venerdì 7 ottobre 2011

LINEA D’OMBRA : Carlo Gnetti, Il bambino con le braccia larghe

LINEA D’OMBRA : Carlo Gnetti, Il bambino con le braccia larghe


LINEA D’OMBRA : Carlo Gnetti, Il bambino con le braccia larghe

Ediesse, 208 pagine, 10,00 euro


Il bambino del titolo si chiamava Paolo. Era il fratello di Carlo Gnetti, l’autore di un racconto struggente che è anche uno straordinario documento sulla psichiatria in Italia negli ultimi cinquant’anni. Paolo era diventato schizofrenico durante l’adolescenza. Prima, sembrava un bambino felice, “normale”. Poi ha cominciato a diventare sempre più strano. Con alcuni alti (ingannevoli e mai duraturi) e molti bassi, il suo stato mentale e fisico si è deteriorato sempre di più. Fino alla morte, a 59 anni, nel 2009. Niente è stato risparmiato al calvario di Paolo e della sua famiglia.

Né l’orrore dei manicomi dove si abusava di farmaci e di elettroshock né la delusione dopo la speranza alimentata dall’antipsichiatria di Franco Basaglia. Dopo qualche anno passato in una comunità e in una casa- famiglia, Paolo è stato di nuovo ricoverato in un ospedale. Non molto diverso dagli orrendi manicomi chiusi nel 1978. Il fratello Carlo, pubblicando anche dei disegni e degli scritti di Paolo (e una relazione messa insieme da una sua psicoterapeuta, dopo quattro anni di art therapy), restitui­sce al fratello la parola che gli era stata tolta da una malattia che fa paura. E che lascia una dolorosa sensazione di impotenza.

Internazionale, numero 907, 22 luglio 2011


Con una scrittura molto intensa e partecipata, questo libro racconta la storia di una famiglia alle prese con la malattia mentale e riassume in modo esemplare il trattamento della psicopatologia, l’impatto devastante degli psicofarmaci, gli effetti della legge 180 anche nella sfera privata, dalla sua prima applicazione ai tempi di Franco Basaglia fino a oggi, passando per tutte le esperienze intermedie (padiglioni aperti, chiusura del manicomio, comunità terapeutica, casa-famiglia, fino alla Residenza sanitaria assistita). Da osservatore direttamente coinvolto l’autore ricostruisce la vicenda personale di suo fratello Paolo – Il bambino con le braccia larghe –, sin dalla pubertà affetto da schizofrenia e morto nell’aprile del 2009 all’età di 59 anni, e nel contempo lascia emergere dallo sfondo il ritratto di un’epoca. Lo fa senza velleità di scrittore, né di scienziato o di sociologo, ma con la rigorosa puntualità del testimone. La scrittura è sobria, scarna e colloquiale, e in virtù di questa sua apparente semplicità diventa prensile e complice in un libro che può essere letto anche come un romanzo di formazione, esistenziale e politica, che il narratore vive dentro una famiglia della borghesia italiana, di cui vengono rievocati rapporti e dinamiche.

Carlo Gnetti scrive senza risparmiarsi. Narra perché non può spiegare un mondo a molti di noi ignoto, di sofferenza e dolore. Prima di viverlo sulla sua pelle neppure lui poteva sapere che «nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta», come ci ha testimoniato in forma lirica la poetessa Alda Merini.

Il giorno in cui mi accorsi che Paolo comminava tenendo le braccia larghe, staccate dal corpo, rimasi più che altro sorpreso. Non capivo se era un nuovo gioco o qualcosa di più misterioso”. All’epoca Paolo aveva nove anni “andava bene a scuola”, era un bambino “rispettato e adulato” dai compagni. Ma quel gesto, quelle braccia larghe, nascondevano qualcosa di più profondo, un “disagio”, come lo definiscono gli psichiatri, che catapulterà Paolo e la sua famiglia nel mondo della cura mentale.


Un percorso raccontato dal fratello di Paolo, il giornalista Carlo Gnetti, nel libro “Il bambino dalle braccia larghe” (ed. Ediesse, 2010), che passerà attraverso tutte le tappe del trattamento della psicopatologia in Italia: dall’impatto devastante degli psicofarmaci e dell’elettroshock, propinati a Paolo negli anni ’60, quando era ancora un adolescente, all’esperienza del manicomio, per arrivare poi all’applicazione della legge Basaglia in tutte le sue fasi (padiglioni aperti, chiusura dei manicomi, comunità terapeutica, case famiglia), fino alla residenza assistita dove Paolo morirà nel 2009 all’età di 59 anni. Un percorso lungo che coinvolge e stravolge la vita dello stesso Carlo Gnetti e che lo porterà a chiedersi perché le condizioni familiari o i messaggi “contrastanti” ricevuti dai genitori, come diagnosticherà una psicanalista, non avevano avuto su di lui e sulle sorelle gli stessi “effetti devastanti” avuti su Paolo e “ qual è il confine tra normalità e follia?”.

Una riflessione sul sistema della cura mentale dal punto di vista dei familiari. Un disagio che riguarda più persone di quante si pensi. Secondi i dati dell’Istituto superiore di sanità (2006), la schizofrenia colpisce il 3-4 per mille degli italiani nel corso della vita. Più in generale sono 500mila i pazienti in ambito psichiatrico che ogni anno entrano in contatto con i servizi pubblici.

“Il libro di Gnetti mostra le fatidiche distorsioni e le potenzialità luminose della riforma Basaglia” spiega Peppe Dell’Acqua, già collaboratore del padre della legge 180 e adesso direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste, città dove Basaglia applicò il nuovo approccio alla cura del disagio mentale. “E’ uno specchio dell’Italia: da un lato la cultura consolidata delle possibilità di cura e le associazioni di familiari che in questi anni hanno portato ad una dimensione nuova: le persone oggi si aspettano una presa in carico, una cura di coloro che vivono il disturbo mentale. Dall’altro questa possibilità finisce per rimanere nell’aria perché ci sono state pratiche disattente da parte delle Regioni e delle Asl”.

Come si vive oggi fuori dal manicomio? Quanto è difficile per le famiglie? “Fuori, come va?” per citare il titolo del suo libro del 2003, ristampato adesso da Feltrinelli?

Dappertutto ci sono reti, servizi. Ma in molti luoghi funzionano poco e male. Questo per tre motivi. Primo, le resistenze culturali che non hanno cambiato molto la psichiatria. Secondo, gli interessi. A Roma, dove Paolo Gnetti ha vissuto gran parte della propria vita, la presenza di interessi economici è evidente, ma lo è anche in Sicilia, in Campania, in Lombardia, in Emilia: cliniche private in cui i soldi pubblici vengono spesi per cure improprie. L’ultima cosa che serve alla cura sono i posti letto. Terzo, la politica e un’opinione pubblica disattente. Ogni tanto ci sono gruppi politici o d’opinione che vedono bene le cose ma sono pochi e durano poco.

Nell’ultima parte della sua vita, dopo essere stato estromesso dalla casa famiglia dove viveva, Paolo Gnetti finisce in una struttura privata che dalla descrizione di Carlo non appare molto diversa da un manicomio. C’è un ritorno ai “manicomietti”?

Il “manicomietto” è presto fatto: basta non rispettare le persone e considerare solo la malattia, non le potenzialità. Ma invece i parlare dei “manicomietti”, parliamo delle realtà dove il servizio funziona e non ci sono cliniche private: a Trieste i Centri di salute mentale sono aperti 24 ore su 24, per aree definite di popolazione, uno ogni 60mila abitanti. Abbiamo il budget di salute: i 4mila euro che spenderemmo in un mese per la clinica privata vengono investiti sulla persona: che sta a casa, va a scuola, è seguita da cooperative sociali e per il reinserimento lavorativo. Questo ci permette di avere dei risultati. E’ una questione di cultura e di scelte di campo etiche.

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, martedì 4 ottobre 2011

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