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martedì 27 marzo 2012

GRAFFITI : Buchi neri

GRAFFITI  : Buchi neri

Otto aree di spreco. Otto buchi neri da cui è afffitta l'Azienda Italia. Emergono dal voluminoso documento della Commissione guidata da Piero Giarda, che è stato consegnato al ministro dell'Economia Tremonti, le indicazioni per la manovra da 40 miliardi che sarà varata a fine mese. Sanità, scuola, università, investimenti pubblici, i settori radiografati: la spesa cresce e i denari potrebbero essere utilizzati in modo più efficiente. Solo la dinamica delle pensioni sembra tenere nel decennio 2000-2009 dopo il boom del passato.
«Una tassonomìa per gli interventi di governo della spesa pubblica», si intitola l'introduzione che dietro un linguaggio elegante, corroborato da una mole di dati e , tabelle, mette nel mirino le aree di inefficienza e le falle della finanza pubblica italiana.
Gli sprechi del primo tipo riguardano le «applicazioni di un fattore produttivo in misura eccedente la quantità necessaria . Caso citato: due impiegati fanno un lavoro per cui uno solo sarebbe sufficiente. La seconda categoria di sprechi, individuata dalla Commissione,è il caso in cui lo Stato paga più del valore di mercato. Un esempio frequente? Lo stesso medicinale ha spesso un prezzo differente da Asl aAsl.

La terza area di spreco è senza appello: «Adozione di tecniche di produzione sbagliate e dunque produzione a costi superiori al costo necessario». La sentenza della Commissione non va per il sottile: lo Stato italiano ha la tendenza «inarrestabile» a utilizzare tecniche di produzione con molta manodopera e pochi macchinari. La quarta reprimenda, si collega alla terza: i servizi pubblici in Italia impiegano modi di produzione «antichi e chiaramente più inefficienti e costosi di quelli che avrebbero utilizzando tecnologie più avanzate e innovative». Un paese che procede come un dinosauro in JurassicPark.
Ma anche un paese dove la pubblica amministrazione non si parla - questa è la quinta area di spreco. L'esempio viene da sanità, istruzione e università. «L'esperienza mostra – sentenzia il rapporto - che le decisioni di spesa su questi tre grandi e importanti comparti non prevedono il criterio di valutazione comparata dei benefici associati all' aumento o alla contrazione della spesa in un settore rispetto all'altro». Segnalano poca lungimiranza gli sprechi del «tipo 6» e del «tipo 7»: i benefici futuri non vengono  rapportati ai costi come è avvenuto negli Anni Novanta con l'Alta velocità ferroviaria e non si conosce la dinamica della spesa in termini reali in rapporto ai servizi prodotti.
Infine lo spreco dell' ottavo tipo che va a colpire al cuore il  nostro sistema di Welfare: «Le politiche di sostegno dei redditi degli individui o delle famiglie bisognose possono generare disincentivi che riducono la crescita dell' economia e trasformano le condizioni temporanee di bisogno in condizioni permanenti di dipendenza». Un j'accuse all' assistenzialismo.
Se queste sono le linee guida di intervento, tre séttori - sanità, scuola e università  vengono scandagliati a fondo. In primo piano la spesa sanitaria: tra il2006 e il 2009 la spesa è cresciuta del 12,9%.contro  un incremento del Pil dello 0,8.
Spicca la crescita del 4,1% della spesa per prodotti farmaceutici, e quella  del 17,6%per1'acquisto di beni e servizi.
L'assegno che lo Stato ogni anno paga per l'istruzione scolastica è pari a 42 miliardi, in termini assoluti non è tra le  più alte dell'area Ocse, ma se si guarda la spesa per il personale ci si accorge che assorbe 1'81,5% del totale contro il 79,2 dei paesi maggiormente industrializzati. E in Italia gli studenti per classe sono meno che altrove: 21 nel nostro paese per la scuola secondaria, 23 in Inghilterra, 24,7 in Germania, 23,2 nella media Ocse.

Fonte Roberto Petrini  Opere supercostose ,farmaci fuori mercato , ecco gli otto grandi sprechi della spesa pubblica. La Repubblica 20 giugno 2011

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 28 marzo 2012

domenica 22 gennaio 2012

GRAFFITI : Alimenti OGM

GRAFFITI :  Alimenti  OGM

Sintetizzare e schematizzare su un argomento complesso come tutti quelli che riguardano il cibo e l'agricoltura non è mai facile né necessariamente un bene. Tuttavia credo che possa servire un elenco delle ragioni di chi, come noi, agli Ogm dice "no", non per posizioni ideologiche
o preconcette, come amano dire coloro che pensano di essere gli unici depositari del sapere, ma per ragioni serie e motivate, peraltro condivise anche da molti ricercatori e scienziati:

1. Contaminazione Coltivare Ogm in sicurezza, in Italia, è impossibile; le aziende sono
di piccole dimensioni e non ci sono barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche e convenzionali. L'agricoltura fa parte di un sistema vivente che comprende la fauna selvatica, il ciclo dell'acqua, il vento e le reazioni dei microrganismi del terreno: una produzione Gm non potrà restare confinata nella superficie del campo in cui viene coltivata.

2. Sovranità alimentare Come potrebbero gli agricoltori biologici, biodinamici e convenzionali essere sicuri che i loro prodotti non siano contaminati? Una diffusione, anche limitata, delle coltivazioni Ogm in campo aperto, cambierebbe per sempre la qualità e la situazione
attuale della nostra agricoltura, annullando la nostra libertà di scegliere quel che mangiamo.

3. Salute. Ci possono essere problemi di salute per animali alimentati a Ogm.

4. Ubertà .Le coltivazioni Gm snaturano il ruolo dell'agricoltore che da sempre migliora
e seleziona le proprie sementi. Con le sementi Gm, invece, la multinazionale è la titolare del seme: ad essa l'agricoltore deve rivolgersi ad ogni nuova semina (poiché, come tutti gli ibridi,
in seconda generazione gli Ogm non danno buoni risultati) ed è proibito tentare miglioramenti se non si pagano costose royalties.

5. Economia e cultura. I prodotti Gm non hanno legami storici
o culturali con un territorio. L'Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull'identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti senza storia indebolirebbe
un sistema che ha anche un importante indotto turistico.

6. Biodiversità. Le colture Gm impoveriscono la biodiversità perché hanno bisogno di
grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi.

7. Ecocompatibilità .Le ricerche su Ogm indicano due "vantaggi": la resistenza ad un parassita
del mais (la piralide) e a un diserbante (il glifosate). Quindi, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi; ma la piralide del mais può essere combattuta seriamente solo
con la rotazione colturale, e la resistenza a un diserbante porta ad un uso più disinvolto del medesimo nei campi, dato che non danneggia le piante coltivate ma solo le erbe indesiderate.

8. Precauzione. A circa trent'anni dall'inizio dello studio sugli Ogrn, i risultati in ambito agroalimentare riguardano solo tre prodotti (mais, colza e soia). Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche e questa scienza è ancora rudimentale e in parte affidata
al caso. Vorremmo ci si attenesse ad atteggiamenti di cautela e precauzione, come hanno fatto Germania e Francia, che hanno vietato alcune coltivazioni di Ogm.

9. Progresso. Gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso.
t sempre più chiaro per consumatori, governi e ricercatori, il ruolo dell'agricoltura di piccola scala nella protezione dei territori, nella difesa del paesaggio e nel contrasto al riscaldamento globale. Invece di seguire le sirene dei mercati, la ricerca dovrebbe affiancare l'agricoltura sostenibile e mettersi a disposizione delle sue esigenze.
10. Fame I relatori Onu dicono che l'agricoltura familiare difende le fasce di popolazione
a rischio di malnutrizione. Le multinazionali invece promettono che gli Ogm salveranno il mondo dalla fame: eppure da quando è iniziata la commercializzazione (circa 15 anni fa) il numero
degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono. In paesi come l'Argentina o il Brasile la soia Gm ha spazzato via produzioni come patate, mais, grano e miglio su cui si basa l'alimentazione.
Fonte : c. petrini@slowfood.it

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, domenica 22 gennaio 2012

mercoledì 2 novembre 2011

GRAFFITI : IL DESIDERIO CHE CI ABITA

GRAFFITI    :  IL DESIDERIO CHE CI ABITA


«Avanzare sulla via del desiderio non è facile e si paga un prezzo molto alto», ma se è possibile individuare una massima etica della psicoanalisi, questa deve suonare, con le parole di Lacan: “Non cedere sul proprio desiderio”. Il nucleo problematico del denso e chiaro volume di Bruno Moroncini e di Rosanna Petrillo, dedicato al commento puntuale del seminario sull’etica della psicoanalisi tenuto da Lacan nel 1959-60, può essere sintetizzato in queste due affermazioni.

Ciò che è in gioco nel rapporto analitico è la relazione del paziente con il desiderio che lo abita e che lo fa soffrire. E se c’è un fine dell’analisi questo è individuabile in quel che Lacan chiama la “catarsi” del desiderio.

Da Platone a Hegel il desiderio, argomentano gli autori, è stato «sottoposto ad un dispositivo idealizzante» (p. 10). Si è pensato che dovesse essere educato, “ortopedizzato”: in un caso (Platone) indirizzato verso un oggetto ideale, l’idea del bello, nell’altro caso (Hegel) confuso con la “domanda di riconoscimento”. Se è chiara la distanza lacaniana dalla strategia idealizzante di Platone, è meno evidenziata dagli interpreti la netta distanza dello psicoanalista francese dal modello hegeliano. Lacan, infatti, pur ribadendo la tesi secondo cui il “desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”, tiene a precisare che per Hegel l’altro in questione non è l’Altro ma l’alter-ego, l’altro come coscienza. Se per Hegel l’altro è “colui che mi vede” – ed è proprio questo ad innescare la lotta di puro prestigio –, nella prospettiva inaugurata dalla psicoanalisi «l’Altro è lì come incoscienza costituita come tale» (p. 12).

Lacan ci insegna che l’Altro ha una natura doppia: da un lato è il mio simile, dall’altro è l’Altro inconscio, l’altro che desidera e che, per ciò stesso, “manca”, ma non è in grado di sapere cos’è che gli manca.


Se il soggetto del desiderio, il soggetto pulsionale, non ha altra consistenza se non quella di significare ciò che manca all’Altro stesso, allora il soggetto è internamente diviso e mai ricomponibile. Ma chi è questo Altro? In che cosa si fonda la sua “doppiezza”? Che cosa significa che il desiderio, il “mio” desiderio è il “desiderio dell’Altro”?

Per Lacan l’incontro con l’Altro è ciò che struttura la “realtà psichica” con cui il soggetto ha a che fare. L’Altro è la prima “realtà psichica” con cui il soggetto si relaziona, strutturandosi. Questo primo “reale” – chiarisce Lacan – appare innanzitutto e inizialmente come un oggetto imprevedibile, ossia come il “prossimo”, il Nebenmensch, il “primo” prossimo, vale a dire la madre – o chi ne fa le veci, prendendosi cura del bambino. Questo primo “oggetto” è strutturalmente “imprevedibile” perché risponde ad una non-domanda, potremmo dire, risponde alle grida e ai pianti (“assoluti”) del bambino, soddisfacendo così i suoi bisogni primari di sopravvivenza: «risposta che giungendo inattesa, quasi come una grazia sovrabbondante, costituirà per il soggetto l’imprinting di tutte le successive forme di soddisfazione e di godimento» (p. 33).

Il “prossimo” appare così come (in genere) colei che risponde alla voce del bambino, trasformandola in domanda rivolta all’Altro, trasformando la frattura iniziale – cui “reagisce” il primo grido della nascita – in una richiesta che, nello stesso tempo, è simbolica e reale, nel senso che è domanda di un simbolo che possa dare un senso alla vita soggettiva – ad una vita soggettiva continuamente esposta al dissolvimento – ed è richiesta di una replica di quel primo soddisfacimento. È in questa prima fase che nasce l’Altro come Cosa, ci dice Lacan. L’imprevedibilità e la casualità di quel primo godimento divide il “primo” prossimo in due componenti, «una che può essere capita perché più simile al soggetto ed un’altra invece che resterà estranea, incomprensibile e da questo punto di vista più simile ad una cosa inanimata che a una vita psichica» (p. 34). Estraneità dovuta al fatto che essa dà «significazione al grido del soggetto al di là del soggetto e lo immette in un ordine di significazione a lui estraneo, ma al quale d’ora in poi resta sospeso, attaccato per sempre poiché la sua significazione dipende da quest’ordine significante» (p. 96). Il reale è questo Altro che non è l’alter-ego, che non è il “simile” in cui posso riconoscermi, ma un’istanza perturbante che ci costringe a desiderare fino «a commettere gli atti più stravaganti e delittuosi» (p. 34). Questo Altro – che è la vera origine del Super-io già secondo Freud – è quello che darà ordini imperiosi al soggetto, ma ordini che sono caratterizzati dalla loro ineseguibilità se, al tempo stesso, non li si trasgredisce, generando così sentimenti di colpa. Sia che ordini di desiderare, sia che ordini di non desiderare, l’Altro super-egoico colpevolizza. L’Altro come Cosa, come das Ding, «è l’oggetto nel senso del termine che orienta il desiderio [… e] attrae il soggetto come il sole un girasole» (p. 39). Per tale ragione, secondo gli autori, la «domanda etica qui è: come si pone fine al dominio di das Ding, come ci si libera dai suoi comandi disastrosi, come ci si rende liberi dal sentimento di colpa?» (p. 39).



L’Altro ci dona la parola, e il tesoro dei significanti attraverso cui noi siamo nel mondo, ma, nello stesso tempo, ci impone, senza saperlo, il suo desiderio inconscio. Il dono della parola e l’imposizione della dura e necessaria legge del desiderio sono i due estremi dell’incontro con l’Altro. L’Altro ci fa accedere al mondo, ma, nello stesso tempo appare come un reale im-mondo, catastrofico e rivelativo ad un tempo. Il soggetto è così sempre un soggetto barrato: è nel mondo simbolico e fuori di esso. Non può che cercare nel mondo (simbolico) il senso che lo completi, ma non può, per ciò stesso, non desiderare che quello che cerca sia ciò che lo salvi dalla mancanza ad essere che lo caratterizza e lo fa soffrire. Tuttavia, per il fatto stesso che la desidera, questa “salvezza” non può non coincidere con la morte, non può non essere desiderio di morte. Infatti, se, seguendo il “principio del piacere”, il soggetto inconsciamente tenta coattivamente di ripetere, lungo l’ordine dei significanti, l’incontro con il significante mancante, con quel significante che possa dare senso alla sua vita, dando un senso alla sua “mancanza”, ebbene questo stesso principio mostra, nella sua struttura, un andare al di là di sé. Nel principio del piacere gioca un al di là del principio del piacere, gioca la pulsione di morte. Questa, che non deve essere confusa con il “principio del Nirvana” (nonostante le forti ambiguità freudiane in tal senso), è pulsione all’azzeramento della catena dei significanti, è pulsione a “colmare” la bèance, il vuoto, lo iato tra reale e simbolico (prodotto dall’ordine simbolico) è pulsione che tende ad eliminare la Spaltung, la divisione strutturale del soggetto umano tra “identità” (o identificazione) simbolica e “singolarità” reale e inconscia. Perché il significante buono è solo il significante strutturalmente assente. Nella logica del desiderio è iscritta, quindi, una logica di morte. Il desiderio in senso proprio e radicale è sempre un desiderio di morte. Ovviamente di “morte simbolica”, ma, ed è qui è il problema, la morte simbolica, la “seconda morte”, come la chiama Lacan, non può non investire il soggetto in quanto tale, in senso reale e catastrofico.


Insomma, se la psicoanalisi ci insegna che il desiderio è innescato da una “mancanza ad essere” che non può essere suturata se non, illusoriamente, con la morte, se Lacan ci insegna che il desiderio in senso radicale è sempre desiderio di morte, allora il problema “etico” è quello – connesso al problema della “colpevolezza” – di come rispondere all’ingiunzione del desiderio evitando la catastrofe mortale. Perché, come sia Freud che Lacan hanno mostrato, la soluzione che passa per la repressione e per la negazione del desiderio non è una soluzione, perché non evita affatto la colpevolizzazione del soggetto. Sia che desideri, sia che non desideri, il soggetto si sente in colpa. La legge simbolica che instaura la “mancanza ad essere” è sia la legge che impedisce al soggetto di accedere all’oggetto del suo desiderio che la legge che impedisce la distruzione del soggetto. Ma, dovremmo dire, la legge del desiderio non si identifica con la legge simbolica che è attraversata dal desiderio. Non si identifica in essa ma, appunto, la percorre, se è vero che il significante è ciò che rappresenta il soggetto (inconscio) lungo la catena dei significanti, e se è vero che la catena dei significanti è percorsa dal soggetto seguendo la legge del desiderio che, se perseguita fino in fondo, non può che portare alla catastrofe mortale. Impedire al desiderio di percorrere la sua strada non fa che rafforzarlo, aumentando i sensi di colpa del soggetto. Come sfuggire alla legge “demonica” del desiderio senza tradirlo? Sembra un po’ questa la domanda cruciale che gli autori si pongono, attraverso e attraversando Lacan. Ed è una domanda che investe l’etica della psicoanalisi. Che cosa il soggetto che soffre chiede all’analista? Che cosa l’analista può rispondere? Su questo punto Lacan è chiaro: l’analista non deve indulgere a nessuno degli “ideali analitici”. Questi sono sostanzialmente tre: il primo è l’ideale dell’amore genitale inteso come la forma “completa” dell’amore, quella in cui si realizzerebbe appieno la relazione oggettuale; il secondo è l’ideale dell’autenticità che si fonda sul fatto che «la tecnica analitica è una tecnica di smascheramento, quindi una tecnica che va verso l’autentico, verso la pienezza, verso una verità rivelata senza veli o fraintendimenti» (p. 51); il terzo è l’ideale dell’autonomia. Il primo “ideale” si modella su una presunta “igiene dell’amore”, dimenticando il dato analitico della strutturazione fondamentalmente pre-edipica della sessualità umana; il secondo ideale trasforma una tecnica in un fine perseguibile in quanto tale, dimenticando che l’inconscio è un dato “strutturale” e ineliminabile del soggetto, che non può che dire il suo desiderio, la sua “verità”, se non in una “struttura di finzione” (ad esempio attraverso i sintomi nevrotici); l’ultimo ideale, infine, non comprende che il soggetto umano è tale solo in quanto “abitato” dal desiderio dell’Altro e che, quindi, la dipendenza dall’Altro è anch’essa strutturale e ineliminabile. Ma c’è un ideale che attraversa tutti questi elencati e che è forse la vera antitesi dell’analisi, almeno così come Lacan la intende. È quell’ideale che tende a pensare l’etica analitica come “etica dei beni”. Il “bene” è ciò che può essere raggiunto e realizzato ma è anche ciò che può essere suddiviso e distribuito. Per quanto il “bene”, nella sua stessa “economia”, nasconda la logica dell’appropriazione e, quindi, una logica dell’esclusione, esso rientra a pieno titolo in una logica della possibilità. Il desiderio, invece, fa sentire la sua voce solo all’interno di una logica dell’impossibilità. Il bene è il “possibile”; il desiderio vuole solo ed esclusivamente l’impossibile (per tale ragione è, in ultima istanza, desiderio di morte). L’etica della psicoanalisi non è un’etica dei “beni”, né un’etica della felicità (in senso aristotelico), ma, secondo Lacan, un’etica del desiderio. Il fine dell’analisi, sottolineano Moroncini e Petrillo, è quello di porre il paziente di fronte alla realtà della condizione umana che consiste essenzialmente nello “sconforto”, nello “smarrimento assoluto”: «nello sconforto non c’è pericolo: c’è il fatto che non ci si deve aspettare aiuto da nessuno» (pp. 245-246). Sulla strada del desiderio si è sempre soli, ma non bisogna “cedere sul proprio desiderio”. Infatti, agire in vista del “bene”, cedendo sul desiderio, non mette al riparo dai sensi di colpa. Dal punto di vista analitico, al contrario, l’unica cosa di cui si può essere ritenuti colpevoli, spiega Lacan, è di aver “ceduto sul proprio desiderio” e la “catarsi” del proprio desiderio è il vero ed unico fine dell’analisi, nel senso che, come scrivono gli autori, «la purificazione da ogni infingimento, da ogni illusione in cui il desiderio stesso si può alienare, sarà alla fine ciò che deve essere attraversato perché il soggetto, precisamente come in un agone tragico, assuma fino in fondo il proprio destino, se ne faccia carico, paghi cioè il prezzo […] per accedere ad esso, per ‘divenire ciò che era’» (p. 50).


Qui, tuttavia, il testo giunge al suo punto di svolta. Se non bisogna “cedere sul proprio desiderio” (che è sempre il desiderio dell’Altro), ciò forse significa che, come accade agli eroi tragici, di cui Antigone è l’esempio più fulgido, bisogna avere il coraggio di affrontare la morte senza tentennamenti? O c’è una strada che l’uomo comune può seguire per non cedere sul suo desiderio ma evitando, al contempo, la distruzione di tutti i beni e la morte come unica meta? «Avanzare sulla via del desiderio non è facile, si paga un prezzo molto alto”» (p. 258). Il segreto di questa strada difficile e tortuosa sta nel saper separare nell’Altro, da cui dipende il nostro desiderio, il desiderio come dono che ci fa umani e “parlanti” dal desiderio come legge demonica e distruttiva.


Ma non è facile sopportare il desiderio, perché si è sempre soli a sopportarlo. Quando gli amanti si chiedono l’un l’altro “mi ami?” è come se, non sopportando il desiderio come mancanza, si chiedessero continuamente di essere trasformati da “amanti” in “oggetti” d’amore. Desiderare è un compito davvero arduo. Chi desidera è superiore a chi è desiderato, ma chi desidera è sempre solo, anche in un rapporto d’amore infiammato dal massimo grado di coinvolgimento sentimentale. Questo significa che c’è sempre un prezzo molto alto da pagare per chi non vuol cedere sul suo desiderio. E questo prezzo è quello della «rinuncia al bene in nome del desiderio» (p. 257): questo è il fine che l’analisi persegue attraverso la “catarsi”, la “purificazione” del desiderio, spogliandolo da ogni passione immaginaria e da ogni sentimentalismo.

Non “cedere sul proprio desiderio” è esattamente il contrario del perseguire il godimento a tutti i costi. Questa massima etica analitica mira in ultima istanza a separare il desiderio dalla sua ingiunzione mortale, separandone il dono dalla sua legge demonica che ingiunge coattivamente a “godere”.

Per aggirare la legge del desiderio senza tradire il desiderio vi sono fondamentalmente due strade – se escludiamo quella della religione, dal momento che la modernità nasce con l’annuncio della “morte di Dio” – , vale a dire la strada della “sublimazione artistica” e quella, alla prima connessa, che potremmo provvisoriamente designare della “parola d’amore”.


Eliminando le incertezze freudiane riguardo al problema, «la formula lacaniana della sublimazione è questa: la sublimazione eleva un oggetto alla dignità della Cosa» (p. 126). Se ciò accomuna sia la religione che l’arte, è a quest’ultima che Lacan guarda con estremo interesse. Al centro di ogni opera d’arte che si rispetti c’è un “vuoto” intorno al quale l’opera “fa il giro”. Si tratta di quel vuoto incolmabile che il desiderio, seguendo la sua legge, impone distruttivamente di colmare. La sublimazione consiste allora in questo, che nell’opera d’arte la legge del desiderio viene “sospesa” (inibita alla meta) senza rimuovere il desiderio. L’arte mette “in figura” l’irrappresentabile, dà figura a questo vuoto, a questa “mancanza ad essere”, ma senza “suturarla”, senza “colmarla”. Attraverso una lunga analisi interpretativa della poesia dei trovatori, Lacan esemplifica la tesi secondo cui «è grazie al lavoro del significante che nella sublimazione viene posto il cerchio incantato che ci separa da das Ding, che ci permette di lambire il suo spazio senza lasciarci fagocitare dalla sua catturazione» (p. 131). In ultima istanza, così come gli autori sottolineano, «ciò che l’uomo chiede attraverso la sublimazione è di essere privato di qualcosa di reale» (p. 144), in cambio della simbolizzazione della mancanza. «L’elevazione dell’oggetto alla dignità della Cosa – scrivono Moroncini e Petrillo – avviene nella sublimazione grazie al gioco dei significanti […]. Nel sistema dell’amor cortese, dunque, l’inaccessibilità della Dama, il bene di cui si è privati, diventano concepibili in virtù della funzione simbolica esercitata da un sistema di significanti – tutto il gioco di significanti della casistica amorosa – grazie ai quali è possibile rappresentare il vuoto fondamentale […] la mancanza ad essere originaria che segna l’umano» (p. 144-145). Cedere un bene (la donna reale) per non cedere sul proprio desiderio, è questo quel che l’amor cortese ha teorizzato e i trovatori hanno cantato.

Oltre che nell’arte in generale, quindi, è in particolare nella poesia, nella poesia d’amore che Lacan sembra individuare la strategia principale per liberarsi dalle ingiunzioni distruttive del desiderio. All’amore e alla sua metaforica Lacan dedica, infatti, il seminario successivo a quello sull’etica, vale a dire quello sul “transfert” del 1960-61 (su cui vedi fondamentalmente il volume dello stesso Moroncini, Sull’amore. Jacques Lacan e il Simposio di Platone, Napoli, Cronopio, 2005). La dinamica del desiderio sembra qui trovare il suo sbocco nel dono della parola d’amore. La strada principale che può essere seguita per non “cedere sul proprio desiderio” e, al contempo, per liberarsi dalle sue ingiunzioni distruttive, sarebbe quella di “metaforizzare” l’oggetto d’amore, sarebbe quella di dare un significante alla “mancanza”. Per parafrasare una famosa affermazione di Dostoevskij, potremmo dire: una metafora ci salverà.

(Vincenzo Cuomo)
GRAFFITI    :  IL DESIDERIO CHE CI ABITA 
Bruno Moroncini, Rosanna Petrillo,
L’etica del desiderio. Un commentario del seminario sull’etica di Jacques Lacan
 Napoli, Cronopio, 2007, pp. 258, ISBN 978-88-89446-33-1

Fonte  :  http://www.kainos.it/numero7/recensioni/moroncini-petrillo.html

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, 2 novembre 2011

sabato 24 settembre 2011

GRAFFITI : Neutrini

GRAFFITI : Neutrini

Scrive Piergiorgio Oddifreddi sul suo blog “Non vedi quanto più veloci e lontano devono andare, e percorrere una maggiore distesa di spazio, nello stesso tempo che i raggi del Sole riempiono il cielo?”. A parlare è Lucrezio, nel suo capolavoro La natura delle cose, riferendosi ai simulacri che fluiscono di continuo e in ogni direzione sulla superficie delle cose, e producono le impressioni visive negli occhi degli osservatori. Ma a parlare potrebbe anche essere il portavoce del Cern, che oggi ha annunciato che alcuni esperimenti mostrerebbero che i neutrini possono andare a velocità superiore a quella della luce, appunto.

Prima di Lucrezio, la teoria di Epicuro assegnava ai simulacri una velocità ovviamente inferiore a quella della luce. Analogamente, prima dell’annuncio di oggi, facevano i fisici con i neutrini: particelle che, in qualche modo, sono sempre state collegate alle ricerche italiane. Infatti, alcune delle intuizioni più profonde al loro riguardo erano state fatte da Bruno Pontecorvo, fratello del regista. Intuizioni che, opportunamente sviluppate e confermate, portarono molti scienziati al premio Nobel (nel 1988, 1995 e 2002). Ma il premio non andò mai a Pontecorvo, che fu punito per essere scappato nella direzione sbagliata (in Unione Sovietica) dopo la guerra.

Se le osservazioni effettuate dal team di Antonio Ereditato fossero confermate, la memoria di Pontecorvo sarebbe finalmente vendicata da un italiano. Il condizionale, però, è d’obbligo. Già altre volte, infatti, i neutrini hanno riservato sorprese. Ad esempio, a lungo si pensava che non avessero massa, e andassero alla velocità della luce. Poi si scoprì che una massa ce l’avevano, e che dunque dovevano andare un po’ più lenti. Oggi, ci dicono che invece vanno un po’ più veloci. Certamente una delle tre alternative è quella giusta, ma quale? E, se fosse quella annunciata oggi, che succederebbe?

Sgombriamo subito il campo da un’interpretazione sensazionalistica, che è circolata ad arte insieme alla notizia dell’esperimento. La relatività di Einstein non prevede affatto che la velocità della luce non possa essere superata! Lo si dice continuamente, ma questo non significa che sia vero. Ciò che la relatività prevede, è soltanto che ci debba essere una velocità limite che non può essere superata. Gli esperimenti finora sembravano indicare che questa velocità insuperabile fosse quella della luce nel vuoto, e forse dovremo cambiare espressione: invece di dire che non si può superare la velocità della luce, magari un giorno diremo che non si può superare quella dei neutrini.

Una possibile riformulazione dell’annuncio, dunque, è semplicemente che la velocità massima prevista da Einstein non è quella della luce, bensì qualcosa di molto prossimo ad essa: la differenza sembra essere di 60 nanosecondi sul tempo di percorrenza della distanza di 730 chilometri tra il Gran Sasso e il Cern, tra i quali si è fatto l’esperimento. E questa differenza infinitesimale sarebbe appunto sfuggita negli esperimenti fatti finora sulla luce: un fatto sperimentale interessante,ma certo non una tragedia teorica.

Coloro che preferiscono le rivoluzioni, si chiederanno se l’errore non stia invece, più che nelle misure sulla luce, nella relatività stessa. Tentare di buttare giù dal piedestallo Einstein, come lui aveva fatto con Newton, è una tentazione troppo grande per resisterle. Purtroppo per i giovani turchi della fisica, la relatività è confermata da miliardi di esperimenti, e non ne basterà uno solo a scalzarla. D’altronde, era Einstein stesso a dire che “la scienza non è una repubblica delle banane, dove le rivoluzioni succedono ogni giorno”: ovvero, ribellarsi è giusto, ma il successo non è garantito.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, sabato 24 settembre 2011

venerdì 17 giugno 2011

GRAFFITI : Giorgio Celli

GRAFFITI : Giorgio Celli


“ I gatti sono stati i miei maestri di etologia. Maestri senza parole ma con gesti trasparenti; ed io, a poco a poco, sono diventato un loro ammiratore e loro complice “ Così diceva Giorgio Celli morto oggi 11 giugno dopo essere stato mantenuto in vita dalle macchine dopo l’ intervento chirurgico del 10 maggio per l’applicazione di due bay pass ad un fisico già dializzato che non ha retto all’intervento .

Ricordo le pagine di alcuni suoi libri con la descrizione di gatti e dei loro comportamenti .

Docente all'Università di Bologna, presso la quale ha diretto l'Istituto di entomologia Guido Grandi. Come entomologo ha studiato le api sia sul versante della ricerca ecologica, come possibili indicatrici del livello di inquinamento da pesticidi e da piombo, sia sul versante etologico, studiando alcuni aspetti della loro percezione visiva e delle loro capacità di apprendimento.


Come ecologo ha dedicato il suo interesse sull'ecologia degli agrosistemi, interessandosi ai metodi di contenimento biologico delle popolazioni di insetti nocivi e ai fenomeni di parassitismo unicellulare e pluricellulare. In questo contesto ha creato un centro, unico in Italia, nella quale vengono prodotti insetti utili alla lotta biologica ai fitofagi, e due centri di ecologia applicata che si occupano del controllo delle popolazioni di zanzare nelle zone umide e paludose. Con il progetto di creazione della nuova area espositiva del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, gli viene affidata la direzione scientifica per l'allestimento del nuovo spazio dedicato alla storia della vita sulla Terra, che verrà inaugurata nel marzo 2012.Tra i suoi libri molti parlano di gatti : Gatti, gatti e altre storie, Muzzio, 1995, Il gatto di casa: etologia di un'amicizia, Muzzio, 1997, Il condominio dei gatti, Piemme, 2003, Il gatto del ristorante cinese, Morganti, 2007 Il gatto allo specchio: una nuova indagine del commissario Michelucci, Morganti, 2008, . Professore di entomologia all'Università di Bologna e parlamentare europeo per i Verdi dal 1999 al 2004,

Celli è inoltre un ottimo attore di teatro; è infatti arrivato a vincere il premio Luigi Pirandello. Conduttore della fortunata trasmissione " Nel regno degli animali", attraverso la quale ha sempre spiegato il "mondo segreto" con una calma ed una padronanza dell'argomento piuttosto rare, la sua firma è ritrovabile anche su testate come "La Stampa" e "Quattrozampe". Su quest'ultima rivista specializzata gestiva una rubrica fissa. E' stato inoltre ospite per molti anni al Maurizio Costanzo Show.




Eremo Via vado di sole , L’Aquila,
venerdì 17 giugno 2011


sabato 21 maggio 2011

GRAFFITI : Filo festival d Teramo . Alla voce “ povertà”

GRAFFITI : Filo festival d Teramo . Alla voce “ povertà”


Tre giorni per condividere occasioni di discussione, riflessione e crescita attraverso incontri che favoriscono l’ingerenza dello spirito, la riflessione critica e la prospettiva dell’andare oltre.

Si tratta del TeramoFilosoFestival, quest’anno alla sua seconda edizione, nato per dare un significato totalmente innovativo al mondo delle idee.

Un’attenzione particolare è rivolta al ruolo della riflessione nel mondo attuale che, a fronte della frenetica frequenza di stimoli, richiede di essere preso in considerazione da un pensiero trasversale. Il tema è quello della povertà che come scrive Luca Graziani è un concetto sempre delicato, e attuale, purtroppo. In questo caso però, il termine povertà non assurge al significato più classico di difficoltà economiche, ma va ad abbracciare un altro ambito: quello culturale. "Povertà" è infatti il titolo scelto da "Zikkurat" per la terza edizione del "Filosofestival", manifestazione in programma a Teramo dal 24 al 26 maggio realizzata in collaborazione con l'Università di Teramo e con il "Centro giovani Kairos". Tanti personaggi del mondo della filosofia e non solo, e molteplici iniziative legate da un comune denominatore: ridare alla cultura il proprio valore originario, attraverso la comunicazione e soprattutto tramite contenuti più immediati e accessibili a tutti.


Un'idea differente rispetto a quelle degli ultimi anni, come sottolinea il presidente di "Zikkurat", Marco Santarelli: "Quest'anno il festival ha un solo scopo, quello culturale. L'anno passato forse, ci siamo limitati alla spettacolarizzazione della cultura, invece vogliamo che essa sia uno strumento che possa realmente aiutare a crescere e a sviluppare una mentalità critica e costruttiva. Per questo abbiamo voluto fortemente la collaborazione con l'Università. Non vogliamo però che il festival sia legato solo a personaggi di spicco, ma dobbiamo riportare i veri contenuti a questa iniziativa. Perciò abbiamo deciso di rimanere fortemente legati al nostro territorio senza chiedere aiuti ad enti o istituzioni, ma avvalendoci solo della preziosa collaborazione dell'Università." Tre giorni di dialogo dunque, ma anche di spettacoli artistici e musicali.

Fiore all'occhiello della manifestazione sarà l'astrofisica Margherita Hack, che sarà degnamente affiancata, come afferma Fiammetta Ricci, presidente CPO dell'Università di Teramo: "Abbiamo nomi di spicco della filosofia italiana, come Giulio Maria Chiodi (Coordinatore nazionale di Symbolicum) e Teresa Serra (presidente del centro per la filosofia italiana) oltre e tanti altri. Sarà un'ottima occasione per mettere a confronto due campi del sapere: quello scientifico e quello filosofico, oltre che per riflettere sul ruolo della donna nella filosofia (il convegno del 26 maggio infatti si intitola "Visibilità e ed invisibilità della donna tra scienza e filosofia oggi."). Per chiudere è intervenuto anche Vincenzo Lisciani Petrini, del centro giovani Kairos, che ha illustrato un po' il programma della penultima giornata. Un programma legato principalmente alla musica: "Vorrei che l'interesse per la musica ripartisse proprio dai giovani. Il 25 maggio faremo una maratona musicale (ci sarà a disposizione anche un pianoforte) dalla quale speriamo possano nascere amicizie e collaborazioni tra giovani artisti. In serata è in programma il concerto della Mo better band, e a seguire una performance degli allievi dell'istituto Braga dal titolo "La musica è il popolo." Se è vero, come si dice da queste parti, che "A lo parlare agi mesura", questa è la migliore occasione per verificarlo.

Una serie di incontri dunque accomunati da riflessioni sul tema della povertà. La manifestazione, organizzata dalla Zikkurat International Business, sotto la direzione artistica del filosofo e ricercatore Marco Santarelli, è stata presentata nel corso di una conferenza stampa nell’Università di Teramo.


“Si tratta” ha detto Santarelli “di una edizione sobria che punta a far emergere la cultura intesa come coltivare qualcosa e non come spettacolarizzazione. Ci sono come sempre grandi nomi del panorama scientifico, filosofico e culturale, ma abbiamo voluto privilegiare la qualità e la sobrietà”.

Un festival che per il suo valore culturale ha ottenuto il riconoscimento di Crediti Formativi Universitari per gli studenti delle facoltà dell’Università degli Studi di Teramo. L’ateneo è, infatti, partner ufficiale della tre giorni. La manifestazione si avvale anche di importanti collaborazione come quella con il Comitato Pari Opportunità di Teramo, presieduto da Fiammetta Ricci, il Centro Giovani Kairòs e con la scuola di danza Back Stage, ed è patrocinata dal Comune e dalla Provincia di Teramo e dalla Regione Abruzzo.

Gran parte degli appuntamenti del Teramofilosofestival si svolgeranno in centro, in particolare nel Cento Giovani Kairos, presieduto da Vincenzo Lisciani Petrini.

La tre giorni si aprirà martedì 24 maggio alle ore 9 nella sala conferenze dell’Itis di Teramo con il convegno dal titolo “Povertà: una domanda possibile? La filosofia si confronta con percorsi tra legalità e condizione dell’uomo contemporaneo”. Presenti, tra gli altri, il professore e filosofo della Scienza, Stefano Moriggi; il Preside della Facoltà di Sociologia dell’Università D’Annunzio di Chieti Ezio Sciarra.


Nel pomeriggio ci si sposterà nei locali del Centro Giovani Kairòs per un caffè filosofico. Alle 17:30 si proseguirà con l’incontro ispirato al lavoro discografico di Fiammetta Ricci, Anima Ctonia, titolato “Luoghi e linguaggi primordiali tra corpo e mente”. Da segnalare la presenza del ballerino e docente di danza classica nel programma tv “Amici di Maria De Filippi” Michele Villanova. All’incontro farà seguito il concerto “Anima Ctonia live” con Fiammetta Ricci alla voce, accompagnata dal Jazz Trio composto dal noto musicista Fabrizio Mandolini al sax, Giacomo Salario alle tastiere e Morgan Fascioli alle percussioni.

Il 25 maggio alle 10, sempre in zona Duomo, è in programma il caffè filosofico titolato: “Zikkurat e Kairos si incontrano. La musica è il popolo”.


Nel pomeriggio spazio alla musica con vari appuntamenti come la maratona di musicisti teramani e la Mo Better Band! che animerà le vie del cento storico.

Il festival si concluderà il 26 maggio con il convegno dal titolo “Visibilità e invisibilità della donna tra scienza e filosofia oggi” in programma nella sala conferenze dell’Università degli Studi di Teramo dalle 10 in poi. Interverranno, tra gli altri, l’astrofisica Margherita Hack, il direttore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Lucia Votano, il coordinatore nazionale di Symbolicum, Giulio Maria Chiodi, il Presidente del Centro per la Filosofia Italiana, Teresa Serra, il Redattore Scientifico di Radio24 (IlSole24Ore) Federico Pedrocchi; la ricercatrice in Embriologia della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Teramo, Grazyna Ptak, oltre a Fiammetta Ricci e Marco Santarelli.


Eremo Via vado di sole, L’Aquila,
sabato 21 maggio 2011


martedì 3 maggio 2011

GRAFFITI : Perchè

GRAFFITI : Perchè


Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci)?

Ripeterò ancora una volta la litania magari a costo di fare, a dispetto della virtù, del mero esercizio accademico.

I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali.

I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità.

I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna.


I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata.

I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazione della gente).

I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai «cultura» è stata più accentatrice che la «cultura» di questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso.

Ho detto e ripetuto la parola «perché»: gli italiani non vogliono infatti consapevolmente sapere che questi fenomeni oggettivamente esistono, e quali siano gli eventuali rimedi: ma vogliono sapere, appunto, e prima di tutto, perché esistono.

Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Perché il Processo. 1975.


Eremo Via vado di sole , L'Aquila,
martedì 3 maggio 2011

mercoledì 27 aprile 2011

GRAFFITI : L’Aquila da ricostruire e l’idea di città

GRAFFITI : L’Aquila da ricostruire e l’idea di città


La lettura di un articolo di Irene Tinagli dal titolo “ Primo Maggio e vecchie barricate mentali “ su la stampa di mercoledì 27 aprile 2011 mi ha fatto pensare di nuovo e di prima mattina alla situazione di l’Aquila terremotata e delle difficoltà per la ricostruzione del centro storico .


Irene Tinagli che è una economista e insegna in Italia e in Spagna parte nella sua riflessione dalla questione “apertura si apertura no” dei negozi per le feste come quelle del 25 aprile e del 1 maggio, esaminando le polemiche tra la segreteria della Cgil Susanna Camusso contraria all’apertura e Matteo Renzi favorevole.

La questione che a me sembra interessante per tutti i risvolti sociali, culturali ed economici che contiene in realtà viene affrontata come riferisce la stessa Tinagli a livello di battaglia sul piano ideologico. Tinagli quindi nello stigmatizzare la polemica per la quale una questione così importante viene affrontata sulla punta del fioretto ideologico in un duello che non sa né di sale né di pepe , dico io, allarga il suo sguardo .


Afferma infatti : “A che servono i negozi, le botteghe, i bar o i ristoranti nei centri delle città? No, non servono solo a far cassa. Per quello basta un centro commerciale, uno dei tanti che punteggiano le uscite autostradali. I negozi cittadini, o meglio «le botteghe», così come i bar, le osterie e i ristoranti sono più di un registratore di cassa, sono parti vitali di un essere vivo e pulsante: la città. Solo chi non ha capito cosa è una città, come e perché è nata e perché sopravvive, può pensare ai negozi come meri luoghi di commercio o avamposti del consumismo moderno. Le botteghe cittadine sono una delle realtà più antiche del nostro Paese, uno dei fenomeni attraverso i quali si è manifestata in maniera più evidente l’imprenditorialità diffusa della nostra gente, e attorno ai quali brulicava la vita di paese e quella socialità che tutto il mondo ci invidiava.”

E continua : “ Le città sono equilibri delicati, sono luoghi di economia, ma anche di socialità e cultura, e queste tre anime, economica, culturale e sociale si sostengono reciprocamente. Non si va in un’osteria in centro solo per sfamarsi, ma perché prima si può fare un aperitivo nel corso e dopo una passeggiata in piazza. E raramente si va in centro solo per vedere un monumento o comprare un oggetto, ma perché sappiamo che mentre siamo lì possiamo incontrare persone che conosciamo, fare due chiacchiere, e allora sì, anche comprare il pane, il caffè, o giocare la schedina. E mentre passeggiamo in centro magari vediamo i cartelloni del teatro o del cinema e ci viene pure un’idea per la serata. Questo è il ruolo e l’essenza delle città. Luoghi vivi fatti per vivere. E in quest’ottica ogni piccolo elemento ha una sua funzione che non è meramente economica o sociale, ma un po’ tutto assieme. Nel suo capolavoro The Death and Life of Great American Cities l’urbanista Jane Jacobs fece un’accurata descrizione di come i marciapiedi, per esempio, siano uno strumento fondamentale per la struttura sociale della città, luoghi in cui

le persone si fermano a parlare, e in cui i bambini possono giocare. E così come i marciapiedi è importante il ruolo delle finestre, dei portoni, delle vetrine. Perché porte, finestre e vetrine aperte danno aria, vita e luce alla città e sono il miglior antidoto contro l’abbandono, il degrado, la delinquenza. Chi vede la città come un mero agglomerato di funzioni distaccate e distaccabili o addirittura contrapposte - il lavoro da una parte, il consumo dall’altra, la socialità in un’altra ancora - non solo non ha capito cos’è una città, ma la condannerà alla morte certa. Così come è già accaduto a molte città straniere e purtroppo anche da noi. La città ha bisogno di essere viva, libera e spontanea, e per farlo ha bisogno di elementi diversi e complementari: arte, musica e commercio, tradizione e modernità, italiani e stranieri. E la politica dovrebbe aiutarla a trovare soluzioni innovative per far convivere spontaneità ed esigenze di tutti.”

La politica dunque dovrebbe trovare soluzioni innovative. La politica dovrebbe creare le condizioni perché la città, questa città, e torno alla riflessione sull’Aquila e alle idee che questo articolo mi ha suscitato, la politica dovrebbe per una volta rinunciare alle barricate, alle passerelle per restituire a questa città la sua funzione che è quella che ha ben illustrato Tinagli nel breve articolo.


Perché conclude la Tinagli .“Dare la possibilità a un negozio di stare aperto se vuole non è tanto un favore che si fa al negoziante, ma anche un servizio a tutti quei lavoratori che durante la settimana sono chiusi in una fabbrica o un ufficio grigio e quando è festa non vedono l’ora di cambiarsi e andare fuori con i figli, andare al cinema, al parco giochi e anche a fare un po’ di spesa tutti insieme. Tutte cose che potrebbero essere fatte in città, senza essere costretti a rinchiudersi in un centro commerciale periferico. Le città aperte servono molto più a questi lavoratori che ai ricchi, perché questi ultimi possono sempre rifugiarsi in qualche villa al mare o in hotel di lusso a Londra o Parigi per sottrarsi alla noia di una città fantasma, ma i meno fortunati no. Certo, anche chi lavora nei negozi ha diritto al riposo, ci mancherebbe altro, ma viene da chiedersi se non sia possibile trovare delle soluzioni innovative che possano andare incontro alle esigenze di più persone senza imporre ulteriori divieti. La proposta del sindaco di Firenze di accordarsi con gli interinali per tenere aperti i negozi senza costringere commessi e commesse agli straordinari poteva essere una possibilità. Altri accordi potevano essere valutati, come è stato fatto in altre città senza troppi clamori.


Eremo Via vado di sole, L'Aquila,
mercoledì 27 aprile 2011

sabato 16 aprile 2011

GRAFFITI : Antichi mestieri : lo scalpellino

GRAFFITI : Antichi mestieri : lo scalpellino

Scrive Fiorenzo Perilli su Agorà :” Lo scalpellino è un operaio che lavora in una cava per estrarre e poi lavorare la pietra.

Rispetto alle arti in generale la sua impresa è sempre passata in secondo piano, tanto che veniva etichettato come "lo scultore senza arte" per la produzione in serie su commissione. Eppure la pietra, da materiale grezzo, diventa opera grazie alla trasformazione che lo scalpellino imprime su di essa. Fontane, camini, archi, colonne e pilastri che circondano anche i nostri paesi, sono da ricondurre all'abile manualità di chi esercitava nel settore.

A Pizzoli da circa un secolo la famiglia Pieri è l'esempio lampante della dignità di tale mestiere.


Pieri Carmine (1900-1975) fu il capostipite di una generazione che tuttora continua l'arte dei padri.

I suoi discendenti, Settimio, Fabio e Fiorenzo, sono legati ad una tradizione familiare che la modernità non è riuscita a scalfire.

Racconto questo non per esaltare la gloria della famiglia, ma per documentare la storia di una generazione appassionata all'arte della lavorazione della pietra.

Ancora oggi, mio cugino Fabio Pieri e suo fratello lavorano opere su commissione, come statuette, camini, architravi per porte ecc. Il lavoro, fatto secondo le incombenze quotidiane, è fatto con passione per ricavare prodotti di qualità, molto apprezzati e richiesti dai cittadini non solo di Pizzoli, ma anche del circondario.

La mia famiglia da oltre un secolo è conosciuta per la lavorazione della pietra e ad oggi i discendenti di Pieri Carmine hanno mantenuto lo stesso atteggiamento del nonno nei confronti di quest'arte, fatta per tramandare il mestiere alle future generazioni.


Siamo orgogliosi e fieri del riscontro avuto nel paese e amiamo profondamente quel lembo di terra a nord di "Monte Rua" dove da oltre 400 anni il mestiere è tramandato di generazione in generazione.

In compagnia dei due asinelli "Barò e Reginella" si cercano e si esaminano pietre che con il frutto della fantasia poi vengono trasformate in sculture con la sola tecnica della mazzetta e dello scalpello.

Viviamo nel XXI secolo, a molti sembrerà anche anacronistico parlare di questo, ma la riscoperta delle antiche tradizioni, quelle dei nostri padri e dei nostri nonni, credo rappresentino la forza dei nostri territori, l'ambito in cui investire per non soccombere sotto i colpi della modernità che tutto travolge troppo velocemente.”

Fin qui il racconto degli scalpellini di Pizzoli. Ma sempre nella realtà aquilana riportiamo una testimonianza dal volume di Battista e Nanni La cultura degli oggetti ,luglio 1984 che racconta la storia, il lavoro degli scalpellini di Poggio Picenze .

Chi parla e racconta la sua vita e il suo mestiere è uno scalpellino di Poggio Picenze

Erano i bambini di sei-sette anni a fare questo lavoro. lo mi sono fatto vecchio a lavorare la pietra e ancora non ho imparato tutto quanto. Ho fatto lo scalpellino per sessantacinque anni, i segreti per conoscere la pietra stanno nel cervello. Tutti qui a Poggio Picenze facevano questo mestiere, c'erano tante cave e ognuno aveva la propria; la nostra era a «Collardo». Oggi sono rimasti tre scalpellini e solo uno lavora ogni tanto, è un lavoro che non vale più. C'è il cemento, fanno tutto in cemento e per tagliare le lastre in pietra per le finestre c'è la sega. La pietra di Poggio è andata sino a Roma, la chiamano pietra da taglio; ioho lavorato tutti i tipi di pietra: peperino, travertino di Ascoli Piceno; con quella di Roio facevamo i lastroni. Poi c'è Vigliano con la «perla d'Abruzzo» che è come il marmo, ma oggi non si può più utilizzarla perché la cava non funziona più. Hanno sparato alla pietra, alla pietra non si spara, l'hanno rovinata.


La pietra di Poggio ha il pezzo tenero e il pezzo duro; quella di Roio non si presta al taglio, è una qualità che non si presta alla lavorazione; quella di Capestrano è caratteristica, i pori non si vedono. Ogni pietra va scelta a seconda del lavoro che uno deve fare; per i marciapiedi d'elle strade, qualunque pietra dura va bene. C'è la pietra di Atri Mutignano che è di colore grigio scuro e la puoi tagliare con una sega da falegname.

Il masso quando è buono, suona e ti dice se è buono o no; questo per esempio è rotto, senti che suona come una patata. Il sasso, per lavorarlo, lo segno; comincio col fare i buchi, se mi serve da 25 lo taglio di 30. Adesso i blocchi sono finiti, quando viene qualcuno con la ruspa gli chiedo per favore di cavarmene uno. Se avessi vent'anni di meno, la ruspa me la comprerei io perché qui, sotto la terra, sono tutti blocchi.

Ho 'lavorato all'Aquila, alla Banca d'Italia, ai portici di Federico II, alla chiesa di Cristo Re; nella chiesa di Collemaggio, ho rifatto le «pilette» per l'acqua santa, erano rotte le horimesse a posto. Alla chiesa di S. Pietro ho rifatto il portale che prima era quadrato. AI paese ognuno aveva una cava. La fontana al paese è stata fatta da Rainaldi Amedeo.

Questa cava si chiama «Piedi le Vigne» avrà 150 anni per prendere la pietra si paga una tassa al comune, bisogna fare una domanda e dire per che cosa ti serve e loro ti fanno un prezzo a seconda della pietra che prendi. Le pietre prima si spostavano con i carri, con i buoi, poi con i trattori.

Oggi sono rimasti tre scalpellini, uno solo lavora ogni tanto. Mio padre è andato all'estero a lavorare come scalpellino, in Germania a Berlino altri sono andati in Ungheria, questo avveniva agli inizi del secolo.

La pietra di S. Pio è stata utilizzata per l’edificio della Banca d’Italia a L’Aquila.

Quando avevo sedici anni quelli che facevano questo mestiere riuscivano a vivere, gli altri dovevano espatriare, c'erano molte cave e gli scalpellini venivano da generazioni e generazioni.

Mio padre mi portò con lui a battere la mazza, per cominciare a esercitarmi, poi, sono stato a lavorare alla Banca D'Italia tutta fatta in pietra, era il 1941 la paga era di trenta lire.

A diciassette anni ho iniziato a fare qualche figura a bassorilievo, a venti sono andato sotto le armi; dal 1934 al '45 ho consumato la mia giovinezza nei Balcani, in Albania, prigioniero dei tedeschi. sono tornato in Italia il giorno di S. Michele, il 29 maggio del '45. Tornato, facevo lapidi per il cimitero, poi ho conosciuto un operaio bravissimo, si chiamava Elia Domenico, insieme abbiamo fatto l'altare di S. Maria Paganica e il battistero di S.Pio XI alla contrada Visca.

Quello che serve per lavorare la pietra è prima di tutto lo «schiantino», dalle parti di Chieti lo chiamano «scapizzo», non ha taglio, dà il colpo e tira fuori un grosso pezzo, serve per sgrossare; il mio l'ho costruito con un pezzo di lamiera. Poi c'è io scalpello a punta, che può essere a punta quadra o a becco di passero. Il «gravino» è speciale perché ha dei denti, infine c'è lo scalpello da taglio di varie misure. Quando si prende un blocco, la prima cosa è vedere come giace perché ha parecchi versi e bisogna prenderlo per quello giusto; se spacchi il blocco sul verso piano, è facile anche se cominci dal lato opposto, ma se lo spacchi sul verso «scopula» non si rompe, il «punciotto» non entra e non puoi fare forza. lo batto e sento il suono, mi ricordo che quando si era in sette-otto persone a lavorare era come un'orchestra, ogni pezzo ha un suono secondo la grossezza, l'altezza, suonavano come campane. Non c'è un suono preciso che deve avere ... dipende da come è il masso; quando una campana è rotta. si sente ma non bene ... la stessa è la pietra.

La pietra di Poggio è buona, è dolce poi, con le intemperie passando gli anni, fa una pelle di circa un centimetro, dura, che i ferri non possono più intaccarla e cambia pure colore, va bene per i monumenti, per le sculture ...

Anche a Popoli, a Sulmona ci sono scalpellini, quelli dell'Aquila pure sono bravi; il più bravo era quello che fece la «fontana luminosa». Anch'io ho lavorato a quella fontana, però solo per sgrossare le palle di pietra.

Una volta non c'erano le macchine e i massi si dovevano tagliare tutti a mano; si facevano le «cassate» cioè dei tracciati lunghi una diecina di centimetri, larghi 5-6 e profondi dieci- , quindici a seconda di come si presentava la pietra; si mettevano poi delle lastre di ferro o d'acciaio a destra e a sinistra, una zeppa, un «cugno» e poi un colpo di maglio per staccare il masso secondo il tracciato. Era un sistema primitivo, quello dei buchi nelle pietre per metterei i cunei è venuto dopo. Una volta

mi hanno chiamato anche all'Accademia di Belle Arti per far vedere agli studenti il sistema primitivo, ho spaccato davanti a loro un masso enorme. Se c'è un «pelo», così chiamiamo noi la venatura. è difficile fare il taglio diritto, io ho imparato a forza di guardare mio padre, se hai la passione in un anno puoi imparare, ma non tutto. Spaccare i massi è un lavoro che si faceva d'inverno, si preparava la pietra e d'estate la si lavorava. È tutta passione, se non ce l'hai puoi stare dieci anni alla cava e non imparare niente. Mio padre faceva' tutto: porte, finestre, balconi ... Di tutti quelli che stavano a Poggio, solo pochi sapevano lavorare la pietra: mio padre, mio zio e alle sue dipendenze altri tre fratelli ... Gli altri erano cavatori, addetti a cavare le pietre, Scalpellini grossolani.

Il periodo migliore per il lavoro è stato dopo la guerra, con tutti quegli edifici danneggiati ... poi è venuto il cemento ed è scomparsa la pietra. Sono stato anche in Belgio a fare lo stesso lavoro ma là la pietra è più dolce, tutt'altra lavorazione, si lavora con una specie di pialla. Adesso sto facendo un pozzo, è una cosa media tra il grezzo e il rifinito.


Alla nostra famiglia gl dicevano «L'ingegnere», non so perché, forse perché mio nonne disegnava bene ...

Adesso a Poggio sono rimasti tre scalpellini: uno di novant'anni e due di sessanta. Il Comune voleva fare dei corsi, un, scuola perché non si perdesse la tradizione, se no quando siamo morti noi non resta più nessuno. Prima c'erano tre fabbri che dovevano rifare cinquanta-cento punte al giorno tra scalpelli é martelli ... Si guadagnava lavorando la pietra, gli altri dovevano arrangiarsi con la campagna, la terra ...

Ogni scalpellino aveva un proprio stemma, un segno speciale, con cui firmava il lavoro fatto, si incideva in basso su una pietra vicino all'anno.

FONTI :Fiorenzo Perilli Antichi mestieri : lo scalpellino in Agorà Anno IV n. 11 Marzo 2011

Vincenzo Battista Lorenzo Nanni La cultura degli oggetti Collana di studi abruzzesi dell Comsiglio Regionale d’Abruzo , Luglio 1984



Eremo Via vado di sole, L'Aquila,
sabato 16 aprile 2011