mercoledì 15 febbraio 2012

ET TERRA MOTA EST : Il mese di febbraio ( Parte seconda )

ET TERRA MOTA  EST  : Il mese di febbraio ( Parte seconda )


Dal Blog  Viaggio & Viaggi  pubblicato da Il Capoluogo.it e curato da Vincenzo Battista prendo questo scritto  per ricordare , in questo mese di febbraio  un altro terremoto , quello del 1703.


“A dì due febraro 1703, Aquila dai muggiti e fragori”

A leggere la scarna cronaca della signora Jattilli, sembra di immaginarla, lei , protagonista che si racconta in una sceneggiatura, in una strisciata di un film in bianco e nero che narra la distruzione totale, implacabile, ma soprattutto apre, senza retorica, messaggi di vita e di speranza custoditi dentro l’inferno che da lì a poco si scatenerà.
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Il viaggio, nei fotogrammi delle macerie e del dolore, lo chiameremo così, di una bambina, la signora Jattilli appunto, che a quell’epoca aveva tre anni, tenuta dalla madre per mano, piccola, stipata nella chiesa di San Domenico, insieme a centinaia di persone, forse ottocento, che aspettano la distribuzione delle candele. E’ il giorno importante, il due febbraio 1703, presenti le confraternite, il clero sontuoso per la festa della Purificazione della Vergine quando “su l’ore dieciotto, e mezza, celebrandosi l’ultima Messa, il demone che vive nel ventre della terra” si affaccia e scuote la città di Aquila, muggiti e orrendi fragori sotterranei l’avvolgono, spaventose voragini l’attraversano, vapori e acque solfuree lattiginose ne prendono possesso, mentre lampi e fuoco dalle viscere della città dantesca, “luogo dell’estremo Giorno del Giudizio” raccontano le testimonianze cariche di angusti presagi popolari, onde burrascose fuoriescono dal suolo e le chiese sono sbattute come navigli, il campanile del Duomo si piega e l’arco basilicale della chiesa di San Marco fu visto tre volte aprirsi e tre volte richiudersi: “Che sono quasi a terra – è scritto in una relazione dell’epoca – le chiese di San Bernardino, S. Filippo, La Cattedrale,  San Massimo, S. Francesco, Sant’Agostino, con il resto di tutte le chiese, e monasteri di detta Città” insieme ai palazzi“ ò rasi ò cadenti, la Fortezza verso tramontana è caduta, il resto molto intronato, a segno tale, ch’è stata abbandonata dal castellano, e dalla guarnigione, che dimora tuttavia in campagna”, per proseguire, spostando il campo visivo dei fotogrammi, fuori le mura su “li viventi restati a tanto sterminio, tutti in campagna aperta sotto capanne, e tavole, ignudi, miserabili, e mendichi, con calamità, e miserie inesplicabili”.
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Quando i fumi delle macerie si diradano, il film continua, c’è solo silenzio, e da sfamare, con il pane nero, “la gente bassa”, i sopravvissuti, è riportato in un’altra relazione del Procuratore Fiscale della Regia Audienza dell’Aquila per i riconoscimento dei luoghi e terre danneggiati dal sisma : “Preti che tengono grano – annota – non vogliono darlo ai prezzi stabiliti, e il Vescovo, trovandosi già venduto quello della Mensa, non fa niente dal canto suo; anzi ha permesso di farlo salvare ne i Conventi e luoghi pii secolari benestanti, e di cuoprirlo sotto il manto dè Preti…”.

La chiesa di San Domenico è crollata, portandosi dietro il più alto numero di sepolti, seicento morti secondo alcune fonti, dentro un edificio pubblico, e molti feriti invocano tra le macerie. Tra questi una bambina tirata fuori dal corpo, dal fianco della madre, poiché lì aveva trovato. La chiesa non esiste più, solo una cappella è in piedi, un abside laterale, una sorta di “conchiglia magica” che ha protetto la piccola Jattilli. E’ in salvo.

Il film ormai è al termine, sono passati decine di anni e la signora Jattilli, nel 1803, a cento anni dal sisma, tornò nello stesso posto per assistere alla messa e segnare, con la sua presenza, quel messaggio di vita che il demone uscito delle profondità della terra non riuscì a portarsi con sé. Visse fino a centocinque anni, sette mesi e alcuni giorni…


“ Non avevo paura…”. Il cantico sull’Aquila della libertà


 E’ arrivato il momento, scende il silenzio, si inizia: “Fecea ‘nu friddu cane quella sera; girea pell’aria quacche fioccu stancu…” e poi ancora “… Smosse la paja  ‘ntornu ‘a queij agneju…”. Le insegnanti della “Materna” hanno lavorato bene, non è stato semplice, però ne è valsa la pena. In piedi, sulle sedie, i bambini (tornando a casa hanno raccontato di aver imparato una poesia in francese) iniziano a recitare quelle strofe, antiche, misteriose, profetiche... Chissà cosa avrebbe pensato Mario Lolli (1917 -2002), lui, autore di quei versi che sono stati trasportati dai bambini, nelle incertezze del vernacolo, e tolti dai loro fondali sabbiosi dove speso sono domiciliate alcune “voci” diverse, della città; Lolli, il poeta del cantico aquilano, dalle immagini naif, il “viaggiatore” dell’universo del vernacolo mai banale che sa guardare oltre i versi le prospettive del racconto, la trasformazione del dialetto in immagini, insieme alle passioni che evocano un altro tempo, ma soprattutto il poeta dialettale di una città antica, L’Aquila, dalle tante storie: una lunga narrazione, una sorta di epistolario collettivo mai spento, una biblioteca ancorata alle innumerevoli voci, un archivio della memoria come questa foto in bianco e nero del 1956, che rigiro tra le mani: via S. Onofrio, una donna coperta dagli indumenti in nero, con un copricapo, assorta ma dignitosa, esce da una galleria di neve scavata e accumulata fino al secondo piano. Una città  secolarizzata anche negli eventi, tutt’uno le persone sembrano con case e pietre che raccontano, sanno narrare, così è sempre stato: dalle mura delle case si alzano e viaggiano, le parole, leggere, che vanno colte, e si alza anche una piccola voce, anch’essa da custodire: numero civico 8 di Costa Masciarelli.

Un lembo di coperta è libero, il resto è coperto da detriti, calcinacci esplosi dal solaio, dalle pareti, e scaraventati sul piccolo corpo che si sta cercando tra la polvere che frulla, in un vortice, e inghiotte tutto, risucchia le urla e la disperazione di attimi interminabili, oltre il panico, mai provato, in quel momento, che è arrivato dopo le tante scongiurate attese…;  il sangue, dirà più tardi la madre, usciva e gelava sulla fronte mentre non la trovava, sotto quel lembo, tirato, lentamente, poi finalmente prima il piede e poi lei, Cecilia, quattro anni, una piccola foglia dentro una sprezzante tempesta. “Non ero sola sotto la coperta e i calcinacci”, dirà molte ore più tardi, Cecilia, nel pomeriggio,  dentro i suoi quattro anni, avvicinandosi alla madre. “C’era una signora, un angelo, che mi parlava e ti chiamava. Era l’angelo di nonna Pina e mi parlava e ti chiamava… non avevo paura”.


Alle tante come Cecilia che sono andate via dalla città, un brano, dedicato, un testo per ripartire forse da quella recita delle scuola materna: “La prima nevicata” del poeta Lolli, in una città adesso disperata ma che le aspetta, prima o poi, le aspetta .

Ecco il testo. “L’atra mmatina, dopo colazzio’, me mne so’ jitu a fa’ ‘na caminata, ma “ senza passu e senza direzziò”, pe’ reguarda’ la prima nevicata. Tirea ‘narietta fresca, assutta e pura; ju solo se sforzea de rescalla’ non solu le montagne e la pianura ma pure tutta quanta ‘sta città. A quiju spiazzu ‘nnanazi alla Piscina, camminenno e pensenno aju passatu, pe’ caso  me scontrette, ma ‘nduvina? Co’ Giggi dittu pure “j‘affamatu” che, pe’ non fa’ ‘nu tortu aj’inventore de quissu soprannome naturale, se stea a sdeora’, co’ tantu amore, lo pa’ co’ ‘na costata de maiale. Non remanette sbalurditu assai; tutti quanti tenemu ‘nu difettu. Ci salutemmo e po’ ji domannai : “Te recurdi quand’ecco dirimpetto ci stea sott’ a‘ssu muru, tempu fa, ‘ na gabbia, ‘mbe…, ‘ na spece de locale e loco ‘entro, pe pubblicità, ci stea ‘ nzaccata ‘n’aquila reale? Se ce repenzo me ce ve’ ‘na rabbia, ‘na pena, ‘nu rimurzu e ‘na tristezza. Tene’ rinchiusa, fra’, dentr’a ‘na gabbia ‘n’animale creatu  pe’ l’ardezza. Capace se saji’ ‘n cima a ‘na stella pe’ trovà postu alla staggione nova; vola’ daju Gransassu alla maiella pe’ sceje mejo addo’ allevà’ la cova; resta’ ‘nchioata, ‘nvece, a ‘na priggiò a raggirasse come ‘nu mulinu, guardenno ‘n celu co’ disperazziò, maledicendo j’ome e ju distinu!”. Finitu de parla’, ji’, m’aspettea che rincarasse subbito la dose; ma pe’ forza tenette cagnà idea. Se fece ‘na risata e me respose: “ Tenerristi sapello pure tu: p’ogni quistiò difficile e ‘nfrascata de soluzziò ne truvi armeno ddu’. Tu sci trovata mo’ quella sbajata! Lo campà de quell’aquila reale” – continuette – “non è mica fessa; è ‘na fortuna, frà, pe’ ‘nanimale esse servitu come ‘na papessa. Te llo figuri tutto lo pena’, co’ ju callu, la pioggia, la ggelata, pe’ procurasse ‘n giru lo magna’ co’ lla paura de vini’ ammazzata? Questa che sci’ chiamata ‘na priggio’ pe quell’aquila è stata ‘na cuccagna. Da quann’e’ natu ju munnu fino a mo’: va bbona tuttu, basta che se magna! “ ‘Sta ‘ote non me potti resta’ zittu; m’era fattu ggira’ ji zzebbedei pe’ tuttu quello ch’issu m’era dittu. Co’ distinziò contette fino a sei e dapo’ j’ammollai ‘stu ricurdino : “Stamme a sentì, tu forze non lo sa’, ma ‘zieme alla crostata e aju paninu, te sta a magna’, Giggi, la libbertà!”.


Le foto sono di  Sara Hay , Danilo Balducci  e Claudio Cerasoli
Eremo Via vado di sole , L’Aquila, mercoledì 15 febbraio 2012

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