lunedì 18 ottobre 2010

STORIE E VOCI DAL SILENZIO : Tre film sulla salute mentale e i manicomi


STORIE E VOCI DAL SILENZIO : Tre film sulla salute mentale e i manicomi


Scrive Alberto Crespi su L’Unità il 1 ottobre 2010 :” Nello spettacolo al quale La pecora nera si ispira Ascanio Celestini è in scena da solo, con pochissimi arredi e l’unica forza della sua voce e della sua faccia barbuta. Il film riprende fedelmente le situazioni dello spettacolo, non rinunciando alla voce fuori campo, ma le «apre» e le ambienta in periferie dal sapore pasoliniano e in un manicomio che restituisce tutto l’orrore dell’Istituzione con la «I» maiuscola. Nicola ci vive da quando è bambino, nel «manicomio elettrico» (ovvero,dove si pratica l’elettroshock). La pecora nera è la storia di come ci è arrivato e di come ha costruito, in questa via crucis, un modus vivendi che tutto sommato lo rassicura e gli permette di andare avanti. Il senso tragico della Pecora nera è proprio questo: come la chiesa e la famiglia e la caserma e tanti altri universi concentrazionari, il manicomio è rassicurante. La paura sta fuori. Per questo, nellabarzelletta che apre il film, i matti in fuga scavalcano 99 cancelli e, arrivati al centesimo e ultimo, si stufano. E tornano indietro.”

Sulla realtà manicomiale il cinema ha più volte posto l’attenzione raccontando le storie dei protagonisti ma anche mettendo l’accento sulla istituzione a cominciare da Qualcuno volò sul nido del cuculo con Jack Nicholson a Risvegli con Robert De Niro e Robin Williams.


Il cinema italiano ha iniziato da tempo a parlare di questo argomento da Matti da slegare in cui si parla delle idee di Franco Basaglia all’ultimo film di Ascanio Celestini La pecora nera.

Passando per gli ultimi due film “La città dei Matti “ e “Si può fare “ che sono diversi da quest’ultimo che pone l’attenzione sul manicomio come istituzione simile al carcere,all’ospedale, alla famiglia . Con piglio marcato offre un contributo analitico sulla realtà dell’istituzione manicomiale fino a dire nei confronti del malato che si uccide in manicomio sbattendo la testa contro un muro :” Gli togliamo tutto , tutto quello con il quale può farsi male ma non possiamo togliere anche il muro” Si perché allora che manicomio carebbe. Senza sapere e senza capire che basterebbe togliere solo , “solo” il muro e non ci sarebbero più suicidi.

La pecora nera fa avvertire la presenza di Basaglia ma non lo fa mai vedere come pure non mostra violenze come siamo abituati a vedere nei film e nei documentari che parlano di realtà manicomiale . Mostra invece una violenza più enorme : la violenza del senza tempo. Ovvero la sottrazione del tempo che viene rubato all’individuo e per questo lo snatura e lo fa diventare oggetto. C’è nella narrazione del film un segno di pessimismo intriso delle idee di Goffmann e di tutta una cultura che è nata sulle vicende dei manicomi.

Diversa per esempio la “fiction “C’era una volta la città dei matti” su Rai Uno che ha sicuramente indebolito le tesi dei detrattori della legge 180 e della “rivoluzione” di Franco Basaglia.

Come scrivedi Andrea Lijoi per Pontediferro.org “… Un film sull’esperienza psichiatrica del Professor Basaglia nei manicomi di Gorizia e


Trieste, dove si è sperimentato il capovolgimento dell’approccio terapeutico nei confronti della follia e dei disturbi mentali, consegnando poi i risultati positivi nella proposta di una legge che avrebbe diffuso su tutto il territorio nazionale i nuovi strumenti e presidi psichiatrici già allora considerati d’avanguardia dall’O.M.S. e dagli organismi sociosanitari dei paesi più avanzati.

Una “rivoluzione”, quella di “liberare” i pazzi trasformandoli in uomini, che è riuscita incredibilmente a tramutarsi in legge nel 1978 ma che ha dovuto aspettare vent’anni per vederne attuata la portata centrale della chiusura definitiva dei manicomi e che ancora oggi fatica ad entrare a regime con la realizzazione compiuta dei servizi alternativi in tutto il territorio nazionale.


La fiction televisiva è riuscita a farci entrare per la prima volta nel vivo dell’esperienza psichiatrica di Basaglia e ad emozionarci per l’aderenza ad una realtà umana eccezionale che la regia ha saputo riportare sullo schermo e far conoscere a tanti telespettatori.

Ci ha colpito la ricostruzione complessiva dell’evoluzione della “cura” della malattia mentale adottata con pervicacia da Basaglia, capace di portare i pazienti dalla condizione di inumana contenzione alla riscoperta del sé, e al tempo stesso la correlazione e gli sviluppi del complicato rapporto che il processo di cambiamento del mondo di sofferenza del manicomio ha avuto con la società, le sue paure e le istituzioni. Ci hanno colpito i personaggi di Margherita, Boris, Furlan e le loro storie di strenua e coraggiosa lotta per la riappropriazione dello smarrito piacere di vivere e socializzare, una volta che qualcuno dava loro l’opportunità e l’aiuto necessari.

La fiction ha evitato anche di fare del semplice trionfalismo sull’opera di Basaglia mostrando gli incidenti di percorso, le disillusioni e le amarezze che hanno accompagnato un lavoro psichiatrico che di utopico aveva solo la sfida verso il miglioramento, in quanto il riscontro della nuova “cura” era diretto e immediato, e riusciva ad aprire spiragli di comprensione e condivisione all’esterno del manicomio, tra le famiglie dei pazienti e l’ambiente sociale. La gente si convinceva sempre più che togliere dalla pura e semplice contenzione i disagiati mentali, dare loro dignità umana seguendoli comunque nel loro percorso di “liberazione”, era veramente più

“terapeutico”. La morte accidentale della moglie di Furlan o le escandescenze di Boris di fronte alle ingiustizie sono di per sé fatti di vita normale, che però se “accaduti” ai matti divengono motivo di pericolo sociale, semplicemente perché le persone “normali” sono abituate al modello di chiusura manicomiale o ghettizzazione della devianza. La riconquista della normalità per altro verso, peraltro di una normalità più evoluta che non include certo la visione di uomini segregati, da parte dei “pazienti” e del loro reinserimento sociale è la rappresentazione finale del film, che termina con in sottofondo la voce di un personaggio che ribadisce: “Ci voleva un matto per liberare i matti!”.”

Come è ancora diverso il film ''Si puo' fare'', guidato con Claudio Bisio. La pellicola diretta dal regista Giulio Manfredonia racconta la nascita di una cooperativa per l'inserimento lavorativo di persone con disagio psichico nella Milano dei primi anni Ottanta ed e' ispirata alla storia vera della cooperativa friulana di Noncello, fondata da alcuni operatori del centro di salute mentale di Pordenone dopo l'entrata in vigore della Legge Basaglia. Claudio Bisio, nel film interpreta il ruolo da protagonista di Nello, il sindacalista alla guida della cooperativa.


Non a caso dunque trent'anni dopo Basaglia, Trieste è il centro europeo di riferimento dell'Organizzazione mondiale della sanità per i sistemi territoriali di salute mentale. Per lanciare un progetto di rete mondiale per la salute comunitaria, il Dsm triestinoha organizzato dal 9 al 13 febbraio il meeting mondiale "Trieste 2010: che cos'è 'salute mentale'?". L'esperienza italiana, e in particolare quella sviluppata da Basaglia in poi a Trieste, è stata proposta come modello per l'elaborazione di alternative al manicomio. Il meeting è stato ricco di dibattiti, letture magistrali, proiezioni, spettacoli e mostre (il programma si può scaricare dal sito www. trieste2010. net). Hanno partecipato oltre mille studiosi e operatori da 40 paesi di tutto il mondo. Accanto a loro ci sono stati anche uomini e donne che vivono in prima persona l'esperienza del disturbo mentale, assieme ai familiari.

Significatico che la sede del meeting internazionale sia stato il Parco di San Giovanni, l'ex ospedale psichiatrico. Qui, proprio nella palazzina dove viveva il direttore del manicomio, oggi è possibile visitare la mostra permanente interattiva "Oltre il giardino". L'archivio, realizzato da Studio azzurro (lo stesso che lo scorso anno ha curato la mostra dedicata a Fabrizio De André a Genova) ripercorre la storia del manicomio dal 1908 fino ai giorni nostri, ma il cuore sono gli anni di Basaglia, tra il 1971 e il 1979. 

Eremo Via vado di sole, L'Aquila, lunedì 18 ottobre 2010

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