martedì 10 maggio 2011

SETTIMO GIORNO : Resta con noi Signore

SETTIMO GIORNO : Resta con noi Signore

“Contemplavo sempre il Signore innanzi a me ; egli sta alla mia destra perché io non vacilli . Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua e anche la mia carne riposerà nella speranza perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione “

Attraverso la voce profetica di Davide noi possiamo contemplare, nella nostra vita di oggi la resurrezione di Cristo. Quelli che l’hanno vita e ne sono stati testimoni ce la raccontano in termini concreti e reali e ci invitano , in termini altrettanto concreti e reali, ad incontrare quel Gesù Cristo che messo a morte , morì, fu sepolto e resuscitò il terzo giorno.

Il racconto che gli apostoli ci fanno di quell’avvenimento ci invita a non aver paura , ad aprire le porte della nostra vita a Cristo sollevando il velo che spesso copre il nostro sguardo e appunto di allontana da lui .

Così Luca , negli Atti degli apostoli di questa terza domenica da Pasqua/ A ( 2,14° 22-23 ) e Pietro Apostolo nella sua prima lettera (1 , 17-21) che afferma di “essere stati liberati non a prezzo di cose effimere , come argento ed oro ….” “ ma con il sangue prezioso di Cristo ,agnello senza difetti e senza macchia . Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo … e Dio lo ha resuscitato dai morti e gli ha dato gloria.”

Davide dunque guarda a Cristo con il dono della profezia, gli Apostoli guardano a Cristo con il dono della testimonianza noi guardiamo a Cristo con il dono della fede.

E’ proprio questo dono appunto che ci permette di aprire le porte a Cristo , le porte della nostra vita per un incontro costante. Solo che quel dono della fede che vive della gratuità, appunto perché è un dono , deve essere continuamente rinsaldato con un atteggiamento di disponibilità ma anche di collaborazione.

E proprio Luca nel suo racconto dell’incontro tra i discepoli di Emmaus e il loro Signore che ci aiuta a comprendere il cammino della fede.


Nel brano di Luca sembra perseguire un intento quasi didattico offrendoci però un racconto di indicibile bellezza anche nella sua esposizione letteraria e di profondo valore teologico.

Perché Luca ci conduce per mano a riflettere appunto su quelli che sono i presupposti per un incontro con Cristo. Dice il racconto evangelico che ad un tratto si aprirono loro gli occhi e riconobbero il loro Signore. Quante volte i nostri occhi sono chiusi. E’ certo l’iniziativa è sempre del nostro Signore Gesù Cristo che si fa riconoscere ma sta a noi preparare questo incontro con quello che Luca sembra evidenziare : studio delle scritture, accoglienza degli altri, disponibilità e soprattutto condivisione di quel pane di vita che è anch’esso sommamente dono .

Come ad Emmaus il Signore si affianca al nostro cammino e percorre con noi le strade della vita in un viaggio di speranza per sollevarci dalle nostre tristezze e dalle nostre delusioni.

“eucarestia, comunione e carità” sono i punti sostanziali come dicono i vescovi per andare incontro al Signore che viene “ che viene incontro all’uomo… facendosi suo compagno di viaggio “ come afferma Benedetto XVI in Sacramentum caritatis .


Dunque tutto il c. 24 del Vangelo di Luca insiste sulla concretezza della presenza di Gesù in mezzo a noi, sul modo in cui egli si inserisce nella nostra storia. Tuttavia questa presenza è talmente discreta che mantiene le apparenze dell'assenza: assenza del corpo di Gesù; assenza di colui che è stato tolto dal mondo per raggiungere il Padre. Fra questi due modi di assenza, si delinea una strada. Il testo lucano tratta, più che di un itinerario di fede, di un itinerario che si svolge attraverso ciò che vi è di più umano. Un itinerario in cui si scopre che Gesù si trova precisamente là dove si ha bisogno di lui, nel cuore della realtà più inaspettata. Così, ad Emmaus, i discepoli lo prendono per uno straniero, uno che non sa nulla, un ospite... mentre è la persona più familiare, colui che interpreta le Scritture, il padrone di casa.

A rigore di cose, non si tratta di una apparizione, e Luca evita di usare questo termine, dal momento che all'evangelista interessa porre l'accento sull'itinerario da percorrere per "riconoscere" una Presenza, e non sul fatto di "vedere" una Persona. Si può allora parlare di una catechesi itinerante che sviluppa il cammino quotidiano che dobbiamo compiere per "riconoscere" Gesù "vivente" in mezzo a noi.

Se si considerano in sequenza le due domeniche di Pasqua che precedono, è possibile riconoscere la pedagogia con la quale la liturgia ci guida a vivere il mistero del Risorto. Nella prima domanica di Pasqua si ribadiva la verità storico-mistica della risurrezione di Gesù. La precedente seconda domenica di Pasqua ci aveva guidato ad addentrarci al significato della identità del Signore-risorto con il Signore-crocifisso, annunciando i frutti di questo mistero nel perdono dei peccati e nel dono dello Spirito Santo.

Questa pedagogia, iniziata con la domenica di Risurrezione, continua in questa terza domenica di Pasqua in forma specifica e molto istruttiva, invitandoci a comprendere il brano del Vangelo "come cammino che porta alla fede" nel Signore risorto.


Mosè l’aveva posto come condizione: “Se il tuo volto non camminerà con noi, non farci salire di qui” e Dio lo aveva promesso: “Il mio volto camminerà con voi e ti darò riposo”. A Èmmaus il Signore cammina con i discepoli, ma anche qui, come tante volte durante l’Esodo, i due discepoli non lo riconoscono; si stanno allontanando da Gerusalemme perché quello che speravano ora sembra loro illusione; alla fine torneranno indietro, verso Gerusalemme, dopo l’incontro con il Signore del Vangelo, il Risorto finalmente riconosciuto. E’ questo riconoscimento che cambia la direzione del viaggio, il senso della vita. Sono due gli elementi decisivi per questa illuminazione: le Scritture e il Cristo che ce le ricorda attraverso la sua stessa persona. Non cambia solo la conoscenza, ma il rapporto. All’inizio sembrava un forestiero disinformato, alla fine i due discepoli non possono fare a meno della sua presenza. Da Gerusalemme a Èmmaus è un cammino di persone che hanno smesso di sperare (speravamo), tristi. Quando lui si affianca, la tristezza si scioglie, la luce scaccia il buio, la vita ritrova senso, i dolori sono doglie di parto, la vita vince.

La svolta avviene “nello spezzare il pane”, un modo nuovo e colmo della sua presenza in loro, nei loro cuori, molto più che attraverso gli occhi e gli orecchi. I discepoli hanno chiesto al viandante che li accompagnava di rimanere con loro e nello spezzare il Pane riconoscono il Signore in mezzo a loro. L’Eucaristia è il vero modo di “rimanere” di Gesù in noi e di noi in lui.


La risurrezione va creduta e raccontata. Nessuno era presente nel momento in cui Cristo usciva dal sepolcro. Il fatto della Risurrezione di Gesù è stato annunciato e trasmesso da amici. Le donne lo hanno saputo dall’Angelo e i discepoli dalle donne; poi il Risorto lo hanno visto i due di Èmmaus, infine gli undici nel cenacolo e un gran numero di discepoli. Noi stessi lo abbiamo saputo da altri cristiani. E auguriamoci che altri l’abbiano saputa da noi, con le parole e ancor più con la testimonianza di una vita risorta, piena di senso.

Quelli della via. Così erano chiamati i discepoli, prima di esser detti cristiani. Gente che cammina, che segue una strada, come Israele nel deserto. I cristiani andranno pure nel deserto, ma non senza una guida, essi vanno dietro il Signore; il camminare del Vangelo non è un vagare, vagabondare. Spesso il cammino è come quello dei discepoli di Èmmaus: prima col volto triste, ma poi rifatto pieni di gioia.

Èmmaus è l’esemplare del dialogo della verità. Verso Èmmaus camminano due persone che, nonostante la delusione, hanno ancora il coraggio di stare insieme. La loro interrogazione è sulla morte: lo hanno crocifisso, è finita e loro ci speravano tanto! Non hanno elementi per superare la tristezza; avevano creduto, sperato, ma ora sono disperati. Ecco però un terzo che si affianca al loro cammino, commenta la Parola e li invita al banchetto. Questo terzo è la verità, il vero interprete (ermeneuta) che apparecchia la cena, dando se stesso in cibo. I due torneranno gioiosi nella comunità-chiesa. Il loro dialogo – dia-logos – è stato il luogo nel quale il Logos ha parlato. I discepoli di Èmmaus hanno vissuto un'esperienza di verità e questa verità è coincisa con l’amore di avere Gesù in mezzo a loro. Questa sarà la loro testimonianza.

Nel testo sono inseriti anche passi i tratti da Quram e http://www.rosarioleverano.it/news/content/36/9/commento-al-vangelo--terza-domenica-di-pasqua--emmaus.htm


Eremo Via vado di sole, L’Aquila,
martedì 10 maggio 2011

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