venerdì 27 maggio 2011

CANZONIERE : Giovanni Giudici “Una sera come tante” (II )

CANZONIERE : Giovanni Giudici “Una sera come tante” (II )


Una sera come tante, e nuovamente

noi qui, chissa per quanto ancora, al nostro

settimo piano, dopo i soliti urli

i bambini si sono addormentati,

e dorme anche il cucciolo i cui escrementi

un`altra volta nello studio abbiamo trovati.

Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti

intatti, in apparenza, come anni

or sono, anzi più chiari, più concreti:

scrivere versi cristiani in cui si mostri

che mi distrusse ragazzo l'educazione dei preti;

due ore almeno ogni giomo per me;

basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire

di sere come questa?) e non tentato da nulla,

dico dal sonno, dalla voglia di bere,

0 dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,

né dalle mie impiegatizie frustrazioni:

mi ridomando, vorrei sapere,

se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;

0 se nel mio corpo vile io soflra naturalmente

la sorte di ogni altro, non volgare

letteratura ma vita che si piega al suo vertice,

senza né più virtù né giovinezza.

Potremo avere domani una vita piu semplice?

Ha un fine il nosrro subire il presente?

Ma che si viva 0 si muoia é indifferente,

se private persone senza storia

siamo, lettori di giornali, spettatori

televisivi, utenti di servizi:

dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,

in compagnia di molti sommare i nostri vizi,

non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.

E' nostalgia di futuro che mi estenua,

ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!

Da quanti anni non vedo un fiume in piena?

Da quanto in questa viltà ci assicura

la nostra disciplina senza percosse?

Da quanto ha nome bonta la paura?

Una sera come tante, ed é la mia vecchia impostura

che dice: domani, domani... pur sapendo

che il nostro domani era già ieri da sempre.

La verità chiedeva assai piu semplici tempre.

Ride il tranquillo despota che lo sa:

mi calcola fra i suoi lungo la strada che scendo.

C’é piu onore in tradire che in esser fedeli a metà.

Descrizione della mia morte

Poiché era ormai una questione di ore

Ed era nuova legge che la morte non desse ingombro,

Era arrivato l`avviso di presentarmi

Al luogo direttamente dove mi avrebbero interrato.

L'avvenimento era importante ma non grave.

Cosi che fu mia moglie a dirmi lei stessa: prepàrati.

Ero il bambino che si accompagna dal dentista

E che si esorta: sii uomo, non é niente.

Perciò conforme al modello mi apparecchiai virilmente

Con un vestito decente, lo sguardo atteggiato a sereno

Appena un po’ deglutendo nel domandare: c’é altro?

Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto.

Andammo a piedi sul posto che non era

Quello che normalmente penso che dovrà essere,

Ma nel paese vicino al mio paese

Su due terrazze di costa guardanti a ponente.

C`era un bel sole non caldo, poca gente,

L’ufficio di una signora che sembrava gia aspettarmi.

Ci fece accomodare, sorrise un po' burocratica,

Disse: prego di là - dove la cassa era pronta,

Deposta a terra su un banco, di sontuosissimo legno,

E nel suo vano in penombra io misurai la mia altezza.

Pensai per un legno così chi mai l`avrebbe pagato,

Forse in segno di stima la mia Citta o lo Stato.

Di quel legno rossiccio era anche l'apparecchio

Da incorporarsi alla cassa che avrebbe dovuto finirmi.

Sara meno d’un attimo - mi assicurò la signora.

Mia moglie stava attenta come chi fa un acquisto.

Era una specie di garrota 0 altro patibolo.

Mi avrebbe rotto il collo sul crac della chiusura.

Sapevo che ero obbligato a non avere paura.

E allora dopo il prezzo trovai la scusa dei capelli

Domandando se mi avrebbero rasato

Come uno che vidi operato inutilmente.

La donna scosse la testa: non sara niente,

Non é un problema, non faccia il bambino.

Forse perché piangevo. Ma a quel punto dissi: basta,

Paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo.

Uscii dal luogo e ridiscesi nella strada,

Che importa anche se era questione solo di ore.

C'era un bel sole, volevo vivere la mia morte.

Morire la mia vita non era naturale.

Sensi

Come per quotidiana intimità/ che più non ci sorprende del noi stesso

in piena luce in ombra e oscurità/abito non diverso nel tuo sesso:

lo guardo attento insieme a te patisce/il gentile morirsi d’ora in ora,

la lingua ti nomina e lambisce,/la mano ti medita e ti esplora

il respiro ti parla,il tuo tremore/del futuro svuotato m’impaurisce

l’orecchio accosto al cuore/ un tempo di brevi momenti scandisce:

dove in te scopro una terra evidente/che nei previsti confini concludo

mia familiare madre e parente/coscienza e corpo nudo.

La vita in versi

Metti in versi la vita, trascrivi

fedelmente, senza tacere

particolare alcuno, l'evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è

sapere, nè potere, bensì ridicolo

un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s'allacciano

complicità di visceri, saettano occhiate

d'accordi. E gli astanti s'affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:

applaudono, compiangono entrambi i sensi

del sublime - l'infame, l'illustre.

Inoltre metti in versi che morire

è possibile a tutti più che nascere

e in ogni caso l'essere è più del dire.

Eremo Via vado di sole , L'Aquila, venerdì 27 maggio 2011


Nessun commento:

Posta un commento