giovedì 17 giugno 2010

OVIDIANA : Filomene e Bauci, l'accoglienza dello stranieri (Parte II )

OVIDIANA : Filomene e Bauci, l'accoglienza dello straniero
(Parte II )

Nella prima parte si è parlato della storia di Filomene e Bauci raccontata dalla mitologia greca e della sua intepretazione nei secoli successivi . Abbiamo riferito e richiamato la storia come viene raccontata anche da Ovidio nelle sue Metamorfosi. Sembra utile riportare il testo ovidiano , Segue la conclusione della riflessione sul tema che il racconto ovidiano ci sollecita : l'accoglienza dello straniero e l'incontro con un dio.

Ecco il testo originale di Ovidio

Metamorfosi VIII
Amnis ab his tacuit. factum mirabile cunctos
mouerat; irridet credentes, utque deorum
spretor erat mentisque ferox Ixione natus:
"ficta refers nimiumque putas, Acheloe, potentes
esse deos", dixit "si dant adimuntque figuras".
obstipuere omnes, nec talia dicta probarunt;
ante omnesque Lelex, animo maturus et aeuo,
sic ait: "inmensa est finemque potentia caeli
non habet et quicquid superi uoluere peractum est.
quoque minus dubites, tiliae contermina quercus
collibus est Phrygiis, modico circumdata muro;
ipse locum uidi; nam me Pelopeia Pittheus
misit in arua, suo quondam regnata parenti.
haud procul hinc stagnum est, tellus habitabilis olim,
nunc celebres mergis fulicisque palustribus undae.
Iuppiter huc specie mortali cumque parente
uenit Atlantiades positis caducifer alis.
mille domos adiere locum requiemque petentes,
mille domos clausere serae. tamen una recepit,
parua quidem, stipulis et canna tecta palustri;
sed pia Baucis anus parilique aetate Philemon
illa sunt annis iuncti iuuenalibus, illa
consenuere casa paupertatemque fatendo
effecere leuem nec iniqua mente ferendo.
nec refert dominos illic famulosne requiras;
tota domus duo sunt, idem parentque iubentque.
ergo ubi caelicolae paruos tetigere penates
summissoque humiles intrarunt uertice postes,
membra senex posito iussit releuare sedili.
quo super iniecit textum rude sedula Baucis
inque foco tepidum cinerem dimouit et ignes
suscitat hesternos foliisque et cortice sicco:
nutrit et ad flammas anima producit anili
multifidasque faces ramaliaque arida tecto
detulit et minuit paruoque admouit aeno.
quodque suus coniunx riguo collegerat horto,
truncat holus foliis; furca leuat illa bicorni
sordida terga suis nigro pendentia tigno
seruatoque diu resecat de tergore partem
exiguam sectamque domat feruentibus undis.
interea medias fallunt sermonibus horas
[sentirique moram prohibent. erat alueus illic
fagineus curua clauo suspensus ab ansa.
is tepidis impletur aquis artiusque fouendos
accipit; in medio torus est de mollibus uluis
impositus lecto, sponda pedibusque salignis.]
concutiuntque torum de molli fluminis ulua
impositum lecto sponda pedibusque salignis;

uestibus hunc uelant, quas non nisi tempore festo
sternere consuerant; sed et haec uilisque uetusque
uestis erat, lecto non indignanda saligno.
accubuere dei. mensam succincta tremensque
ponit anus; mensae sed erat pes tertius impar;
testa parem fecit; quae postquam subdita cliuum
sustulit, aequatam mentae tersere uirentes.
ponitur hic bicolor sincerae baca Mineruae
conditaque in liquida corna autumnalia faece
intibaque et radix et lactis massa coacti
ouaque non acri leuiter uersata fauilla,
omnia fictilibus. post haec caelatus eodem
sistitur argento crater fabricataque fago
pocula, qua caua sunt, flauentibus illita ceris.
parua mora est epulasque foci misere calentes,
nec longae rursus referuntur uina senectae
dantque locum mensis paulum seducta secundis.
hic nux, hic mixta est rugosis carica palmis
prunaque et in patulis redolentia mala canistris
et de purpureis collectae uitibus uuae.
candidus in medio fauus est; super omnia uultus
accessere boni nec iners pauperque uoluntas.

interea totiens haustum cratera repleri
sponte sua per seque uident succrescere uina;
attoniti nouitate pauent manibusque supinis
concipiunt Baucisque preces timidusque Philemon
et ueniam dapibus nullisque paratibus orant.
unicus anser erat, minimae custodia uillae,
quem dis hospitibus domini mactare parabant;
ille celer penna tardos aetate fatigat
eluditque diu tandemque est uisus ad ipsos
confugisse deos. superi uetuere necari;
"di" que "sumus meritasque luet uicinia poenas
impia"; dixerunt "uobis inmunibus huius
hsse mali dabitur; modo uistra relinquite tecta
ac nostros comitate gradus et in ardua montis
ite simul". parent ambo baculisque leuati
[ite simul". parent et dis praeeuntibus ambo
membra leuant baculis, tardique senilibus,annis]
nituntur longo uestigia ponere cliuo.
tantum aberant summo quantum semel ire sagitta
missa potest; flexere oculos et mersa palude
cetera prospiciunt, tantum sua tecta manere;
dumque ea mirantur. dum deflent fata suorum,
[mersa uident quaeruntque suae pia culmina uillae;
sola loco stabant. dum deflent fata suorum,]
illa uetus dominis euam casa parua duobus
uertitur in templum; furcas subiere columnae;
stramina flauescunt aurataque tecta uidentur
caelataeque fores adopertaque marmore tellus.
talia tum placido Saturnius edidit ore:
"dicite, iuste senex et femina coniuge iusto
digna quid optetis". cum Baucide pauca locutus,
iudiclum superis aperit commune Philemon
"esse sacerdotes delubraque uestra tueri
poscimus et, quoniam concordes egimus annos,
auferat hora duos eadem ne coniugis; umquam
busta meae uideam, neu sim tumulandus ab illa.
uota fides sequitur; templi tutela fuere,
donec uita data est. Annis aeuoque soluti
ante gradus sacros cum starent forte locique
narrarent casus, frondere Philemona Baucis,

Baucida conspexit senior frondere Philemon.
iamque super geminos crescente cacumine uultus
mutua, dum licuit, reddebant dicta; "uale" que,
"o coniunx" dixere simul, simul abdita texit
ora frutex. ostendit adhuc Thyneius illic
incola de gemino uicinos corpore truncos.
haec mihi non uani, neque erat cur fallere uellent,
narrauere senes. equidem pendentia uidi
serta super ramos ponensque recentia dixi:
"cura deum di sint et qui coluere colantur".

Ed ecco la traduzione


Il fiume tacque dopo queste parole. Il fatto prodigioso aveva colpito tutti. Il figlio di Issione deride chi ci crede e, sprezzante com'era nei confronti degli dei e d'animo orgoglioso, disse: "Racconti cose inventate, e credi, Acheloo, che gli dei siano troppo potenti, se danno e tolgono le sembianze".
Rimasero tutti allibiti, e non credettero a tali parole; e prima di tutti Lelege, maturo per animo ed età, così disse: "E' immensa la potenza del cielo e non ha limite, e tutto quello che gli dei superni vogliono è fatto. E perché tu dubiti di meno, c'è nei colli frigi una quercia vicino ad un tiglio, circondata da un piccolo muro. Io stesso vidi il posto; infatti Pitteo mi mandò nella terra di Pelope, una volta governata da suo padre. Non lontano da lì c'è uno stagno, terra un tempo abitabile, ora paludi abitate da smerghi e folaghe palustri. In questo luogo giove sotto spoglie mortali venne e con il padre venne il nipote di Atlante, portatore del caduceo, deposte le ali. In mille case si accostarono, con la richiesta di un luogo per riposare, mille catenacci chiusero le case. Tuttavia una li accolse, seppur piccola e ricoperta da

stoppie e canne palustri. Ma la pia vecchia Bauci e Filemone di pari età si erano uniti negli anni giovanili ed erano invecchiati insieme in quella casa; non cercando di nascondere la povertà e sopportandola serenamente la resero accettabile. E non importa che tu cerchi dove siano i servi o i padroni in quella dimora: tutta la casa sono loro due, sono loro stessi ad obbedire e comandare.
27 Dunque, quand'ebbero toccato gli dei la piccola casa e, chinato il capo, passarono per la piccola porta, il vecchio li invitò a riposare le membra, dopo aver porto una panca, sopra la quale la premurosa Bauci gettò un rozzo tessuto. Poi smosse la cenere tiepida sul focolare e ravviva il fuoco del giorno prima, lo alimenta con foglie e corteccia secca e lo fa fiammeggiare col suo fiato di vecchia; portò giù dalla soffitta rami di pino fatti a pezzi e ramaglie secche, li spezzò e li pose sotto un piccolo recipiente di bronzo. E libera dalle foglie un cavolo che suo marito aveva raccolto nell'orto irrigato. Con una forca a due punte stacca una spalla di porco affumicata, che pendeva da una trave annerita, e taglia dalla spalla un tempo messa da parte una fettina, e dopo averla tagliata la mette a cuocere nell'acqua bollente. Intanto ingannano il tempo dell'attesa con discorsi, e
impediscono che l'attesa sia avvertita. C'era lì una tinozza di faggio, appesa ad un chiodo per il manico ricurvo: è riempita d'acqua tiepida ed accoglie le membra ( degli dei ) per ristorarle. In mezzo c'è un materasso di morbida ulva, posto su un letto con sponda e piedi di salice. Lo coprono con una coperta, che erano soliti stendere solo nei giorni di festa; ma anche questa coperta era rozza e vecchia, ben adatta al letto di salice. Gli dei vi si accomodarono.
La vecchia prepara la tavola con la veste tirata in su e un po' tremolando. Ma il terzo piede della tavola era diseguale: un coccio lo livellò. E dopo che quello posto sotto il piede eliminò la pendenza pulì la tavola pareggiata la menta fresca.
54 Qui viene posta la bacca bicolore della vergine Minerva ( olive ), corniole autunnali conservate nell'aceto, e cicoria, e un ravanello, una forma di cacio, uova cotte a fuoco lento nella tiepida cenere: tutte queste cose in vasi di terracotta. Dopo questi viene disposto un cratere cesellato del medesimo argento, e coppe fatte di faggio, spalmate di cere bionde dove sono cave. C'è una piccola pausa, ed i focolari mandarono pietanze calde e di nuovo vengono riportati vini di non eccessiva stagionatura, e danno posto alle seconde mense, lasciati per un po' da parte. Ed ecco le noci, ecco i fichi secchi mescolati ai datteri rugosi, le prugne e le mele profumate nei grandi canestri, e le uve raccolte da viti rosseggianti. Nel mezzo c'è un favo candido. Su ogni cosa si aggiunsero i volti sorridenti ed una disponibilità né svogliata né limitata. Nel frattempo vedono che il cratere, ogni volta che è stato svuotato si riempie ed il vino ripullula da sé. Stupiti dalla novità hanno paura, e con le palme rivolte in alto si mettono a pregare Bauci ed il timido Filemone, e chiedono perdono per lo scarso cibo e per non aver preparato nulla. C'era un'unica oca, custode della piccola capanna, che i padroni si preparavano a sacrificare agli dei ospiti. Quella li mette a dura prova, perché è veloce d'ali e loro sono lenti per l'età, e li elude a lungo, ed infine sembrò che si fosse rifugiata proprio dagli dei. Gli dei vietarono che fosse uccisa, e dissero : "Siamo dei, e l'empio vicinato pagherà la giusta punizione. Vi sarà concesso di essere immuni a questo male. Frattanto lasciate la vostra casa, seguite i nostri passi ed andate insieme sulla cima del monte".
Entrambi obbedirono e, appoggiati ai bastoni, si sforzano a procedere per la lunga salita.
85 Erano ormai tanto lontani dalla cima quanto un tiro di freccia: si volsero a guardare e videro tutte le altre case sommerse dalla palude, solo la loro rimase in piedi. E mentre le guardano, mentre compiangono i destini dei loro vicini, quella vecchia casetta, piccola persino per i due padroni, si trasforma in tempio: colonne subentrano ai pali biforcuti, la stoppia del tetto prende riflessi d'oro, e si vede che il tetto è d'oro, le porte cesellate ed il pavimento ricoperto di marmo.
Allora con placido volto il figlio di Saturno proferì queste parole: "Dite quello che desiderate, vecchio onesto e tu, donna degna dell'onesto marito". Dopo aver confabulato poco con Bauci, Filemone rivela agli dei la risposta presa in comune: "Chiediamo di essere sacerdoti e di custodire il vostro tempio e, poiché siamo vissuti in concordia, il medesimo momento ci porti via entrambi, possa non vedere mai il sepolcro di mia moglie, né io debba essere seppellito dopo di lei". Il compimento segue i voti: furono i custodi del tempio, fino a quando fu data loro la vita. Ormai indeboliti dagli anni e dall'età, mentre per caso si trovavano davanti ai sacri giardini e narravano la storia del luogo, Bauci vide che a Filemone spuntavano delle foglie, ed il più anziano Filemone vide che a Bauci spuntavano foglie. E mentre ormai la cima di un albero avviluppava i volti di entrambi, finchè fu possibile si indirizzavano a vicenda parole:
"Addio, coniuge" - dissero insieme, e contemporaneamente il fogliame ricoprì le bocche nascoste.
Ancora oggi in quel luogo la gente frigia mostra due tronchi vicini nati dai due corpi. Dei vecchi sinceri mi narrarono queste cose e non c'era motivo per cui volessero ingannarmi. Per parte mia vidi coroncine di fiori che erano appese sui rami, e ponendone di fresche dissi: "Gli uomini pii sono cari agli dei e coloro che li hanno onorati sono da essi onorati".


In conclusione la morale della favola qual è? “La morale esplicita non coincide esattamente con l’interpretazione che di essa si può dare. In maniera evidente infatti si è voluto porre un tributo alla pietà umana espressa in chiave religiosa, al senso religioso dell’esistenza. Tuttavia l’esegesi non può che essere “critica”, proprio perché il racconto attesta in maniera inequivoca che la povertà può essere soltanto sopportata, non vinta, in attesa di qualche evento prodigioso che premi la pazienza.
Contro le ingiustizie solo gli dèi possono opporsi e qui lo fanno punendo con una morte per strage l’intero villaggio, da cui si salvano soltanto due contadini. Non c’è affronto politico o pedagogico degli antagonismi sociali, ma solo giustizia sommaria, spirito vendicativo. Il comportamento di Zeus è molto più intollerante di quello di Jahvè, che di fronte alle interrogazioni ipotetiche di Abramo circa la possibile esistenza di qualche giusto in mezzo agli empi, riesce a convincersi che non sia il caso di sterminare un’intera popolazione (Gen 18,23ss).
IQui invece, dove l’individualismo domina incontrastato, chi ha sbagliato paga, senza possibilità di pentimento. Per non sbagliare infatti bisogna mostrare di possedere uno spirito religioso, che, essendo del tutto assente nella collettività del villaggio, viene racchiuso nel mero rapporto di coppia, visto in maniera idillica, in cui manca persino la presenza di un figlio, che in genere rende naturale il contrasto tra le diverse esigenze delle generazioni.
La povertà viene vista in maniera positiva perché connessa all’altruismo, che è tale in virtù della pietà religiosa. L’altruismo è di provenienza contadina, in antitesi all’egoismo urbano.
E’ dunque una favola che mentre sul piano interiore sembra esaltare l’aspetto dei sentimenti umani, sul piano politico invece li mortifica, negando la possibilità di un riscatto sociale in cui il protagonista sia lo stesso essere umano e non una qualche divinità.
Il cristianesimo non opererà un miglioramento di questa filosofia di vita, anzi, dal punto di vista dello schiavo che vorrà riscattarsi, vi sarà un peggioramento, come risulta dalla vicende di Filemone nella lettera paolina che lo riguarda. Il fuggitivo viene rispedito al padrone, anche se Paolo chiederà a quest’ultimo di trattarlo come un cristiano, nella certezza che davanti a dio tutti gli uomini sono uguali. Come il paganesimo, il cristianesimo non chiederà allo schiavo di liberarsi; chiederà soltanto al padrone di essere più umano: qui sta la differenza tra il dio pagano e quello cristiano

Eremo Via vado di sole L'Aquila, gioved' 17 giugno 2010

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