuziani davanti a Gulliver; ondate sbriciolano grandi edifici come giocattoli, automobili e treni interi spariscono come fuscelli, il cielo s'incendia. Ma cos'è questa cosiddetta natura, cui spesso gli uomini si contrappongono - ora con l'arroganza del dominatore, ora con l'angosciata umiltà del colpevole guastatore - come se non facessero anch'essi parte della natura, come se non fossero anch'essi natura, al pari degli animali, delle piante o delle onde? Le catastrofi naturali inducono spesso a pensose e forse inconsciamente compiaciute geremiadi sulla punita superbia dell'uomo che pretende di dominare la natura, sulla tecnica che devasta la vita. Ogni disastro è buono per criticare ogni fiducia nella tecnica e nel progresso.

L'apocalisse - immaginata, nella tradizione, ora per fuoco ora per acqua adesso confusi nella distruzione provocata dal terremoto - incute, a chi la guarda come noi in diretta ma da lontano e al sicuro o almeno pensando di essere al sicuro, un brivido di spavento. Come accade spesso con lo spavento, a questo si mescolano un'ambigua attrazione e un compunto monito sulla debolezza dell'uomo e la sua mancanza di umiltà nei confronti della natura.

Tutto ciò si intensifica dinanzi a sciagure più direttamente dovute a responsabilità umane, a differenza dal carattere più decisamente «naturale» del terremoto e dello tsunami che infuriano in Giappone e che non sembra possano esser messi in conto all'insensatezza o alla disonestà umana, come invece ad esempio nel caso degli effetti scatenati dalle deforestazioni o dall'infame edilizia che, in molti casi - non sembra questo essere il caso del Giappone ora colpito - non si preoccupa, per incompetenza o avidità truffaldina, delle misure antisismiche.

L'orgoglio dell'uomo che con la sua tecnica soggioga la natura o l'invettiva contro questo orgoglio partono da un abbaglio: dalla contrapposizione fra l'uomo e la natura e dalla contrapposizione, altrettanto fallace, fra naturale e artificiale. Come dice un grande inno alla natura scritto da Goethe - o trascritto da un suo seguace - tutto è natura, anche ciò che ai nostri occhi sembra negarla ed è invece una sua messinscena. C'è il mito di una natura pura e incorrotta, in quanto vergine di ogni intervento umano che la corromperebbe. Ma nemmeno il più schietto e sano vino esiste in natura senza l'agire di chi coltiva la vite e vendemmia l'uva. Anche i nidi degli uccelli non esistono senza l'attività di questi ultimi che li costruisce. Chi, come Goethe, ha il senso profondo dell'appartenenza della specie umana, come le altre specie, alla natura, sa che l'impulso dell'uomo a costruirsi una tenda o una casa non è meno naturale di quello che spinge i castori a costruire le loro dighe che si oppongono all'impeto, altrettanto naturale, delle acque.

L'uomo non sta devastando «la natura», ma sta spesso compiendo un altro peccato, più autodistruttivo che distruttivo: sta minacciando non la natura, ma se stesso, la propria specie. I funghi velenosi non sono meno naturali di quelli mangerecci; le distese gelate di Plutone non sono meno naturali dei colli toscani in fiore; i gas che escono dai tubi di scappamento delle automobili non sono meno naturali del profumo dei fiori, perché sono composti di elementi chimici che fanno parte della natura, del Creato. Più semplicemente, funghi velenosi, pianeti gelidi e gas tossici sono letali per la nostra specie, di cui alla «natura» probabilmente non importa più che degli estinti dinosauri, ma che per noi invece conta. Tutto, comunque, appartiene alla natura delle cose, De rerum Natura.

La cosiddetta tecnica non va quindi demonizzata come un peccato contro natura; è la sua dismisura, il suo abuso spesso dissennato e imbecille che vanno denunciati; non con toni di untuosa o apocalittica condanna della miseria dell'uomo, ma con la chiarezza della ragione, che non ha da inchinarsi alla natura - della quale e della cui evoluzione fa parte - bensì rendersi conto dei propri limiti, perseguire il progresso senza illudersi con tracotanza che esso sia illimitato ma misurandosi con tutti i problemi e i guasti che pure esso crea, e cercare di capire, volta per volta, quando sia necessario proseguire e quando sia necessario fermarsi o magari far qualche passo indietro, posto che ciò sia possibile. È questa avvertenza di un possibile pericolo che ci manca; anche vedendo le immagini della tragedia giapponese restiamo tranquilli, stupidamente convinti che mai qualcosa di simile ci possa accadere, qualsiasi madornale errore possiamo commettere. Allo stesso modo, quando muore qualcuno, di cancro o di infarto, siamo sotto sotto persuasi che ciò non ci accadrà mai. Questa protettiva incoscienza del pericolo caratterizza non solo gli individui, ma anche le civiltà, le culture, le società, certe di essere immortali. Pure le civiltà hanno le loro endorfine, le droghe che le proteggono dall'ansia di sapere di dovere, un giorno o l'altro, morire.

Non so - e non ho alcuna competenza per poterlo sapere o capire - se il pericolo rappresentato dalla rottura del circuito di raffreddamento del reattore nucleare giapponese e dall'esplosione radioattiva sia la prova dello sbaglio di costruire centrali nucleari in genere o se invece indichi, come credo - ma senza alcuna certezza, data la mia ignoranza in materia - il pericolo sempre presente in ogni attività umana. Nel suo articolo, così vigoroso e convincente, apparso sul Corriere di ieri, Massimo Gaggi ha messo in evidenza la razionale e ferrea volontà dimostrata dal Giappone nel perseguimento della crescita, senza «sfide alla sorte», nella consapevolezza dei rischi e nella fattiva preparazione ad affrontarli. In generale, l'atteggiamento e il comportamento dei giapponesi in questa circostanza danno una grande prova del coraggio, della fermezza e della calma con cui l'uomo sa talora far fronte al disastro.

Questa dignità e questa forza morale non hanno nulla a che vedere con la superbia prometeica di chi pensa, con allegra incoscienza, di poter sfidare impunemente l'equilibrio necessario alla sua specie, ritenendo che quella forma della natura che chiamiamo tecnica possa sganciarsi dall'antica madre ossia dalla totalità che l'ha generata e la comprende, come un ramo che pretendesse di rinnegare l'albero in cui e da cui è cresciuto e andarsene per conto proprio. Se tante reazioni antitecnologiche - pure certi toni del pathos antinucleare - appaiono irrazionali, ancor più giulivamente e autolesivamente irrazionale è la sicumera con la quale, in nome di un progresso che così cessa di esser tale e di una supponenza scientista convinta che la scienza sia Dio, si distruggono foreste, si sperperano energie, si esauriscono risorse senza pensare a come la Terra potrà nutrire un numero sempre più insostenibile di affamati e a come si potrà vivere in una Terra sempre più diversa da quella cui è abituata la nostra specie.


C'è, nella specie umana, una presunzione di eternità che la rende irresponsabilmente scialacquatrice della vita e che va incontro con presunzione a una possibile trasformazione di se stessa. Studiosi seri parlano di un nostro prossimo futuro da cyborg, di uomini quali ibridi di corpi umani e integrazioni tecnologiche; è teoricamente possibile un mondo di sole donne, capaci di riprodursi senza intervento dell'uomo; l'ingegneria genetica promette - o minaccia - esseri umani radicalmente diversi da noi, tanto da essere difficilmente definibili «noi».

Forse è in atto una radicale trasformazione della nostra specie, destinata a mutare il nostro modo di essere e di sentire; in un mondo in cui nascessero solo donne da donne, sarebbe ad esempio difficile capire Ettore che gioca con Astianatte sperando che suo figlio diventi più grande di lui o la passione di Paolo e Francesca, cose senza le quali non saremmo quello che siamo.

Certo, le specie si sono sempre trasformate e continuano a farlo. Ma, a differenza dal processo che ha portato dagli organismi unicellulari (o dai frammenti del Big Bang) a Marilyn Monroe, la trasformazione della nostra specie avverrebbe in tempi brevissimi anziché in miliardi di anni, in tempi forse insostenibili per chi dovesse viverli.

Questa eventuale trasformazione - irrazionalmente vagheggiata o temuta - ci addolorerebbe più della nostra morte individuale, perché ci conforta credere che dopo di noi ci saranno bambini come i nostri figli, donne e uomini amabili come le persone che abbiamo amato. La forza, la calma, la dignità con cui oggi quei giapponesi affrontano la gravissima catastrofe dimostrano che l'uomo classico, come lo conosciamo da millenni, non è ancora superato - come proclamava Nietzsche, sperandolo e insieme temendolo - ma è ancora degnamente al suo posto.


Eremo Via vado di sole, L’Aquila,
giovedì 17 marzo 2011