giovedì 10 febbraio 2011

OSSERVATORIO DI CONFINE : Umana bellezza


OSSERVATORIO DI CONFINE : Umana bellezza


Scrive Antonio Paolucci , direttore dei Musei Vaticani : “ C’è stata un’epoca nella storia delle arti, che possiamo collocare tra le metà del XV secolo e i primi decenni del successivo , tra l’opera di Piero della Francesca a Sansepolcro e ad Arezzo e quella di Raffaello nelle Stanze Vaticane, che ha visto i supremi principi della filosofia , dell’etica, della religione , dell’ordine stesso del creato calarsi nel tempo e nella storia, assumere le forme dell’umana bellezza . Di questo processo Melozzo è stato l’alfiere e il portatore”

Melozzo degli Ambrogi da Forlì (1438-1494), l’artista che riesce con il suo pennello e i suoi colori , le sue figure a trascinare la bellezza del paradiso sulla terra per donarla all’uomo e creare così l’umana bellezza.

Donata e quindi raffigurata sull’abside di quella “capela major pulcherrime depicta” , in altre parole l’abside della chiesa romana dei Santi apostoli, che riluce di ori e di azzurri ma anche di un’armonia e proporzione stupefacente incarnata nelle figure di apostoli e angeli chiamati con i loro capelli biondi e gli incarnati luminosi a cantare le lodi del Signore.


Melozzo in queste sintesi di bellezza srive con il suo pennello l’ante-fatto e l’arte-factum di tutto la pittura del Cinquecento .

A Padova ha conosciuto le opere del Mantenga, a Urbino, alla raffinata corte umanistica del Montefeltro ,le opere di Paolo Uccello, del Laurana , del giovane Bramante , dei fiamminghi e di Piero della Francesca.

Melozzo fa sue quelle idee, quei colori, quelle proporzioni, e le trasfigura: inventa scorci dal basso, crea profondità negli spazi , dà splendore e naturalezza alle figure.


Senza Melozzo il Cinquecento di Raffello e Michelangelo non sarebbe esistito. Melozzo è dunque la premessa e Roma la città dove raggiungerà il vertice della sua arte diventando l’artista preferito di Paolo IV della Rovere di cui sarà il “ pictor papalis”.

E dunque scrive Carlo Bertelli “Squarciati in tanti quadri e quadretti, l’affresco di Melozzo , che un tempo dominava l’interno dei Santi apostoli , continua a parlarci di cielo, di paradiso , di un paradiso evocato nella luminosa bellezza degli angeli ( seppure non tutti dello stesso maestro ), la santità degli apostoli e, soprattutto rivelato in colori limpidi di primavera. “

Melozzo e l ‘umana bellezza imparata anche attraverso, come si dicava dall’opera di altri artisti. Così dalla Madonna di Senigallia di Piero della Francesca Melezzo imparò il rigore matematico della prospettiva . Del Perugino , si veda la sua Annunciazione , subì sicuramente il fascino e l’influenza come pure di Botticelli che fu suo contemporaneo .


Ma Melozzo è la via romana che conduce a Raffaello . A Roma fu chiamato dal papa francescano Sisto IV per gli affreschi della biblioteca vaticana, dove Melozzo dispiega tutta la sua sapienza architettonica e, nel racconto della famiglia del Papa, si mette a confronto con il Mantenga della Camera degli Sposi. Studia sculture, sarcofaghi, capitelli. Con Antoniazzo Romano , sollecitato dal Cardinale di Santi Apostoli ; Basilio Bessarione, il tesoro di antiche icone , talune attribuite a San Luca che hanno trasmesso alla pittura romana.

La bellezza dei dipinti di Melozzo viene anche da quella pacata bellezza classica che è la bellezza ellenica e che è dunque la bellezza umana che attraverso i secoli si offre nuovamente allo sguardo e alla considerazione attraverso il pennello di Melozzo .


Non solo bellezza umana ma anche riscoperta di un modello figurativo della realtà che restando fedele ai fatti mette in evidenza una cosa : l’uomo è bello. Non è mai brutto perché la sua storia che la pittura racconta e illustra non è mai brutta. Perché è la storia di ogni giorno, è la storia della quotidianità E Melozzo allora affresca, proprio attenendosi a questi canoni papa Sisto IV che nomina prefetto della biblioteca vaticana l’umanista Bartolomeo Sacchi detto il Platina: Un episodio di storia quotidiana : Non c’è nulla di sacro, non ci sono eroi, non c’è sfoggio di oro , non c’è aggiunta di personaggi del mito e per la consegna sono presenti solo quattro uomini al secolo i nipoti del Papa. Uomini qualunque .

Ma non è qualunque questa storia che Melozzo racconta perché non è uno qualunque lui : è il risultato di un incontro quello di un artista con l’uomo e della cronaca che l’artista fa dell’uomo e della sua umana bellezza.


«Trovatori del cielo» li aveva definiti Adolfo Venturi nel 1913 nella Storia dell’arte italiana. E loro, angeli musicanti con cimbali, tamburi, liuti, mandolini, continuano a volare spensierati nell’azzurro, con riccioli d’oro e volti birichini. Raccontano come fosse bravo Melozzo da Forlì, al secolo Melozzo di Giuliano degli Ambrosi, pittore e architetto vissuto dal 1438 al 1494, e come avesse ben capito la lezione di Piero della Francesca, umanizzandola. Li aveva dipinti a Roma nel 1480 nell’abside della chiesa dei Santi Apostoli in un grande affresco con l’Ascensione di Cristo, una sarabanda di scorci spericolati, di salti nel vuoto, di acrobazie celesti. Ridotti in quattordici frammenti nel 1711 sono sopravvissuti insieme agli Apostoli, tutti conservati nella Pinacoteca Vaticana, mentre il Cristo è nel Palazzo del Quirinale.


Eremo Via vado di sole , L'Aquila,
giovedì 10 febbraio 2011

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