venerdì 23 luglio 2010

Auto da fè. Francesco Ingravallo di Carlo Emilio Gadda

AUTODAFE’. Una rubrica del blog “osservatoriodiconfine”

Rileggevo Auto da fè di Elias Canetti nei primi mesi di quest’anno quando mi sono imbattuto in un volumetto pubblicato da Minimum fax di Fabio Stassi dal titolo quasi insignificante “Holden , Lolita e gli altri”. Sembrava una strana compagnia in cui gli ” altri “ aveva un peso strano e significavano possibilità di fantasticare, di sognare. Ma chi potevano essere gli altri ?Si capiva subito che gli altri erano quelli di una piccola enciclopedia di personaggi letterari. Quindi quasi un album di famiglia.
Una famiglia che già Gesualdo Bufalino nel 1982 per Il Saggiatore aveva raccolto nel Dizionario dei personaggi di romanzo .Da Don Chisciotte all’Innominato .
Mi colpiva l’abbinamento di questo album di famiglia con una riflessione dello stesso Canetti :


"Un giorno mi venne in mente che il mondo non si può più raffigurare come nei romanzi di un tempo, per così dire dal punto di vista di un unico scrittore, il mondo era andato in pezzi, e solo se si aveva il coraggio di mostrarlo nella sua frammentazione era ancora possibile dare ad esso un'immagine veritiera [...] bisognava escogitare con grandissimo rigore dei personaggi estremi, come quelli di cui in effetti il mondo era fatto, e questi individui bisognava rappresentarli in tutti i loro eccessi, uno accanto all'altro e ognuno separato dall'altro".

Ovvero pensavo che forse allora ogni individuo raffigura perciò, patologicamente, l'esito di questa parcellizzazione della realtà, che di per sé non esiste più: ciò che rimane sono solamente brandelli che tentano di imporre la propria parzialità come assoluta e totalizzante.

E per questo mi colpiva quel suo bibliofilo Kien .


Perché se Il fuoco è la cifra stilistica fondamentale di Auto da fè Kien è la materia reale di cui questo fuoco si alimenta. Anche se nella stessa concezione del romanzo Canetti pose inizialmente questa figura del bibliofilo separato dal mondo, topos letterario discretamente diffuso fra la fine dell'ottocento e inizio novecento, e che ha fra i suoi illustri antenati il Wagner goethiano, come il nucleo originario dell'opera. Inizialmente negli appunti di Canetti veniva designato con Der Büchermensch (l'uomo dei libri), per poi divenire Brand (incendio) e infine (dopo scartato il titolo provvisorio di Kant prende fuoco), su suggerimento dell'amico Hermann Broch, Kien, che in tedesco significa "legno resinoso", a sottolineare nuovamente l'endemico legame con il fuoco.

Il titolo tedesco Die Blendung come scrive Ulrico Veneziani ,provocò imbarazzi nei traduttori e nei recensori, al punto che, sotto la supervisione dell'autore, furono scelti dei titoli differenti per le varie traduzioni: le tre soluzioni adottate appaiono sintomaticamente rappresentative di quell'accecamento che Canetti intese inscenare: il tema del fuoco e del sacrificio (Auto da fé, in Italia, Francia e Inghilterra), dell'immolazione della vittima (Het martyrium, in Olanda) e quello dell'arresto e della labilità della comunicazione ( The Tower of Babel, negli Stati Uniti). La summa finale di queste istanze si condensa nelle sconcertanti ultime pagine caratterizzate dal colore rosso delle fiamme incipienti (e dallo strano ritorno del numero sei: il numero di mesi della lontananza di Therese, le volte in cui legge una pagina, il piano del Theresianum e il gradino della scala della biblioteca) e dominate dal delirio di Kien, di cui rimane un'ultima, blendende, immagine.


L’Auto da fè di Canetti romanzo uscito nel 1935 come scrive Claudio Magris (Corriere della Sera 19 luglio 2005) è in sostanza


“…una gelida e inesorabile parabola della malattia mortale contemporanea, del delirio che sconvolge la ragione del secolo o meglio della ragione divenuta essa stessa delirio. Auto da fé è la grottesca odissea dell' intelligenza che, per paura della vita, si trincera contro di essa, si costruisce una corazza e infine si distrugge perché si è trasformata tutta in una corazza, che schiaccia l' esistenza. Il romanzo ritrae, con perfetta coerenza stilistica e straordinaria potenza poetica, un mondo follemente caotico e prosciugato di ogni desiderio, in cui la paranoia impedisce agli uomini di proiettare i loro affetti sulle cose. L' io, l' autore scompare; è come se nessuno guardasse e ordinasse le cose, che assumono una stravolta disumanità, in una disperata mancanza d' amore che fa sentire, per contrasto, la necessità dell' amore. La fine o abolizione del soggetto, tante volte proclamata dalle avanguardie letterarie, raramente è stata realizzata con altrettanta radicalità come in quest' opera, da cui irradia il gelo della follia o meglio di una realtà non più contemplata e percepita dall' uomo, nella quale l' umano è quasi sparito. Vienna, la Vienna quale basso ventre della storia e la Vienna dei furori morali di Karl Kraus, è stata per Canetti il teatro del mondo di quell' apocalisse. Auto da fé ha la sgradevolezza dei grandi libri, che non concedono nulla, non ammorbidiscono l' angoscia e la morte, non smussano alcuno spigolo e colpiscono come un pugno; è uno dei più grandi libri scritti sulla demonia del Novecento e della vita, da un autore che deve essersi trovato sul ciglio di quell' abisso, prossimo al gorgo di quel delirio. (...)

Per questa rubrica Auto da fè è una zona di confine perché mi ha fatto ricordare il mio pendolarismo tra L’Aquila e Sulmona quasi sempre su una littorina del treno della linea Sulmona L’Aquila Rieti Terni . Viaggi di andata e ritorno prima da Sulmona a L’Aquila quando appunto ,vivendo a Sulmona mi dovevo recare quotidianamente a lavorare a L’Aquila ,negli anni 1976-1980 . E poi da L’Aquila a Sulmona , quando mi sono trasferito a L’Aquila ,ma non ho potuto e voluto abbandonare Sulmona dove ho conservato casa e affetti e memorie e amore con viaggi al sabato pomeriggio e poi la mattina presto del lunedì negli anni dal 1999 al 2007.
Durante quei viaggi in punta di matita sono comparsi dalle innumerevoli letture personaggi da romanzo che voglio appunto presentare in questa rubrica. Non un antologia ma un vero album di famiglia. . Ed è proprio in questo senso che mi sento contiguo all’esperienza di Fabio Stassi che nell’introduzione a quel suo volumetto che prima citavo scrive: “ Quando ho cominciato a viaggiare su una linea lenta e annosa , la mattina presto e poi al ritorno, di pomeriggio o sera,ancora non sapevo quale insolita compagnia avrei avuto. Il pendolarismo è una misura di viaggio e di sedentarietà , e a lungo sfianca. E’ una zona di confine dove non si è mai veramente da nessuna parte. Per non sprecare le ore , non ho trovato di meglio che affidarmi interamente ai libri…”

E allora ecco il primo Auto da fè

Auto da fè : Francesco Ingravallo di Carlo Emilio Gadda

“Per tutti sono don Ciccio , il commissario : un mozzicone di sigaretta spento in un angolo della bocca , capellatura nera e crespata,accento molisano , il bavero imbrattato da uno o due schizzi d’olio , la camminata caracollante e una maniera sempre assonnacchiata , di chi a lungo ragiona con se stesso.
A trentacinque anni si può dire che abbia frequentato a sufficienza gli umani commerci per trarne speculazioni amare e senza speranza. Perché questo è il mio vizio : L’ulcera della filosofia ,ratificare in ogni scellerata evenienza l’assillo di una tesi : che anche ciò che appare inopinato abbia infiniti principi e non una sola cagione. Sia pure un furto di gioielli in un palazzo romano. Investigatura inesorabilmente votata alla sconfitta e alla malattia del guasto pasticcio di motivi e intenzioni che è il mondo e che nemmeno chi è ubiquo ai casi come me potrà sgomitolare. “

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1946

Eremo Via vado di sole L’Aquila, venerdì 23 luglio 2010

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