mercoledì 15 febbraio 2012

ET TERRA MOTA EST : Il mese di febbraio (Parte prima )

ET TERRA MOTA  EST  :  Il mese di febbraio  (Parte prima )


Dal Blog  Viaggio & Viaggi  pubblicato da Il Capoluogo.it e curato da Vincenzo Battista prendo questo scritto  per ricordare , in questo mese di febbraio  un altro terremoto , quello del 1703.

In nome della città dell’Aquila

Il mese di febbraio in particolare alle date dei primi giorni rappresenta per l’Aquila una storica ricorrenza. E’ proprio  nel mese di febbraio di quell’anno di alcuni secoli fa , era appena l’inizio del secolo  che la città fu  colpita  da un terremoto  devastante. La memoria di quell’avvenimento , ancora viva , e il comportamento degli aquilani che seguì quella catastrofe possono essere utili nell’attuale situazione.  Prendo allora in prestito  uno scritto di Vincenzo Battista che potete anche leggere sul blog  Viaggio & Viaggiotori de Il Capoluogo.it


 “Si animarono gli smarriti Cittadini rendendoli coraggiosi a’ non dishabitare dalla loro Patria…”. Scritto così sembra poco più di un epigrafe, una citazione, una lapide, un epitaffio solenne, un monito di quelli che fanno mormorare gli studenti a scuola e forse fanno girare la testa dall’altra parte, indifferenti.

Parole distanti, molto distanti, che non sappiamo più riconoscere, ma che tuttavia sono “nostre”, ci spettano di diritto, inconsapevolmente, in una sorte di legame, poiché sono custodite, queste parole, in un antico processo mentale, quasi testamentario, nel Dna di questa città: un codice: “In nome della città dell’Aquila”, ossia la molecola chiave della solidarietà, la partecipazione, il consenso e soprattutto la concordia (che sembrano scaraventate lontano, indecifrabili, grondanti di retorica) oggi smarrite; ma anche informazione genetica della spiritualità e della coscienza civile e collettiva pronta a costruire il futuro.

Parole che possono sembrare vane, ininfluenti e distanti per le “attese incomprensibili”, i  diritti, calpestati, della città e delle sue persone per i ritardi della ricostruzione del centro storico. Ma le particelle chimiche sono la nostra impronta, comunque la pensiamo, tutt’uno con i quarti con i quali si sono sempre misurate dopo i terremoti, in un progetto, un' idea spalancata sull’ignoto, sul tempo impietoso che trascorreva, indecifrabile, riempito di lutti, senza identità in cui riconoscersi e senza più autorevolezza da negoziare  (anche le montagne, forse complici, l’hanno voluta così la città). Ma queste particelle, appunto, non sono andate perdute, ma nel  “nastro”, viceversa, sono state registrate “le informazioni” per identificarci: deposito antropologico, sigillo della nostra appartenenza.
 “In nome della città dell’Aquila” è quindi la matrice, il segmento in definitiva, il “tracciato” di questa molecola del Dna che finalmente si rivela, si apre, si manifesta con tutta la sua forza nella città e negli uomini che l’hanno abitata e così lasciata, tra lacrime e sangue, in periodi lontani, in un viaggio nel tempo e nello spazio dove ha avuto origine, appunto, questo minuscolo frammento di particella, ed ha “imparato a sopravvivere”, tra queste montagne, da tempo immemorabile.

“Il giorno due febbraio 1703 – è scritto in una relazione – festa della Purificazione di Maria Sempre Vergine Nostra Signora, su l’ore diciotto, e mezza, celebrandosi l’ultima messa per le Funzioni della distribuzione delle candele, si fece di nuovo sentire nella medesima  Città del’Aquila con trepidante scosse il Terremoto e danneggiò a segno…” causando, secondo alcune stime, circa 3000 morti, su una popolazione superstite di 6600 persone che lì seppellirono, tra le macerie, nei grandi spazi metafisici causati dai crolli dentro le mura dell’Aquila, in uno spettacolo devastante di  luogo altro, non più la città condivisa, che si apriva davanti agli occhi dell’immane tragedia collettiva.

I cavalieri dell’Apocalisse si erano affacciati dalle montagne di Roio, Assergi, Ocre e Arischia, narra una leggenda popolare, ed erano scesi con i loro stalloni neri che soffiavano fiamme e fuoco e lanciavano lamenti lugubri e infernali. Avevano dato battaglia, scaraventando le antiche porte della città ed erano entrati, per il loro dividendo, da spartirsi. Ma prima dell’esodo più volte annunciato, la fuga della popolazione dalla città morta, senza futuro e speranze, sito di rovine dai pali alzati che segnalavano i dispersi, fumo e lamenti, la molecola del Dna s’impose nella volontà di ricominciare di nuovo, ebbe la meglio sulla lacerazione del tessuto sociale e si riconobbe dentro la scia di lutti e devastazione degli intimi spazi urbani violati, viaggiò nei quarti, nelle macerie guadò le chiese dirute, girò nei luoghi sociali divelti, visse quell’identità, unica nell’Italia degli stati, strutturale e culturale di una città di frontiera, ma  “In nome della  città dell’Aquila”  no, non fu seppellita, divenne invece più di un’espressione geografica, un lascito, un’eredità spirituale, che riecheggia nelle certe consumate dei documenti d'epoca, in un accorato appello, in una sorta di logo dell’identità, insistentemente  presente nei manoscritti di E. Mariani (seconda metà dell’Ottocento) quando ci descrive la città di mastri, muratori, giovani, gente comune che forma comitati, si aggrega, oltre le istituzioni, gente comune che dà le giornate di lavoro per la ricostruzione. “In nome della città dell’Aquila” fornisce calce, chiodi, tegole, tavole, grano e pane, manodopera, trasporti e alloggi, ducati e carlini per rialzare gli edifici materiali e simbolici della quotidianità: venne “trattenuta”, questa molecola in definitiva, conservata a lungo, come un film in bianco e nero protetto da particolari temperature, in uno straordinario resoconto antropologico dell’identità giunto fino a noi, nessuno escluso, fino alla ricostruzione.

“D’un Miserere la città dell’Aquila”

E’ forse il salmo più inquietante disceso sulla città dolente, il Miserere, espressione sopra tutte le altre, il più implacabile, penitenziale, ma anche il più eloquente utilizzato nei suoi scritti da Antonio Ludovico Antinori (1704 -1778) per provare a rappresentare il dolore pubblico e privato, lugubre e luttuoso, tonfo e agghiacciante che segna i destini, scandisce le pene solenni, drammatiche; la misericordia, appunto dell’Ufficio delle tenebre, funebre, sopra le macerie fumanti di fuochi e polvere, le urla di disperazione e di panico degli abitanti dei quarti, le invocazioni di aiuto; sopra le torce accese che si rincorrono nel vespro, e cercano, nella imminente notte gelida; sopra cumuli di pietre e calce, travi e corpi sepolti di una città Aquila, che adesso abita lì sotto, attraversata in lungo e in largo “dagli spettri e le squadre di nero e in atto di dare battaglia”: metafora della tradizione popolare del terremoto del 2 febbraio 1703 che cambio per sempre i destini della gente dell’Aquila, produsse un’infinità di lutti come non mai, sconvolse i punti di riferimento spaziali della ”civitas nova”, cancellò i siti architettonici : dalle case del popolo minore ai palazzi dell’aristocrazia, agli edifici di culto e alle reliquie dei santi protettori della città il sisma smantellò, in definitiva, la mappatura della città –territorio medioevale e soprattutto rinascimentale, ancora visibile prima di allora, come non l’avremmo mai più potuta vedere.


“Fra gli effetti naturali – scrive appunto nella sua cronaca l’Antinori – si contarono i vapori puzzolenti esalati dalla terra, le acque cresciute nei pozzi, gli acquedotti sotterranei rotti in più parti. Seguì la terra a ondeggiare in modo quasi in bollimento per ventidue ore continue. Molti furono gli accidenti compassionevoli occorsi a’ feriti e mal rifugiati. Girolamo Papareschi vecchio prete nonagenario stette tre giorni circondato da tutti i lati dalle rovine di casa sua, escavato vivo poco dopo morì. Giuseppe Pallotta e la sua moglie scavati il settimo giorno vivi, moriranno poco dopo. Agostino Rosanzio restato sotto quattro canne di pietre e travi per sei giorni e mezzo, ricevendo gli alimenti, per un fenditura da Giuseppe suo padre, iscavato alla fine non sopravvisse all’aria aperta che per tre giorni. Giulio Marchetti Novizio Domenicano era morto dopo due giorni senza essere potuto scavare. Un altro fanciullo ne visse quattro senza alimenti, ma scavato appena morì…”

Una città – rovina, da evacuare, da abbandonare, per ricostruirla altrove, spostarne il sito, forse per sconfiggere il destino che la voleva città sempre da ricostruire (1315, 1349, 1456, 1461, 1498, 1646  gli anni dei sisma); città “cultura” dei terremoti divenuta così per l’intera collettività.


Tutto sembrava perso, invece, la grande reazione del sentimento locale, dell’opinione pubblica, una spinta inaspettata, un moto di orgoglio degli aquilani e la certezza di appartenenza ad una storia secolare tramandata, di sfide, impedì la delocalizzazione a favore di “là dove era e come era”: una prova di forza nuova per Aquila, una prova di coraggio inusuale, per ripartire, da quelle montagne di pietre e macerie, lasciandosi dietro i caduti: un terzo della popolazione; lasciandosi dietro il sisma più feroce della storia della città; lasciandosi dietro, e non fu certo semplice, le identità distrutte: vessilli, cari, dei nostri antenati.

Le foto sono di  Sara Hay , Danilo Balducci  e Claudio Cerasoli
Eremo Via vado di sole , L’Aquila, mercoledì 15 febbraio 2012

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