lunedì 7 febbraio 2011

VULCANO IV : Storie fantastiche ,leggende e miti dell’Etna ( II

VULCANO IV : Storie fantastiche ,leggende e miti dell’Etna ( II )

Sono numerosi i nomi che l'uomo nella storia ha attribuito a questo splendido vulcano. Etna non è un termine siciliano in quanto non armonizza con le disposizioni fonetiche del dialetto regionale. L'origine di tale nome, il cui significato è Montagna, è da attribuire agli elimi, i primi abitatori dell'isola. Altro nome, oggi in disuso, è Mongibello, che non significa Monte Bello come erroneamente molti pensano, infatti questo termine deriva dal latino "Mons" e dall' arabo "Gibel" (montagna); i dominatori arabi rimasero stupiti dalla maestosità del vulcano e cosi pensarono di chiamarlo il Monte, come per dire la montagna per eccellenza. I siciliani sentendo nominare spesso la parola Gibel agli invasori si convinsero che questo fosse il nome del vulcano e dunque si abituarono a chiamarlo Mons Gibel. Tuttavia le popolazioni etnee e i catanesi della nostra epoca preferiscono chiamare il vulcano "a muntagna", termine che in sé racchiude il rapporto di riverenza, ma anche di rispetto e gratitudine, che l'Etna instaura spontaneamente coi "figli" della sua te


“Fra le leggende di origine schietta siciliana è nota questa di Lucifero, narrata dal mago Pitrè, andato da poco nel regno delle fate. Quando Lucifero fece guerra a Gesù Cristo, l’Arcangelo Michele l’inseguiva per l’aria e Lucifero […] si lasciò andare verso la Sicilia e andò a nascondersi in Mongibello. […] ma la testaccia gli usciva fuori […]. San Michele […] con un colpo di spada, gli fa saltare un corno, il quale andò a cadere a Mazzara, […].

Lucifero, vista la mala parata, spicca un salto e con un morso gli porta via una penna dell’ala […] che è tutta di perle finissime […] e che cadde a Caltanissetta, ma non vi è più […].

“Un’altra leggenda che è dell’VIII secolo: Le nozze di Satana la racconta il Calì Fragalà. […]

“La leggenda della pantofola della regina Elisabetta d’Inghilterra è nota tra i pastori brontesi. Detta pantofola, caduta dal cadavere della regina sulla rocca Calanna, tra Bronte e Maletto, pervenne miracolosamente all’Ammiraglio Nelson, creato duca di Bronte, e gli servì come talismano in tutte le battaglie; ma dimenticatala quando combattè a Trafalgar, vinse la battaglia, ma vi perdette la vita.


I pastori brontesi narrano un’altra leggenda che parla di una cagnolina nera dagli occhi di brace che guaisce per i sentieri del bosco. Alcuni dicono essere l’anima del “maestro Ignazio Cereprino, magnano; altri dicono essere l’anima di un prete […]” che i diavoli buttarono nel cratere dell’Etna.

http://www.bronteinsieme.it/3pe/Memorie%20storiche/flor_12.htm


La fantasia dei popoli nordici convertì l’antro dell’Etna in un regno fatato, dimora consueta di re Arturo, di sua sorella Morgana e del suo numeroso seguito. Anche nella mitologia settentrionale sono parecchi eroi che abitano nel cavo di un monte, destinati a futuro ritorno: e ne fa l’elenco dal Dio Wotann a Federico II. E si dilunga in questi racconti citando

Miti e leggende del Graf. […]

In Sicilia, come nota il Graf, le memorie, le fantasie, ritornano ostinatamente alle storie e ai miti dell’antichità classica, perché il mito è la storia idealizzata dell’umanità, formato dal popolo e dal popolo tramandato e del quale esso si compiace come di cosa propria. E ricorda ancora i Ciclopi […]


La leggenda di Aci e Galatea

Tale leggenda ha un’origine greca e spiega la ricchezza di sorgenti d’acqua dolce nella zona etnea.

Aci era un pastorello che viveva lungo i pendii dell’Etna.

Galatea, che aveva respinto le proposte amorose di Poliremo, lo amava. Poliremo, offeso per il rifiuto della ragazza, uccide il suo rivale nellasperanza di conquistare la sua amata. Ma Galatea continua ad amare Aci.

Nereide, grazie all’aiuto degli dèi, trasforma il corpo morto di Aci in sorgenti d’acqua dolce che scivolano lungo i pendii dell’Etna.


Non lontano dalla costa, vicino l’attuale Capo Molini, esiste una piccola sorgente chiamata dagli abitanti del luogo "il sangue di Aci" per il suocolore rossastro.

Sempre nei pressi di Capo Molini esisteva un modesto villaggio chiamato, in memoria del pastorello, Aci.

Nell’undicesimo secolo dopo Cristo un terremoto distrusse il villaggio, provocando l’esodo dei sopravvissuti che fondarono altri centri. In ricordo della loro città d’origine, i profughi vollero chiamare i nuovi centri col nome di Aci al quale fu aggiunto un appellativo per distinguere un villaggio dall’altro. Si spiega così, ad esempio, l’esistenza di Aci Castello (appellativo dovuto alla presenza di un castello costruito su di un faraglione che poi fu distrutto da una colata lavica nell’XI secolo) ed Acitrezza (la cittadina dei tre faraglioni).

Scrive Mario Pafumi nella sue note di Facebook


ORIGINE DELLA LEGGENDA DEI FRATELLI PII - ULISSE E I CICLOPI

(Tratto da "Le più belle leggende di Catania e dell'Etna" - Santi Correnti - ACE Catania) Come acutamente intuisce Emanuele Ciaceri(in Culti e miti nella storia dell'antica Sicilia, Catania 1911, pp. 53-54)laleggenda dei pii fratelli catanesi Anfinomo e Anapia avrà avuto origine "dalla vista di monti e di colli gemelli, esistiti in tutti i tempi nella regione etnea, i quali, com'è noto, sono generati dalle varie eruzioni vulcaniche, sia perchè il lapillo,con la rimanente materia,zampillante si divide in due,sia anche perchè il lavoro corrodivo delle acque accresce in seguito la distanza fa l'uno e l'altrocolle. Forse lamancanza della spiegazione di talefenomeno fisico-naturale diede il primo germe alla leggenda". Spiegazione accettabile, se si pensa che ad un altro fenomeno vulcanico è dovuta la leggenda di Ulisse e dei Ciclopi, per spiegare l'anomalia geologica dei tre giganteschi scogli lavici sulla spiaggia di Acitrezza. Nella parte Nord dell'Etna, nel quadrato delimitato dai monti Pizzillo(m. 2414) Nero delle Concazze(m. 2192)Frumento Netto(m2430)e Dagalotto(m. 2590)si ergono infatti due pizzi,alti rispettivamente 2515 e 2514 metri, che sono stati denominati "I fratelli pii",divisi da una profonda sella. Con ogni probabilità, è stata la visione di questi due "pizzi", sorti nell'eruzione del 693 a.C., a fare originare la leggenda dei "fratelli pii". I due fratelli, secondo la leggenda, salvarono, in mezzo alla lava vomitata dal vulcano, i loro vecchi genitori, caricandoseli sulle spalle, com'è raccontato da numerosi poeti greci e latini, e com'è eternato anche dalle monete di Sesto Pompeo(Iec. a.C.) e dal bronzeo candelabro che dal 1958 si ammira nel lato nord-est della piazza Università, apprezzata opera dello scultore M.M. Lazzaro. Catania ebbe un culto particolare per i suoi pii giovinetti, che la resero celebre nel mondo, come testimonia il poeta Ausonio e come hanno illustrato Santo Mazzarino e Salvatore Lo Presti. La delicata leggenda di Anfinomo e Anàpia presenta evidenti analogie con quella virgiliana di Enea che salva sulle sue spalle il vecchio padre Anchise, attraverso le fiamme di Troia.

LA DELICATA LEGGENDA DI ROSE-MARINE


Una delicata leggenda d'amore del periodo classico è quella che riguarda la ninfa Rose-Marine. Questa suggestiva storia racconta che nelle pendici orientali dell'Etna, in una vallataricca di palme e di freschissime acque, viveva una ninfa leggiadra, di nome Rose-Marine. Di questa ninfa si era perdutamente invaghito il giovinetto Màscali; e Rose-Marine lo ricambiava di cuore, disprezzando le amorose profferte dello zoppo Vulcano, il dio del fuoco, che aveva la sua risonante officina dentro le viscere dell'Etna. Vulcano, pieno di geloso furore, scagliò un ruscello di incndescente lava sul giovinetto Masclai, e lo incenerì; ma per non farsi vedere crudele del tutto, ne risparmiò la casa, nella vallata ricca di palemee di acque. Però Rose-Marine non volle sopravvivere alla morte del suo amato Mascali, e si slanciò in mezzo alla lava infuocata, scomparendo per sempre in essa. A ricordo di questo disperato amore, fu dato il nome di Màscali al piccolo centro urbano che sorse in quei luoghi, veramente ubertosi per ricchezza di vegetazione e per abbondanza di freschissime acque, tanto che dal 1543, con decreto di Carlo V, re di Spagna e di Sicilia, ne divenne conte il Vescovo di Catania, che pridiligeva questi luoghi tra quelli che allora egli aveva sotto la sua giurusdizione. Quando il borgo di Màscali, in un triste giorno del novembre 1928, fu distrutto dalla lava scaturita dai crateri dei Montarsi, una palma rimase intatta, sebbene compltetamente circondata dall'incandescente magma etneo. I vecchi mascalesi del secolo scorso, da cui è tramandata questa poetica storia, ritenevano che si trattasse di un postumo omaggio del dio Vulcano, alla bella ed infelice Rose-Marine. Nella ridente Nunziata, frazione del Comune di Mascali, ancora oggi esiste una strada intitolata al nome della ninfa Rose-Marine e a lei negli anni 90, proprio a Nunziata è stato intitolato un interessante concorso nazionale di poesia, del quale personalmente ho condotto le due cerimonie di premiazione, svoltesi in piazza dell'Idria.

I DIAVOLI DELL'ETNA

Il Medio Evo cristiano considerò l'Etna come una porta dell'inferno, e ne popolò le viscere e i contrafforti di diavoli, anime dannate, di streghe e di folletti a guardia dei tesori incantati. Una poesia popolare, però, dice che i diavoli dell'Etna sono buoni lavoratori, e infatti così li invita alla loro caratteristica attività di fabbri:

"Diavuli, ch'abitati Mungibeddu(Diavoli che abitate Mongibello)

Calati ch'aviti a fari 'na jurnata;(scendete che dovete lavorare)

Purtativi l'incunia e lu marteddu,(Portatevi l'incudine e il martello)

C'è di vuscari 'na bona jurnata."(C'è daguadagnare bene)


Niccolò Speciale, cronista sicilianodel XIV secolo,che assistette all'eruzione dell'Etna del1329, asserisce di aver visto i diavoli uscire dal cratere dell'Etna, assumendo vari aspetti, e di averli sentirepredicare orribili menzogne, trascinando così molta gente nell'inferno; e lo storico diCastiglione di Sicilia, Anton Giulio Filoteo degli Omodei, che visse nel sec. XVI, narra - ma con una punta di scetticismo - la legenda delle anime dannate, convertite in macigni di ghiaccio sulla cima dell'Etna, e rotolanti a valle con lunghi gemiti, fichè non cadano nel mare che li inghiotte per sempre. E il teologo tedesco Praetorius, che scrive nel 1566, ricorda un'apparizione diabolica sul cratere centrale, sotto forma del dio Vulcano e del suo corteo di Ciclopi, poco prima di un'eruzione. Che non soltanto il popolo, ma anche la chiesa credesse che il cratere dell'Etna fosse una bocca infernale, è provato dal fatto che nella vita di San filippo d'Agira, scritta dal monaco Euebio nel VII-VIII sec. è detto che questo santo, sul cadere del secolo IV, fu consacrato prete in Roma ai tempi dell'imperatore Arcadio, e subito fu mandato in Sicilia per esorcizzare i demoni etnei(v. Biagio Pace, Arte e civiltà della Sicilia antica, Roma 1949,vol. IV, p. 305).

N.B. Ad Acireale sono ancora narrate le leggende relative ai "diavuli pinnulini"(diavoli cioè che stanno sospesi in aria)e ad un furbissimo acese che li beffò, come ricorda Franca Marano, "La beffa al diavolo del leggendario Baelardo", in Corriere di Sicilia, Catania 27 dicembre 1958.


Eremo Via vado di sole, L'Aquila,
lunedì 7 febbraio 2011

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