Dopo le carriole delle macerie ,le carriole dei libri, e ora le carriole delle domande. Tornano le carriole malgrado “quelle” delle macerie siano state sequestrate e portano un fardello di domande . Chiedono la chiarezza che non si è fatta ancora. Trasportano domande pesanti ridotte anche loro a macerie perché ormai si sono logorate lungo tutto un anno, durante il quale hanno sbattuto contro ogni cosa e contro muri rotti e …. di gomma . Povere parole, frasi che occupano ininterrottamente la mente e il cuore degli aquilani da quel sei aprile. Stanno lì a ripetere i loro ritornelli come quelli di Domà una doppia canzone in italiano e in”aquilano “ che vuole dire in sostanza , perdonate l’ardire, “ Domà so’ cazzi”. Domande che pretendono di partecipare alla ricostruzione quando e in che modo è cominciata, come continuerà, che obiettivi ha. E domande che interrogano il quotidiano, le storie di ciascuno e di tutti , la mancanza di lavoro, la cassa integrazione che sta per terminare, le attività di chi non è riuscito ancora a ripartire, l’ingordigia di chi ha guardato interessi di parte , il dolore di chi attende giustizia.

più servizi di piatti, né bicchieri. Non ho più le mie foto e tutti i ricordi conservati in un baule. Non ho più la scrittura di mio padre. Né il mio camino, né l'impianto stereo. Non ho più le mie scarpe.Non ho più il mio grande bagno, con la grande vasca. Non ho più un impianto di riscaldamento a gas metano. Clic, accendi, e tutto va bene. Non ho più quella vestaglia rossa. Non ho più la vetrata dalla quale guardavo i tetti della mia città. E davanti alla quale trascorrevo i miei momenti di riposo. Non ho più quell'abete, davanti la finestra del mio studio, che prosperava in un giardino nascosto. E spuntava da un tetto. E, a primavera, si rimpiva di uccelli.Non ho più il Gran Sasso, dalla finestra della camera da letto. Né la collina di Roio, sull'angolo del terrazzo. Non ho più la piazza del Duomo, sotto casa. “
E altri potrebbero scrivere e dire : Non ho più piazza d’armi dove andavo a correre e passeggiare, non ho più le mie due stanze nelle quali sembrava vivessi in una reggia, non ho più i vicoli dove ogni mattina camminavo con il mio bastone , dove sono nato/a ,dove speravo di morire e dove ogni porta, ogni negozio ogni faccia era un saluto, un incontro, un attimo di quello che è la mia vita. Non ho più la mia libreria dove poter sentire l’odore della carta e sfogliare i libri, parlare con gli amici . Non ho più..”Rivoglio quella vita sonnacchiosa di una città di provincia a misura dei passi, dei passi persi e dei passi ritrovati di ogni giorno, di cento giorni, di mille giorni di una eternità di giorni.
Rivoglio i luoghi del corpo e dell’anima , i silenzi e i rumori ,l’antico e sempre nuovo respiro della città. Ed è quello che dico anch’io, insieme ad altre cose, in queste note di Facebook e nel mio blog di Google http://osservatoriodiconfine.blogspot.com/

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